e 37^^
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECG LESI ASTICA
DA S. PIETRO SINO Al NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
Al PBINCIPAtl SANTI, BEATI, MABTIRf, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDIWAII
E Più CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARIl GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA* PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
Al RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE B
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, KON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. XCIV.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
.MDCCCLIX.
%
La presente edizione è posta sotto la salvaguardia delle leggi
vigenti, per quanto riguarda la proprietà letieraria, di cui
l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni
relative.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
VER
V,
ERNEUIL, f^ernoliuni. Cillà di
Francia nel d i parli menlo dell'Euro, cir-
condario a 8 leghe da Evreux,ed a 18 da
Ronen, capoluogo di cantone sulle sponde
dell'Avre, che divide la Normandia dal
Perche. Situala in mezzo a fertile pianu-
ra, traversata da un braccio dell' llon, è
ben distribuita, ma male ediQcata. Del-
l'antico castello non rimane che una tor-
re alta 60 piedi e di mura grossissime.
La chiesa principale ha il campanile at-
tribuito agl'inglesi, imponente per l'al-
tezza, e notabile per la maiìsa gotica. Pre-
sentemente ì terrapieni offrono bei pas-
seggi. Vi è una biblioteca con piti di 3, 000
volumi. Vi sono varie fabbriche e mani-
fatture, con circa 4>ooo abitanti, che ten-
gono 3 fiere l'anno, possedendo territorio
fertile in grani. Il re Filippo li Augusto
laiiuni alla Francia colla Normandia e il
Perche. Nel 1^1^ t\À teatro d'una bat-
taglia sanguinosa tra'francesi e gl'inglesi,
i primi restando sconfitti; e da' vincitori
la ricuperò Carlo VII nel 1 449- P''ifna
di queste epoche vi furono celebrati due
coQcilii. Il i.° oel 'jS5 per oidiue diPi-
VER
pino re de' franchi , e si adunò nel suo
palazzo. I vescovi che vi sì recarono da
quasi tutte le parti del regno vi fecero
25 canoni, di cui ecco i principali. Cia-
scuna città avrà il suo vescovo, ed uà
vescovo nou potrà possedere due vesco-
vati. Saranno celebrati annualmente due
sinodi in Francia, l'uno io marzo e l'al-
tro io ottobre. E affidata a'vescovi la cu-
ra d' invigilare sui monasteri d'ambo ì
sessi. Un' abbadessa non potrà governare
che un solo monastero. Tutti i preti do-
vranno assistere al sinodo del loro vesco-
vo. Saranno scomunicati tutti quelli che
comunicano cogli scorauuicati.E ^'oibito
agli ecclesiastici di cambiar chiesa e di ri-
ce vere uu chierico di un'altra chiesa. Non
si faranno opere servili ne' giorni di do-
menica. Gli ecclesiastici non !>'immischie-
ranno negli affari secolari, né porteranno
le loro cause innanzi a'tribuuali di laici.
I conti de' beni ecclesiastici saranno resi
al principe. Regia l. 17, Labbé t. 6, Ar-
duino t. 3. 11 2." concilio fu tenuto nel
dicembre 844 ^^^ palazzo del re Carlo I
il Calvo. Ebroiuo suo arcicoppellano e
4 VER
limosi iiiere, vescovo di PoiClers, e Ye-
nillone nrcivescovo di Sens vi presiedet-
tero, e si fecero l'x canoni riguardanti
nella maggior parte la disciplina ecclesia-
stica. Nella prefazione si esorta il re a con-
servar la pace co' suoi fratelli. Inoltre si
invitò a mandar commissari, ailine di
reprimere coloro che commettevano ec-
cessi, e disprezzavano la disciplina eccle*
siaslica.Clie i monaci vagabondi ed i chie-
rici disertori sieno castigali secondo i
canoni. Che quelli che sposano religiose
sieno scomunicati, se non fanno pubblica
penitenza. Fu altresì determinato di da-
re un vescovo alla chiesa di Reims, che
già da lungo tempo n'era priva, e fu ri-
messa la questione della primazia accor-
data a Dragone vescovo di Metz, dal
Papa Sergio H, ad un concilio più nu-
meroso delle Gallie e di Germania. Re-
gia t.2 i,Labbé t. 7, Arduino I. 3. Alcuni
confusero Verneuil con Vernuin (/^.).
VERNHIO oVERGNE Pietro, Car-
dinale. Nato in Toul professò legge ca-
nonica nell'università di Montpellier, do-
"v* ebbe a cixnpagno de' suoi sludi Rai-
rulfo Monturco poi cardinale, e divenne
dottore nelle decretali. Assunto quindi
alla dignità d'arcidiacono di Rohan, al
grado d'uditore di rota e di canonico di
Poitiers, Gregorio XI nel maggio o giu-
gno I 37 I lo creò cardinale diacono di s.
Maria in Via Lata. Seguendo egli pure
le orme de'suoi colieglu francesi, dopo a-
vere nel 1378 concorso col suo suffragio
nell'elezione d'Urbano VI, l'abbandonò
per seguire lo scismatico antipapa Cle-
mente VII, nella cui falsa ubbidienza e
deposto dal iegiltiuio Papa, chiuse il pe-
riodo del viver suo nel i 3c)8 , altri prò-
traendone la morte al 1 4oo o al 1 4^3, ed
anco al i4^9- Credcsi da alcuni, che 5
anni prima del suo decesso, ravvedutosi
dell'errore comniesso, detestato lo scisma,
si riunì al vero Papa ; imperocché, co-
nosciuta la pertinacia e ostinazione del-
l'altro antipapa Benedetto XIII, neh 3()B
gli voltò generosameule le spile e morì io
VER
A vignone nel 1 4o3, nel quale anno perciò
vflcato l'arcidiaconato di Rohan, fu con-
ferito ad Amadeo di Snliizzo anlicardi-
naie e poi cardinale. Il Cardio nella SlO'
ria di Saragozza scrive che neh 38 1 il
cardinale era stato fatto canonico e ar-
cidiacono di Segovia.
VERNON, /^'emoHmm.Ciltàdi Fran-
cia neir alta Normandia , dipartimento
dell' Euro, circondario a 6 leghe da E-
vreux, capoluogo di cantone. Sorge sul-
la riva sinistra della Senna, che vi sì var-
ca sopra d'un ponte di 11 archi, per co-
lìiunicare con uno de' sobborghi. Della
sua cinta rinflancata da torri più non ri-
mane che una di esse altissima , in cui
sono depositati gli archivi. Il castello di
Rizy,che apparteneva al duca di Penthiè-
vre, è stalo demolito e convertito in casa
di villeggiatura con parco; colà presso è
un bel viale di tigli. All'estremità del
ponte sono due fabbricati vastissimi, l'u-
no fa parte d'una torrefatta edificare da
Giulio Cesare, l'altro serve di magazzi-
no pe' grani. Notabile è la chiesa princi-
pale per la sua antica costruzione. Vi è
ospizio, collegio comunule, sala pe' S|)el-
tacoli, manifutture, fabbriche e deposito
d'artiglieria. Traflica di grano pel prov-
vedimento di Parigi, e di vini, e tiene 3
fiere l'aiuio. Ila circa 3, 000 abitanti. Vi
sono litomie rinomate per la(]ualità del-
la pietra, e sopra di tali cave incomincia
la !»elva di Vernon.Nel 754 l'i' loglio,
il re de' franchi Pipino vi fece convocare
un concilio, che vi radunò tutti i vescovi
delle Gallie pel ristabilimento della di-
sciplina. Vi si proposero de'riniedi a'più
grandi abusi, che si erano introdotti, a"
Spettando uu tempo più favorevole per
fare rifiorire la disciplina e abolire il ri-
lassauìento. Vi si fecero sS canoni, e visi
ordinò che ogni anno fossero celebrati
due concilii o sinodi, cioè il i." marzo e
il i." ottobre. Fleury.
VERNIJM. Nome latino d' un luogo
di Francia, nel quale fu tenuto un con-
cìlio nel 7 54- Alcuni scrillori eredouo cImì
VER
sin il metìesimo di l'erneuil {F.) cele-
bralo nel 755. Fleury e il p. LeCoinle
pretendono die sia Vernon C^.). Il p.
Pagi con r autorità di Mabilloti e di
Valois, colloca Vernum suU'Oise nel ter-
ritorio di Deauvais, in una foresta dello
stesso nome. Aggiunge altresì che Ver-
num era un castello reale al tempo di
Clotario III re de'franchi morto nel 670,
e die fu in quel castello che venne con-
vocato il concilio. Finalmente Leboeuf ,
in una dissertazione sulla posÌ2Ìone ilei
palazzo Vernum, Palalium Fcrnutn, so-
stiene che il nome latino f'ernum non
significa né Femori sulla Senna, né Ver-
iieuil sull'Avre o Euro, ma bensì Ver o
Vern, castello reale che il medesimoLe-
boeuf colloca tra Parigi e Compiegne, a
3 leghe da Senlis, nel dipartimento del-
l'Oise, e che serviva come stazione a're
di Francia per andare da una città al-
l'altra, del quale ultimo sentimento è pu-
re Bouquet.
VEROLI [Ferulan). Città con resi-
denza vescovile della provincia di Cam»
pagna o delegazione apostolica di Frosi-
none^ nella legazione di Marittima e Cam-
pagna, distante 8 miglia da Frosinone.e
60 da Pioma o poste 7 e mezza come dice
il Calindri nel Saggio del Pontificio Sta-
lo. Ha il proprio governo e vi risiede il
governatore. Antica e celebre nella storia
é stata sempre questa città, situala nel
Lazio [F.) presso il fiume Cosa, volgar-
mente detto Pissia, la qualifica il p. Ca-
simiro da PkOma, nelle fllemorie storiche
delle Chiese e de' Conventi de^ frati mi-
nori della provincia Romana. Il vocabo-
lo Pissia pare l'abbia usatoselo tale scrit-
tore. Mollo più nobile e ragionevole riu-
scirà r etimologia quando il nome del
fiume si faccia derivare dall'idioma feni-
cio o osco, Chus, cotne ne discendono tuia
iniìiiilà di nomi delle contrade e paesi
(lell'Eriiìco, del Lazio e precipuamente
dell'Elrurid, come nella Civiltà Cattoli-
ca s\ può riscontrare ne'ilotti articoli dei
gesuiti pp. Marchi, Garrucci e Tarquiiij,
VER $
il quole ultimo ne trattò nella 3.' «erie,
1.6, p. 55o, t. 8, p. 727 nelle sue Origini
Italiche, e ne' Mi'steri della lingua £"-
triisca. Il vescovo Corsignani, nella Reg-
gia Marsicana, rileva che Veroli è una
delle più cospicue città erniche. Anco il
Marocco che la \'\s\ìò,ne' Monumenti del-
lo Stato Pontificio, t. 5, p. 94, l'enume-
ra fra le 4 ragguardevoli città erniche,noa
dimeno splendore alle altre, e tuttavia ia
estimazione e decoro. L'ultima proposi-
zione concistoriale riferisce: »• In provin-
cia Campaniae Romanae pervclusta Ve«
rulana civitas supra montem posila cer-
nitur, quae in suo trium circiler millia-
riu'mambilu mille elquingentascontineC
domos, atque a quatuordecim pene mil*
libus inhabilatur incolis". E situata lungo
il dorso di un'altura, formata parte di
vivo scoglio e parte arenoso, diramazio-
ne dell'Apennino, rivolta a mezzogiorno
ed a ponente, che in parte domina la va-
ga pianura che fino a' monti Lepini si
estende; mentre ad oriente può spaziar-
si lo sguardo oltre i confini del regno di
Napoli, circondata al nord da colli e da
monti. La sua elevata posizione , unita
al suo clima temperato, all' aria pura e
salubre che vi si respira, ed al suo cielo
ridente, offre vedute così amene e svaria-
te , che formano una prospettiva vera-
mente deliziosa e pittorica. Non ha verso
ponente altra fortificazione che la natu-
rale, consistente in erti scogli perpendi-
colari, e dirupati massi calcarei, rivestili
in parte di elei, pel tratto di i5oo pas-
si. Da mezzogiorno a levanle, alla roea
forte natura suppliscono mura reticolari
e saracene, e varie torri, in parte ora di-
roccate, nominate e innominale , opere
del medio evo. Incedendo poi per l'erta,
dove spira il vento greco, s'incontrano
ranlicliissime mura pelasgiche, termina-
le nella cima del monte dalla Rocca, che
servì di carcere a Piipa Giovanni X, per
quanto a suo tempo narrerò. Queste mu-
ra veluslissime,sono quasi simdi a quelle
di Coss:), di Rosselle e di Populonia, città
6 VER
«ìell'anlica 7o4tv7nfl (F.), della i.* aven-
done riparlalo nel voi. LXXIX p. 21 3.
Jmperoccbc la loro costruzione è alquan-
to più rozza delle ricordale, e sono com-
poste di massi calcarei non uniti da ce-
menlo, di varie e grosse dimensioni , in
forma di poligoni irregolari. Hanno trat-
to tratto de'cunicoli, donde poteva sor-
lire un guerriero armato alla leggiera.
Al dire degli intelligenti, queste mura
pelasgiche si reputano più antiche del-
l'etruschc e ciclopee, lavorate quindi a
tutt'arle. Avanzi di mura ciclopee esisto-
no vicino B Veroli nel luogo detto Gira-
^p,» nella provincia stessa altre sono quel-
le famose di cui riparlai ne' voi. LXIII,
p, 227 e seg., LXXXIX, p. 45, 53, 58,
'>9, 60, 62,64, 75. Trovo "fi' Marocco
iiiesatlamente detto , che sull* indicata
rupe altissinia sorge il tempio con par-
rocchia di s. Leucio, di gotica struttura, di
dove incomincia il borgo del suo nome,
la cui via è molto alpestre, ed alla quale
corrispondono gli scabrosi viottoli laterali.
Su quel vertice anticamente torreggia-
va il forte o castello, che per l'eminente
sua posizione difendeva egregiamente la
citlà, quale prima de' terremoti orribili
«offerti era estesa e magnifica, esistendo
oolassù lina torre assai rovmata,che dà
il nome di Civita a questa contrada, vo>
cabolo che sovente si legge in vecchieper-
gamene dell'archivio della cattedrale, in
cui esistono bolle pontifìcie, e moltissime
memorie e ragguardevolissime. Devesi
rettificare il Marocco cos'i. Dalla porta di
s. Leucio non incomincia il borgo, ma it
paese,ch'èpropriamentesituato sopra due
tortuose sporgenze delT antifaUle Apeo-
nine, si distende dall'alto in basso per u-
Ila larghezza di oltre un miglio di discre-
to e continuato fabbricato , mentre In
larghezza media non ne raggiunge che
il 3.°, e perciò la città ha pressoché una
lega di circuito. La strada maestra, che
dalla porla di s. Leucio raggiunge, come
dissi, alla distanza d'un miglio, quella di
». Croce, ch'era l'antico Consolare, non
VER
è alpestre, ma di una moderata acclivi-
là, nella maggior parte ampia e per in-
tero lastricata a mattoni, come pure i vi-
chi che vi sboccano: il centro quindi della
città è comodamente carreggiabile. Sul
vertice del monte, avendo principio la
suddetta colla porla e chiesa di s. Leucio,
ha contigua una rocca, smantellata e di
forma quadrilatera, ove venne per breve
tempo detenuto Giovanni X. Soggiunge
il Marocco, il disegno della presente città
non offre grande interesse, tranne gli e-
difìzidi cui vado a parlare, essendo il fab-
bricato in molti luoghi disgiunto, in al-
tri disordinalo, ed in alcuni punti diru-
to. Può dirsi che Veroli non abbia pro-
priamente circuito di mura urbane, at-
tesa l'irregolare disposizione delle fabbri-
che. Non ostante l'amor patrio, che ne*
verolanì è grandissimo, agli antichi gua-
sti va riparando, e nell'arte di edificare
non manca il genio,assai favoreggiato dal-
l'abbondanza de'mnteriali. Anche in tale
descrizione Marocco oscilla ed è inesat-
to. Imperocché il fabbricatodi Veroli, co-
me notai, non è né diruto, né disgiunto;
ma piuttosto, non essendovi lunghi trat-
ti di strada rettilinea, trovasi per natura
del suolo non regolarmente disposto. Ne
fu cagione l'orribile terremoto dell'S set*
tembrei35o. Le mura urbane atterrate
specialmente nel i4o6 dal re Ladislao,
non vennero per buona parie rifalle, ma
non perciò manca il paese di circuito, e-
sistendone ancora non pochi tratti con
diverse torri. Le strade moderne sono al-
quanto più regolari, e sono lastricale di
inalloni: le antiche sono strette, ripide e
tortuose. Otto sono le porte urbane, cioè
V Arenaria, denominala Amara, o Ro'
maria, ridotta a magnifico gusto moder-
no; di s. Leucio y corrispondente al ram-
mentato borgo; di s. Croce ; ò\ Porta
Scura ;à'\ Olrnntola; di Olivella;i\\ Ci-
verta, e di s, Martino, ha visuale della
porta divella è sorprendente, perché l'o-
rizzonte amcnissimo presenta la veduta
di molti paesi, e al mezzodì dell' intera
VER
ctlià (li Frosinone. Nell'interno di Veroli
sebbene si usino comunemente le acque
di cisterne, che si riempiono coll'acque
piovane , pure le potabili abbondano a
contatto della città; e veramente mine-
rali, toniche e deostruenti riescono quel-
le del fonte di Pedicosa. Di queste fon-
li, scrive il Marocco, due se ne incontra-
no fuori di porta Romana sulla pubbli-
ca via, una nominata Fontana Nuova,
l'fdlra del Lago, denominazione antica
comprovante l'esistenza un tempo di vi-
cino lago. In fatti al di sotto di essa è un
terreno quasi tutto da collinette circon-
dato, e così profondo che dù a conoscere
la preesistenza d'un lago presso al fiume
Cosa , ed al piccolo rivo dello i Bagni,
luogo spettante al capitolo della cattedra-
le. Da una pergamena di quell'archivio
si apprende la certa esistenza d'un lago
in questa parte , ove sono i confini. Il
documento consiste, dice Marocco, in una
locazione stipulala dal (nel gSg dal ve-
scovo col consenso del) capitolo, e intito-
lata: ZiOca//o£rtc«5 /IffirnVrt/i/y^rfrtrt/io-
friclo duce, et contile Canipaniac Roma'
nae anno i ogc) (deve dire 959, come già
ho notato). Inoltre nella pergamena si
dice dell'esistenza d'un altro laghetto
ehinmalo Canore, vocabolo di contrada
esistente sotto il monte Nervo, ove tro-
vasi il cratere disseccato, che per altro
riempiesi nelle dirotte pioggie con nota-
bile quantità d'acqua, ma per breve tem-
po lo formano , sgombrando mercè un
ampio meato fnlto nel masso di viva pie-
tra, anch'esso proprietà del capitolo cat-
tedrale. Ma in questo ancora errò Ma-
rocco. Capricciosa e confusa è l'idea del
Lago dal nome della fontana, e così le col-
linette, il cratere; peggio poi la confusio-
ne del lago Canoce, cli'è solo un basso
fondo, con il lago Hfaniano e non Mani-
lana. Le pergamene sono tre e tutte di
paleografìa longobarda, così detta. L'en-
fiteusi fu fatta dal vescovo Giovanni I e
dal clero in favore di Goffredo consul el
dux . . . ides ifunduni in in tegro ,(juodap'
VER 7
pellatur Manfano, in quo est lacus cum
pìscaris suis, et omnibus eie, come si ha '
anco dairUghelli. Parte di questo vasto
fondo costituisce oggi la tenuta di Castel
Massimo di diretto dominio della came-
ra apostolica, ed infeudata alla nobile fa-
miglia Campanari più secoli innanzi che
Benedetto XIV la erigesse in marchesa-
to, come dirò alla sua volta. Ora il la-
go fa parte del territorio di Frosinone.
Provano poi le altre due accennale per-
gamene, che la famiglia di Ro/Tredo era-
si da molto innanzi stabilita in Veroli, ut
pure non fosse originaria del luogo, giac-
che Giovanni padre di RolFredo, si crede
figlio d'un Vidone com'esso conte o ret-
tore di Campagna; e quindi per altra per-
gamena (jgurano come figli di Rodredo,
Landuino e Ratterio. Queste due perga-
mene sono del 987 e del 990, e tratta-
no d'una vendita, poscia d'una donazio-
ne d'alcime terre poste nel territorio di
Ceprauo, che lo stesso R.otfredo fa a «(uel-
la chiesa di s. Magno. I verolani inter-
venuti a tali atti erano tutte persone di-
stinte e ((uali ficaie, conti, tribuni, ec, per-
sone facoltose. L'interno della città con-
tiene ragguardevoli palazzi, primeggian-
do que'de^ marchesi Bisleti, Campanari,
Galluzzi, Giovardi, il vescovilee altri. Ne'
fabbricati progredisce la città in render-
si vieppiù decente, ed essendovi esercita-
te tutte le arti opportune agli usi del-
la vita, trovansi accreditate botteghe di
mercanti. Il eh. ab. d. Alessandro Atti a'
i3 febbraioi857 pubblicò nel rfiVic/c/o-
pedia contemporanea dì Fano, t. 5, p.
177, questa lettera. » Fra molte città
dello slato pontificio che godono bella fa-
ma di attività, di commercio e di opifi-
zi non è da porre certamente per ulli-
Dia Veroli, comechènon siane molto va-
sta, né di assai numerosa popolazione (ma
la stampa della riferita proposizione del
1857 dice 1 4)000 anime, e deve ritener-
si errata ancorché vi avesse compreso gli
abitanti di sue fiazioni, che più innanzi
uoiuineiò; e la Statistica della popola-
8 VER
zione dello Stato Pontificio (IeliSS3,
pubblicata dal governo nel iSSy, com-
preso le lerrilorìali frazioni veracemen-
le registrò I 0,848 abitanti). Poiché, vuoi
per il destro ingegno degli abitanti, vuoi
per la vicinanza del regno di INapoli, che
rende aninialissinii i IraHìcì, vuoi per gli
ebdomadari mercati (in ogni martedì, più
abbondanti essendo que'dei l'in verno)cbe
{attirano di mollo concorso, e peri pub-
blici stabilimenti die vi sono, ha di che
fare invidia ad altre più cospicue e rino>
niate città pontifìcie. Tra le varie fabbri-
che di diversa ragione tiene senza dubbio
il primo luogo quella messa su dal sig/
luarchese Campanari di panni ad uso di
Francia, di coperte e tappeti finissimi da
disgradarne, starei per dire, i più famosi
d'oltremonli ed oltremare, tra per la bon-
tà de'tessuti, la bellezza del disegno e la
vivacità de"* colori , come ho inteso più
volte a Roma da persone di gusto squi-
sito. Yi è anche una fabbrica di tappeti
inferiori del sig." Bruni (forse in essa si
formerapno ingegnosamente que'tappe-
ti, colle monture de' soldati, che riesco-
no solidi, ed io l'uso nella camera di stu-
dio in tutto l'anno, com avendo sempre
presente Veroli), due di seterie ordinarie
del sig/ Brocchi e del sig/ Lauri (note-
lòche in Veroli le sete egregiamente col-
le filande si filano e si lavorano); una di
cappelli del sig/ Luzzi, ! i :;» di cotone, 3
di cappelli ordinari in campagna a s.
Francesco (frazione della città) , una di
polveve sulfurea e due di colla cerviona
(aggiungerò inoltre io, le fabbriche di vasi
di terracotta elerraglie,di sedie, di spiri-
li,di conretture;,emoltedi pastedi perfetta
qualità, non inferiore a'rinomati mucche-
ioni di Napoli, di cui si la gran traflìco).
io tanta varietà d'arti e mestieri egli è
certo che moltissimi trovano dove impie-
gare l'opera loro e donde trarre giornal-
inente l'onorato sustentaniento per sé e
per la propria famiglia. Se in ogni paese
vi fossero proporzionatamente allretlan-
U fuuli d'iudu!>tric u di gMudagiiOMOu n-
V ER
vremmo a lamentar sì spesso la misera-
bile condizione de'popoli, e vedere lanta
robusta gioventù molte volte per difetto
di facii lavoro gittarsi per disperata a mi-
sfare con tanto scandalo e danno della
ci vii società. I ricchi che hanno come ri*
parare a'sempre crescenti mali dell'ozio
e dell' inopia dovrebbero accordarsi di
gloriosa emulazione e aprire in ogni ter-
ra, in ogni villa, in ogni borgata (|ualche
utile stabilimento acconcio all'indole de-
gli abitanti, oye faticar potessero con gua-
dagno e con onore tante braccia paté ma
non accostumale giammai alla fatica (U'
tìnaml fiat, fiat) ". Nello stesso anno il
Giornale di Roma a'26 settembre notifi-
cò. >j Gran deposito di tappeti di Peroli
ad uso inglese e francese. Per le lodevo-
li cure della ditta Campanari e JVIellonj
venne gretta una grande fàbbrica di tap-
peti nazionali in Veroli ad uso de'miglio-
ri inglesi e francesi, con il vantaggio che
mentre in oggi questi sono per lo più fal-
sificati e misti di cotone (specialmente
quelli sotto il prezzo di scudi 2:3o cir-
ca) e sono tinti di falsi colori, i suddet-
ti di Veroli sono tutti di lana fina e di
colori vivaci e durevoli. I verdi e neri, i
ponsò., i neri specialmente si distinguo-
no per la forza e la bellezza delle tinte,
e sono di mollo superiori agli esteri". —
Altri rimarchevoli edifizi sono i sagri tem-
pli. Quello della cattedrale è buono, si-
tuato nella strada di mezzo alla città, di-
nanzi ad una piazza, avente da un lato
l'episcopio ereltodal vescovo cardinalEn-
nio Filonardi, al dire di Marocco; ma ri-
ferisce il Cardella che soltanto lo ridus-
se a miglior fornia riattandolo da'fonda-
menti, e con grande spesa ne riordinò le
camere, che in avanti piccole e disador-
ne, riuscirono per lui più ampie e deco-
rose. E tanto deve ritenersi. £' dedicala
a Dio, sotto l'invocazione di s. Andrea a-
poslolu, col fonlebattesimale e la parruq-
thia, amministrata da un canonico, scel-
to per concorso e approvato dal vescovo.
Codesta chiesa aulichisiima a 3 navi, da'
V EI\
vei'oìatii si celebra fabbricala nell'impero
ili C(><>luiitinu 1 il Magno, riedificala in
più elefante forma e decorala di faccia-
la esrerna ruartnorea dal vescovo de Zaii*
lis. Dipoi il veitcovu Tarlagnì riuiodernò
il presbiterio, dilatò la Iribuna ed a'Iati
VI a-jgiiiiisedue cappelle. Altri vescovi ne
furono beiiemerili, cbe alla lor volta rac-
cuiilerò. ìNlerila considerazione il coro, in
cui sono veramente lungnifici , la calle-
d;'a episcopale, ed i iG seddi o stalli ca*
nonicali, luUi di legno di noce con va-
ghissimi intagli. Il l(jdato Fdonardi so-
pra al coro fece un'elegante ringhiera per
l 'ostensione delle ss. Ueliquie,nè deve con-
fondersi coll'esterna loggia al sinistro an-
golo di essa, ove erigendosi in alcune so-
lennità il Irono episcopale , dui vescovo
si compiute la benedizione papale.La cap-
pella del ss. Sagramentoha un altare or-
nato di bei marmi, e con vaga balaustra,
il (|uadro di s. Salome o come altri dico-
no di s. Maria Salonie, protettrice prin>
cipnle della cillù e diocesi, è di pregevo-
le peimello; e buoni dipinti sono pure i
laterali esprimenti l'uno il martirio di S.
Stefano, l'altro i ss. Gio. e l^aolo. Meri-
ta pur menzione il dipìnto di s. Bartolo-
meo apostolo, nella 2." cappella della na-
ve simstr-a. A cornu Epistolae<\v:\\'a\\.a-
ve uìaggiore trovasi l' importantissima
Ciippeila detta [{Santuario oSanclaSaii'
clornni per la gran copia delle ss. Reli-
«jMiecheivisi venerano disanli e di mar-
lui, ed è con somma decenza custodita,
e gelosamente chiusa da porta con due
chuivi, riferisce Marocco: ciò è inesalto..
Dappoiché anticamente due chiavi non
f^hiudevanorjueslosantuario, ma una cu-
stodia di ss. Ueli(|uie allora s[icttanti ni-
J'msigne monastero di Casamari, per cui
Mua chiave leuevasi da'nionaci e l'altra
«lai capitolo. E ciò perchè nella festa del-
l' Ascensione quelle ss. Reliquie con so-
lenne pompa t:ccle!)iaslica si portavano
nella chiesa tie'ss. Gio. e Paolo della ba-
dia slessa, e con eguale processione si re-
sliliùvuno nella c^tlcih'ulc. iMpiucessodi
VER 9
Jempoinsoi'li in tali trasporti ripetuti con-
trasti, non ebbe più luogo 1' annua tra-
slazione, restando nella cattedrale senza
più i monaci custodire una delle cliiavi,
o per concordia o al certo di fatto, restan-
do così soppresso il diritto, che quasi da
un secolo si tralasciò di reclamare. Può
leggersi il cap. &'.Di\>oruinR('liquuie,qHae
ad Casaemarii monasleriuin pertinente
nella Bre\>is Historia M onaslcrii s. J\l(i-
riatt et ss. Johannix et Pauli de Casae-
mario, da dove ricavo che l'abbate com-
mendatario del medesimo cardinal Ba-
nelli Alessandrino nel 1572 trasferì nel-
la cattedrale le ss. Reliquie e quali in li-
gneicftie annnrii, ubi conditac sunt, da-
vis altera penes claustraleni coenobil
aìibateni, altera pcnes antiquioreni ca-
thedra lis ccclesiae canonicuni custodi'
tur. Oltre il busto di s. Salome, e quelli
de'suoi compagni ì ss. Biagio e Demetrio,
tutti d'argento, e di cui più sotto, nel san-
tuario delle ss. Reliquie sono le princi-
pali. I corpi di nome imposto nella loro
in venzioiie,de'ss.liluininata, Albano, Do-
nato e Giustina. I corpi di nome proprio
(ie'faiiciulli ss. Felice e Teodoro, e della
madre dell." s. Faustina martìri, ciascu-
no rinchiuso in urna «li legno dorata, di-
fesa da crijitalii. Egualmente sono di nu-
me proprio i corpi de' ss. Placido, Vin-
cenzo fanciullo, Benedetto e Innocenzo
martiri. Vi è pure gran parte del cranio
dis. Toinmasodi Cnntorbery. Dentro va-
ghissima cassetta d'avono, ornata di su-
perbi bassorilievi, esprimenti però cose
favolose, sonovi altre ss. Reli(|uie: appar-
tenne già al celebre monastero di Trisiilti
{J-), che secondo il Cluverio era confine
de' marsi e ilegli ernici. Due altre custo-
die di forme goliche, d'argento dorato e
con intagli, contengono altre ss. Relicjuie.
Queste, dice il Marocco (che ho al solilo
corretto) erano dell'insigne monastero di
Casamari, che descriverò in fine, e ve n'è
memoria nella minore con l'epigrafe: H:
op. j'ecit fieri. Dvrnp. T. Bos. f^er. Ab.-
basCuòamarii.L'ahìlo religioso di 5. Già*
IO VER
corno (e non tli s. Giovanni come scrisse
il Marocco) «Iella IMarc.i; il quale abito
essendo uno di quelli con cui di quando
iu quando sogliono i divoli rivestirne il
proprio corpo, sembra non doversi rigo-
rosamente considerare per identica reli-
quia. Il bellissimo Hreviarioin pergame-
na di s. Lodovico arcivescovo di Tolosa
scritto con carattere gotico, donalo dal
vescovo Cipriani. Una gran Croce di ar-
gento dorato, con molta diligenza lavo-
rala, ed ornata da getnme preziose e co'
simboli de'ss. Evangelisti. L'Ughelli, /•
tnlia sacra, 1. 1 , p. i 386: Fer ulani Epì-
scopi, dice che a suo tempo nella catte-
drale fra le ss. Reliquie si veneravano, del
Legno della ss. Croce, ciijus portio non
pan'a in Criice argentea auro puro cir-
cumdata vidcliir. Il braccio destro di s.
Matteo apostolo, notabile porzione del
capo de'ss. Gio. e Paolo (queste ss. Reli-
quie appartennero al suddetto monaste-
ro di Casamari, e descrivendolo ne ripar-
lerò), il capod'una delle ss. Vergini com-
pagne di s. Orsola, due ss. Spine, il dito
eli s. Biagio vescovo e martire, oltre al-
tre. Ma eziandio vi comprese i corpi di
s. Maria Salome, e de'ss. Biagio e Deme-
trio, che invece riposano nella chiesa del-
la Santa, come sono per dire. Qui inlan •
to devo avvertire, che dal X'j^i in poi di
tali corpi nella cattedrale non vi è resta-
to che la sola testa di s. Salome, custo-
dita da molti secoli in busto di argento.
Laonde trovo troppo generica l'espres-
sione che leggo nelle 3 ultime Proponi-
zioni Concistoriali (F.): in Cathedrali
plures praesto siint insigne^ ss. Beli-
quiae,praeserlim corpus s. Marine Sa-
lorne, stimma veneratione adservatae.
Si prese la parte più nobile pel tutto, il
che tante volte, come ripetutamente no-
tai all'opportunità, produsse gravi que-
stioni contrastandosi più luoghi il posses-
so d'un medesimo corpo. 11 capitolo si
compone della dignità dell'arcidiacono, e
di i5 canonici comprese le prebende del
teologo e del penitenziere, di 4 benefìcia-
V EU
ti, e di altri preti e chierici per l'iifllzia-
lora divina. L'arcidiacono gode l'uso del -
le vesti prelatizie , ed i canonici quello
della cappa magna sul rocchetto, ornala
e foderala di pelli nell'inverno, e di seta
nell'estate. I beneficiati indossano la sem-
plice cotta. Leggo nel Garampi, Memo-
rie ecclesiastiche, che nell'erudita storia
mss. di questa città, compilata dal vero-
lano prelato Vittorio Giovardi (si può ve-
dere l'opera dedicata a tal prelato da P.
Roberti, Polymalhia seu scientìarum //o-
/i/f'rz, RomaeiyS'Z, fyp. Casaletti), ch'e-
gli reputava degna di vedere la pubbli-
ca luce,avea osservato parecchi documen-
ti raccolti da quel dotto per provare, che
questo capitolo osservò un tempo la Fi"
ta Canonica, perdi cui norma si servi de'
canoni del concilio celebralo in Aix la
Chapelleo AqnisgrananelI'SiG, trascrit-
ti in un antico codice ad uso di essa chie-
sa, quale ora si conserva nella biblioteca
Vallicelliana segnato B. 32. In un istru-
mento dell 356 vedesi menzionato. Dar'
mitorium Ecclesiae Ferulanaej e\n al-
tri, Dormitorium, uhi Dii'inuni celehrn-
tur Offìciwn (forse in tempo di notte o
d'in verno). Dalle boi le de'Pa pi da Pasqua-
le H del 1099, fino ad Innocenzo IV del
I243> apparisce che comune fu fino al-
lora la mensa al vescovo e al capitolo. Nei
1446 i canonici erano duodecim nume-
ro in communi i'ivenles, ed Eugenio IV
fu il primo a dividerne le prebende. Dis-
si già, chehaudprocul ab cathedrali di'
stat Episcopale palati um, quodveterent
praefert structuram, at nntlam cxposcit
reparationem. L'arcidiacono di padro-
nato passivo fu istituito insieme con tre
canonicati nella cattedrale da Pietro Ja-
boni ed eretto con suo testamentodel 1742,
trasferendo la detta dignità iu perpetuo
ne'soggetti idonei della famiglia Bisleti,ed
in mancanza di essi supplisse il concorso;
ed egualmente chiamando n'3 canonica-
ti i soggetti parimente idonei delle fami-
glieMellonj, Torti (oraCampanari),ePer-
ciballi di recente estinta, ed in deficica*
VER
za (li esse si nominano altre patrizie fa-
iTiiglie verolane. Tale istilozione nel de-
corso d'un secolo si è resa illustre per a-
ver dati alla Chiesa le seguenti dignità e
personag2;i.i." Da arcidiacono di Veroli
Cesare Ciescenzi de Angelis oriundo di
Torrice, nel i ySS divenne vescovo di Se-
^a\ e poi deputato visitatore apostolico di
Corsica. 2.° Andrea GinslinianoSpani pa-
trizio verolano nel iy66 gli successe nel
vescovato. 3. "Pietro StefanoSperanza cit-
tadino verolano neh 777 vescovo d'Ala-
tri. 4'° Deodafo de'marcliesi Bi$leti,indi
prelato di giustizia, e governatore di Ca-
gli, Narni e Fano, morto nel 18 25. 5°
Giuseppe Bisleti morto nel 1847 canoni-
co della basilica Vaticana. 6.° Mg.' Ca-
millo Bisleti, di cui vado a parlare.7."i\1g.'
Giuseppe de'marchesi Ferrari di Cepra-
no, esordì l'ecclesiastica carriera col ca-
nonicato Torti in Campanari, come figlio
d'una della medesima famiglia e patrizio
verolano, al presente degnissimo Teso-
riere, generale. La memorata piazza di
forma triangolare si prolunga all'indietro
della cattedrale, e mediante l'appendice
d'un'altra piazzetta, formata dall'angolo
(lei seminario, viene questa fronteggiata
dalla facciata della chiesa concattedrale
sotto il titolo della patrona gloriosa s. Sa-
lome, che dopo la Passione del Uedento-
re e la I.* persecuzione mossa da'giudei
alla chiesa di Gerusalemme, vi portò la
sua fede, di che e di quanto riguarda la
santa, ragionerò descrivendo l' avventu-
rosa epoca dell'introduzione del cristia-
nesimo in Veroli. Questo tempio fu in-
grandito dopo che il terremoto del 1 35o
lo ebbe distrutto, tornandosi a deporre
nel luogo slesso dell'invenzione, avvenu-
ta neliaog, le ss. Reliquie della Protet-
trice, disperdendo così le cure e le spese
che vi si erano impiegate, al cui effetto
il Papa Giovanni XXII con sua lettera
del I 329, pressol'encomiato archivio del-
la cattedrale, avea infervorato il popolo
a contribuire limosine col premio d' in-
dulgenze; e ciò forse ad istanza di Gio-
VER II
vanni da Veroli, ch'era suo notaro in A-
vigrione, come apprendo dal Garampi,
che tra gl'inventarii della camera aposto-
lica del 1824 trovò scritto: Suniinae di-
ctiiminiun (per formolario di lettere), qui
fnemnt quondam Johannis de P^ernlisD.
Papne NoUirii. Affinchè poi la chiesa in-
signe di s. Salorae fosse degnamente uf-
fjziata, la pietà del vescovo, capitolo e co-
mune di Veroli implorarono ed ottenne-
ro che venisse unita alla cattedrale nel
1348; quindi nel t35o essendo rimasta
distrutta, come raccontai, dipoi nel 1 4*29
con breve di Martino V fu nuovamente
riunita alla stessa chiesa, ed il comune di
Veroli la dotò con beni. Mg.' Zauli ridus-
se il tempio a miglior forma ed elegan-
te architettura, fu poi decorato di faccia-
ta con caritativi sussidii nel vescovato di
Tartrvgni: ma di sua erezione, riedificazio-
ni e abbellimento riparlerò a* suoi luo-
ghi.Ka 3 navi, la media essendo lunga cir-
ca 200 palmi: ha nel suo mezzo e rim-
pelto all'altare nraggiore, la marmorea
confessionecon due belle simili scale, imi-
tante la Vaticana, dove si conservano in
grandissima venerazione lereliquieo cor-
pi di s. Salome, e de'suoi compagni i ss.
liiagio e Demetrio martiri, in due urne
di marmo falle d'ordine del nominata
pastore: ne'sagri sotleiranei si mostra il
luogo in cui 8*17 ottobre i35i furono
rinvenute le dette sagre spoglie, riposte-
vi nell' invenzione del 1209, quando il
detto terremoto distrusse la chiesa, onde
furono trasportate a'25 maggio 1 352 al-
la cattedrale, e vi restarono sino al 1 74^*
nel quale anno si riportarono in questa
loro chiesa, rimanendo nella cattedrale
la sola testa di s. Salome custodita in bu-
sto argenteo, come narrai. Nella mede-
sima chiesa vi èuna heWaScala santa,c\\Q
ne' concessi tempi gode le stesse indulgen-
ze di quella di Roma, accordate da Rene-
detto XIV neh 751, come lo attesta la la-
pide. Il Marocco che visilò questa con-
cattedrale, loda le magnifiche pitture a
fresco della cappella dì s. Francesca ro-
t% VER
ninna, ed Ivi è il deposito di Fi'ancesca
Antonia Leni, decoroso siccome formalo
di marmo bianco, elevandosi dal suolo
da un rozzo macigno, su cui stanno se-
denti due statue marmoree di grandezza
nalurale,esprimenti una la Giustizia, l'al-
tra la Pietà: in mezzo ad esse è lo stemma
gentilizio della defunta, le figure reggen-
done l'urna, cioè la i .* cogli omeri, la a."
col braccio sinistro. L'immagine della Le-
ni è scolpila sull'urna, sovrastandoii no-
bile monumento una fenice tra le fiam-
me, ed in alto parimenti vi è scolpita la
mezza figura della Leni in marmo bian>
co,avenlea'lali due vaghissimi putti, che
sostengono un panno in cui si legge la pro-
lissa e onorifica iscrizione sepolcrale. Ri-
prodotta dal Marocco, la si dice nobilis-
sima e virtuosa, figlia unica di Francesco
patrizio romano, morta neh 645: Quem
Sacellisereclis - Laudaliae de Miraldis
ma tris - A Monte Gallo in Piceno oriun-
dae ac-Vendanae civis-Ainor erexit itti
i/iatrem fìliae dolor Exaniinavit - Hinc
monumento hoc amoris etdoloris est. La
chiesa collegiata e parrocchiale di s. E-
rasmo, in origine di gotica struttura, ven-
ne ridotta nel secolo XVII con moderno
disegno, tranne il suo bel portico ester-
no che conserva l'antica costruzione, e
vi si ascende per doppia scala. Si divi-
de in 3 navi , semplici ma ben disposte,
ed è forse la più elegante chiesa di Ve-
ruii. Il Marocco ci diede 3 iscrizioni esi-
stenti nella medesima. Una eretta dal-
l'encomiato prelato Giovardi, per pe-
rennare il memorabile soggiorno fatto in
Veroli nel contiguo monastero da Ales-
sandro III, sussistendo ancora la cappel-
la da lui consagrata. Un grandioso e pre-
gevole dipinto rap[>resenla quel zelantis-
simo Papa, che assolve l'imperatore Fe-
derico I. Le altre due lapidi sono collo-
cate nella nave sinistra, co'ritratti in for-
ma di cammei, in onore de'nobdi vero-
lani cav. Nicola Nocchiaroli consigliere
ilell'imperalrire Maria Teresa, e di Gio.
liuttiita Nucbhiuruli dignitariu della cut-
VER
fegiata di 9. Paolo e protonotario aposto-
lico. Così il Marocco^ ma io non glielo
posso concedere,poichè le lapidi ed i cain •
mei di iVocchiaroli sono nella c;iltedrale.
Scrive il citato Ughelli: >» Incivitate 7 pa-
rochiales Ecclesiae visuntur, inler quas
insignis canonicorum collegiata s. Era-
smi, quam s. Benediclum abbatem, hu-
jiispraeclari Martyrisstudiosissimum, e-
rigendam curasse afTlrmant acta s. Pla-
cidi. Habet haec Ecclesiae canonici una
cumCapituloVerulanae Ecclesiae in ele-
etioni DOVI Episcopi votum ferebant ex
diplomate Gregorii IX datum Laterani
5 idus roaii an.i," cioè nel 1227. E" fa-
ma che ivi sorgesse un tempio pagano in
onore di Cerere e di Apollo, S. Benedet-
to, reduce da Subiaco, verso il 527 get-
tò le fondamenta della chiesa e del mo-
nastero, co' mezzi somministrali dal ve-
rolano Valentiniano; partendo poi per
Monte Cassino a proclamare il suo or-
dine e la regola meditata a Subiaco, ne
lasciò la cura a'ss. Placido e Mauro, che
n s. Erasmo l'intitolarono. I monaci be-
nedettini possedettero la chiesa e il mo-
nastero sino al declinare circa del secolo
XI. Istituita la collegiata di canonici se-
colari, ed è insigne, perciò la dignità fu di-
chiarata abbatemitrato, il quale per privi*
legio pontificio, 4 volte all'annOgin coro ve-
ste sopra il rocchetto la mantelletta e la
mozzetta nera, olire il distintivo della mi-
tra, nel passatosecolo concessogli. I 16 ca-
nonici indoisanoil rocchettoe la cappa di
seta rosacea foderata paonazza e con fioc-
chi eguali, ed i 6 beneficiati adoperano
la semplice cotta. Tale è il capitolo col-
legiale di s. Erasmo, il cui archivio pos-
siede interessanti pergamene. Il canonico
Alessandro verolano, eletto nel 1282 ve-
scovo di Teramo, invece di accettare, la-
sciata la collegiata di s. Erasmo, eroica^
niente professò la regola de' frati mino-
ri, come attesta il p. Casimiro. Tra le ss..
Reliquie che si venerano in s. Erasmo,
vie un'anca del corpo di s. Salome. L'al-
ita cl^esa collegiata e parrocchiale di ^
VER
Paolo e di moderna ricostruzione, in Por*
ma di croce greca, sovrastata da svelta ed
elegante co|)oIa:nel disegno partecipa del-
la sontuosa e beila chiesa di s. Agnese a
piazza Nflvona in Roma. Il suo capitolo
si compone della dignità dell'abbate e di
8 canonici. L'nbbale indossa la tnanlel-
letla nera sopra il rocchetto, ed i cano*
nici vestono il rocchetto e la mezzetta
paonazza. Un beuefìciato assiste all'uni-
zio divino. Oltre le descritte 3 insignì
chiese parrocchiali, esistono in Veroli le
chiese parrocchiali dis. Angelo, di s. Cro-
ce, la suddetta dis. Leucio, e quella an-
tichissima e ristrettissima di s. Maria de'
Franconi, di cui vado a ragionare, e tut-
te e 7 sono fornite del battìsterio. Vi è
la chiesa pure parrocchiale di s. Maria
de' Franconi, e \\ monastero delle mona-
che benedettine numeroso, le quali han-
no la farmacia. IN'arra il p. Casimiro da
Roma, che il monastero fu alzalo da'fon-
damenli nel 1 58o dal vescovo Battisti, il
quale per tale effetto fece trasportare da
Subiaco, da Alatri e da Guarcino alcu-
ne religiose dell'ordine di s. Benedetto,
acciò ammaestrassero nella regola quel-
le che ne aveano abbracciato l' istituto,
come si ha dalle memorie del monaste-
ro e apparisce dall'istrumento rogato per
gli atti di Gio. Antonio Rossi li 9 luglio
l5do, io cui si fa palese la cessione, con-
cessione e donazione fatta dall'abbate e
chierici di questa chiesa, del sito conce-
duto per fabbricarvi il nuovo monaste-
ro, obbligandosi le monache in perpetuo
a pagare scudi 7 nella festa dell'Assunta.
In un mss. comunicato in Veroli al p. Ca-
simiro lesse, che il monastero in discorso
fu edificato ex pnblico Civitatìs voloj
e clìt l'abbate di s. Maria de'Franconi è
dello nelle bolle ^onì'\ f\c\t parochiis mo-
nialium s. Marine de Franconibus.fieì-
la chiesa vi è dipinta in grande affresco
l'Assunzione della B. Vergine co'Xll A-
postoli in ligure oltre il naturale^di pen-
nello maestro e originale. Vi è l'abbate
eoo 6 beneficiali. L'unito monastero del-
VER i3
le benedettine venne dotalo di fondi dal
comune, ed ora è cospicuamente in flo-
re, anche per vasto fabbricalo e facoltà.
VI avevano un convento i frati agostinia-
ni, ma dopo la soppressione decretala dal
governo francese, non vi furono più ri-
stabiliti. 1 minori osservanti nell'estremi-
tà della città, egià nel suo suburbio, tut-
tora hanno l'elegante e ben tenuta chie-
sa di s. Martino vescovo, con ispazioso
convento e biblioteca. Il p. Casimiro da
Roma ne fa la descrizione, nell'opera ci-
tata in principio: cap. 27, Della chiesa
e del com'ento dis. Martino presso a Ve-
roli. Egli dice, poco prima di giungere
alla città, essendo allora fuori di essa, in-
contrasi la chiesa fabbricala dal vescovo
Leto 1 o Leone I in onore di Dio e di s.
Martino, e da lui consagrata a't22 agosto
I 127, collocandovi molle reliquie di >aH-
ti, come si trae dal documento che offre,
cioè una memoria scritta nel muro del
coro dietro l'altare maggiore. Fabbricò
nncorn, lo slesso prelato, un monastero
contiguo alla chiesa, nel quale dipoi fu-
ronvi introdotte le monache benedettine,
le quali vi dimorarono sino alla metà del
seco lo XV; imperocché erano ridotte allo-
ra le religiose a sole 3, ne potevano altri-
menti vivere se non colle limosine sponta-
nee offerte da'fedeli,e ciò per essere stalli
beni del monastero quasi lutti alienati e
brullamente dissipali. Laonde la città di
Veroli ricorse al l'apa Nicolò V, perchè
concedesse il loro monastero e chiesa a
frali minori, obbligandosi il comuned'as-
segnare alle superstiti monache ona con-
grua abitazione, e di provvederle di so-
stentamento e altro durante la loro vita.
Alla quale richiesta il Papa benignamen-
te condiscese col breve Sacrae Religio^-
/2/.y, de'3o gennaio i449. che esibisce lo
slesso p. Casimiro, e diretto a s. Giovan-
ni da Capistrano vicario dell'ordine, ed
a' frali minori osservanti. Giustamente
qui osserva il p. Casimiro, pel riferito, la
falsità del credere alcuni, che le monache
beoedeiline odierne dis. Maria de'Fran^
i4 VJER
coni derivino da quelle di s.Marlino.Que-
sta chiesa d' una sola nave, abbastanza
larga e lunga pe'suoi i o altari laterali, nel
1738 fu coperta colla volta e rinnovato
l'altare maggiore, sul quale per l'iunan-
zi si alzava un grande tabernacolo di le-
gno, con 3 iscrizioni conservateci dal p.
Casi mirojche dicono a ver lo fatto nel i56i
Tommaso Campanari civis vtrulanus ad
onore del ss. Salvatore e della D. Vergi-
ne, in aumento del divin cultore che poi
nel 1 596 l'ornò il nipote Stefano Campa-
nari /. /'. D. Di più riporta 7 isciizioni
sepolcrali di tombe gentilizie, l'ultima es-
sendo un epitaflio in versi. Lai.' è lun-
ga e comune a'due nominali Campana-
ri con elogi, riportata anche dal Maroc-
co : Stefano si dice pure cittadino roma-
no, vicario generale di Monreale e di A-
versa, governatore di vari luoghi dello
stato pontificio. Fra le ss. Reliquie, oltre
quelle della ss. Croce, di s. Martino e di
s. Antonio di Padova, vi è del mantello
di s. Giovanni da Capistrano, prodigioso
pe'malati di febbre, il quale nel 1 449 P'*^'
se possesso del convento; e siccome nel
chiostro per alcun tempo col compagno
abitò in due cellette composte di vimini
e di loto, il principe ab. d. Andrea Con-
ti governatore generale di Marittima e
Canq3agna, divoto del sauto, nel 1623 re-
stauiò l'umile abitazione coprendola di
legno e ornandola di pittine esprimenti
le principali azioni del servo di Dio; fin-
ché nel 1 7 1 6, pii benefattori vi fabbrica-
rono una cappella. Altre notizie riferite
dal p. Casimiro sono le seguenti. Nicolò
III o IV concesse alla chiesa indulgenze,
pe'visilanti nelle feste della ss. Vergine e
di s. Martino e loro ottave. Nella mede-
sima vi fiorì assai la compagnia di don-
ne del lerz'ordine, osservanti la regola e
facendo professione nella chiesa. £d es-
sendo insorta lite nel 1476 tra tali sorel-
le e la comunità di Veroli , super sola-
tione coUcctarum,ct praesertim salis, fu
poi concordato che alcune di loro pagas-
ieio solauieule il sale, « le altre ancora
VER
il catasto di esso. Neli4B2 fu commuta-
ta una piccola campana della chiesa, con
altra poco più grande dell'ospedale di s.
Spirilo di R,oraa. Tornando alla chiesa di
s. Martino, avverte il Marocco, meritar-
si osservare il bel quadro della ss. Imma-
colata Concezione,non che l'elegante, per
marmi e disegno, cappella di s. Antonio
di Padova. Di più riporta l'iscrizione nel
1750 posta sopra al coro, celebrante le
benemerenze della famiglia Campanari,
Ferularuin ac Urbis Patriciae, eoa l'al-
tare maggiore, la chiesa, il convento ab-
belliti. Dopo il decretato dogma sull'Im-
macolato Concepimento di Maria sempre
Vergine, pubblicò il n.° 284 del Giorna-
le di Roma del 1 854, e lo accennai nel
celebrare il fausto avvenimento nel voi.
LXXIH, p. 80, ed al quale intervenne il
vescovo verolano mg."^ Zannini.» In Ve-
roli, città non ultima certo per l'attacca-
mento alla pietà e religione, il d'i 8 di-
cembre, sagro al trionfo di Maria Imma-
colata, i pp. minori osservanti solennizza-
rono tal festa con molla pompa. Infatti
nella loro chiesa di s. Martino, dopo un
novenario solenne, si cantarono con iscel-
ta musica i primi vesperi, e nel dì solen-
ne la messa, che si celebrava dal sig. can.
d. Giaciuto Polidori pro-vicario genera-
le. Nella sera poi ad ora opportuna si por-
tava in processione la statua dell'Imma-
colata: seguiva ancora per tutta la città
il clero, che si forma di tre capitoli, cioè
della cattedrale, di s. Erasmo, di s. Pao-
lo, non che del numeroso seminario e del-
la famìglia religiosa, e coll'intervento del
magistrato e di tre confraternite , e col
suono della banda. Intanto giunti tutti
alla chiesa cattedrale di s. Andrea, per
non essere capiente tulio il popolo accor-
so quella di s. Martino, fu recitato ivi un
dotto ed eloquente discorso dui professo-
re di teologia dogmatica e morale del se-
minario vescovile p. Gio. Battista Lom-
bardi minore osservante. Da ultimo ter-
minalo il panegirico, la processione col-
r istesso oidiue si rettiluiva alla chiesa
VER
de'sddJeUi frunccscatii, e si chiudeva la
sagia funzione con litanie in ruusica, e
benedizione della reliquia della gran ma-
dre di Dio". Alile chief^e della cillà sono
(|uelle delia ss. Annunziata, di s. JNicola,
di s. Maria de'Sacconi, il cui sodalizio o-
luoninio osserva le cosliluzioni di c|ucllo
di Boma, della Madonna ss. dell'Olivel-
lo, di s. Francesco Ciancili, e di s. Ippo-
lito martire. 11 piccolo e gentilizio tem-
pio di s. Francesco Cianciti è assistilo pel
suo cullo da 6 cappellani. In Yeroli so-
no diversi'alui sodalizi, liuomato è il se-
n)inario, il cui edilìzio è capace di con-
tenere un cenlinaio d'alunni, e secondo
il Marocco se ne contarono (ino a circa
annui 70. £' ben dotato , con pubblica
biblioteca comunale ricca e scelta di ben
1 2,000 volunu, e di 3oo e più mss. e co-
dici in pergamena con miniature elegmi-
ti. Ne fu fondatore e donatore ueìiy'j'ò
l'illustre prelato Vi tloiioGio vardijdotan-
dola con una rendita di 3o luoghi di Mon-
ti per l'assegno del bibliotecario. E' aper-
ta al pubblico quotidianamente, ed d co-
mune provvede discretamente all'acqui
sto delle moderne opere che si vanno
pubblicando. JN'el gettarsi, dal vescovo A-
steo, le fondamenta di questo grandioso
e comodo edilizio, dov'era l'antico Castel-
lo centrale, vi furono rinvenute diverse
lapidi, e varie teste e piedi di terra cot-
ta, stimale dagl'iulendenti antichissime,
per la qualità e coltura della terra. Rap-
presentano i Cabiri e altre false divinità
adorate da'lirreni pelasgi. Nella detta bi-
blioteca^ oltre il conservarsi diversi ritrat-
ti d'illustri verolani , come del senatore
Andrea, e de' letterati Sulpizio e Palea-
rio, de'quali ragionerò più avanti, vi so-
no circa 12 teste di Numi etruschi in ter-
ra colta, una bella testa d'alabastro, for-
se esprimente Giove o Esculapio.ed un
cimiero antico. Gli alunni, a ricreazione,
vi hanno un grazioso teatro a 3 ordini
apposilamenlefabbricalo, eper villeggia-
tura un grande casino subuibano silua-
tou Fojauo a due miglia dalla città. Quc-
V E Pi 1 5
sto seminario ha dato alla letteratura ed
alla Chiesa |)iù uomini distinti, anche nel
nostro secolo, come il cardinal Carlo /'/z-
zardclli e il prelato Stefano suo fratello,
l'abbate Pallocchi di VoCi,eiia\\' Unii'cr-
silà lluiiiana i professori Giuseppe Man-
giatordi e il vivente cav. Paolo Volpicel-
li. Inoltre l'educazione ha in questa cit-
tà alcune utili istituzioni, fra le quali la
scuola delle fanciulle, la scuola elemen-
tare, le scuole comunali riunite nel semi-
nario, e quella di diritto civile e canoni-
co, generosamente fondata da'nobilì ve-
rolani fratelli Franchi nel 1 538 con ol-
tre 3oo scudi per stipendio del professo-
re. Per recente istituzione del fu can. d.
Pietro M.' iMobilj, ben presto vi saranno
introdotte le nuinachelle o conservatorio
di suore francesi per la pubblica istruzio-
ne delle donzelle. 1 beni legali ad hoc dal
benefìcoverolano, consistono in una buo-
na casa, che servirà al pio luogo, ed una
rendila conveniente al comodo sostenta-
mento delle religiose. Non mancano al-
tri stabilimenti benefìci. Cu ricco, como-
do e spazioìio spedale, unico nella pro-
vincia, serve agl'infermi: un altro vicino
à porta s. Croce, è pe' poveri pellegrini.
Leggo nel DiilL Rom. coni. 1. 1 1, p. 4 « 2,
d breve di Pio VII, Insignis in paupc-
res, de'28 settembre 1802, per l'istitu-
zione dell' esistente monte frumenlario,
colla dote di scudi 2,000, ad istanza del
vescovo Rossi che lo fondò, contiibuen-
dovi il comune e l'intera città, per esser*
si il prelato C(nnmosso per la carestia pa-
tita nel precedente anno; per cui il Pa-
pa rassoggellò in perpetuo all'immetlia-
ta e privativa giurisdizione del prelato e
de' vescovi suoi successori , adiilandosi
l'amniinislraziunea duedepulali, uno ec-
clesiastico, l'altro laico, dovendo riuscire
a benefìcio de' poveri. Le oneste e biso-
gnose zitelle ricevono dotazione per be-
nefiche disposizioni d'un Filonardi, d'uu
Cono, d'un Campanari, e di un can. d.
Dontenico Trulli in premio alle istruite
nella doltrina cristiana. FiDalmenle vi
l6 VER
è il (entro comunale, die per i'ordinnrio
agisce in alcune sliigioni, e parlicohinneri-
(e nella stagione di carnevale, eziandio
con musiche isirumentali e vocali; e vi
sono due società, la filodrammatica e la
filarmonica-strumentale col maestro di
n)usica proprio. Quest'ultima accademia
e congregazione fu istituita legalmente
Sbtto l'invocazione dis. Cecilia e di s. Sa-
lome. L'orchestra è dirella dal mae-
stro prò tempore, e dal professore vio-
linista Luigi Cubali verolaiio, aggrega-
to per concorso pubblico nel iSSy alla
poulidcia accademia di s. Cecilia di Ho*
ma nella sezione degli strumentisti. Ev-
"vi eziandio il concerto civico approvato
dalla superiorità, e distinto da militare
divisa. — Anticamente Veroli si resse a
repubblica, confederata colle città erni-
che. Sotto i romani pure, governandosi
quasi a repubblica, col carattere di libe-
ro municipio romano, essendo stata an-
che colonia , avea perciò l'ordine o col*
Icgio de' decurioni, da' quali a imitazio»
ne del senato romano si estraevano i
consolli veniva retta da'duumvirì, e con*
lava 3 collegi sacerdotali formati da-
gli augustali, da'severali, da'dendrofori,
come si ha dalle antiche lapidi, due del-
le quali e riprodotte dal Crescenzi ne'
Cenni storici, a p. 3*7, esistenti nella i.*
sala comunale. Caduto l'impero romano
fu governata da' consoli, da' podestà^ il
1.° de* quali fu Papa Bonifacio Vili, e
tale fu eletto nel 1299 da ydletrij quin-
di da'cardinali prefetti, o legati o gover-
natori, poscia da'iiindaci, indi nel 1699
e col distintivo delia toga senatoria da'
conservatori, e (ìnalmente An gonfaloni e •
ri nel civico reggimento. Il comune e la
città hanno a protettore un cardinale, ed
al pre:«enle lo è il cardinal Mario Matlci
sotto-decano del sagro collegio, arcipre-
te Valicano e pro datario. Abbiamo lo
StatutnmCivitatis Ferularunìy Velilris
1 657, lypographia Caroli Bilancioni. At-
ferie ilUanghiasci nella Diblìografta del-
lo stalo po/iti/icio, che nel priucìpto di
VER
tali statuti vi è V /Ustoria Civitalis /'V.
rulì. Quello che sì conserva in pergame-
na, donde fu ricavato parte del pubbli-
cato, è l'antico n[)provato da Eugenio
IV nel i446>^ poscia fatto riordinare dal
cardinal Quignones nel 1 54o. Veroli da
antichissima epoca vanta l'ordine della
nobiltà, distinto sempre dagli altri, e con-
fermato da'principi e da'Fapi, precipua-
mente Eugenio IV. Le sue auliche fami-
glie furono nuovamente ascritte a tale or-
dine da Clemente XI li 8*^19 settembre
1767, il che confermò nel 1780 Pio VI,
in uno al diritto privativo che godevano
gli stessi nobili alla dignità della prima-
ria magistratura. Tale diritto venne am-
pliato da Leone XII, e meglio determi-
nato da Gregorio XVI con breve de' t 3
settembre i83v5. Di più Clemeute XIII,
la cui famiglia Rezzonico trova vasi ascrit-
ta al patriziato verolano, come pure la
nobilissima degli Albani, neli7Go asse-
gnò alla città un governatore nominato
con breve apostolico. Ed il suo predeces-
sore Benedetto XIV nel i 752 in una bol-
la diretta al capitolo della cattedrale, e-
numerò i meriti e la nobiltà delle chiese
efamigliedi Veroli. Diceil Marocco.»» Di-
stinte e illustri famiglie onorano Veroli,
fra le quali principali sono quelle de'mar*
chesi Campanari e de'Bisleti, e questi se-
condi si può dir francamente che serbi-
no aperto all' indigenza ed al viaggiato-
re il loro nobile palazzo". Apprendo dal
Novaes, nella Storia di Dtnedetto XI V,
che quel Papa nel 1753 die' il titolo di
marchese alla famigliaCampanari di Ve-
roli, ove (in dalr4oo era aimoverata ira
le consolari della città, e da più secoli ag-
gregala alla nobiltà di Orvieto e di To*
di , diversi individui della quale furono
cavalieri geri;solimitani, erigendo la loi o
tenuta di Castel Massimo in inarchesalo.
II Marchesi, Galleria dell' onore, t. *,
p. 558, dopo aver celebrato Veroli qua-
le emula delle più antiche città del La-
zio, per vanto di remotissima fondazione,
e che per rrucosluiiza delle cose inouda-
VER
ne decadde dalla sua grandezza, aggiun-
ge che furono ammessi al cospicuo ordi-
uè equestre di s. Stefano I, nel 1 728 Pio
del marchese Ferdinando Bisleti , e nei
1780 Desiderio figlio del marchese Pio.
Ascrìtta la famiglia Cisleti, come la Cam-
panari, alla nobiltà romana e napoleta-
na, nel 1775 conseguì il titolo di mar-
chese dal re di Polonia Stanislao Ponia-
lowski. Il regnante Papa Pio IX nel 1 847
fece vescovo di Ripatransone (^.)mg/
Camillo de' marchesi Bisleti (già in pa-
tria vicario generale e capitolare, ed ar>
cidiacono della cattedrale, padronato di
sua illustre famiglia), quindi nel i854 lo
dichiarò i." vescovo di Corneto e Civita-
vecchia , per quanto ho riferito nel voi.
LXXII, p. 275 (per cui gli successe de-
gnamente l'attuale venerando vescovo di
Ripatransone mg/ Fedele Bufarini pa-
trizio di Tolentino e di Recanati sua pa-
tria, nella quale fu vicario generale e ret-
tore del seminario, la cui consagrazione
e ingresso il eh. marchese Filippo Bruti
Liberati con animo esultantecelebrò con
due Memorie erudite). Nello slesso 1 854
la tipografìa Taflei di Ripatransone pub-
blicò : Ne' solenni ingressi nelle Calle-
drali di Corneto e Civitavecchia di S.
Ecc.za Rma mg/ d. Camillo de' mar-
diesi Bisleti patrizio Vendano e Cu-
prense ossia Ripano ce, primo vescovo
di delle diocesi riiinile trasferitovi da
questa sede di Ripatransone. Al degnis-
simo prelato in attestalo di profondo os'
scquio e venerazione , offre e dedica il
marchese Fi lippoBrutiLiberati la XXII
Memoria sul Seminario Ripano. Il eh.
autore, che colla sua IV Memoria sulla
Cattedrale Ripana ne avea solennizzato
Tinaugurazione, in questa chiama fortu-
natissima la nuova diocesi per l'acquisto
di tanto pastore, e compiange la Ripana
per averlo perduto dopo uu settennio,
sembrali 7 giorni, e ciò pe'tanti vantag-
gi spirituali e temporali da essa provati,
e tanti altri ne preparava il suo gran cuo-
re e la sua gran mente alla città e alla
VER 17
diocesi. Gli uni e gli altri con riverente
alfelto enumera e celebra, ed io solo ri-
corderò la preziosa pianeta e il gaio fal-
distorio donali alia cattedrale, e 1' aper-
tura nel i853 dell'orfanotrofio o parle-
notrofìo, tanto sospirato, affidandolo col-
l'ospedale alle cure delle suore figlie della
Carità ec. ec; esprimendo altresì il gene-
rale vivissimo rammarico per la sua di-
partita, de' diocesani e d' ogni ordine di
persone. A ciò che pubblicò sulla illustre
famiglia de'marchesi Bisleti, desumendo-
lo da' mss. del verolano can. Crescenzio
egli dice (poiché sebbene graziosamente
mi favorisce tulle le sue pregiatissime/I/e-
tnorie, con pena non ebbi quanto vado
con lui a ripetere, cioè la XVIII Memo-
ria sulla cattedrale Ripanayche ne con-
tiene le notizie, e scritta in occasione che
la virtuosa nipote del prelato vestì in Ru-
ma l'abito religioso dell'adoratrici del ss.
Sagramenlo, col nome di suor MariaGiu-
seppa Clotilde dell'Incarnazione, la cui
solenne professione volle pure segnalare
colla XX Memoria sulla cattedrale Ri-
pana , che per di luì ^benignità posseg-
go), dal medesimo trasse quanto si legge
nella tomba gentilizia, sotto l'anticostem-
ma formato da 3 fenici volanti verso il
sole, ora accresciuto con altre inquarta-
te armi e colla croce dell'ordine di Mal-
ta o gerosolimitano: Ut Phoenix vixil,
vivet Bisletae propago. - Bis laeta in ter-
ris, laetior in Superis. Altre nobili, pri-
marie e ricche famiglie sono quelle de'
conti Paolìni, de'Franchi, de'Mellouj.de-
gli Antoniani, de'Perciballi e altre, secon-
do il citato cav. Palmieri. Aggiungerò,che
neh 775 dal cardinal d'Aragona (ne vi-
veano due,Domenico Orsini ministro del
re delle due Sicilie, e Pasquale Acquavi-
va) si concesse il titolo di conte palatino
alla famiglia Paolini. La famiglia Fran-
chi trovasi ascritta al patriziato romano
fin dal 1600. La famiglia Perciballi ora
si è estinta nel febbraio iSSg, vantando o-
rigine normanna da un Percibaldo. Eb-
be diversi illustri: un Cecco Perciballi era
VOL. XCIV
lw>einfvgrvt, nt/
i8 VER
castellano (iella rocca di Segni nel fatale
1 557, restando ferito nell'impresa degli
spagnuoli. Il di lui figlio Giambattista fu
creato cavaliere di s. Giorgio della mili-
zia Angelica nel i582. Domenico loro di-
scendente di venne segretario d'Uladislao
VII re di Polonia, ed ebbe presso Urba-
no \'in onorifica missione. Ultimo rara-
pollo fu il defunto nel suddetto febbraio
per nome Demetrio, di cortesi maniere
e conveniente istruzione, il quale di sue
sostanze lasciando usufruttuaria la mo-
glie, donò la proprietà alla congregazio-
ne del preziosissimo Sangue, cotrìc avea
promesso in vita al ven. fondatore della
medesima p. Del Bufalo, per l'apertu-
ra d'una loro casa in Veroli, ma senza
alcuna penale in caso di mancanza o de-
ficienza. — Oltre i nominati, molti altri
illustri verolani fiorirono sempre e in o-
gni tempo nelle virtù, nelle dignità ec-
clesiasticbe, nelle lettere, nelle armi, nel-
le magistrature , e decorati di ordini e-
fjueslri. I più antichi sono, oltre qtielli di
cui parlerò in progresso dell'articolo e de-
scrivendo Casamari. Il questore in Roma
Caio Alfio, di cui Cicerone ne tesse 1' e-
logio. Marco Elvio Prisco, parimenti m
Roma fu flamine angustale, ed in Vero-
li edile, duumviro e censore, e pel suo
merito curatore della repubblica di Po-
lenza. Severo, militòquale legato di Cor-
bui one contro i parli, e pel suo valore gli
furono afiidate altre commissioni onore-
volmente eseguite. Pretende alcuno cbe
Aricia madre di Augusto fosse di Vero-
li e dell'esistente casa Farina. Ma Augu-
sto fu originario di l'elletri [F.),e nac-
que da Attia o Azia d'Aricia, ora Eiccia
(F.), figlia della sorella di Giulio Cesa-
re. Bensì gloria verolana, secondo Taci-
to, fu Gracilia, cbe nuova amazone, per
genio bellicoso, preferì la guerra alla cu-
ra de'figlì. Un altro Severo fu console so-
stituito nell'anno io5 di nostra ern. Lu-
cio Alfio Valentino fu in patria duum-
viro quinquennale, e quindi curatore del-
la colonia Casinense: io Veroli gli fu e-
VER
retto un monumento in forma di pira-
mide, e nel suo interno era la di lui sta-
tua su piedistallo, la cui superstite iscri-
zione nella suddetta sala municipale ne
ricorda la storia. Mi disse un verolano,
cbe la statua equestie di Marc' Aurelio,
die fa stupenda mostra sul Campidoglio
di Roma, è opera d'un verdiano di casa
Civetta, e cbe lo riferisce il Tiraboscbi.
Ma il dotto Kibby, cbe la descrive e il-
lustra, coH'autorevole Fea, ripete con lui
che errò il Tiraboscbi nell'atlribuirne l'o-
pera a Papa Clemente 1 1 1 del 1 1 88, donde
prese argomento essere allora la statua-
ria in qualche riputasrione. Clemente 111
soltanto fece trasportare il colossalesimu-
lacro dalla piazza diCampoVaccino a quel-
la del Laterano.La statua era stala restau-
rata dal senato oda Costantino I, e fino da
Teodosio li ne avea preso il nome. Ag-
giunge non conoscersi l'artefice, non rile-
nendosi per verocbefu unoscbiavo atenie-
se. Tra' vescovi abbiamo, oltre quelli della
patria, che riferirò nella serie; Biagio, ve-
scovo di Cassano nel i223. Giovanni ve-
scovo di Segni nel 12700 anche prima.
Alessandro canonico di s. Erasmo, vescovo
di Teramo nel 1282. L'altro canonico di
tale collegiata Filippo e non abbate seco-
lare di s.Girolamodi Veroli (secondo l'U-
gbelli), arcivescovo di Trani nel 1288. E
nel 1342 lo divenne Andrea cittadino
e canonico verolano. Gargano Antonio
Franchi canonico di s. Maria Maggiore,
vescovo di Segni nel i43o. Eugenio IV
dichiarò vescovo di Conversano Andrea
Perciballi, iodi di Bojano enei i45'2 d'Ur-
bino; nel i^Gt. fu Iraslato a Muro, e nel
1464 a Camerino. Pietro Franchi Gian-
nuzzi abbate secolare di s. Erasmo, nel
i574 vescovo di yVlatri. Francesco Cam-
panari nobile, canonico della cattedrale e
vicario capitolare^ nel 1620 vescovo d'A-
latri. Tommaso Campanari illustre bene-
dettino nel 1619 col nome di Bernardi-
no, letterato e prefetto dell'archivio e vi-
cariogenerale della haiWa niilliiis di Mon-
te Cassino, vescovo di Ferentino: non lo
.0 ,Ì;iQwT
VER
trovo registrato dairUghelli. Imperocché
Dell' alto che Urbano Vili l'avea nomi-
nalo a tal vescovato cessò di vivere. An-
tonio Ascanio de Gasperis da collaterale
<IiCampidoglio,vescovodiMarsineliG5o.
Fortunato Bisleli vescovo di Cissamo in
pariìhns nel lyoo. Silvio Cavalieri com-
missario della camera apostolica, volante
di segnatura, consultore del s. ofGzio, ar-
civescovo d' Atene inpartibus nel 171 2,
morto in Roma nel 1 7 1 7 e tumulato in s.
Eustachio in deposilo con iscrizione. Gio.
Francesco Bisleli nel 1721 vescovo di Ca-
gli, nel 1726 trasferito a Segni. Andrea
suddiacono e cappellanod'Onorio III, da
questi fu delegato alla ricupera dell'Emi-
lia e del ducato di Spoleto. Nel 1 267 Leo-
nardo fupiimicerio e cancelliere per Car-
loId'AngiòneirAcaia,indida MarlinoIV
fattocanoniconellaCastiglia.CurzioFran-
chi canonico Vaticano, peritissimo teolo-
go, venne impiegato in rilevanti congre-
gazioni da s. Pio V e da Gregorio XIII.
Vittorio Giovardi nel 1 742 fatto da Bene-
detto XIV votante di segnatura, del qua-
le tribunale divenne decano, amante del-
le memorie patrie, onde in diverse chiese
eresse lapidi per conservarle, ed in quel-
la di s. Salomealla madre, riportata dal
Marocco. Il Cancellieri nella Lettera al
dJ Korejf, lodice dottissimo, morto in
Roma di 92 anni nel 1780, sepolto nella
cappella del ss.Crocefìsso,da lui eretta nel-
la chiesa dis. Gioacchino delle paololte,di
cui era stato vigilantissimo deputato. Do-
menicoCampanari prelato di giustizia e di
merito distinto, governò piii provincie, e
morto in Roma nel i 824 (u sepolto in s.
M.'in Monterone con iscrizione.Giuseppe
Bisleli canonico dell' arcibasilica Latera*
nense, facendo parte della visita apostoli-
ca di Sardegna, mori in Sassari nel 1827.
Tra'letterali fiorirono. Nicola celebre per
dottrina, fu scelto a difendere in scriplis
nel i3ii al concilio di Vienna r integri-
tà e cattolica credenza di Bonifacio Vili,
ma per l' influenza del fiero nemico di
quel gran Papa Filippo IV il Bello , la de
VER 19
strezza di Papa Clemente V fece svanire
il disposto, avendo invece avuto luogo la
difesa in un concistoro tenuto in Avigno-
ne. Questo Nicola poi credendolo alcuni
avvocato concistoriale non lo trovo nel
Cartari, AchocatoriiTii Sacri Consistorii
Syllabuni. O noi conobbe, o fu avvocato
soltanto nella curia romana.GiovanniSul-
pizio, dice il Ptenazzi, Storia delt uiwer'
sita degli studi di Roma, si rese famoso
nelponlificalod'InnocenzoVIIIdeli484i
per avere pel primo istruito la gioventù
romana a recitare e a cantare commedie,
essendo peritissimo anche nella musica.
Egli slesso si attribuisce tal vanto nella
lettera con cui dedicò l'architettura di Vi-
truvio al cardinal Raffaele Riario.un bra-
no della quale riportai nel voi. LXXIII,
p. 175, eccitandolo ad innalzare un tea'
tra nel suo palazzo della Cancelleria, e
infatti fu il i.°a rinnovarlo in Pvoma, e
v'intervenne Innocenzo Vili- Niun pote-
va più agevolmente di Sulpizio accingersi
a tale impresa: facendo scuola di lettere
umane nel pubblico studio con gran con-
corso di giovani, aveva agio quelli sce-
gliere tra loro, che sembravangli più di-
sposti e più atti per essere addestrali a
lai esercizio. Oltre il Vitruvio, che Sul-
pizio die'il i.^in luce colle stampe, com-
mentò la Farsalica di Lucano, Giulio
Frontino, Vegezio ; compose un poemet-
to latino sui costumi da usarsi a mensa,
e diversi altri opuscoli grammaticali, de'
quali il Fabricio ha tessuto il catalogo,
nella Bill. mcd. et inf. Latin., t. 6, p. 2 1 6.
Andrea de AlalrinÌ5,di antica famiglia,ce-
lebre nello studio del diritto, fu da Inno-
cenzo VI li nel 1489 creato senatore di Ro-
ma, e si diceche in tempo degli antichi ro-
mani i verolani ebbero altri 1 5 senatori.
Si vuole che l'Ughelli trasse la serie de'
vescovi di Veroli da quella compilata dal
can. Giovanni Vecci, com'egli asserisce
ne'suoi mss. esistenti nella biblioteca ve-
rolana. AntonioPaleario studiò solloGio-
vanni Martella, ed in seguito cambiò il
suo nome con quello di Aonioj secondo
20 V ER
V uso de' letterali de' suoi tempi. Il Ma-
rocco riporta perciò il dislieo: y^o/zm^ ^ui
mine es eras Antonius olim^ - Aonii Ao-
nidum dat libi nomen amor.T! vovossi nel
i527 io Roma quando fu orrendamente
saccheggiata, per cui fuggito a Periigia e
in Toscana, vi prese a moglie Maria Gui-
doni, e poi si stabili in una casa di campa-
gna presso Siena. Si distinse nelle belle
lettere, ed aggiunse allo studio della lin*
guagrecae latina, quello della filosofìa e
della teologia. Fu amato dal dotto suo ve-
scovo cardinal Ennio Filonardi, che per-
de nel i549- Percorse le principali città
d' Italia, ove apprese altre istruzioni da
uomini insigni ; ed in Venezia il famoso
PietroAretino lo difese dalle accuse che an-
davansi spargendo contro di lui, median-
te apposita commedia satirica composta
da quel mordace, e fatta recitare pubbli-
camente in quella singolare e celebratissi-
tna metropoli. Insegnò eloquenza a Luc-
ca, e poco tempo dopo a Milano, dove fu
arrestato d'ordine di s. Pio Y e condotto
a Roma. Oltreché il suo sapere e la sua
fama gli formò nemici, venne incolpato
sino nel i542, di corrispondenza co' teo-
logi protestanti di Germania, e d' errori
ereticali. Risultati veri questi dal processo
e convinto, nel iSyo fu condannato ad
essere appiccato e bruciato. Prima dell'e-
secuzione della sentenza, eseguita a'3 lu-
glio, e accompagnata da'conforti religiosi,
lodevolmente si mostrò pentito, abrogan-
do i suoi errori, e facendo la professio»
ne di fede cattolica romana. Gli errori
di cui fu accusato, secondo l'annalista La-
derchi, sono: che negava il purgatorio;
che parlava molto male dello stato mo-
nastico; che sembrava attribuire la giu-
stificazione alla sola confidenza nella so-
la misericordia di Dio, rimettendo i pec-
cati per mezzo di Gesù Cristo. Inoltre
parlava con elogio de'Iuterani, insegnan-
done l'erronee massime; biasimava l'uso
di sotterrare i morti entro le chiese ; e qua-
lificava l'inquisizione uno stilo sguainato
coalro tutti i letterati. Di lui abbiamo di-
V E R
verse opere in tersi e in prosa, di cui la
migliore edizione è quella di Amsterdam
nel 1696. Sono le principali: i." De ini'
mortalitate animarum libri tres^ in versi
latini. ^."Epistolarum libri tjiiatuor^ e la
ricordai nel voi. LXlli, p. 155. 3.°0ra-
tiones de animarum immortalitate libri
tres. 4.°Dodici Discorsi. 5.°Actio in Fon-
tifìces Romanos et eoruni asseclas, ad
Jniperatorem Ronianum, Reges et Prin-
cipes Christianae Reipublicae, siunmos
oecumenici Concilii praesides^ conscri-
pta,cum de concilioTridenti habendo de-
liberaretur. 6.°Aonii Paleariiad Liilhe-
runi, Calviniumaliosquede ConcilioTri-
dentino Epistola. Si legge ntW Indice de'
libri proibiti. » Palearius Aonìus, i." ci.
App. Ind. Trid.". Il Marocca aggiunge,
che gli si attribuisce pure il trattato, £>eZ
benefìcio della morte di Cristo (dal Pa-
leario difeso e sostenuto con dissertazione
avanti al senato di Siena. Il Laderchi as-
serisce che Flaminio scrisse un'apologia
sul Beneficio): chiama famosissime lei 4
orazioni latine,alcune sembrando di Cice-
rone, e lodate dal celebre cardinal Àlcìa-
ti ; mentre l'altro dottissimo cardinal Sa-
doleto, che saggiamente V avea ammo-
nito de' suoi errori, encomiò qual capo
d'opera il poema io versi esametri sul-
r immortalità dell'anima. Di più scrisse
12 libri. De arie Oratoria, de'quali si
dice fece ricerca Alessandro VII per ri-
stamparli ; ed anco De arte Grammatica,
dove rimproverava i romani di varie vo-
ci. I verolani Pagliaroli si ritengono di*
scendenti di Antonio, anche per afferma-
re il suddetto can. Vecci ne' suoi scrit-
ti, che il di lui cognome vi corrisponde,
e suona in Ialino Palearius. Ritenendo
erroneamente il concittadino can. Jacuc-
ci, che Antonio sia nato nella parrocchia
dis. Leucio,enon in quella di s. Maria de
Franconi,contigua alla quale avea la casa
e in essa realmente come sua parrocchia
vi possedeva il sepolcro, collocò sopra uq
muro diruto d' un orto a sinistra della
pubblica via che conduce alla chiesa di
i
VER
■'•i Leucio, che poteva appartenere al Pa-
leariojla seguente iscrizione che copio da
Marocco. D. O. M. - Raderà Aonii Pa-
Itan'iFenilarum - Quigraecae et latinae
linguaeprofessovis - Felaequavit, velsit-
perav'U Ciceronem • Obiit die in jnlii
MDLXX - CanonicHs Michael Angelus Ja-
coucci. Veroli vanta altri illustri, il rino-
mato poeta Ippolito Oddi. Fr. Giacomo
Bisleti cavaliere gerosolimitano, nato ver-
so il iSyo, morì in un combattimento
contro gli algerini non prima del 1620 ;
e prova ne sia, che questa famiglia, di o-
rigine francese, si stabili in Veroli verso
il 1 55o, avendovi Desiderio suo padre
preso moglie. Fr. Gio. Angelo Campana-
ri cavaliere gerosolimitano, e 3.° castella'
no di Rodi, fiorì del secolo XIV, come
rilevasi da una medaglia monumentale
trovata nel 1666 in una cassa di porfi-
do col suo scheletro, nella chiesa della ss.
Annunziata di Bieste presso Capaccio,
la quale formalmente venne rimessa alla
sua famiglia, che col corrispondente atto
gelosan)ente custodisce. La medaglia in
argento dorato, presenta lo stenuna anti-
chissimo de' Campanari inquartato colla
croce equestre, e la leggenda : Fr. Joan.
Angelus Campanarius. Nel rovescio, at-
torniato dalla croce dell'ordinasi legge:
Cnstellanus s. Rcligionis Hierosolimita-
iute Rhodii III. Veroli vanta pure un Au-
reliuBinursio prioredei cavalieri delTem-
pio.ordineche ne'primordii di detto seco-
lo fu soppresso. E qui devesi ricordare,che
in tutte le crociale Veroli somministrò
militi per gl'impulsi ricevuti da più Papi
e specialmente da Onorio III, di che trat-
tò in Veroli con Federico II. Lorenzo de
Gasperis d'antica ed estinta famiglia, nel
167 1 venne fatto cavaliere de'ss. Mauri-
zio e Lazzaro per processo. Marco Noce,
la cui famiglia non più esiste, nel 1721
ricevè da Clemente XI il cospicuo ordine
del Cristo. Macario Solazio nel i63r) fu
professore di giurisprudenza nell'uui ver-
sila romana. Erminio Mellonjvalentegiu-
recousullo fu impie{j;ato nel declinar del
VER 2t
secolo XVI in vari governi dal celebre car-
dinalMontaltocamerlengo di s.Chiesa. Al-
cuni della stessa famiglia furono degni
ecclesiastici, ed allo zelo di uà Tommaso
canonico della cattedrale si attribuisce
il rinvenimento de^ corpi de'ss. Biagio e
Demetrio martiri nel 1743, smarriti sino
dal vescovato di mg."^ Astei, come dirò a
suo luogo. Il suo fratello Francesco Carlo,
di cui pure dovrò parlare, a seconda del-
la ricordata opera del p. Roberti, Poly-
tnathia seu scientiariwn nolitia^fa aman-
tissimo della patria ed eruditissimo. Giu-
liano Capobassi dottore in ambe le leggi
compose un trattato morale intitolato: La
mente del savio, e dedicato ad Eleoao»
ra Gonzaga per le sue nozzecon Ferdinan-
do III imperatore. Pietro Fiorini laureato
nelle discipline mediche e filosofiche. Lo
fu ancora Giambattista Leo che scrisse
un trattato di materia medica. Applau-
ditissimo professore d' eloquenza nei se-
colo passato fu d. Nicolò Faidoni, dì cui
si hanno stimatissime produzioni e in pro-
sa e iu versi. Vincenzo Fabrizi maestro e
cotnpositore di musica. La sorella ad imi-
tazione diSulpicio, che restaurò in Roma
la musica teatrale, nello scorcio del pas-
sato secolo fu la prima cantante che
con sommo plauso calcasse quelle scene.
Annibale Val vani, allievo di Cimarosa,
riuscì profondo contrappuntista e compo-
se musichedi chiesa. Rinomato pianista ia
Roma fu Scipione Jacoucci. Illustri ec-
clesiastici furouo Tommaso Campanari
abbate benedettino di s. Scolastica. Epi-
fanio Campanari abbate benedettino di
s. Pietrodi Perugia. Paolo Mazzoli cano-
nico della collegiata di s.PaoIo,cameriere
segreto extra urbeni di Pio VI. Giuseppe
Luzzi canonico di s. Erasmo ebbe eguale
onore dal regnante Pio IX. Pietro Tomei
canonico teologo della cattedrale, profes-
sore d'eloquenza, e predicatore di vaglia.
Francesco Mazzoli professore nelle facol-
tà filosofiche e teologiche e canonico di s.
Erasmo. Camillo Novelli canonico della
cattedrale} valente nell' oialoria e nella
li VER
poesia, dì cui si ha la versione in versi li-
rici italiani de'salrni di David, con argo-
inculi e commentarii, in parte restala ine-
dita, come losono le lezioni scritturali pro-
iaunciale nella cattedrale, oltre altre pro-
se e poesie: fu inoltre ottimo predicato-
re e ammirato a Napoli e in Pioma, Una
l'ecenle gloria eclissata, delle cui bene-
merite doUe studiose fatiche per la pa-
tria storia, mi vado giovando, fu Crescen-
zo Crescenzi canonico della collegiata
di s. Paolo. Non si deve confondere col pa-
rente di nome diverso, cioè con quello di
cui parlano le Notizie del Giorno di Ro-
ma del 1 846, n. I o. « Veroli 8 febbraio.
Udì 1 4 dello scorso gennaio, munito di
tutti i conforti di nostra ss. Pieligione, pas-
sò in età di 65 anni agli eterni riposi il
rev. d. Nicola Crescenzi canonico peni-
tenziere della nostra cattedrale. L'Ulm."
e Rm.° mg.' Mariano Venturi, vesco-
vo zelantissimo di questa città, per da-
re una dimostrazione di benevolenza e
di stima ad un uomo dotato di esimie
prerogative, onorò di sua presenza 1* e-
sequie del defunto. I servigi da esso pre-
stati in vita meritano di essere ricorda-
li, essendoché per lo spazio di circa 3o
anni sostenne con somma riputazione
gli uflìci di convisitatore della diocesi, di
esaminatore pro-sinodale, e per più anni
di rettore e professore di teologia morale
e di retlorica nel seminario, e di segreta-
rio di mg.' vescovo Francesco M.'Cipria-
ni di fé. me., dal quale fu sempre parzial-
mente amato. E fu perciò che nell'anno
1832, dovendo formare il suo tribunale
di ragguardevoli soggetti per giudicare le
cause criminali, lo elesse a preferenza di
altri ad occupare il i.° grado dopo il vi-
cario generate. Mercè poi delle tante pro-
ve di dottrina, integrità e prudenza, l'at-
tuale prefalo pastore l'aveva confermato
nelle sopraccennale cariche, nellequali si
niostrò pieno di probità e di onore, e con
un carattere di bontà e generosità a po-
chi eguale. Ma ciò che maggiormente io
rese caro a'nuoi coucitladini si fu la ricu-
V E R
pera che pel di lui zelo ottenne la nostra
cattedrale del preziosissimo reliquiario di
s. Maria Salome protettrice di questa cit-
tà, insigne memoria di cui con ogni ra-
gione va Veroli superba ( queste parole
ponno indurre in errore, sembrando il re-
liquiario contenente la testa di s, Salome,
il quale non fu mai linoosso dalla catte-
drale dopo il I 742. Conviene dunquesa-
pere, che d. Nicola nel tempo del gover-
no francese s'interessò pel capitolo catte-
drale, onde ottenere alcuni Corpi santi,
che giacevano inonorati e sguerniti delle
loro custodie nell'allora soppresso mona-
stero certosino di Trisulti. Ripristinati i
monaci li reclamarono, ma la vertenza si
compose pacificamente,ecome dissi di so-
pra restarono nella cattedrale verolana).
Queste ed allreegregieazioni faranno sem-
pre rivivere la memoria presso tutta la
città, la quale è tuttora compresa di ben
giusto rammarico per l'avvenuta perdita
di sì egregio concittadino e di tanto bene-
merito ecclesiastico". Non mancano vi-
venti illusili che onorano la patria. Il cav.
Francesco Mellonj è intento a scriverne
la bramata storia, mai essendosi pubbli-
cata, e da lui graziosamente ricevei sup-
plementi e rettificazioni, doposcrilto que-
st'articolo. Per non dire di altri, il giova-
ne Eugenio Bubali dà liete speranze di
riuscire valente nella composizionedj mu*
sica, essendo da 3 anni in Napoli il più
ben alfetto allievo del celebre maestro
Mercadanle. Non da meno di lui è il suo
maggior fratello Vincenzo pittore di qua*
drijche sta producendosi in Roma. — Os-
servò il Marocco, che il linguaggio de'po-
polani,più degli altri luoghi della provia-
ciadiCampagua,a quello romano si acco-
sta, ma usano moltissimi vocaboli chepar-
tecipano dell' antico idioma latino, ben-
ché pronunziati da'plebei eda'contadini.
Il vestire di questi ultimi somiglia in par-
tea quellode'romagnoli, però dislinguon-
sì ne'calzari detti ciocie, e pel colore degli
abiti per lo più rossi, inclusivamente a'
mantelli : uia i cittadini, massime le per-
VER
sone distiiile, tulli iaceciono col costume
de' romani. I diutoroi sono sparsi di ele-
ganti casini e ville. In essi si pretende, che
alcuni trovarono in varie epoche diver-
se auticaglie,e persino de' teschi con chio-
di condccati, anche nelle mani e ne'piedi,
e sino circa al numero di 12; iscrizioni
lapidarie, piccoli idoletti di metallo e d'o-
ro, monete romane di rame, d'argento e
d'oro di Tiberio imperatore,alcuna quan-
tità di denari, avanzi d'acquedotti di
piombo, di anfore e di grau vettine ira-
piombate nella bocca e con entro ceneri
e sostanze fluide; pochi avanzi di bei mu-
saici, di lastre di marmo, di rosso antico,
di pitture a fresco ec. Queste tradizioni
sembrano contenere esagerazioni. Nei
suburbio esistono le chiese della Madda-
lena eretta da Alessandro III, della Ma-
donna de'Piaccomandati, e di s. Valenti-
no vescovo e martire, senza dire di oltre
a 20 altre chiese rurali convenientemeu-
te ufficiate. Nel voi. XXVII, p. 296, de-
scrivendo la provincia di Frosinoneo di
Campagna, avendone riparlalo nel voi.
LXXXIX, nel descrivere l'altra di Ftl-
lelrio di Marittima, enumerai le frazioui
ed i villaggi soggetti alla municipale giu-
risdizione di Veroli. Essi sono: Scifclli, in
cui hanno la bella chiesa di s. Cecilia a
3 navi, e casa o collegio i linguorini o re-
dentorisli. Il luogo prese il nome di Sci-
felli dalle sclfelle di faggio che facevano i
«noi abitanti. Luigi Arnaud, prete avi-
gnonese, recatosi in Casamari, che n' è
distante un miglio e mezzo, abitò nel mo-
nastero alcuni anni, qual convittore per
motivo di salute; ed osservando gli abi-
tanti di Scifelli rozzissimi,neli75o sopra
una cappella di s. Cecilia fabbricovvi la
chiesa in onore della B. Vergine del Buon
Consiglio, con l' adiacente casa per una
congregazione di romiti ecclesiastici, a
vantaggio spiritualedella popolazione;ma
essi non essendosi accordati circa la vita
comune, nel 1 778 donò la chiesa eia casa
a s. Alfonso de Ligaori, che vi mandò al-
cuni suoi disce^olif cou itnmeaso bene de ■
VER 23
gli abitanti, da loro ridolti buoni e istruiti
cristiani. 11 fondatore Arnaud mori net
1793 in s. Luigi de' francesi di Roma. [
liguoriui ingrandirono la casa e perfezio-
narono la chiesa, e poscia solennizzarono
con triduo la canonizzazione del loro fon-
datore s. Alfonso de Liguori, celebrata
da Gregorio XVI nel 1889. A tale eifetto
i pp. liguoriui trasportata la statua del
Santo nella chiesa de'miuori osservauli, e
riunitisi essi collegialmente a' 28 luglio
1840 nell'ex convento degli agostiniani,
finché durò il triduo, in detto giorno cou
ecclesiastica pompa di generale processio-
ne fu portata la statua di s. Alfonso nella
chiesa concaltedrale di s. Maria Salome,
riccamente parata e illuminata, con ac-
compagnamento de'tre capitoli e del ri-
manente del clero. Il vescovo mg.Xipria-
ni assistè alle messe cantate, ne'pomerig-
gi tre valenti oratori pronunziarono il pa-
negirico, coll'inlervenlo del capitolo cat-
tedrale, che ammise in coroi figli di s. Al-
fonso. A'2 agosto, dopo altra orazione pa-
negirica, la processione di tutto il clero e
delle confraternite riportò al suddetto
luogo la statua del Santo. lu si lieti giorui
Veroli fu rallegrata da copiosi spari di
mortari, da generale illuminazione e da
fuochi artificiali; ed il gonfaloniere cav.
Francesco Mellonj cou nobile generosità
die'nel proprio palazzo un'accademia di
musica istrumentale,a trattenimento de'
foraslieri accorsi a venerare il Santo.
Tanto e meglio può leggersi uel n. gS del
Diario di Roma, nel r84o. E qui in o-
nore della benemerita congregazione de'
Rcdeiitorisù (/^.), mi piace ricordare a-
verne riparlato nel voi. LXXX, p. 5ò e
seg., dicendo pure, che essendo troppo au-
gusto il loro convento e chiesa di s. Ma-
ria Monterone in Roma, comprarono la
villa Caserta suU'Esquilino, vi fabbrica-
rono una chiesa, e il palazzo convertiro-
no in convento, destiuato ad esser anche
la residenza del R-m.'p. generale. Ora mi
è dato di poter aggiungere, che essendo-
si compito il tempio, fu cousagrato sul-
24 VER
lo il lilolo di s. Alfonso de Liguori a' 3
maggio dal cardinal Patrizi vicario di
Roma, coir assistenza de' pp. liguori-
ni. Nel di seguente il Papa Pio IX re-
cossi a visitarlo ed esaminarlo, accom-
pagnato dal Rm.° p. Mauron superiore
generale e rettore maggiore della congre-
gazione del ss. Redentore. Indi il Papa,
dopo aver ammesso al bacio del piede la
comunità religiosa, si compiacque beni-
gnamente di visitare il loro convento. Si
chiamano le altre frazioni di Veroli. Col-
li Berardi, Crocefisso, Villoria, Madon-
na degli Angeli^ Giglio (e non Piglio,
come con menda tipografica si legge nel
ìfol. XXVII, p. 96, ove pure l'enumerai),
s. Anna, s. Francesco, s. Giuseppe, s.
Domenico, s. Pietro o tenuta di Castel
Massimo, s. Fito,s. Angelo. In quest'ul-
timo luogo ancora si vedono gli avanzi
di altissima torre che serviva pe' seguali
telegrafici, con propinquo vasto fabbri-
cato servito per episcopio suburbano, e
nella prossima contrada Viari si rinven-
nero anticaglie. Il Riparto territoriale
del i833, pubblicato nel 1 836, registra
pure fra le frazioni della città di Veroli,
CVz.vfi(/?2atr/ con anime 83. U territorio ve-
rolano è abbastanza fertile. Narra Ma-
rocco, che produce olio in abbondanza e
di qualità squisita e dolcissima, le mon-
tagne essendo cariche d'olivi : il prodotto
non solo compensa l'agricoltore, ma rie-
sce la principale ricchezza del luogo. Il
gelso serve d' alimento a' bachi setiferi,
che in quantità e comunemente si alle-
vano, li vino non è a sufHcienza, ma ot-
timo e puro; e si sopperisce colle uve ac-
quistate ne' paesi limitrofi. Altre produ-
zioni sono i grani, i granturchi, le bia-
de, i castagneti, ec. Oltre la porcina, buo-
ne sono le altri carni, abbonda il polla-
me, cosi la selvaggina, precipuamente vo-
latili, cinghiali, capri, lepri ec. Poiché le
estese montagne sono coperte di boschi
di frassini, carpini, querce e faggi, chitt-
mandusi Fragaia la più elevala; produ-
coQu inolile ottimi pascoli, e nutriscono
VER
nell'estate immense mandredi bestiame,
e vi si trovano piante medicinali. Il ter-
ritorio si estende a 6,042 rubbia roma»
ne: confina all'est col regno di Napoli,
per una linea tutta montuosa ; al sud co*
terrìtorii di s. Giovanni, Dauco, Ripi,ecl
in parte con Torrice eFrosinone; al sud-
est s'incontra il territorio d' Alatri, che
lo cinge per tutto il lato di tramontana,
sino a ricoufiuare col reame napoletano
sulla vetta del monte dello il Passeggio,
acni sono sottoposti molti paesi regnicoli
e tutta la deliziosa valle di Roreto. Le
terre dominanti nella periferia verolana
sono in gran parte la calcare e la silicea,
con altra minor parte di alluminosa. Inol-
tre questo suolo asconde ferro e asfallo,
di cui s'introdussero l'escavazioni.
Veroli, Verulae, Verulum, come al-
tre città antichissime, trova la sua origi-
ne avvolta nella nebbia de'secoli,per cui
non può stabilirsi con sicurezza. Un e-
rudito verolano crede Veroli cominciato
da Saturno , ed ingrandito da Clitarco
Verulo, da cui trasse il nome ; ma si
manca di prove. Ed il cav. Palmien nel-
la utilissima e pregevole , Topografia
Statistica dello Stato Pontificio, v'ilìeiìe
che il nome di f^eroli viene da F'^eru,
sorta di arma, di cui, secondo Servio, so-
levano servirsi i sabini antichi, da' quali
discesero gli ernici; secondo poi altri, sog-
giunge, che con Macrobio vogliono gli
eroici derivati da' pelasgi, F'erulo fu un
pelasgo ernico duce. Dalle testimonianze
degliscrittori,sembra che i siculi siano sta-
ti i primi abitatori delle balze Apennine ,
quali loro vennero contrastate dagli abo-
rigeni, dal Tevere id Liti, come narra
Dionisio d' Alìcarnasso. Una mano di pe-
Insghi si un'i agli aborigeni , in danno dei
siculi, che ne furono discacciati. L' altro
scrittore moderno Calindri è d' opinione,
che Veroli fu fondata dagli antichi abori-
geni montagnini, e fortificata da' pelasgi
uniti in lega cogli aborigeni contro i si-
culi, i pelasgi cìnsero di mura i paesi con-
qiiistalij circa 546 anni avanti la fonda-
VER
zione tli Roma. Avendo Veroli tuttora gli
avanzi delle mura sopra descritte, dalla
loro conformazione si può credere che
primi ad abitarla furono i siculi, a cui
successero i pelasgi. Come poi vennero
ernici chiamati, viene da gravi autori di-
versamente spiegato. Macrobio li vuole
coloni-pelasgì, nominati dal loro duce
Ernico. Servio li crede d'origine sabini,
nominandoli Ernici da' sassi, quasi abi-
tatori delle rupi. Questa opinione è se-
guita da altri autori : altre le ho riporta-
te ne'due articoli testé citati, celebrando
la grande, valorosa e fortissima nazione,
Dionigi nel lib. 8 chiamandola: Hemi-
vos genteni magnani et validam. Certo
è che ernici vennero appellati gli abitanti
di V^eroli, percomun consenso degli sto-
rici. I costumi di questi popoli erano io
principio rozzi e guerrieri. l*rimario lo-
ro vanto era la forza e il coraggio. Quat-
tro città, come dissi altrove, ne compo-
sero la confederazione: Veroli, Alatri^
Ferentino ed Anagni,o\[.vea\\.r\ minori
paesi; ed Anagni fu chiamata Caput Her-
uicoriim. I loro deputati si riunivano nel
Circo marittimo a trattare gì' interessi
della confederazione, massime della guer-
ra e della pace con altri popoli, e ne fa
testimonianza Tito Livio, l'ero ogni cit-
tà, siccome indipendente , era libera di
scegliere quel partito che più stimava op-
portuno. Gli ernici, ebbero prima de'ro-
mani a sostenere varie guerre co' popoli
circostanti, cioè i marsi, i volscì, gli equi
o equicoli. Tarcjuinio il Superbo, ultimo
redi Roma, strinse con essi alleanza, e
quando fu espolso da Roma, nell'anno
1^^ di questa, chiese loro soccorso: dopo
discrepanti pareri , gi' inviarono amba-
sciatori (li adesione. Il dittatore Puslumio
nel 257 portatosi al lago Regillo, ov' e-
ransi accampati i Tarquinii, arrestò i
messi degli ernici e de' volsci, che l'avvi-
savano fra 3 giorni essere pronti ad aiu-
tarli con grandi soccorsi, e tosto die'bat-
taglia e riportò vittoria. I romani vinci-
tori, a vendicarsi degli ernici, eutrarouu
VER i5
nelle loro terre, trionfando di Veroli,
Rauco ec. Irritate perciò le città erniche,
unitesi a' volsci, e profittando dell' inte-
stine discordie de'romani, l'aggredirono.
Sedate le questioni di Roma, per affron-
tare i nemici, nel 26S seguì la battaglia
nell'Agro Prenestino: lunga e sanguino-
sa fu la lotta, e per piìi volte dubbia la
vittoria, che quindi arrise a'romani.Non
ostante gli ernici si collegarono nuova-
mente a' volsci, e stabilirono difendersi
dentro le mura ; ma poi abbandonati ,
chiesero pace e alleanza. Da' romani fu
concessa, e così gli ernici divennero citta-
dini di Roma, col diritto del sullragio ,
non che messi a parte nelle conquiste in
proporzione delle forze che somministra-
vano. D' allora in poi Veroli e gli altri
ernici, seguirono la sorte e i destini dei
romani, nelle sconfìtte, e nelle vittorie che
furono in numero maggiore. I verolani,
uniti cogli altri ernici e co' latini, sulle
terre di questi ultimi combatterono ter-
ribile guerra, contro gli equi ed i volsci,
i (|uali dopo averle saccheggiate, furono
vinti e fugati , colla perdila del campo.
Neil' anno di Roma 790, gli equi inva-
sero i paesi ernici, ed i romani si mosse-
ro a difesa de'loro alleati. Solvendo per-
dite, fu ordinato agli ernici ed a' latini di
armarsi,e capitanati dal proconsole Quin-
zio, all'arrivo loro vendicarono i sopraf-
fatti romani la patita strage , il ferito
console romano e la morte del suo fra-
tello, distinguendosi perciò con prodezze.
Neil' anno seguente gli eniici dovettero
sostenere altra guerra con gli equi ed i
volsci ; né potendo i romani soccorrerli,
perchè desolati dalla peste , marciarono
soli contro i nemici, dovendo però cedere
al numero. Esteso il dominio de'romani
colle conquiste, in queste, come gli altri
popoli, furono involuti pure gli ernici ;
laonde scossone poi il giogo nel SgS, pre-
starono soccorso a'Ioro nemici. Dipoi do-
mandando pace, fu loro negata, air^i di-
chiarata guerra. Nel I. "scontro, il console
romaao cadde in uà' imboscala, e fu uc-
26 VER
ciso nella sliage de' suoi. Sopraggiunlo
ildiUatore,glieiniciauineularonole pro-
prie forze cou 8 coorli composte di scella
gioventù, animala da duplice paga. La
pianura che divideva i due eserciti, allo
spuntar del giorno, fu occupala da'coni'
balleuli aiiiuiati da pari valore. La ca-
valleria romana fu arrestata dull'eruiche
coorti; grande fu la strage dell'una e
dell'altra parie, né per un giorno si co-
nobbe dove piegava la vittoria; ma nella
notte gli ernici abbandonarono il campo,
per cui restò dalla parte de' romani. Nel
seguente 3()^, ripresa la guerra, Fereu-
tiuo fu espugnata da'romani , seguendo
quindi varie fazioni. Riunitisi gli ernici ,
animosi assalirono il console romano ;
però dopo aspra pugna soccombettero.
Finalmente nel 896 di Roma, il console
riauzio riporlo il vanto di vincere e sog-
giogare la bellicosa nazione eroica. Più
tardi , nel 44^ g'i anagnini invitale a
cooaresso I' eruiclie città nel Circo ma-
ritlicno , per muovere nuova guerra ai
l'Oinani, que' di Veroli, Mairi e Ferenti-
no furono di contrario parere. Ostinati
gli anagnini, vollero soli intraprenderla,
e restarono interamente debellali da'ro-
mani. Dopo questo avvenimento, la ro-
mana politica, io premio di loro fedeltà,
reintegrò Veroli, Alalri e Ferentino del-
le patrie leggi, ed accettarono co' loro
popoli il reciproco connubio, non ad altri
fino allora concesso, per interessare co' le-
gami del sangue le parti della repubbli-
ca.Tito Livio scrive: Che i verolaui pre-
ferirono di governarsi colle proprie leg-
gi, atnanti più di vivere co' loro istituti,
che d'esser fatti partecipi del governo e
degli onori del popolo di Roma; beusì la
città fu elevata al grado di nìuiiicipio,
immagine della loinana repubblica. Per-
ciò ebbe i memorali e altri magistrali e col-
legi propri, quello de'decurioui, i duum-
viri uiiuualmente scelti a guisa di consoli,
i pretori, i questori, gli eddi,i (lumini; ma-
gistrali locali, il cui potere non eslende-
vdsi oltre il loro paese. D' allora iu poi
VER
il motto dello stemma o insegna di Ve-
roli si formò di questa epigrafe: f^crula-
na Civitas Almae Urbi Confederata.
Nelle guerre intestine fra Caio Mario e
Siila, è certissimo che Veroli parteggiasse
per Mario, il quale aveva la propria vil-
la lungi 3 miglia dalle sue mura, e luogo
di sua nascita, secondo alcuni, ma anche
il citato Rondinini lo dice di Arpiuo,ci-
tando la bell'opera del p.Cla velli, L'An-
tica Arpino y ove leggo, e poi ripeterò ,
che a Casa Mario fu il suo palazzo, tro-
vandosi Veroli situata fra Arpino e Ala-
tri. Siila rimasto vincitore, fece provare
anche a Veroli la sua brutale vendetta.
Diversi cittadini caddero vittima del suo
furore, eie loro terre confiscate nella pro-
scrizione, furono divise tra le legioni dei
Gracchiani.Si legge io Frontino, De Co-
lon.: Verulae mura duclumj ager ejus
nidilibus Gracchìanis in omnibus est
assignalus. Quanto a Casamario, si ha
da Plutarco nella vita di Mario, che quel
luogo, ed ove esso nacjue, si chiamasse viK
laggiù di Cirealone. Cosi anche il Feller,
nel Dizionario degli uomini illustri.
Laonde gli abitanti si dhsevo Cerea tini
Mariani, e meglio lo dirò parlando di
quel celebre archi-cenobio. Veroli soffrì
questo giogo sino al tempo del saggio
imperatore Nerva, che verso l'anno 97 di
nostra era la liberò; né eragli giovalo
l'aver innalzato ad Augusto, dopo la sua
morte , un tempio co' propri sacerdoti
augustali. Nel 4^3 Adua o Alino di-
strutta du'barbari, colla strage de'suoi, i
superstiti furono ospitalaienle accolli dai
verolanì, i quali loro concessero libertà e
cittadinanza, e particolare quartiere ciie
tuttora ritiene il nome della patria loro.
Riedificata Atina.fu grata cou Veroli ,
strinse cou essa alleanza, che rinnovò an-
cora nel 161 5 e poscia di nuovo nel i ^5 i
cou vicendevoli e splendide feste e cou
donazioni. E dessa una pìccola città del-
la provincia di Terra di Lrtvuro presso
della Mclfa. Di sua aulica sede vescovi-
le rcslula callcdiale) ha couvcuti^ spe-
/
|k VER
dale e altri stabìlimeDli. Antichissima,
Virgilio r annovera fra le città che pre-
sero parte nella guerra tra Enea e Tur-
no. Appartenne a' sanniti, e dicesi che
Nerone Claudio vi condusse una colo-
nia. Si dice che anco i Cassinesi e gli
AIHdenati vennero ad abitare in Vero-
li, dopo che i barbari abbatterono le
loro patrie. De'popoli alfldenati però con
tal vocabolo non trovo notizie, bensì di
AìCiileiìa, /4 afide ria nel Dizionario geo-
grafico, aulico paese dell'Abruzzo Ulte-
riore secondo, cantone di Castel Sangro,
situato alla base degli Apennini in aria
salubre. È famoso nelle guerre de'sanni-
tì, ed ha ottimi pascoli pel bestiame. 11
Baudraod , Lexicon gcographictini, la
chiama con detti vocaboli , ed oppido
Caracenorum , anche Auphidena e il
popolo Aufldenales. De' cassinesi è cele-
bre Manie Cassino , la cui magnifica
storia di recente pubblicò anche il eh. p.
ab. Tosti. Altra confederata di Veroli è
la celebre Palestrina , di che verrà oc-
casione di parlarne. Decaduto l' impero
romano, Veroli seguì la sorte e le vicen-
de di Roma, quindi sarà soggiaciuta alle
invasioni barbariche, per la sua vicinan-
za, e come le patirono le altre città e luo-
ghi delta Campania e del Lazio , colle
quali ordinariamente ebbe comune i de-
stini. Tra'barbari più lunga dominazio-
ne vi esercitarono i goti, linchè l' impe-
ratore greco romano d'oriente Giusti-
niano I, volendo vendicare le ragioni che
avea sull' impero d'Occidente, a togliere
Roma e 1' Italia dal gotico domìnio, in-
viò prima Belisario e poi Narsete, il qua-
le nel 552 colla sconfitta e morie di To-
lila re de'goti, riconquistò Roma e tutto
il Lazio, e nel seguente anno il resto di
Italia. Allora fortnatosi il ducato di Ro-
ma o Romano, di questo fecero parte le
città crniche e della Campania, e perciò
ancheVeroli sebbene non la trovi espres-
samente numinata negli storici documen-
ti,bensì Frosiuone e le altre. Anche l'au-
ticu ducalo diRouiu couteuevu lu regio-
V E R 37
ne, poiché estendevasi nella giurisdizio-
ne del prefetto di Roma, la quale com-
prendeva un raggio di territorio di 100
miglia tutt' air intorno dell'alma città ;
il che rileva ancora l'illustre storico fro-
sinale cav. Giuseppe de Mattheis. Ina-
sprito poi Narsete dall' imperatrice di
Costantinopoli, a vendicarsi chiamò in I-
talia i longobardi, i quali occupatala qua-
si tutta, replicataraeute fecero scorrerie
nel ducato romano e nella Campania,
con desolanti travagli, massime i longo-
bardi del ducato di Benevento, segnalan-
dosi fieramente nel 702 il principe Gi-
solfo con devastazioni nella Campania e
paesi ernici ; per cui non ne sarà andata
esente Veroli, per aver preso varie città
e incendiato molto paese. Frattanto l' I-
talia, Roma e il suo ducato, abbandonati
da'greci imperatori alla baldanza de'Ion-
gobardi, solo nel Papa trovarono un pa-
dre amorevole ed un valido protettore.
Il perchè, quando l'empio eretico impe-
ratore Leone III l' Isaurico, idwiorc de-
^' Iconoclasti yàwtuulo incorreggibile e
attentando alla vita del Papa s. Grego-
rio li, avendolo questi scomunicato, e
sciolto gì' italiani dal giuramento e dai
tributi, Roma e il suo ducato, colla Cam-
pania sino e inclusive a Gaeta, si sottras-
sero dal giogo greco , e con ispontanea
dedizione, verso il 726 o dopo si dierono
alla Sovranità del Papa e della s. Se-
de (^'•). Questo dominio temporale fu
poscia riconosciuto e ainplialo da Pipi-
no, Carlo Magno e altri imperatori. Nel-
la dedizione delle città eriiiche e della
Campania, vi fu pure Veroli , la quale
cóme le altre della provincia giurò ub-
bidienza e fedeltà al Pontefice romano;
e nulla valsero le mene e le prepotenze
de'greci , per farla tornare al loro do-
minio, restando fedele a'Papi e allaChie-
sa romana eziandio nel principato tem-
porale, sotto il governo de' loro rettori
o legali , e talvolta sotto speciali gover-
natori. Che se ne' diplomi imperiali di
ncouoscimeulQ, e conferma delle amplia-
28 VER
zioni dei principato , non è mentovata
Veroli, é com'altre compresa nelle paro*
le , et Frosinonem ciini aliis partibus
Campaniae j e secondo altri diplomi ri-
guardanti il ducato Romano , di cui fa*
ceva parte, Frisìlimam , ciini omnibus
finibus Campaniae. Forse di preferenza
fu nominata Fresinone per essere credu-
ta sede vescovile, Veroli allora trovando*
si mancante del pastore: ma su questo
punto contrastato ragionerò alla sua voi»
ta. ^iel diploma di Lodovico 1 il Pio, fi*
glio di Callo Magno, si legge: Ilent in
partibus Campaniae Soram, Arces^A-
f/uinum, Arpinum , Theanum , et Ca-
puamj quindi con piùdi ragione doveasi
comprendere Veroli, ma già il diploma
stesso comincia colle parole CivitatemRo-
manani ciini Diicalu suo, et suburbanis y
tic ierritoriis ej'us, perciò s'intende com-
presa Veroli, che faceva parte del duca*
to stesso. Ma ecco ne' primordii del IX
secolo la regione divenuta segno alle san*
guinarie e depredatrici irruzioni de' Sa-
raceni, e facendo schiavi i miseri cristia*
ni. Più tardi e nell'BGG, Adelgiso princi*
pe di Benevento , assalito dal furore dei
saraceni, implorò l'aiuto dell' imperato*
re Lodovico li, perchè colle sue armi lo
soccorresse e lo liberasse da cos'i formi-
dabili e inumani nemici. Vi accorse to-
sto l'Angusto con poderoso esercito, ed
in 4 ai^ini ricuperò ad Adelgiso gli stati
toltigli dagl' infedeli. Recatosi poi a Be-
nevento per riposarsi o per altro moti-
vo, colla moglie imperatrice Angilberga,
disponeva della città a suo talento, e le
milizie insolenti per le riportate vittorie
cagionavano a'beneventani non pochi di*
Kagi. Adelgiso benché gli fosse obbligato,
dopo aver dissimulato, ne scosse il giogo,
e montato in furore, ordita congiura coi
suoi beneventani, a'25 agosto 87 1 pose in
carcere Lodovico 11, l'imperatrice eia
loro figlia Ermengarda. Oltre 1' orrore
che per tanta ingratitudine ne intese il
mondo, Iddio mosse dall'Africa i sarà*
ceni per punire Adelgiso di si enorme
VER
oltraggio, sbarcando a .Salerno. Adelgiso
spaventato, pose in libertà Lodovico II,
previo giuramento sulle ss. Reliquie, di
non vendicarsi e di non pih entrare ar-
mato nel principato. L' imperatore par-
tì subito, e riconoscendo da Dio la sua
liberazione da sì grave pericolo , fondò
nell'isola diCasauria, Casa Aurea, pres-
so il fiume Pescara, poi diocesi di Ghie*
ti, il monastero benedettino di s. Clemen-
te (delle reliquie del quale e della fonda-
zione del celebre monastero, tratta pure
Filippo Rondinini storico di Casaraari ,
neir opera : De s. Clemente Papa et
Martire ejusque basilica in Urbe Ro-
ma) di Casauria, avendo acquistato l' i-
sola per IO libbre d'argento a'22 novem-
bre 871, mentre recavasi a Roma. Que-
sta narrativa del Borgia , Memorie dì
Benevento, ricavata dalle Cronache Sa-
lernitana e Cassinese, servirà a illustrare
il riferito dal p. Casimiro da Roma: >» Lo-
dovico II elesse la città di Veroli per suo
asilo, dappoi che fatto gli venne di fug-
gire dalla prigione, in cui Adelchi, prin-
cipe di Benevento, tenevalo rinchiusa".
Confermerà pure il racconto degli scritto-
ri verolani,iqualidicono: IjodovicoII,che
a difesa d' Italia guerreggiava i sarace-
ni, tradito da Adelchi principe di Bene-
vento, giunse nell'BSG in Veroli spossa-
to dopo 3 giorni di cammino; vi fu ac-
colto e soccorso, e negli II mesi di sua
dimora venne visitato da Papa s, Nico-
lò I (che morì a'i3 novembre 867), ed
ebbe campo di radunare le sue forze ,
colle quali presso Capua potè vìncere e
fugare i saraceni. Siccome due volte Lo-
dovico Il fu a Veroli , conviene distin-
guere i tempi. Adonta che Muratori ne-
gli Annali d' Italia escluda la venuta
in Veroli di Lodovico II, perchè esso nel-
1*87 I acquistò l'isola suddetta presso il
fiume Pescara , pure da documenti si
raccoglie che l'imperatore soggiornò in
Veroli neir866 con Nicolò I. Quindi per
Sera e Monte Cassino portossi a Bene-
vento. Così dallo Statuto Ferolano e
VER
dalla Cronaca Cnssinese. Passali 5 an-
dì, cioè neir87 1, tornò a Veroli a rifugio
dalla narrata scampata prigionia. Altret-
tanto si ricava dal Muratori, /?eri/m fiat,
script. neWHist. Princ. Longob. ; e dal
Gattula, Cassiti. Hist.jQ meglio dal con-
temporaneo monaco Erchemperto nel-
r Hist., dimorante allora a Monte Cas-
sino, il quale può ritenersi come punto
medio tra Veroli e Benevento. In tale
incontro, in Veroli fu visitato da Papa A-
driano II, e poco dopo l'imperatore si
trasferì nella Sabina , come si ha da' ci-
tati Statuto e Cronaca. Di più, nel giu-
gno dello stesso 87 i s. Atanasio vescovo
di Napoli si poetò a visitare Lodovico
II in Veroli, ove infermatosi per im-
provviso morbo, ne mori, ed il suo corpo
fu trasportato prima a Monte Cassino e
poi a Napoli, il obesi legge presso Mura-
tori in vita s. Athanasii scrip. a Jo. Dia-
cono,e nel Martirologio Romano. 1 bar-
bari saraceni audacemente irruppero di
nuovo nella Campania nell'BSS circa ,
assalirono Anagni, e condotti dal loro
principe Muca o Manuca, piombarono
con violenza sopra Veroli e l'assediarono.
I verolani opposero valida resistenza, ma
il loro valore dovette cedere al numero ed
alla fierezza de' saraceni ; che espugnata
la città, la riempirono di strage e di de-
solazione, profanando e saccheggiando le
chiese e le ss. Reliquie, fra le quali quelle
di s. Magno martire del 254 o ^^^^i P'ù
tardi, e già vescovo di Trani; nel quale
articolo ho detto che il suo corpo oc-
cultamente sepolto in Fondi, trasporta-
to poi in Veroli nel sotlerraneodeliacat-
tedrale di s. Andrea, indi venne trasferito
nella basilica d' yénagni {in questo e nel-
l'altro articolo ricordato parlai degli ^ttì
di sua passione), ove tuttora si venera; ma
occorre che io ne faccia una breve digres-
sione col de Magisfris: Istoria della città
es. Basilica cattedrale d" y4nagni,\\h. 2,
cap. 4 : Delle Traslazioni del corpo di
s. Magno. Patito da questo santo il mar-
tirio nel campo Dimetriano, il corpo fu
VER 29
sepolto da s. Paterno nella cella ove spi-
rò presso Fondi. Il luogo si rese celebre
alla divozione de'fedeli, dopo che Costan-
tino I restituii la pace alla Chiesa; laonde
poi s. Benedetto ivi gli eresse un tempio,
con monastero pe'siioi monaci, ed allora
il sagro Corpo fu collocato neh' altare.
Nella badia vi fiori l' istituto benedetti-
no, finché nel IX secolo per le scorrerie
de'barbari,i monaci si trovarono costretti
di abbandonarla , ritirandosi a Monte
Cassino luogo più sicuro. Appena partili
da Fondi, nella città e nel monastero vi
portarono tosto la desolazione i saraceni
venuti da oriente neir84o a' danni d' !•
talia. Fra tanta calamità, il tribuno del-
la provincia di Campagna Platone, resi-
dente in Veroli, pensò sottrarre le reliquie
di s. Magno dall' irriverenze cui erano e-
sposte, e trasferirle in Veroli, città meno
in pericolo all'invasioni di que'crudeli e
fanatici infedeli. Dopo maturo consiglio,
con persone prudenti e pie, seguì la tra-
slazione con ogni possibile onorificenza
neir 874- Pertossi pertanto nel cimpo
Dimetriano in Fondi alla chiesa di s.
Magno, il pio Platone, e accompagnato
dalle milizie, da' nobili e divoli verolani,
e rinvenuto il sagro deposito, Platone tre-
pidante di riverenza, volleaprirlo e tro-
vò il venerabile Corpo, indi solennemen-
te fu trasportato in Veroli, ove adunali
in assemblea il vescovo e clero, col tri-
buno e gli ottimali della città, si conven-
ne per maggiore onorificenza di collocar-
lo nella cattedrale. Frattanto tornati di
nuovo i saraceni a infestare la contrada
nel pontificatodi GiovanniVllIdeir872,
i primi furori li provò Roma, e per evi-
tarne la devastazione il Papa si obbligò
a un tributo. Si diressero poi a depreda-
re il Lazio. Volle resistergli Anagni, ma
gli abitanti scorgendo che il loro duce o
re Muca o Manuca, sempre più infieri-
va negli assalti, per non esporsi ad un ec-
cidio, anch'essa gli accordò un tributo, ri-
cevuto il quale i barbari partirono alla
volta di Veroli. ImpadroDilìsi della cit-
3o VER
tà, spieiatamente trucidarono i primari
cittadini , e tutta la saccheggiarono. Di
ciò non contenti, entrati nella cattedra-
le la manomisero, rubarono quanto era-
■vi di prezioso, e per ludibrio la conver-
tirono a scuderia de'Ioro cavalli. Vendi-
cò questa sacrilega ingiuria s. Magno, fa-
cendo loro trovar morti nel di seguente i
cavalli; il che gl'irrito a maggiori empie-
tà, ed attribuendo la strage de'ca valli al-
l'avello di s. Magno, che con tanta ve-
nerazione vi si custodiva, ne trassero da
quello le ss. Ossa e le giltaroiio con di-
sprezzo nella pubblica strada. L'avarizia
però vinse l'empietà, poiché Muca sapu-
la l'ingiuria fatta al s. Corpo, lo fece rac-
cogliere e rimettere nella sua urna per
trarne utile. Mandò quindi ad invitar gli
anagnini se volevano comprare le spo-
glie di s. Magno, da lui trovale nel priu-
cipal tempio di Verdi. Accettarono di
buon grado qne'citladini l'oirerla, e spe-
dirono ambasciatori ad acquistare il sa-
gro tesoro, esborsando a Muca quanto
chiedeva; e quindi giubilanti, con esso
partirono per Anagni. Ma giunti poco
lungi da Veroli, il s. Corpo balzò dalle lo-
ro mani nel suolo, restandovi immobile a
segno che riuscì inutile qualunque sfor-
zo. .Sbigottiti gli anagnini dallostranopor-
lenlo, s'inginocchiarono supplicando il
.santo n lasciar trasportare le sue vene-
rande reliquie in Anagni, città a lui si ob-
bligatae di vota, in nome della patria pro-
mettendo con voto fabbricargli in essa a
suo onore un tempio e di prenderlo a pa-
trono pi incipaled'Anagui. Iddio volendo
premiare la loro fede, terminata la pre-
ce subito poterono alzare la sagra arca, e
con somma gioia pervennero in Anagni,
incontrali dallii processione del clero e del
popolo, deponendolo nella cattedrale in
luogo segreto, per evitare l'avvenuto in
Veroli. Questa traslazione sembra acca-
duta neirS^y, soggiunge il de Magistri*!,
seguilo dall'ab. Cappelletti. Ma secondo
le notizie di Veroli, il fallo invece avven-
ne nel novembre del suddetto 883; ed il
VER
Muratori, negli y^wn/x//, all'anno 884 •''"
ferendo il ritorno de' saraceni in Puglia
e il saccheggio di Monte Cassino, correg-
ge quelli che sostenevano l'avvenimento
in detto anno, con ritenere preferibile il
precedente 883. Il moderno Cayro, nel-
le Notizie islorìche delle città del vec-
chio e nuovo Lazio^ sulla traslazione del
corpo di s. Magno, dice che avvenne cer-
io nel mese di novembre 883; come più
diffusamente si prova da Francesco M."
Pratillo nella Serie degli Abbati Cassine-
siy Storia Longob. t.5. Per le vicende de*
tempi furono impediti gli anagnini d'in-
nalzare il promesso tempio, anche pera-
ver dimenticato il preciso luogo ove fu
collocato il corpo di s. Magno, finché me-
diante prodigi si rinvenne nel io63 dal
vescovo s. Pietro, il quale onoratamente
lo ripose nella riedificazione della catte-
drale, nell'altare eretto nella basilica in-
feriore. Di più il de Magistris confuta il
Torrigio, che pretese venerarsi il corpo
nella chiesa de' ss. Michele e Magno di
Roma, della quale tornai a farne men-
zione nel vol.LXXXVIH, p.208. Nel se-
guente secolo, come narrai ne'vol. LVIII,
p. 26o,LXXVlll,p. I IO, la famosa e po-
tenleMarozia e Guido suo 2." marito mar-
chese di Toscana e conte di Campagna,
usurpando iu Roma l'autorità tempora-
le, a prevenire le misure che contro di
loro si proponeva prendere il Papa Gio-
vanni X, con empia violenza s'impadro-
nirono della sua persona e lo mandaro-
no nella sunnominata Rocca o torre Sa-
racena, e ivi lo tennero obbrobriosamen-
te per breve tempo, facendogli sommini-
strare soltanto |)ane e acqua. Indi ordi-
narono che si riportasse in Roma, e lo cac-
ciarono in carcere nel Castel s. Angelo,
ove lo fecero perire a'a luglio 9-28 sodo-
cato con un guanciale. Di tale racconto
fa memoria anche lo Statuto J erolntio.
NondimciK» ho<|ualclic sospetto che l'at-
tribuilo a dello Papa, sia avvenuto a Gio-
vanni XI [»er iniqua opera della stessa Ma-
rozia supposta sua madre, e del fratello
VER
Alberico II lirnnno di Boma, morendo
loro villinia in prigione nel gennaio gSS.
Intnntopenetrali i bellicosi uormanni nel-
la Puglia e Calabria, le conquistarono, eil
esteselo più volle le scorrerie nelle circo-
stanti con trade. A frenare la loro baldan-
za,si trovarono i Papi costretti ad infeu-
«tarli prìn)a delle terre napoletane, poi
della Sicilia, cominciando da s. Leone iX
iielio54, rinnovando l'investilnra in Ce
prano s, Gregorio VII nel 1080. Prima
di tale anno e nel 1076 il verolano Oi'so
abbate di Casaniari, salvò In patria dal-
la rovina cli'erasi proposto il normanno
Riccardo conte di Capua. Il Papa Pa-
s<juale II neh i 06 recandoii in Beneven-
to, onorò di sua presenza Verdi, vi si
fertnòe consagrò il vescovo Agostino. Es-
sendo tornato in Benevento neli i io, por
domandare soccorsi a diversi luoghi, ed
a vari polenti contro le violenze d'Enri-
co V, nel ritorno in Roma neh 1 1 1 nuo-
vamente consolò i verolani di suo sog-
giorno, consograndovi vescovo Leto I o
Leone I, cordinola celebrazione del con-
cilio per costringere l'orgoglioso areica-
nonico di s, Paterniano di Ceprano al-
l'ubbidienza del vescovo. Probabilmente
vi sarà slato ancora, quando fieli 1 i4 ce-
lebrò in Ccpraiw, nella diocesi, un nu-
nieioso concilio. Neil i44 I^"8S'^''^ ' ''®
di Sicilia pe'dissapori che avea con Papa
Lucio 1 1, invase le terre della Chiesa, pre-
se diverse città, assalì pure Veroli, che
facendogli forte resistenza la cinse d'as-
sedio. Si convenne a palli, e pacificato-
si il re con Lucio li, restikn a' verolani
il tolto, e ritornò nel regno. Ciò avven-
ne nello slesso I i44 '" conseguenza del-
l'abboccamento seguilo tra il Papa e il
re in Ceprano, che per la sua vicinanza
a Veroli, senza dubbio questa città accol-
se tra le sue mura Lucio II, a cui dovca
il ristabilimento di sua libertà. Papa Eu-
genio III nel ii5oonehi5i, essendosi
recato nella provincia, e dedicato in Ca-
stro la chiesa di s. Croce , e consagi alo
quella di Casamori, della quale tratterò
VER 3i
in fine in uno al celebre cenobio, proba-
bilmente sarà slato anche in Veroli. A'
7 settembre i i59 eletto Papa il magna-
nimo Alessandro III, insorse l'antipapa
Vittore V, che poi fu sostenuto colle ar-
mi dall'imperatore Federico I, e fu co-
stretto dalla fazione scismatica a farsi
consagraie e coronare in Nmfa a' 20 di
detto mese. Dalla provincia INIariltima
nel I I Go passò in quella di Campngna, fu
in Anagni e si portò in Veroli, ove con-
sagrò il vescovo Fraimondo o Faramon-
do, mentre Ottone conte palatino si sfor-
mava per l'imperatore a soggiogare la pro-
vincia di Cam[)agna. iNel i i6i il Papa
forno in Roma, ma vedendo di non es-
ser sicuro <lalle violenze de'ledeschi par-
tigiani dell'antipapa, s'imbarcò sulle ga-
lee di Guglielmo I il Alalo re di Sicilia,
e fece vela per Francia neh 162 a chie-
der soccorso al re Luigi Vii il Giovane.
Intanto Federico l emanò un bando, ob-
bligatorio a riconoscere l'anlipapa.II con-
te Godolino, e Cristiano arcivescovo di
Colonia, intruso di Magonza, armala ma-
no con incendi e devastazioni costringe-
vano i popoli ad ubbidire al falso Villo*
re V; e Veroli dovette cedere alla forza,
ma all'avvicinarsi del conte Gilberto e
Ricciardo de Gaia, che capitanavanoi di-
fensori d'Alessandro III, tosto loro si ar-
resero nel I 164, cogli altri circoslanli luo*
glii riferiti dal cav. de Matlheis. Morto
nel .seguente anno l'antipapa, gli succes-
se il pseudo Pasquale III; ed i romani
supplicarono Alessandro Illa tornare in
Roma, e furono esauditi. Però neh 166
Federico I l'andò ad assediare nella cit-
tà, onde neh 167 convenne ad Alessan-
dro III fuggire a Benevento; mentre nel-
l'agosto inortol'inJruso Pasquale 111, nel-
l' antipapato gli fu sostituito Calisto III.
Din)orando Alessandro IH in Benevento,
a'i2 dicembre diresse un breve al ve-
scovo, clero, consoli e popolo di Veroli,
commendando la loro costanza nella sua
ubbidienza e fedeltà; dimostrando ezian-
dio gradimento per l'assistenza prestata
32 VER
al cardinal legato. Indi vedeDdo Federi-
co I che il suo partito andava scemando,
e che le sue armi aveano patito sconflt»
le dalla lega delle città lombarde, che
propugnavano il riconoscimento d'Ales-
sandro III insieme ni riconoscimento del-
ie libertà óc'ConìUni, narra il Borgia nel-
le Memorie di Benevento, che l'impera-
tore volgendo l'animo a consigli di pace,
sped"i in Italia neh 170 Eberardoo Er-
manno vescovo di Damberga, per suppli-
care il Papa afTmchè si portasse in qual-
che luogo della provincia di Campagna
per trattare di aggiustamento, ma colla
prava segreta intenzione di staccare il Pa-
pa dalla lega. Piacque ad Alessandro 111
l'ambasciata, onde nello stesso anno si
mosse da Benevento e andò a Veroli per
discutere le condizioni. Si ha dal p. ab.
Tosti, Storia della Lega Lombarda, che
il Papa recossi nel 1 1 69 da Benevento a
Veroli, per ricevervi il vescovo di Bani-
l)erga, alla presenza de'deputati della le-
ga lombarda. Altri storici dicono ciò av-
■venuto nel i 170, e che il Papa avendo
penetrate le segrete mire dell'imperato-
re, ne avvisò tosto i collegati chiedendo
gli mandassero un deputato loro per as-
sistere alle conferenze, comeriferiscel'an-
naiista Muratori. Giunto Alessandro IH
in Veroli, almeno con 16 cardinali e la
curia, ammise il vescovo Everardo alle
trattazioni, non senza qualche dilTicoltà,
poiché egli insisteva di voler parlare da
solo al Papa. Alfine piegatosi, si die'priu-
cipio al trattato di pace. E>pose il vesce-
■vo, come Federico 1 proponeva di appro-
vare tutte le ordinazioni fatteda Alessan-
dro III , parlando però ambiguamente
quanto al riconoscerlo in vero Sommo
Pontefice. Uispose il Papa, altamente me-
ravigliarsi come venisse con tale amba-
sciata, che nulla in sostanza conteneva di
ciò che importava; ch'egli sarebbe pron-
to ad onorare sopra tutti i principi d'Eu-
ropa Federico I , quando egli mostrasse
la dovuta divozione alla Chiesa, e senz'al-
tro lo licenziò, il che attesta pure il prof.
VER
Romanlo neWaStoriadociinientafadi Ve-
nezia. Il Borgia sostiene, che in Veroli
si die'principio al negoziato di pace, la
quale nondimeno non si concluse che in
Anagnie in Venezia Ao^o la famosa bat-
taglia di Legnano, in cui la lega Lombar-
da trionfò nuovamente degl'imperiali. Ma
quanto precedette, accompagnò esegui
lo strepitoso avvenimento, lo narrai con
più diifusione a Venezia, con critica de-
purandogli analoghi erronei racconti, lu
Veroli dunque si cominciarono gì' inizi
delle trattative così importanti alla pace
della Chiesa e de'popoli, ed il p. Casimi-
ro da lioma afferma che Alessandro III
vi dimorò 3 anni interi,passando neli 172
in Anagni; in che conviene il Ferlone,
De viaggi de' Pontefici, con dire,cbe l'io-
Iroduzione del memorabile trattato eb-
be luogo in Veroli, la continuazione in
Anagni, il fine nella celebratissiraa Ve-
nezia, ove si concluse la sospirata cou-
cordia tra il Sacerdozio e l'Impero. Par-
lando di sopra della chiesa e monastero
di s. Erasmo, in cui soggiornò Alessan-
dro III nella sua dimora iu Veroli , ac-
cennai l'iscrizione collocala a cornii E-
vangelii e il dipinto che lo celebra: ecco-
la. Friderici Ilniperatoriscuni S. Rom.
Eccles.-ReconciliationisannoMCLXXvn-
Venetiis ahsolute - Monwnenium colo'
rilnis eo luncinahside • Antiquissind O-
r a lord- Sub ara maxima expressnm-
Ubi scilicet ante annos septem - Ale-
xander Papa Tllexhibìla - Ab Episco-
po BambergensiCaesaris ablcgato-Foe-
deris ineundi capita Longohardonim -
Legatis Episcopis - Copiis plurimiis xv
Cardinalibiis ìtaliaeque -Dinastis - Fe-
re omnibus praesentibus expendii - Pro-
bavitque- Cum nuperahujus templi nio-
lilioneperiisset- Ac Illnìus etlìevmus
D. Victorius Giovar di - In utraquc Si-
gnatura suffragantium - Decanus - Sa-
crac antiquitatis Patriaeque amantis-
simus - Ex Archetipi schematc - Redi-
vivum har in tabula exlare vovissenl -
Anno reparatac saluUs upccxlìu. —
VER
Ora ricortlerò le nltie cose principali opé-
i-oteda Alessandro III nella sua dirnoi-a in
Veroli. Giuntovi a'i8 marzo i 170, nar-
ra Cardella nelle Memorie sloriche de'
Cardinali, che il Papa colla sua 3/ pro-
mozione creò cardinale Leone o Leonn
dell'ordine de'd inconi, abbate Casa urien-
se, ignorata dal Ciacconio e riferita dal
Muratori nel!' Anlicldtà d' Italia, t. 2,
p. 907, nel riportare la Cronaca delvio-
naxlero Casaurieiise j ed oltre a ciò ne
esiste perpetuo monumento i« cor//» E-
pislolae neWa chiesa di s. Erasmo di Ve-
roli (il Marocco eziandio la riprodus-
se più completa, ma non giustamente e
con errore la dice esistere a corna Epi-
slolae della chiesa di s. Martino), il cui
attiguo monastero fu giù residenza cano-
nicale, do ve si legge incisa in marmo. A-
Itxander IH P. /)/. - ExJpulia rediix-
Aedibus huj'us Basilicae succesit- Leo-
neni Hypodiaconuni ab Casaiirienseni -
In eadeni Basilica - Inter S. R. E. Dia-
conus Cardinales coopta<>'it - An. mclxx
sabbaio ante donùnicam - DieniPa^sio-
nix- Reigestae nicmortani- Privatista-
hnlis servataci - Victorius Giovar dns
ì^erulanus- Vtriiisque Signat. Decan.-
Publico monumento inibii S.P. E. - An-
no MDCCLXXv. IVello slesso I 170 Alessan-
dro III, come trovo nel p. Casimiro, con-
giunse in Veroli in matrimonio il puten-
te e nobilissimo Oddone Frangipani ro-
ninno, colla nipote di Emanuele Comne-
no imperatore di Costantinopoli, la qua-
le vi si recò accompagnata da vescovi e
conti greci, e da milizie, spendendovi mol-
to denaro, A proprie spese il Papa fab-
bricò fuori della città l'ospedale pe'leb-
brosi e dotò, dedicandone la chiesa a s.
Maria Maddalena, delhi qual consagra-
KÌone e spedale fece poi n)enzione Inno-
cenzo I II in una sua bolla. Dipoi l'ospe-
dale , come giù notai , essendo cessato
€|uel morbo, fu destinato per ospitarvi i
pellegrini infermi. Devesi aggiungere col-
la Cronaca di Ccccano, riferita dall'U-
f belli: Quinto idiis inartii PapaAltxan-
voL. xcir.
VER 33
der veiiit ad ecclesiani s. Pelri de Can -
netoet profeclus est ad Eerulds. Septi-
mo idus mai] tani vehemensfnit terrae-
motus y qnod plerosque niilros civitatis
destrnxit, qiiodetiam per se sonaverunt
campanae dece/n diebusj stante mense
Madio pars Bipae arsii. Del resto, A-
lessandro III in Veroli riconciliò s. Tom-
maso arcivescovo di Cantorbery col rs
d'Inghilterra Eórico II, riponendolo pei'
allora nella sua grazia, e dopo avere in-
teso i procuratori delle due parli, scriven-
doda Veroli al santo a'io settembre i 170.
Inoltre vi consagrò arcivescovi , vesco-
vi ed abbati, spedì bolle colla data di Ve-
roli, trattò gii affari della Chiesa e dello
stato pontifìcio, e quanto & quelli del Tu-
scolo, cedutogli in Veroli dal conte Rai-
none, e dove passò nel marzoi 17 I, l'in-
dicai nel voi. XXVII, p. 202 e 2o3; di-
cendo in somma il p. Casimiro, che vi
operò diverse cose degne d'eterna ricor-
danza. Secondo il Novaes, nella Storia
d' Alessandro lU, il Papa tornò a Pio-
ina a' 1 3 giugno i 7 r l , ma forse per bre-
ve tempo, perchè si conosce esser e;jli nel
I 172 passato da Veroli in Anagni. An*
che il di lui successore Lucio III rallegrò
Veroli di sua presenza, cioè quando ne!
I I 82, ovvero nel I i83da Felletri%ì tra-
sferì in Anagni, dimorando nell'episcopio
per alcun tempo. Pel matrimonio di En-
rico VI, figlio di Federico I, colla nor-
manna Costanza, il reame delle due Si-
cilie passò nella casa di Svevia. Nel i 194
Enrico VI iuìperatore entrò coll'eserci-
to nella provincia di Caaipagna, e si con-
federò con essa; ma Veroli, restando fe-
dele al Papa Celestino III, negò di som-
ministrare il fodro, di cui riparlai nel voi;
LXXX, p.i83,percui il castellano d'Ar-
ce, per rappresaglia j piombò su Veroli,
e vi fece gran bottino, conducendo seco
di prepotenza uomini, bestie e altro. Al*
lora il comutie di Veroli assegnò al tè*
scovo Oddone II alcune terre, perchè re-
dimesse il depredato dal castellano im-
periale. Si apprende dal celebre cav.Hur-»
3
34 VER
ter> Storia di Papa Innocenzo III^ die
sebbene Enrico VI dispose nel suo lesta-
niento, doversi restituire i doniinii della
s. Sede, da lui e da'suoi occupati, questi
ultimi si ritennero; anzi nel morire la di
lui vedova imperatrice Costanza, con sag-
gia e previdente politica lasciò il regno
di Sicilia e il figlio, poi Federico II im-
peratore, sotto la tutela e prolezione à* In-
nocenzo III, Ma MarcUaldo, da Enrico
VI fatto marchese della Marca, duca di
Romagna e di Ravenna, pretese l'ammi-
nistrazione del regno , colla lusinga di
formarsi un principato, per averlo Inno-
cenzo III caccialo dalla Marca,\aciviàe
il Papa lo fulminò di scomunica; terribi-
le sentenza che tuttavia non ispaventò il
tiranno , proseguendo a porre in opera
tutti i modi a conseguire colla forzaecol-
rìnganno il suo pravo intento. Ma tro-
vando seo)pre nuovi ostacoli, fece gran-
di offerte nientemeno per essere investi-
lo del reame, dichiarando Federico ba-
stardo e non figlio dell'imperiai coppia.
Innocenzo III ributtò con orrore le sue
proposizioni,ed egli allora immaginò nuo-
va perfidia: chiese di riconciliarsi colla s.
Sede, promettendo con giuramento di
sollometlersi in tutto alle pontificie pre-
scrizioni. Innocenzo III dubitò che ci co-
vasse sotto qualche nuovo tranello; però
a non mostrarsi tuttavia severo e impla-
cabile, per non aver mai la Chiesa nega-
to il perdono a'figli suoi ravveduti, nel
I 199 spedì a Veroli per legati apostolici
il caidiual Guido Paparescìii o Papero-
ni, insieme co'cardinali Ottaviano Conti
di Poli e Ugolino Conti suo nipote poi
Gregorio IX, all' uopo di solennemente
procedere alla ribcnedizìonedi Marcual-
dOjche ivi trova vasi. Dopo molli congres-
si, prestò il giuronienlo, pregando quin-
di i cardinali d'accompagnarlo nel vicino
monastero di Casamuri, per annunziare
a'suoi compagni d'armi, che ivi stavano
aspetlandolo, la sua riconciliazione colla
Chiesa. F'acil cosa fu l'indurre i cardina-
li a bsciar uu luogo fortificato, qual era
VER
Veroli, per un luogo iiperto. Nel mona,
stero era apparecchiato un lauto pranzo,
durante il quale Marcualdo medesimo
servì a mensa i cardinali; se non che i
suoi avevano ordine d' intuonar sotto
voce, in sulla fine , chi; bisognava im-
padronirsi de' preti, sperando per que-
sto modo d'impaurire i cardinali legati,
acciocché poi non avessero da eseguire
gli ordini loro. In falli in sulle prime si
sbigottirono alquanto; ma quindi tosto
il cardinal Ugolino, ripreso animo, si fé- ^
ce a leggere dinanzi a tutti gli astanti la
sigillata bolla pontificia, che conteneva
le condizioni imposte a Marcualdo; e
terminato eh' egli ebbe, disse ad alta e
sicura voce." Tale si è l'ordine del Papa
Nostro Signore, e noi non possiamo sco-
starcene d' un punto ". Le condizìxii
della riconciliazione di Marcualdo colla
Chiesa erano: Ch'egli più non si me-
scolasse nel governo della Sicilia ; desi-
stesse dall'assallare o molestare in alcun
modo, o far assaltare o molestare da'suoi
quell'isola, né il patrimonio di s. Pietro;
restituisse tulli i luoghi occupati eli di-
chiarasse sciolti da ogni obbligazione; si
adoperasse per la restituzione di quanto
era dagli altri occupalo, e questo nel mi-
glior modo e nel più leale che gli fosse
possibile; riparasse, secondo ogni poter
suo e gli ordini del Papa, a tutti i danni e
tutte le perdite cagionate alla s. Sede e
al monastero di Monte Cassino; non po«
nesse più , né in persona né per mezzo
de'suoi, la mano addosso a'chierici e lil-
le persone ecclesiastiche; non isvuligias-
se né arrestasse o assediasse i cardinuli
e i legali della s. Sede, purché nou fosse
da loro culla furza assalito e si trovasse
in caso di necessaria personale ilifesta.
Come tosto le genti di Marcualdo ebbero
udite questo condizioni, si levò fra loro
un lumullo,ed egli pure appariva mollo
agitato; impedì nondimeno qualunque
ullesa contro i cardinali, ed anzi gli uc-
compagno fino a Veroli, dove aiiivuli,
muuifeslò loro il desiderio suo di pre-
SCI
VER
sentarsi in persona al Sanlo Padre, di-
:endo avergli a palesar un segreto che
nfldar non poteva se non a lui solo;
imandò in conseguenza una prorogale
el medesimo tempo chiese a'3 cardinali
legati uno scritto che attestasse essersi
egli sottoposto agli ordini del Papa e a-
ver prestalo il prescrittogli giuramento.
Marcualdo scrisse indi da Veroli a In-
nocenzo 111, ma die'a divedere l'astuzia
sua ùu dalla salutazione , prendendo il
titolo di siniscalco dell'impero, quasi di-
chiarar non volesse né dissimular formal-
mente eh' ei tenevasi pel reggente del
reame di Sicilia e tutore di Federico, ti-
tolo che avea già preso nelle lettere an-
tecedenti. Né era scorsa una settimana
ancora dal dì del presta io giuramento,
ch'egli bandiva in tutti i dominii di Fe-
derico, essersi riconciliato col Papa e rien-
trato in grazia sua,avendogli esso adìda-
lo il governo del regno, e inviato due
cardinali con commissione d' ubbidire a
lui in ogni cosa. E sembra pure ch'egli
si rivolgesse a Filippo di Svevia, fratello
d'Enrico VI e pretendente all' impero ,
ed a'principi di questo, avendolo essi ri-
conosciuto sì per reggente della Sicilia e
sì per marchese d'Ancona e duca di Ra-
venna, e raccomandalo alla benevolenza
pontifìcia.! cardinali legati si fecero dap-
prima in Veroli a rimproverarlo per un
somigliante procedere; ma egli loro ri-
spose, che né Dio né gli uomini l'avrei)-
bon costretto ad eseguire i comandi del
Papa. Di poi lo stesso Innocenzo III gli
scrisse, sulla clemenza usatagli, essendo
opinione di molti, che neppure il precet-
to del pellegrinaggio in Terra Santa fosse
bastante espiazione a tutti i suoi molti e
gravi peccali. Sperare, eh' egli nulla a-
vrebbe ad opporre sul sentenziato per la
salute dell' anima sua, più cara al Papa
d' ogni tei reno profitto. Ptestare sorpre-
so, per arrogarsi ancora il titolo di reg-
gente del reame, perciò l'ammoni ad a-
steuersene , die del resto udrebbe con
piacere quaulo avesse a comunicargli in
VER 35
segreto, ed esser pronto a mandargli il
salvacondotlo. Ma basti di Marcualdo ,
avendone parlato a sufficienza ne'luoght
mentovati, anche col dotto Hurter; e so-
lo ricorderò qui, ch'egli non cambiò di
condotta, e da empio tiranno morì pre-
maturamente nel 1202 in Patti. Siccome
Innocenzo III più volte visitò le provin-
cie di Campagna e Marittima , massime
la sua patria Anagni, e nel 1208 fu a
Fossanova, a s. Lorenzo, a Castro, a Ce-
prano, a Casamari a'21 settembre , cer-
tamente aviù onorato di sua presenza an-
che Veroli. Onorio III che successe al
Papa nel 1216, avendo da cardinale ri-
fabbricato la chiesa di Casamari, nel se-
guenie anno si recò a consagrarla a'3
novembre, visitando anche Veroli. Aven-
do i crocesigna ti perduto Damatia nella
Siria e venendo oppressi dalla fierezza
de'saraceni, Onorio III, a cui era tanto a
cuore la liberazione diTerraSanla dal gio-
go maomettano, narrano il Novaes e il p.
Casimiro,che nel 1 222passò in Anagni col-
l'imperaloreFedericoIIjCol quale era na-
ta discordia pel suo biasimevule operare,
benché fosse stato suo aio, e con lui re-
catosi a Veroli vi si trattennero in con-
gresso i5 giorni, cioè dopo la solennità
di Pasqua, che in quell'anno cadde a' 3
aprile. Veramente il Papa d'Anagni veo-
ne in Veroli ad attendere Federico li,
che vi giunse u' i5 aprile 1222, da Ca-
samari ove avea pernottato, come rilevo
dal Rondinini. Nel congresso, dice 1' CJ-
ghelli : Suinina oniniurn laclitia inter
Poiitificem, et Imperalorem pax iiiìta
fuit. Quindi discussero del modo onde
eseguire una nuova crociata in Palesti-
na , da condursi dall'imperatore, non
meno altri gravissimi negozi concernenti
la cattolica religione ; e stabilirono che
tutti i principi cristiani convenissero nella
città di Verona, per trattare l'intero ri-
cupero di Terra Santa e lo sterminio dei
saraceni. Di che nulla si fece, comincian-
do Federico II più apertamente a tra-
vagliare lu&talopouliliciu e perseguitare la
36 V H R
Chiesa, onde Onorio III Io scomunicò. La
riunione d'un Papa ed'un imperatore in
Yeroli,è un segnalato vanto per questa
città. Anzi Federico II nel seguente anno
tornò in Veroli colle sue truppe, per re-
carsi ad assediare e punire Celano , che
co' suoi conti Pietro e Tommaso gli si
erano ribellati; ed egualmente vi si re-
stituì Onorio III, per consagrare il nuovo
vescovo Giovanni II. Federico II dopo
essere stato deposto e scomunicato da
Papa Innocenzo IV nel concilio generale
di Lione 1, venne a morte nel i25o, on-
de il regno delle due Sicilie, dominio
della s.Sedejl'usurpòil suo figlio bastardo
Manfredi, anch'esso scomunicato da'Pa-
pi. Per tanto, il Pontefice Clemente IV
neli265inve$tì del reame Carlo I d'An*
giò, il quale recatosi coli' esercito al pos-
sesso del regno, accampò nelle vicinanze
di Prosinone e di Veroli, e superato colle
sue genti il passo del ponte diCeprano,
s' introdusse nel suo dominio. Frattanto
lacerata V Italia da fazioni, massime de'
guelfi e ghibellini, e da sanguinose gare
municipali fra' popoli vicini, non ne an-
dò esente la provincia di Campagna, e
«e provò i funesti effetti. Nel 1248, nar-
ra rUghelli, Giordano e Giacomo signori
di Sonnino, ben armati e con copia di ca-
valli, mossero contro di Veroli, ma ebbe-
ro a pagar cara la loro audacia; dappoi-
ché riavutisi i verolani dallo sbigottimen-
lo prodotto dalla sorpresa, si armarono,
•confissero e posero in fuga gì' inimici
aggressori, inseguendoli fino a Sonnino,
ed avendone molti uccisi o feriti. Inoltre
apprendo dall'Ughelli , che recatosi ia
Veroli il Papa Alessandro IV , con di-
ploma datiitn Vendis a' 1 1 novembre
ia57,da lui e da 6 cardinali sottoscrit-
to, confermò le immunità ed i beni della
chiesa Verolana. Continuando le dette
deplorabili discordie tra' comprovinciali,
•pmsero i verolani nel iSoy ad assalire
arditamente in Ferentino il pontificio
rettore di Campagna, prendendo e incen-
diaudula sua tuuuita residenza. E sicco-
VER
me a difesa del rettore si dichiararonft i
popoli di Fumone, Anticoli, Castro, Pofi,
Ceprano, si scagliarono quindi i verolani
contro di essi, e misero a fuoco e ruba le
loro terre. Il Papa Clemente V, che avea
fissato la sua residenza in Provenza, per
reprimere i verolani e ristabilire l'ordine
nella provincia , copimise al suo nipote
cardinal Arnaldo Pelagrua legato di Bo-
logna di passare in essa e prendervi ener-
giche provvidenze, e di estenderle altres'i
nella provincia di Marittima che ne avea
pure bisogno. Tranquillati i verolani ,
furono poi invitati da Giovanni XXII ,
con lettera scritta in forma di breveda A>
vignone a' 5 gennaio 1827 e con altra
de' 18 gennaio i333, presso \o Statuto
Ferolano^ad unire le loro forze a quelle
del rettore di Campagna, per marciare
contro i ribelli ghibellini della Marca dt
Ancona. Poscia avendo il conte ghibelli-
no di Cecca no occupata Alatri e altre ter-
re della s. Sede, lo stesso Papa colla 2.*
sua lettera esortò i verolani ad assistere
Raimondo rettore di Campagna, per raf-
frenare tanta insolenza. Nella lettera so-
no da notarsi l'espressioni , colle quali si
afferma: »> che sicuro dell' attaccamento
e fedeltà de' verolani, non che della loro
forza, perizia ed audacia nelle fazioni
guerresche, levino le armi, e si facciano
a difendere i diritti di s. Chiesa contro
Francesco conte di Ceccano, il quale con
molto sfurzo di fanti e cavalli erasi im-
padronito della città d' Alatri. Funesto
poi e desolante fu l'S settembre iSio
per Veroli , perchè ad ora di vespero ,
dum vcsperas clerus adstantes populo
decantarti, dice 1' Ughelli, un orribile 9
spaventevole terremoto rovesciò quasi
tutta la città, con grande strage degi' in-
felici abitanti e generale costernazione.
Le migliori fabbriche ed i più antichi
monumenti vennero adeguati al suolo,,
con gravissimi danni, oltre la perdita
delle vetusile memorie. Dipoi se neh 'ò'jj
Veroli e la provincia esultarono pel ri-
pristioainetilo della pontificia residenza.
VER
in Roma, tosto si trovarono inviluppati
uel pernicioso scisma, cagionnto dall'an-
tipapa Ci lemen le VII, con lagriraevoli
conseguenze, di cui fu gran fautore il ri-
belle Onorato Caetani conte di Fondi,
punito poi dal Papa Bonifacio IX. Veroli
^rasi mantenuta nella vera credenza e
Habbidienza fino ali 383, «na colla morie
del vescovo Giovanni VI divenne anciie
essa smarrita seguace dell'antipapa Cle-
mente VII ; se non che devesi dire a sua
gloria, fu una delle prime città con Ana-
gni, e Ponlecorvo (ad onore di questa
città mi piace riferire che ne'n. 1 1 i ei '20
del Giornale di Roma deliSSg, si leg-
ge che il Papa Pio IX a mezzo del suo
caudatario mg/ Cenni inviò in dono alla
chiesa collegiata di Pontecorvo un ma-
gnifico ostensorio adorno di pietre pre7.io-
te; due calici, una pisside e un incensiere
d'argento; due nobili pianete, un terna-
rio di colore paonazzo, im piviale, un
paliotto di lama d'oro, 6 altre pianete,
vari camici finissimi, un tappeto e altri
oggetti. Dì più il Papa, nella sua mcmi-
ficenza, avere ordinato un quadro per
l'altare maggiore della cattedrale, e una
preziosa urna per collocarvi il corpo di
s. Grimoaldo, che in essa si venera, già
parroco di Pontecorvo nel XII secolo.
L'esultanza del clero e de' cittadini, la
profonda gratitudine, venne espressa an-
che in Roma al Papa, dal Rni.°p. Meloc-
caro vicario generale de' dottrinari, dal-
l' avv. Tommaso Carocci consigliere di
stato, edall'avv. Antonio Rossi, deputati
dell'illustre città) a tornare nel grembo
del legittimo supremo pastore nel 1 399,
appunto quando di più imperversava lo
scisma d'occidente. Il 9 aprile di tale an-
no Bonifacio IX cancellò l'interdetto col
ijuale l'avea punita, e col i.^del seguen-
te agosto ebbe la bolla d'assoluzione,
noediante la quale, prorogatane sponta-
neamente la solennità , a' 27 dicembre ,
qual giorno sagro a s. Giovanni uno dei
figli della Protettrice, l'abbate di Casa-
mari ricoiuuuicò pubblicamente il ve*
VER 3t
fcovo Bartolomeo, col suo clero. La bolla
si conserva nell' archivio della cattedra-
le. Ma se cessò lo scisma della Chiesa
verolana, incrudelì quello che Lacerava la
romana, per essere succeduto neli'antipa-
pato l'altro ambizioso Benedetto Xlli. A.
profittare del generale perturbamento ,
insorse il versipelle Ladislao re di Sicilia
di qua dal Faro, per aver concepito , ad
onta delle beneficenze avute da' Papi, il
vano disegno di signoreggiare Roma e
ritalia,per cui a varie riprese di prepo-
tenza occupò diversi luoghi della s. Sede
ed anche Roma. Nel i4oG Veroli si reg-
geva dal podestà Antonio de Torre di
Piperno , qunndo dall'ingrato Ladislao
si cinse d'assedio la città. I verolaoi non
mancarono di opporgli valorosa resisten-
za, ma per la disparità delle forze soccom-
bettero, e la città fu presa dal re, che con
furore si vendicò , gravemente danneg-
giandola, ed in parte facendone sman-
tellare le torri, ed atterrandone le mura
urbane. I monaci di Casamari,anzi tutti i
popoli della provincia di Campagua, fu-
rono da Ladislao malmenali in più gui-
se. A troncare lo scisma, neli4o9Si vol-
le adunare, contro 1' autorità del Papa
Gregorio XII, il famoso sinodo di Pisa^
che in vece 1' aumentò coll'elezione d'A-
lessandro V. Finalmente nel concilio di
Costanza fu estinto il grande scisma, ed
ivi venne eletto Papa Martino Vl'i i no-
vembre i4i 7, il quale subito a*20 scrisse
al podestà e comune di Veroli, parteci-
pandogli la sua assunzione al pontifica-
to, encomiandone insieme la fedeltà, ed
esortandolo al manteni(nento dell'ubbi-
dienza. A Ladislao nel i4<4 ^''^ ^^^'
ceduta la sorella Giovanna II, la quale'
mottrandosidivota del nuovo Papa,eper
avere l'investitura del regno, inviò a Ro-
ma coir esercito Muzio Altendoli detta
Sforza per proteggerla , in uno ad altre
città della Chiesa, finché il Papa non fos«
se giunto in Italia, contro le usurpazio-
ni di Braccio signore da Montone. Era»
oltre questi, emulo dello Sforza 1' attrdt
38 VER
condottiero d'armi Jacopo Caldera na-
poletano^ che volendo attentare alla sua
■vita, per la via di Veroli si condusse a
CasainarijClie iniim,e dispose le sue trup-
jie per opporle allo Sforza nel suo pas-
saggio. Ma conosciutasi dallo Sforza la
trama, SI portò in vece ad attaccarlo; rup-
pe e fugò il di lui esercito, e fece prigio-
ne Caldora. Presa la badia, e superato
l'impedimento, prosegu"! il suo viaggio
per Roma, Per queste vicende, la vicina
Veroli ne risenti cogli abitauti sensibili
danni. Di che mosso a compassione Mar-
tino V, confortò i verolani con lettera
de'2 I ottol)rei4'9, concedeudogli il pri-
vilegio, che i loro magistrati potessero
terminare lecausecivili e criminali, senza
«he i vicari rettori di Campagna, o com-
iiussari pontificii, potessero procedere, in-
quirire ec. ; minacciando, colle solite for-
rnole, della sua indegnazione quelli che
Avessero osato opporsi. Nel declinar del
secolo, Carlo Vili redi Francia, volendo
far valere le ragioni della casa d' Angiò
std regno di Napoli, calò in Italia coll'e-
sercito per conrpiislarlo. Giunto in Ro-
ma,ne partì verso la fine di gennaio 1 ^g5,
e per Velletri s' avviò per la strada dei
uionli dalla parte di Veroli e ili Monte
s. Giovanni. Questo passaggio , nota il
cav. de Mattheis,fu accompagnato da'so-
liti guai e aggravi, ed in Monte s. Gio-
vanni i soldati commisero orrori e in par-
te abbatterono. Patirono meno i paesi del
piano, come Prosinone e Ceprano. Indi
pel contrasto di detto regno tra francesi
e spagnuoli, a varie funeste vicende fu
esposta Veroli ed i circostanti luoghi.
Noterò, che Carlo Vili soggiornò in Ve-
roli, e quivi secondo lo Statuto P^eroln-
rio, venne a condolersi AlessandroVI, per
la seguila fuga del figlio cardinal Cesare
Korgia da Felletri, e per la njoite del-
l'ottomano principe Gem o Zizim. Ma
in vari luoghi narrai cogli storici,quanto
fece il re inutilmente per riabboccarsi
col Papa, dopo la sua partenza da Roma,
e quando vi ritornò g'à Alessandro VI
VER
per evitarne l'incontro era partito per
Orvieto. Fu da Veroli che il re spedì i
suoi messi ad intimarla resa alla ittunitis-
sima rocca di Monte s. Giovanni, tenuta
dalle genti del marchese di Pescara, e ri-
tornando questi mutilati, adiratosi gran-
demente il re ne ordinò 1' assalto, che
egli andò a infervorare da Casamari ; e
battuta la terra dall' artiglierie, dopo 6
ore venne presa, e gli abitanti col presi-
dio passali a fil di spada; tremenda cata-
strofe che deplorai altrove. Dopo pochi
anni, le disastrose sciagure di Roma nel
1527, ebbero il contraccolpo nella provin-
cia di Campagna, poiché per la via di Ce-
prano le feroci soldatesche spagnuole e
alemanne di Carlo V, fecero de'dintorni
di Prosinone, di Veroli e di altri luoghi,
il teatro di aspri e sanguinosi combatti-
menti , quindi non è a dire quanto ne
patissero i verolani ; deplorabili avveni-
menti che rinnovaronsi 3o anni dopo
circa , per la lagrimevole guerra della
Campagna, di Filippo li re di Spagna
contro Papa Paolo IV, la quale descrissi
nel voi. LXV, p. 284 e seg., e ne' luoghi
che ne furono miserabile vittima ; e sic-
come oltre la provincia di Campagna ,
itnmensamente patì quella di Marittima
o Velletri, anche in questo alla sua in-
fausta epoca, e descrivendo i paesi che ne
soffrirono. Prima però di farne cenno ,
col Pctrini, Memorie Prenestine, debbo
narrare uno spiacevole avvenimento lo-
cale. A' i5 maggio iSSy nel consiglio
della pubblica assemblea di Veroli, tenu-
ta nel palazzo della città, assisteva il pro-
prio notaro Biagio Monci di notabile fa-
miglia prenestina. Ivi il verolano Pro-
spero Jannuccio, uomo alquanto accatta-
brighe, rimproverò il notaro d'esser sla-
to d^ lui assai ingiuriato, col titolo di
mentitore. Lo negò il Monci, e disse che
non poteva esservi persona capace d'at-
testarlo. Soggiunse Jannuccio, bastare la
sua affermazione. Se ne offese il Monci,
e terminata l'adtmanza, inviò n Jannuc-
cio UH cai Icllo di disfida, diccudugli che
VER
andava a Paleslrìna , ed ivi sì sarebbe
Iraltenuto 8 giorni coatioui , pronto a
provargli coU'ariui la sua mentita. Il
cartello tuttora si conserva nell' archivio
prenestìno, ignorandosi il fine di questa
briga. Pare però die pel momento in-
generasse inali umori ne'due popoli, che
poi per l'antica reciproca amicizia si dis*
siparono; poiché rimarca lo storico,che
(juandoper l'anno sanloiSyS, recandosia
liomaiooo verolanì, con alla testa il ve-
scovo, passando per Palestrina trovarono
una cordiale accoglienza.Questa riuscì co-
sì gradita, che tornati in Veroli e aduna-
to il pubblico consiglio, rammentando la
comune tradizione che fra' verolanì e ì
prenestìni eravi un'antica alleanza, de-
terminarono rinnovarla formahnente,ac-
cordando a'prenestinì la verolana citta*
dinanza. Indi spedirono a Palestrina il
nobile Francesco Campanari a presen-
tare il decreto in pergamena, e sottoscrit-
to d;d cardinal fr. Michele Bonelli detto
Alessandrino e nipote di s. Pio V, ch'era
governatore di Veroli, non che abbate
commendatario di Casamari. Laonde ì
prenestìni, per giusta corrispondenza, a-
scrissero alla cittadinanza di Palestrina i
terolaui.IICecconi altrettanto narra nella
Storia di Palestrina, con altri partico-
lari. Dice pertanto, che passando per Pa-
leslrìna con grande esemplarità i verola-
nì, recandosi a Roma per 1' acquisto del
giubileo, per le dirotte pioggie i prene-
stìni subito accorsero loro incontro; ed
in considerazione della stretta amicizia
che da tempo antichissimo passava fra
le due città, ed anco per esercitare un at-
to pio versosi divoti pellegrini, non solo
il pubblico, ma eziandio ogni privato si
credettero obbligati a mostrare umanità,
gareggiando nell'alloggiarli nelle proprie
case, trattandoli con manifesti segni di sti-
ma e di amorevolezza ad essi dovuta; fin-
che il tempo permise riprendere il viaggio.
Eacconta poi della cittadinanza concessa
da' verolanì a'prenestinì con amplissimo
diploma, cheinlerameule riporta, comiu
VER 39
dando colle parole: Sindìcus, OJJlcialea
ac tota Civitas Ferulana omnibus Ci-
vihiis, incolis, ac hahilatoribus quìbus-
qumque Magnificae Civitatis Praenesli-
nae S. P. D.Lo dice sottoscritto dal car-
dinal Bonelli governatore dì Marittima e
Campagna,efattoin pergamena adorna di
rare miniature allusi ve all'antiche memo*
rie di Palestrina; facendolo presentare al
pubblico consiglio, mediante un de'pri»
mari cittadini molto dotto ed eloquente,
Francesco Campanari poi vescovo d'Ala -
tri; che recatosi a Palestrina con tutto de-
coro eseguì l'incarico: per cui fu bea giu-
sto che i prenestìni per riconoscenza u-
sassero lo stesso ufllcio versoi verolanì;
di maniera che da quel tempo gli abitau-
ti delle due città si riguardano come eoa-
federatì,ed osservano con religiosi là scam-
bievolmente i diritti d' una perfetta con-
cittadinanza. Nel vescovato del cardinal
Ennio Fdonardijil celebre cardinal Fran-
cesco Qdignones (A'.) spagnuolo, dotto e
dì santa vita, già ministro generale de'
mÌDorì osservanti, confessore e consiglie-
re dell'imperatore Carlo V , col quale
trattò nel 1 527 la liberazione di Cle«neu-
te VII assediato in Castel s. Angelo, au-
tore d'un più breve Uffìzio divino {f^.)^
portatosi al convento de' francescani di
Veroli, ed invaghito del clima dolce e a-
meno dt-lla città, vi fabbricò un palazzo,
in cui morì a'2 7 ottobre 1 540, ^/■o/;e Ec-
desiarti s. Crucis, dice 1' Ughelli, ciij'us
viscera in cathedrali sub lapide rotun-
do recondita fuere, ut ìnscrìptio ibidem
apposita refert. Corpus vero Romani
relatum, in basilica s. Crucis in Ilieru-
saleni sepultum fiiil. Questo non avver-
tì il p. Casimiro, semplicemente riferen-
do la seguente iscrizione male scolpita ìa
marmo nel mezzo della cattedrale co'pre-
còvù'i.HtcJacentF-iscera Rmi. D.Diii
Cur. San. - Cru. obiit an - No msxxxx.
P- r. Pas. R. M. Posuit. Notai nella sua
biografia, che il corpo fu portato in Ro-
ma e deposto nella detta basilica, presso
il magnifico Tabernacolo della ss. Eu-
4o VER
earislia da luì edificato, che descrissi in
♦juell'aiiicolo, avvertendo che il Besozzi
riporta le iscrizioni nella Storia della ba-
ailicadis. Croce in G€rusalemme,\e(\tìa-
li il cardinale collocò vivente, colle pa-
role: De morie ac resiirrect. cogitans vi-
vens sibi posuit. • Expeclo donec veniat
imniutatio ineci. — Ed eccomi a parlare
tiellii sciagurata guerra, delta (Zc//(2 Cam-
pagna Honiana, ossia della provincia di
tal norne, che forse più della Marittima
e de'diolorni di Roma ne fu infelice ber-
saglio. Insorte gravissime discordie fra il
magnanimo Paolo IV e Filippo li re di
Spagna e di Napoli, figlio del suddetto
Carlo V, il viceré di Napoli d.E^erdinan-
do Alvarez di Toledo duca d'Alba, or-
goglioso e crudele, con formidabile eser-
cito, a'5 settembre 1 556 prese Ponte Cor-
vo, indi occupò Ceprano, Fresinone ec;
ma lasciamo parlare il verolanocan. Cre-
scenzi, co'suoi Cenni storici sovra s. Sa-
lame, di cui più soUo dovrò ragionare,
»lì duca d'Alba nel portare le armi coa-
tro Io stato pontificio, correndo 1' anno
i556, mandò in Veroli d. Garzia di To-
ledo (forse era nipote del duca) con nu-
meroso esercito spagnuolo , onde espu-
gnarla e sottometterla. Per «on essere
giunto in tempo il soccorso da Roma, Ve-
roli chiese la tregua di 3 giorni, la qua-
le venne accordata. Nel qual tempo il ni-
pote del duca ispauo, non so se per suo
diporto, o per spiare i punti della città, si
avvicinò in aria di passeggio alle mura.
Flavio Fiorini lo vide, ne sospettò, e con
un colpo di spingarda rovesciollo in ter-
ra. Saputosi ciò da d. Garzia (suo zio),
montò in furore, vuppe la tregua e mos-
se all'assalto. Veruli che aveva avuto già
dal duca di PHliauu(d. Giovanni Caraffa
nipote del P«pa, il quale gli avea confe-
rito quello stato tolto al ribelle d. Mar-
c'Antonio 11 Colonna, unode'duci del-
l'esercito nemico) due compagnie d'ita-
liani, comandale dal capitano Bargello di
Fabriano, e da Lorenzo (Im Perugia, gli
resistette in modo che agucootinciò ^ ce-
V K R
dere se non dopo lungo contrasto. Ma
vedendosi i verolani in pericolo, spediro-
no un sacerdote spagnuolo, ch'era cano-
nico della verolana cattedrale, a trattare
con Garzia la pace. Al nome di uno spa-
gnuolo, l'isolano duce calmò alquanto la
sdegno, e lo ammise al parlamento. Que-
sti con tanta eloquenza seppe mostrargli
non aver avuto parte alcuna il popolo
nell'ardimento di un solo, ed eg'i dover
concedere pace per essere proteggiirice di
Veroli la madre di s. Giacomo proletto-
re della Spagna {f^.), che Garzia cedet-
te; ma a condizione, che gli si fosse dato
nelle mani l'uccisore del nipote. Lieto il
sacei'dote ritornò in Veroli, e gli abitan-
ti udirono con allegrezza quanto egli ri-
feriva. Si fecero allora le indagini, ma il
Fiorini non fu potuto rinvenire. Già il
Toledo era colTesercilo sotto il conven-
to de' frati minori, posto allora fuori la
portaNapoletana,ed attendeva impazien-
te. Il dubbio intanto., T angustia e il li-
nioreagitavanoil petto de' verolani, i qua-
li non sapevano a qual partito appigliar-
si. Non potevano più resistere al nemi-
co , perchè le perdile erano state consi-
derabili, né potevano soddisfarlo, poiché
del Fiorini non ne aveano notizia. Final-
mente, si prese risoluzione di presentare
al duce nemico le chiavi della città. Fu
eseguito, ma nulla valse. Imperciocché
credendo Garzia ciò un pretesto, minac-
ciò di nuovo morte a'citladini, e alla cit-
tà saccheggio e fuoco. Cosi risoluto vo-
leva entrare in Veroli; ma il cavallo im-
provvisamente inginocchiossi. Fu allora
rialzato ma a stento, ed a stento poi giun-
se sino all'antica chiesetta di S.Pietro (cioè
al luogo dove sorgeva, poiché da due se-
coli circa avea cessato d'esser uflìciata, e
non era più chiesa) , in cui al giovane
Tommaso fu rivelato il corpo di s. Sa-
lume. Qui di nuovo il cavallo piegò le
ginocchia; per quanto molti si sforzasse-
ro u rialzarlo, lutto fu vano. Allora il
canonico spagnuolo, che ivi trova vasi, pie-
no di coraggio e fervore disse al duce.
VER
che in lai proiligio ammìrnsse il potere
di s. S^iiouie, e rispettasse la città da lei
cos'i fliileuleiiten te protetta. Atterri toGar-
zia, sLil)ilo livucò il comando, impose a'
soldati die a N'eioli non recassero il mi'
iiiruo dciniio, e disceso da cavallo |)ortos>
si a piedi nella cattedrale, dove fu rice-
vuto tlal clero. 1 vi dopo die ebbe adora-
te le reli<|uie della santa ne chiese in gra-
zia un dente. Tosto un canonico preso un
cortellino, si accinse ad estrarlo, quando
toccatolo appena ne uscì vivo sangue. Slu-
pt^fatto Garziii più che mai da quest'al-
tro uiiracolu, non permise che il dente si
levasse, dicendo esser egli contento del
sangue , the già era stato in un bianco
pannolino raccolto. Levatosi alloradat di-
to r anello, che donò alla santa, si con-
geilò,epairida Veroli pacificamente (qui
l'autore cita varie opere, in appoggio di
sua narraziont). Ma d'un tale anello, da
poco in qua non se ne sa notizia alcuna".
Del resto, l'artiglierie di d. Garzia avea-
lio fatto <pialchu danno alla città nell'ai»
tacco; ed in essa solo vi restarono a pre-
sidio due couqiagnie di spagnuoli e te«
deschi, e vi rimasero fino alla pace sospi-
rata, che seguì in Cave u'i4 settembre
1557. Quanto al prodigio che salvò Ve-
ioli, se ne le,':ge la memoria scolpita in
marmo, e collocata sopra un muro d'u-
na casa de' marchesi Bisleli in via della
Catena, entrando per la porta Arenaria,
che ricavo da Murocco e riproduco. D.
(). M . - Sistc gradurn vialor - Ac D.
Salomcn ytiuliPalronain- lentrare-
Quae Urbis salulcin a Deo deprecala -
fiain ab maxi ino periculo servavi t - Fi
fnim posiobsidionetn capta- Fer dinari-
dus Tolelanus Albae Dux - [lostiles
txercitiis iiiiptratar - ìnler necionein ci-
vibus niiiialus - Deposila repente ira -
Mi lite s e aedi bus praedaeque inìdanles -
Conipcsenil-Ac Civita lem Itunianae tra-
ctavit- S. P. Q. f endanus - Anno Do-
mini MOLr t ■ In locoubireseveuit - Ca-
tenain servilutis notani- Adhuncniurum
{ippnidi- Expublico dee re lo. j assi l - Se-
VER 41
bastianui de Sebastianis aediurn domi-
nus - Facti seriem ad posleriorum docu-
mentiun - Mormori sculptamposuit-An'
no Domini mdccxlu. La lapide colloca-
la in tale anno, e non nel 1743 còme ri-
ferì Marocco , conferma quanto di già
raenmentava una catena dì ferro decre-
tata dal municìpio fin dall'epoca dell'ac-
caduto, alludendosi con questa al doppio
significalo, sia di barriera al passaggio»
sia di Subita servitù. Inoltre fa fede del
fatto la seguente iscrizione che tuttora si
legge sulla tomba dell' ucciso guerriera
nella basilica di Casamari,ove venne se-
pollo. Firgilius Corrtidinus Romanne
origine Regiensi. Mil. Inip. in Ferula-
na devasta tione regn. Paulo IF acci-
sus. Hic jacet et vertithic sua Lilia in
sìdera turrim, quodferreani stegmati-
Addidit oh. d. mil. Petrus pater ex
barigellus soeer. dulcis filio m.pp.—
Le altre città e paesi della provincia sof-
fi'ironogravissimi danni, specialmente la
vicina Frosinone, i di cui abitanti conser-
vano ancora per tradizione scolpila nella
memoria la rovina a cui soggiac(|ue, come
eiprimesi il patrio storico cav. de Mat-
Iheis. Lunghe, egli dice, furono le depre-
dazioni, continuali i saccheggi, ripetuti
gl'inceiidii, per esser durala questa deso*
laute invasione, forse maggiore di tulle,
oltre un anno. INel 1 5^^ il palazzo comu-
nale di Veroli saltò in aria per opera di
una mina falla da Pompeo Caetani, ramo
de'conti della Torre, ch'erasi stabilito in
Veroli, la cui famiglia si estinse coll'ucci-
sione del medesimo, a causa del prodito-
rio ed orribile misfatto della mina, diret-
to in odio del podestà, che con tutta la
famiglia ed altri, andando per aria il pub-
blico palazzo, miseramente vi rimasero
vittune. Il pubblico archivio rimase in-
cendiato, e la città priva de'suoi più au-
tentici documenti. Forse egli è per questo
che la città manca di una pubblicata sto-
I ia completa, al qual pregiudizievole vuo-
to, con lodevoleintendimenlo, si accinsero
^er ripararlo zelauli amatori delia patri»,
4» VER
come i ricordali cai). Vecci,mg.' Giovar-
tli,ed altri che lasciarono ross. le loro me-
morie. Il cali. Crescenzo Crescenzi sullo-
dalo, olire i Cenni storici sovra s. Sala-
me, avea preparalo una dislesa storia di
Verdi, sino dall'originedella città, la qua-
le potrà eziandio fornire molle notizie cir-
ca gli antichi popoli di queste contrade.
Qualche cenno di tale storia mi fu dato
«vere, e con critica ne profittai in questo
mio articolo. Faccio lieti voti perchè presto
sia pubblicata la storia chesta compilando
il nubilee rispettabile verolanocav. Fran-
cesco Mellon|,già benemeritogonfalonie-
le della città (dal i838 al i844. perciò
ebbe l'onore di rassegnare in pubblica for-
ma in Fresinone, al Papa Gregorio XVI,
la fedele sudditanza della città. Altret-
tanto ebbe incarico di eseguire nel luglio
1849 presso il regnante Pio IX in Gaeta,
a cupo della commissione provinciale), il
quale graziosamente mi ha favorito, eoa
patria benemerenza ernia indelebile gra-
liluiline, giù tributata di sopra, nell'in-
terpellazioni a lui fatte pe' miei dubbi e
lacune; lumi ricevuti mentre e dopo che
io scriveva quest'articolo, appunto per la
lamentata mancanza di storie slatnpale
di Veroli, onde mi debbo limitare alle
cose principali. M' ingegnai con amo-
re e paziente industria di raccogliere da
que' non pochi autori che vado ricor-
dando, e rettincaiidoli al bisogno, per
compilare un articolo onde intanto ne
desse una sufficiente monogran.i,colla pos-
sibile critica ; e perciò procurai conciliare
lediscrepantiopiuioni degli scriltori^deri-
Tate appunto dal non essersi finora resa
pubblica una storia esatta, che lauto me-
lita l'illustre città. Nella guerra tra la Spa-
gna e l'Austria, pel possesso del regno del-
ie due Sicilie,il principe Lobkowitz pro-
pose fare insorgere la provincia di Cam-
pagna onde più facilmente penetrare nel
reame. Conosciutosi il progetto dall' in-
fante di Spagna Carlo di Borbone re del-
le due Sicilie, a prevenirne l'edettunzio*
uè, sagaceoieale si recò nella provincia
VER
con tutte le sue forze napoli-ispane nel
giugno l'j^^; dimorò il re io giorni ia
Veroli, e passato Velletri fugò il nemico
a' IO agosto, dopo sanguinoso combatti-
mento. Intanto nel declinar dello stesso
secolo cominciò la fatale epoca degli scon-
volgimenti e catastrofi disastrose, le cui
rovinose conseguenze tuttora si piangono.
Quindi Veroli, come le altre città e luo-
ghi della provincia, soggiacque alle triste
vicende prodotte da'faUi nomi di libertà
e di eguaglianza, predicate col cannone e
con tutte le arti da' repubblicani france-
si, che pretendevano democratizzare tut-
ta l'Europa e soggiogarne i popoli. L'illu-
sione in principio avendo affascinato le
menti, digraziatamente non pochi segui-
rono quell'utopie, in cui ricaddero negli
ultimi anni. Quindi invasione francese
nel 1798, con le più pregiudizievoli ea-
rnare conseguenze; quindi insurrezione
contro il giogo straniero nel luglio, re-
pressa con orrori, guasti e spargimenti di
sangue; ed anche in Veroli, molli de'suoi
cittadini perirono nelle domestiche discor-
die. Pia volte la città dovelle sopportare
l'estranee truppe de'belligeranli, massi-
me napoletane, e nell'ospedale, dichiara-
to militare, albergarvi i soldati a spese del
comune. Tornò passeggiera pace e quiete
nel 1 800 colla elezione di Pio VII, ma do-
po pochi anni gl'imperiali francesi rioc-
cuparono Veroli e la provincia, ed a tanti
mali sì aggiunse l'infestazione de'iadroni
che turbarono miseramente le nobilissi-
me Provincie di Fresinone e di Vellelri
(^.), infelice epoca protratta per più anni,
benché nel i8i4 'itornarono al paterno
dominio di Pio VII, che di recente ha de-
plorato anco il cardinal W^iseman, per
esserne stato testimonio, nelle sue magni-
fiche Rimembranze defili ultimi quat-
tro Papi, a p. 5, I 1 4 e 1 82. Mentre le po-
polazioni dello stato pontificio godevano
la pace, la quiete, l'ordine, l'abbondanza
procurata lorodal glorioso GrcgorioXVI
(che colla storia nuovamente e con dif-
fusione celebrai nel voi. XCI, da p. 528
VER VER 43
n 553 inclusive), il quale col suo forlissi- tlcstlnaloda'verolaui a scio i" re il voto di
nio animo e vasta mente, seppe tiionfuie riconoscenza verso di essa. Con edificante
della tenibile rivoluzione del i83i, av- processione sì portò il sagro busto della
venuta quando da'fuziosi credevasila Se- Protettricealla sua titolare cbiesa, levalo
de apostolica vacante, e nella quale le lo- dal Sancta Sanctoruni dell'insigne cal-
daie t\ue Provincie dierono luminose te- tedrale. Tanto i vesperi, quanto la messa
stimonianze di fedeltà edivozione,dairA- solenne furono pontificati dal zelautissi-
ftia penetrò in Italia la Peste (f.) del mo nostro pastore mg/ Francesco M.'
cholera. Scrive il can. Crescenzi. «Questo de'marcbesi Cipriani. Una ben concepita
inorbofalale, sempre incerto e sconosciu- musica del maestro comunale sig/ Ubai-
lo sul pi imo (fatalmente tuttora s' igno- do Allafulla, eseguita da qualche profes-
ra la sua vera cura: è un flagello di Dio!), sore estero e da' dilettanti cittadini, rese
come luogo acquistava còsi fucevasi gi- vieppiù divota la festività. Il clero e le
gante. Dovunque allignava vi si vedeva autorità civili e militari assisterono alla
il terrore, il tormento, la fame, la sete, sagra funzione. La 4." compagnia del 1°
il lutto, ed una torment';sa morte. Vero- battaglione de'cacciatori, comandato dal
li per l'infello limitrofo regno di Napoli, sig.'cav. Giacomo Mazzola, accrebbe al-
coli cui incautamenleovea commercio, e la fe.sta maggiore lustro e decoro. Ogni
per alcuni vicini paesi parimente infetti, angolo della città echeggiava di ben con-
mentre temeva di giorno in giorno di es- certati pezzi musicali, ed in particolar
sere ammorbata, sperava nella sua Pro- modo di quelli della banda di detto bai-
leggitrice ". Riporta la preghiera, che il taglione de'cacciatori. Nelle due seredeila
di voto popolo verolano continuamente festa fu illuminazìonegenerale per la città
dirigeva alla gloriosa protettrice s. Maria e sulla facciala del tempio; e furono incen-
Salome, la quale esaudì la prece fei voro- diati due fuochi artificiali, in cui i vario*
sa de'suoi figli. Già avea ciò celebrato il pinti colorie i bei capricci dell'artefice ap-
n. 45 delle Notizie del Giorno di Ilo- pagarono il gusto degli spettatori; ed infl-
m<2, pubblicando ilseguentenrticoloscrit* ne si elevarono due globi areoslatici. Co-
lo in Veroli a'2 i ottobre iSSy, della fé- sì ebbe termine la festa; ma non però la
sta di ringraziamento eh' ebbe luogo al pietà e la divozione e la riconoscenza de'
conlemporaaeo cessar del morbo ue'din- verolani verso la Saula, a cui vanno de-
torni. » Ptimase per Divina misericordia bitori d' innumerevoli grazie, lietissimi
illesaquesta città dal terribile flagello del sem[)re di possederla per Protettrice",
morbo asiatico. La Magistratura, ioter- A*455 e 6 settembre 1842 solennissima-
prele del pubblico volo, videsi in dovere mente si celebrò in Veroli la i.'iicorrea-
di solennizzare la ricorrente festività del- za centenaria della traslazione del corpo
r inclita nostra protettrice s. Maria Sa- di s. Salome dalla cattedrale al proprio
Ionie con particolare pompa. Ornata per- tempio, poiché la festa fu trasportata da'
tanto con decente e ricca paratura la io- ^5 maggio a' detti giorni, per mera ac-
signe chiesa della Madre de' due apostoli cidentalità. 11 suo tempio venne decora-
Giacomo il Maggiore e Giovanni Cvan^ loda sontuosa e nobile paratura, rispleu*
gelista,e splendente di numerosi e ben di- dendo per 18 lampadari e gai doppieri,
sposti ceri, rendeva vieppiù maestoso il tutte magnifiche dimostrazioni cittadine
venerato sagro busto della Santa. Tale fé- all'inclita Protettrice. Tre giorni duraro-
sti vita fu preceduta da di vola novena. Lo no le feste e la pubblica lietissima esultaa-
sqwillo de'sagri bi'onzi e il rimbombo de' za. Pontificarono in ciascun giorno 3 ve-
niortari annunziarono l'alba del dì 17 scovi, cioè il diocesano mg." Cipriani,
d' ottobre dedicalo alla Saula, e giorno quellodiTerracioa, SezzeePiperuo mg.*^
44 VER
Arelini-Sillam, e quello d' Alalii mg."
Giaropedi; accompagnali da 3 scelte e va-
rie musiche, ciascuna con diverso macsiro
di cappella, tra'quali il celebre conlrap-
puntista del real conservatorio di Napoli
d. Carlo Conti. IN'e accrebbero le armo-
niose melodie i migliori professori di
Roma e di altri luoghi. Il teatro venne
diretto dal valentissimo marchese Raf-
faele Muti (da ultimo defunto), e l'orche-
stra dall'egregio Achille del Nero. Le lu-
minarie notturne, i fuochi arlifìciali, le
tombole, le corse de' barberi, alternaro-
no le spledide sagre funzioni. Immenso
fu il concorso de' circostanti popoli, mir
I-abile l'ordine pubblico. Il concerto de'
dragoni pontifìcii gareggiò nelle melodio-
se suonate, con quelle della banda citta-
dina di nuovo per questa lieta circostan-
za ristabilita; la milizia papale comanda-
ta dal capitano Cimarra, accompagnò le
pompe delle feste. V intervennero mg.'
Orlandini delegato apostolico diFrosino-
iie, rng." Clarelli ora cardinale, mg.' Vi-
telleschi al presente arcivescovo di Seleu-
cia, ed altri distinti personaggi. Nel trion-
fale viaggio intrapreso da Gregorio XVI
nel maggio i843, per le sue dilette Pro-
vincie di Cauìpagna e Marittima, anche
la magistratura municipale si fece solle-
cita di tributargli l'omaggio del popolo
vei'olano, di sudditanza e di venerazione,
corrisposta benignamente, ed il vescovo
mg.'Cipriani si trovò a ricevere il Papa
sulla porta del palazzo apostolico rimpet-
to alla chiesa abbaziale di s. Denedetlo
in Prosinone, alla testa del suo clero, per
essere la città soggetta alla chiesa verola-
na, Narrai negli articoli Pio IX, Velletri
e altri, quanto deplorabihnente precedet-
te e accompagnò la rivoluzione di tutto
io stato pontilJcio 1B4B-49, eia procla-
mata repubblica romana, a cui soggiac-
«|ue anche Veroli colla sua provincia; e
vorae per l' intervento delle potenze il
Papa la fece reprimere, i napoletani a'i 7
giugno 1849 occupando f'oshione, Ve-
lali «di imaueuledellapcoviuciadt Cttll4-
VER
pagna. Avendo il Pa[>a riparato nel re-
gno di Napoli, nel restituirsi ne'suoi stati
per Terracina neli85o, volendo letifi-
care di sua presenza la provìncia di Cam-
pagna, questa in ogni maniera lo festeg-
giò;nè mancainolare nel voi. LXXXlX,
p. 71, che Veroli situata fuori di via, ia
quella per andare ad Alatri eresse un ar-
co trionfale con 4 iscrizioni, che prendo
dalla Relazione storica del viaggio di
Sua Santità Papa Pio IX da Portici
a Roma neW aprile dell'anno i85o. — •
Al Sommo Pio IX, Keroli, in segno di
sudditanza fedeltà e divozione, a sìgni-
Jicare il coniun voto, eresse e dedicò. — >
Air immortale Pio IX P. O. M. Ferali
devota figlia e suddita^ ad esternare
l'ardente volo di accoglierlo, eresse. — .
v// reduce Augusto lunghi sereni felici
giorni, augura esultante dì Feroli il
clero, il patriziato, il popolo. — Pio No-
no Pontifici Optimo Maximo, Roman
fcliciter Redeunti, Senatus Populusque
f^erulanus Erexit. Avverte la Relazio-
ne, che tanto presso quest' arco, quan-
to presso gli altri innalzati dalle diver-
se comuni , si trovarono i rappreseo-
tanti di ciascun municipio genuflessi col-
le rispettive popolazioni, con rami d'olivo
e imploranti l'apostolica benedizione, a
tulli graziosamente compurlita. Il Papa
fu ricevuto dal vescovo di Veroli mg/
Venturi col suo clero, come rilevai a p.
72 del citato voi., ed accompagnalo alia
chiesa principale. Il prodigio dell'inco-
lumità di Veroli pel patrocinio possen-
te della gloriosissima prolettrice s. Sa-
lome, si ripeteva negli anni 1 854- 55,
in cui di nuovo il chuiera alilìsse nota-
bilmente Roma e lo slato pontifìcio, ol-
tre altre parti d' Italia. Nel suo decorso
non pochi viandanti morivano lungo le
vie del territorio, senza che Veroli ne
risentisse danno. Gli stessi suoi medi-
ci,cosa mirabile a dirsi, si portavano im-
punemente a curare ne' prossimi luo-
ghi invasi dal fiero malore, senza alfatto
cuutiarlo.Tia que'del clero che si dislm^
VER
sero, si lieve paiiicolai mente encomiare
la virtuosa abnegnazione e I' edificante
cristiana carità del Rm.°p. ab, d. Michel-
angelo Galliicci, benemerito commissa-
rio apostolico dell'arclii-cenobio di Casa-
muri, il quale onioiato dal proprio zelo
accorreva in queMintorni co'soccorsi del-
le consolazioni spirituali, ne rare volle fu
visto apprestarli a capo scoperto sulla
pubblica via, ed ovunque ne avesse av-
viso.
La benefica luce del vangelo fu porta-
ta in Yeroli dal principe degli Apostoli s.
Pietro, secondo il Baronio e il Summon-
te, seguiti dal De IVIagistris anagnino;
imperocché questi nella rammentata I-
s lori a della città e s. Basìlica cattedra-
le di /inagrii, riferisce che nell' anno
44 t'eir era corrente portatosi s. Pietro
in Italia con 7 compagni, e approdato a
Taranto, per essere passato a Napoli, a
Capua, in Atino, deve dedursi che di là
recatosi a Veroli, Ferentino e Atiagni, in
ciascuna vi seminasse la legge evangeli*
ca, e ne riportasse qualche fruito ; donde
si trasferi quindi in Roma a predicare la
fede cristiana, ed a stabilirvi la catte-
dra apostolica. Ma la s. Chiesa verola-
uà, colla tradizione, crede che i primi se-
mi della fede evangelica sieno stali spar-
si nella città da s. Salome, nell'anno 4^
di nostra era, col martirio de'suoi com-
pagni i ss. Biagio e Demetrio. E' pu-
re tradizione, che quindi due anni do-
po s. Pietro confermasse i verolani nel-
la cattolica credenza e la diffondesse,
ungendovi vescovo un s. Mauro, diver-
so da quello che alloggiò a. Salome,
(perchè secondo la cronaca di poco gli
sopravvisse), e trasfjrmando la pro-
pria abitazione io chiesa, al s. Apostolo
•stesso, e lui vivente, la intitolasse, se de-
ve credersi alla tradizione (è certo però,
che la forma di tal chiesa tuttora dà l' i-
dea d' una remotissima antichità, come
luogo recondilo,ove sì radunavano i pri-
mi cristiani, essendo un sotterraneo con
un solo altare, sovrastalo come al presen-
VER 45
te da una vetusta abitazione, ne di fac-
ciata avea altro segno che una porta ia
angolo). In tale chiesa (che dopo il ter-
remoto nel i35o venne convertita ad
altro uso), avvenne nel 1209 la rivela-
zione fatta da s. Pietro al giovane Tom-
maso, del luogo ove giacevano le ossa
di s. Salome, di che ne fa teslimonian'
za la sovrappostavi iscrizione; ed an-
che innanzi alla medesima il cavallo del
duce toledano Garzia (la chiesa di s. Pie-
tro risarcita con una specie di facciata do-
po il i35o, tuttavia considerandosi in
complesso troppo abbietta, alcun anno
dopo fu soppressa e cessò di essere uflicia-
ta, e non era più chiesa nel i556, epo-
ca del prodigio). E della erezione, fino
da'tempi apostolici della sede episcopale
in Veroli, anche 1* Ughelli il conferma
colle parole: Episcopalis digiti tas Pera-
lana antiquissinia est, ubi prinium ed
CivitasClirisiianasacracomplcxataesL,
Antistitem etiani sacrorum accepit, eie.
E quanto alla prima introduzione del cri-
stianesimo in Veroli lo stesso Ughelli ri-
ferisce: Fama est prinium Ferulis E-
vangelicani veritatem enunciasse B. Ma-
riam Jacobi, matrem filiorum Zebe-
daei, ima cum ss. Marlyribus Biasio et
Demetrio, qui cum viginta duo sodi*
ibidem paiiiam sumpsere martyrii. Ab-
biamo, Cenni storici sovra s. Salome
proteggitrice di Veroli del sacerdote
Crescenzo Crescenti canonico della col-
legiata di s. Paolo della medesima cit-
tà, Roma 1842 da* tipi di Costantino
Mezzana. Procederò con questo dotto ed
illustre verolano, col dare un sunto di ta-
li cenni, senza ricordare le innumerabili
testimonianze colle quali corrobora le sue
asserzioni, registrate in 4^ eruditissime
notej ed è pur di peso l'averli intitolati al
suo vescovo e patrono, il saggio e dotto
mg.' Cipriani. Inoltre vi aggiungerò di-
verse erudizioni e schiarimenti. Tra le di-
vèrse opinioni intorno l'origine di s. Salo-
me, sono leprincipali quelle di S.Giovanni
Damasceno e di s. Epifanio^ l'autore pe-
46 VER
••ò preferisce 11 i ." come più conforme ai-
In pia credenza di lutti i fedeli. Al dire
dunque del Damasceno, nacque s. Salo-
nie (questo nome dall' ebi-nica parola
Shnlam derivalo, suona placido, per-
fetto , o chi ricompensa) da Cleofa fra-
lellogermanodis. Anna avventurosa ma-
dre della ss. Vergine. Tralascia la genea-
logia del Gersone, come non fondata (si
può vedere quella riferita dal p.Menochio,
Stuore^t. I , centuria 4-*, cap. i : Della ge-
nealogia di Cristo Signor Nostro, del-
la B. Ferginee di Giosejfo, e come que-
sti fossero parenti con s. Gio\>anni, con
Maria Salomrj Maria di Giacomo ec).
Anctie il luogo dove nacque la santa, ha
contrari pareri, alcuni dicendola nata in
Beltlemme, altri in Cafarnao e altri in
Cetania. Per le sue virtù, Zebedeo det-
to pure Aristobulo, pescatore nel mare
di Galilea, la sposò , e da questo bealo
connubio derivarono i ss. Giacomo Mag-
giore e Giovanni Evangelista apostoli, e
le ss. Perpetua e Concordia, lai.* diven-
ne moglie di s. Andrea, la 2.' di s. Pie-
tro fratelli e poi apostoli, cioè innanzi che
fossero chiamali all'apostolato da Gesù
Cristo, allora separandosi dalle loro mo-
gli, li 1." a dirgli seguitemiW divin Mae-
stro, fu s. Andrea,perciòdenominato Pro-
toclefo, ed egli vi trasse s. l*ietro, ambo
pescatori; eziandio e mentre esercitavano
la pesca, come il padre loro, i ss. Giaco-
mo e Giovanni, al divino invito abban-
donate le reti e il genitore, lo seguirono.
Intanto s. Salome abbattuta da violenti
febbri giaceva in letto nella casa de' ss.
Pietro e Andrea : le saggie sue figlie si
davano ogni tenera cura per assisterla e
sollevarla, quando il divin Maestro co' 4
eletti discepoli, rìspetlivamente suoi ge-
neri e figli, entrò nella di lei abitazione.
Allora tutti lo pregarono a guarire Sa-
lome, ed Egli appressatosi ad essa, e col
solo prenderla [>iacevolmente per la ma-
no , subito le restituì la sanità. Balzata
dal letto, sollecita si die* a preparare l'oc-
corrente al suo liberatore, e poi Ir-scìalo
VER
il marito anch'essa si fece seguace di Ge-
sù Cristo, e sempre qual fervente disce-
pola, colle altre pie doime l'accompagnò
ne'suoi viaggi, dissetandosi continuamen-
te nella predicazione al fonte dell'eterna
vita^ ed essendo insieme testimone degli
stupendi prodigi che operava. Tania fe-
deltà e la confidenza che riponeva nel
Salvatore del mondo, le fece concepire
un ardito pensiero d'amore materno. Do-
po che Gesù Cristo manifestò a'suoi di-
scepoli esser giuntoli tempo di consuma-
re il gran sagriHzio, ella aifannosa si cac-
ciò in mezzoagli afflitti e pensierosi disce-
poli, adorò il divin Maestro, e suppliche-
vole gli disse: SignorCy ti prego a voler'
mi concedere una grazia. Ordina che
seggano questi due miei figlia V uno al-
la tua destra, l'altro alla sinistra nel
regno tuo. Rispose l'Uomo Dio: Non sa-
pete quel che domandate. Potete voi be-
re il calice, che son io per bere.'* ' fig"
di Salome risposero: Il possiamo. Sog-
giunse Gesù: Ebbene, lo berrete j ma per
M-dere alla mia destra, od alla mia si'
nistra, non tocca a me il concederlo, ma
sarà per coloro acquali è sfato prepa-
rato dal mio Padre. Negli ultimi gior-
nidella vita del Salvatore,Scilo(nefu sem-
pre colla ss. Madre di lui e colle altre pie
donne. Con esse loro lo raggiunse per
via quando egli si portava al Calvario,
per compiere l'ojjcra della redenzione.
Ivi fu a pie della Croce^ ebbe la conso-
lazione di ascollare le parole colle quali
Gesù lasciò Giovanni per figlio a Maria;
ed allora, commossa si scostò dalla Cro-
ce, e non molto lungi rimase pietosa spet-
tatrice del tragico avvenimento. Poi, de-
posto dalla Croce il ss. Corpo, non parli
dal monte della Mirra finché noi vide
tuu)ulato. La mattina, che al sabato suc-
cesse, Salome coli' altre pie donne sue
compagne, co'vasi de'balsami si portò al
sepolcro dell'estinto maestro, per unger-
ne il ss. Corpo, ma trovarono un Angelo
risplendente come un baleno, e con ve-
ste candida qual neve^ il quale sedendo
VER
sulla pietra del sepolcro lovesctala disse
loro: Gesù Nazareno è risorto j rende-
tene consapevoli i suoi di se e pò li ^ e dite
loro che li precederà in Galilea. Dopo
varie apparizioni, il B.edentoie fece no-
to a'suoi che si portassero sur un monte
verso Betania. Salorae vi andò con essi,
ed ascollò Gesù, che dopo avere rinno-
vali i suoi precelli, i suoi doni e le sue
promesse, terminò con dire: Vivete tran-
quilli in Gerusalemme, finché siate ri-
vestili da quella virtù, che vi verrà dal-
l'alto. Ed ivi pure mirò il Verbo eterno
levarsi al cielo con tutto lo splendore del-
la sua gloria. Conforme l'ordine ricevu-
to, tutti tornarono in Gerusalemme, do-
ve si trattennero io giorni nel ritiro in
orazione. Ecco l'epoca in cui prese for-
ma la società de' fedeli. Trovandosi nel
Cenacolo (si crede l'abitazione che avea
sul monte di Sion, Maria Madre di Gio-
vanni Marco, discepolodegli Apostoli. Fu
alla porta di quella casa, che dipoi battè
s. Pietro quando fu liberato dal carcere
pel ministero d'un Angelo. Non si cono-
sce altro di questa Maria), Salome col-
r altre donne e i discepoli^ nel dì della
Pentecoste, s'intese uno strepito, e com-
presi tutti da sagro terrore, videro dal
cielo scendere lingue di fuoco che posa-
ronsi sopra ciascuno de'congregali. Era
il misterioso simbolo della meravigliosa
operazione delloSpirito Santo che li riem-
piva de' suoi doni. Salome, la forte ma«
dre de figli del tuono (appellativo de'ss.
Giacomo e Giovanni, datogli dal divin
Maestro, chiamandoli Boanerges, come
leggo nel Butler. Volle con ciò indicare,
quella viva fede e quel zelo ardentissimò
con che si sarebbero dati ad annunziare
la legge di Dio senza temere la possan-
za degli uomini. Questo soprannome con-
veniva poi a Giovanni in una maniera
speciale, perch' egli dovea con una voce
di tuono, rivelare i più sublìaii misteri
della divinità di Gesù Cristo, di cui fu
il diletto discepolo e stretto parente,
giacché Saloaie era sorella cugina della
VER
47
ss. Vergine. Leggo poi nel filippino p.
Massini, Raccolta di vite de' Santi , 27
dicembre, che i due figli di Zebedeo e di
Salome riceverono dal Salvatore il nome
di Boancrges , per significare l'ardente
loro zelo per la gloria di Dio e 1' uflizio
sublime a cui erano destinati di pubbli-
care al mondo i misteri della s. Religio-
ne e le verità della Fede, come fece ia
modo particolare sopra tulli S.Giovanni,
tanto nel suo l^angelo, quanto nelle sue
Epistole, e nella divina sua y4pocalfsse.
Giacomo pare che nascesse prima del fra-
tello, ed ebbe il soprannome di MaggiO'
re per distinguerlo dall'altroapostolo del-
lo slesso nome, che fu il i.° vescovo di
G erusalemme ,àe{io\\ Minore perchè fu
chiamato all'apostolato dopo s. Giacomo
il Maggiore,o perchè egli era piccolo del-
la persona, ovvero come più giovane. In-
oltre s. Giacomo Minore fu cognomina-
to il Giusto, a cagione della suaemìnen-
le santità, ed era figlio di Alfeo e di Ma-
ria sorella cugina della ss. Vergine. Os-
serva l'annotatore del Boiler, aver qual*
che autore pensato , che Alfeo e Cleofa
fossero due nomi della stessa persona; al-
tri slimarono che Cleofa fosse padre di
Maria e che Maria avesse sposato Cleofa
dopo la morte d'Alfeo. Giuseppe, che il
lesto originale chiama José, era fratello
di S.Giacomo, e per conseguenza figlio di
Maria. S. Giuda si appella egli stesso fra-
tello di Giacomo. Questi aveii un altro
fratello per nomeSimoneo Simeone, che
fu vescovo di Gerusalemme, ed ioaggiun-
gerò di lui fratello cugino e immediato
successore nel vescovato. Il p. Fauloni,
Istoria d" Avignone^ t. 2, p. 280, chia-
ma Maria Cleofa la madre del vescovo
Simeone, moglie di Cleofa fratello di s.
Giuseppe sposo della ss. Vergine, perciò
di questa cognata, e da s. Giovanni qua-
lificata di lei sorella, e fu con essa sotto
la Croce. Ritorno all'annotatore del Bu-
ller. Tutti questi santi erano à&\.\\ fratel-
li del Signore, conforme l'uso degli e-
brei, di dare questo nome a' più prossi-
48 VER
mi parenti. Avevano anctie delle morelle,
e s. Epifanio nomina Maria e Salome.
J figli di Cleofa erano anch' essi germani
cngìniclel Salvatore, per S.Giuseppe ch'e-
ra riguardato come suo padre, e cui E-
gesippo assicura essere stato fratello di
Cleofa. Questi era uno de' due discepoli
a' quali Gesù Cristo apparve sidla stra-
da di Euiniaus. Sua moglie Maria, do*
pò aver servito Gesù Cristo nella Gali-
lea, l'accompagnò fìnoalla tomba, e me-
ritò pel suo nuiore d' essere una delle
prime a vederlo risorto. Queste nozioni,
a suo luogo serviranno a chiarire quai*
che obbiezione che dovrò riferire). Salo-
me, ricevuto lo Spirilo Santo, si senfi dif-
ferente da quello ch'era stata prima. Di-
venne piena d' intelletto e di scienza , e
d'un'elevatezza di mente non ordinaria.
LaonJe, dopo la i.* persecuzione insor-
ta in Gerusalemme contro i cristiani, e la
morte del protomartire s. Stefano, sicco-
me pensano molti gravi autori, portossì
col figlio Giacooto nelle Spagne, per a-
ver parie al merito e alle fatiche del suo
apostolato, ed ov'è onorata con anniver-
saria festività. Ma quest'intrepida e gran-
de eroina, checché ne sia di questo viag-
gio, egli è certo che non si arrestò in quel-
la regione, come asseriscono dotti scrit-
tori, e finalmente mise piede in Italia (il
citato p. Fanloni parlando dell'introdu-
lione della fede cristiana in Provenza, in
Avignone e nel Venaissino, dice che ciò
avvenne nell'anno 35 approdandovi per
mare e pel Rodano s. Lazzaro, 8. Mas-
simino, $. Chelidonio, s. Marta , s. fl^a»
ria Maddalena^ s. Marcella, s. Maria
Salome madre di Giacomo e di Gio-
vanni^ s. Maria d'Alfeo madre di G/Vz-
co//ioy>fmorPj' e che sulla spiaggia di Pro-
venza dove sbarcarono, il luogoper le no-
minate fu detto dtlle tre Marie ; men-
tre la ricordata Maria Cleofa sorella di
8. Giuseppe, crede che probabilmente re-
stò in Efeso colla ss. Vergine sua cogna-
ta,econ s. (ìiovanni Evangelista, ni qua-
le il Salvatore avea commesso la custo-
V E R
dia della sua ss. Madre. Pare dunque, se-
condo il p. Fantoni , che direttamente
dalla Provenza passò in Italia s. Moria
Salome. Anche (pjesta nota non riuscirà
poi superflua; e del riportato col p. Fan-
loni, pure il can. Crescenzi ne fa cenno
nelle note), da dove giunse in Verolicon
a4 compagni. Allora Veroli era governa'-
ta da Onorio. Essendo repubblica gode-
va la sua libertà, non impedita dagl'ini-
peratori. Oltre i discorsi magistrati e col-
legi, avea pure il suo senato, i questori^
i censori, gli auguri. Dominala dall'ido-
latria, seguiva i pagani riti degli orgii e
de'cabiri, venerando specialmente le fal-
se deità di Cerere, Plutone e Proserpi-
na; oltre il rendere onori divini ad Au-
gusto, a Racco, a Cibele ed a Sdvano,
con proprie ceremonie e danze : dichia-
rando di tutto provare nella patria sto-^
ria , da lui quasi ultimata. Tale era lo
stato di Yeroli, quando Salome, siccome
è fama, converti al cristianesimo l'agri^
coltore suo ospite, a cui nel battesimo fu
Imposto il nome di Mauro; il quale die'
pure ricetto a Riagio, a Demetrio e agli
altri suoi compagni. Cominciò poi Salo-
me la sua predicazione, dimostrando la
stoltezza neh' adorare i numi, essere de-
gno di culto il solo Dio creatore dell'u-
niverso e rimuneratore secondo i meri-
ti; fece conoscere la verità del Vangelo,
e la necessità del battesimo per salvarsi.
La sua predicazione era accompagnata
dall'esemplarità della vita, e dall'eserci-
zio delle più edificanti virtù. S'ignora
però quanti a tanta luce abbracciassero
la i*n\s di Cristo, e solo la pia tradizione
fa conoscere, che a Veroli in breve tem-
po, il vero Dio vi fu adorato dj non po-
chi» In questo ebbero parte Riagio e De-
metrio, e gli altri loro compagni, i quali
gareggiarono in zelo colla santa, per cui .
furono segno alle persecuzioni degli osti- 1
nati nell'idolatria, immersi in tante lai-
dezze comuni agli altri gentili. Il presiilu
o pretore o duumviro Onorio, e il colle-
gio d«'decurioni,do?euda curare che nel-
VER
la cillà non si adorassero Dei slranieri,
pare che ordinassero che i divulgatori del
Vangelo fossero presi e puniti culla mor-
te. Sì legge in un antico martirologio di
Veroli, presso l'archivio di s. Erasmo (e-
tauiinò questo codice membranaceo del
secolo XV il veliterno cardinal Borgia, e
trovo nel suo Commentarius de Cruce
f^elilerna, p. 24^, avvertire il lettore, di
essersi confusa s. Maria di Cleofa, con s.
Maria Salome, stando al Martirologio,
nel quale Maria di Giacomo dicesi la ata*
dre di Giovanni e Giacomo. Maria enim
Jacobi, quaeetMariaCleoplie,fuit ma-
ter ipsins Salome, et Jacobi Minoris, ac
ceteroriwi,guifratres Dominidicti sunl,
non vero Johannis Evangelistae ci Ja-
cobi Majoris. E che questa nel "Vange-
lo chiamasi, Salome maler filioruni Ze-
bedaei), che Biagio cadde sotto il taglio
della spada; Demetrio dopo fìere percos-
se, compì il suo martirio in orrida car-
cere; e gli altri compagni incontrarono
quella morte che loro venne inflitta dal-
la sfrenata barbarie. Salome gioì delia
costanza mostrata da questi eroi del cri-
stianesimo nel sostenere il martirio; ne
invidiò la sorte, ma Dio che già l'a vea fat-
ta martire di dolore sul Calvario , non
permise che soggiacesse alla crudeltà de-
gli uomini: fu sua provvidenza se uou
cadde nelje mani de'carnefìci. Dopo tan*
ta strage, i novelli cristiani dierono nella
notte pietosa sepoltura a'corpi de' Mar-
tiri, primizie feconde della s. Chiesa Ve-
l'olana. Sentendo poi Salome che poco
le ritnaneva di vita, calorosamente rac-
comandò a'couvertiti la fedele osservan-
za delie prescrizioni del Vangelo, e tra
il compianto de'fedeli, morì carica di me-
riti, di gloria e di anni a'25 maggio (di-
cesi dell'anno 4^ dell' era cristiana), se-
condo la tradizione. Sebbene questo sia
confermato da molti autorevoli docu-
menti, dichiarati dal can. Crescenzi nel-
le copiose annotazioni, pure pretendono
alcuni, che s. Salome sia morta in Ge-
lusaremme, allegauduueÌD piovali Mar-
VOL. xciv.
V E II 49
(irologio romano. È vero che a'22 otto-
bre si fa in esso menzione di s. Salome»
u}a è ancora incontrastabile, che non vi
si fa adatto parola che morisse in Geru-
salemme. AlCrescenzi quindi sembra più
probabile l'opinare, che in Gerusalemme
si celebra la memoria di questa santa, per
essere stato il (primo) teatro di sue eroi-
che azioni. A vieppiù confermare la fe-
de ne'converliti, è pia credenza che Dio
rendesse illustre la morte di s. Salome»
culla virtù de' miracoli, molli e stupen-
di, che le meritarono eziandio presso i
gentili il titolo di donna celestiale (ìa leg-
go celebrata; /^/J05/o/o nella fede, nel-
la costanza, nel zelo, neW'Elogio sacro
all'inclita protettrice della città di Ve-
roli s. Maria Salome, che il sacerdote
d. Filippo Fattori romano canonico o-
norario dell' insigne collegiata di s. Ste-
fano in Bracciano al devoto popolo Ve-
rolano d. d. d., Roma 1842. E dedicalo
al gonfaloniere Francesco Mellonj, la cui
virtù e ingegno rileva, in occasione della
celebrazione della prima suddescrilta ri-
correnza centenaria della traslazione del
corpo della santa, dalla cattedrale al pro-
prio tempio; la quale solennità venne pei*
quell'anno trasportata da' 25 maggio a'
primi di settembre dello slesso 1842). Fi-
nalmente, com'è detto nel patrio marti-
rologio, una grotta, in luogo remolo, ser-
vì al suo sagro corpo di tomba. Ivi ri*
mase nascosta, finché Dio non lo mani-
festò a bene e gloria di Veroli. E' tradi-
zione riferita da'Bollandisti, che apparve
s. Giacomo al vescovo verolano, indican-
dogli il luogo ove avrebbe trovalo sepol-
ti i corpi di s. Salome, e della sorella di
lei Maria di Giacomo, che ivi furono tra
un grande splendore e tra la fragranza
d'un odore meraviglioso rinvenuti, sì can-
tlidi e belli , senza segno di corruzione;
ed il panno in cui erano avvolti si trovò
integro e quasi nuovo. Si collocarono in
un'urna presso l'altare maggiore,con que-
sta iscrizione. Hicduae SororessunlMa-
lerterae Chrisii - Quae vita functae sy-
4
$o VER
iltrti nienfc (eiicnl. In quest'invenzione,
Dio glorificò le sue serve, liilonando la
tanità agl'infermi, la vista a'cieclii, Tu-
(lilo a'soi'tli; i zoppi si videro adclrizzali,
gnai'ili i lebbrosi. Non si conosce il certo
tempo in cui ritrovossi il corpo di s. Sa-
tome, ma una piccola cassa dì pietra, la
cui iscrizione in cifre gl'intendenti asse-
riscono appartenere al VII oall'VllI se-
colo, fa certi che prima di tali epoche il
s. Corpo erasi rinvenuto. E siccome fu
trovalo integro, non si potè rinchiudere
in essa, che tiopo essersi ridotto nelle so-
le ossa. Non si sa poi in qua! tempo e
per qual motivo le reliquie di s. Salome
fossero stale nuovamente nascoste. For-
se quando il suddetto Muca principe de*
saraceni, ponendo l'espugnata Veroli a
rid)a e i nobili a morte, vendè agli ana-
gnini il corpo di s. Magno (ciò narran-
do col De Magislris, notai per epoca
r 877, però non senza avvertire, rite-
nere i verolani meglio l'anno 883), i fe-
deli verolimi temendo che quel barba-
ro facesse altrettanto della loro Proteg-
gìtrìce, la posero sotterra non molto lun-
gi dalla città. Questa sembra al patrio
storico la più probabile congettura. Cer^
lo è, senz.i contrasto, clie nel 1 209 fu rin •
venuto di nuovo il corpo di s. Salome,
ed eccone la narrazione fatta dall'abba-
te di Casamari Geraldo I ad Innocenzo
III. »' Un certo giovane verolano (Tom-
maso), tra le altre visioni asserì essergli
apparsa la seguente (nella chiesa dis. Pie-
tro di Veroli). Ei vide s. Pietro aposto-
lo, il quale gli additò il luogo ove giace»
vano le ossa della madre de' figli di Ze-
bedeo. Dopo alquanti giorni si andò nel
luogo additato, ed io con due altri fi «ti,
invitali dal vescovo verolano, v'interven-
ni. Il luogo era fuori le mura della città,
ed era scabroso e difiicile ad andarvi, e
pieno di precipizi e di rupi, le quali era-
no d'una mole .sì grande, che vi fii d'uo-
po di gran lavoro, onde rimuoverle. Ri-
noosseperò, hi scavato per la statura d'un
uomo, e fu rinvenuto uu «nsso sotto cui
VER
ritrovossi una cassa con scritto : Marirt
Maler Joaunis Evangclistae et Jacohi.
Una piccola carta co' medesimi caratteri
si lesse ancora cucita nel panno , in cui
erano avvolte le reliquie. La carta peto,
il panno e l'ossa erano così pure, integre
e sincere, che sembravano allora ivi pò»
ste. Il lutto fu rinvenuto come il giova-
ne avea predetto. Furono svolle allora
dal vescovo le .sagre reliquie, che conse-
gnate a me le ridiedi a lui dopo poco
tempo. Egli allora le consegnò al vicario,
e questi ad un mio monaco, il quale, u»i-
rabil cosa dirsi ! toccando un osso si ac-
corse, e vide la sua mano aspersa di fre-
sco sangue, ed io stesso vidi ancora cogli
altri il panno, in cui era avvolto, tulio in-
sanguinato, dell'eseguirsi lo scavo un o-
dore soavissimo riempì me e tulli quel-
li che vi concorsero, ma fu di non molla
durata, e si fece sentire ancora un gran
terremoto, come dissero, ma io non l'in-
tesi. Dopo pochi giorni, andando colà col
vescovo di Civita di Penne, e coll'abba-
te di s. Atanasio, nell'osso, come stimo,
della gamba, vi vedemmo fresco e viva
sangue. Quanto co' miei occhi vidi, alla
Santità Vostra ho fatto nolo". La fama
d'un tanto ritrovamento subito si sparse,
molti popoli accorseroa Veroli, e Dio per
mezzo di s. Salome vi operò innumera-
bili miracoli. Per la qual cosa l'elemo-
sine delle pie persone furono tante, che
la chiesa erettavi in tale circostanza, es-
sendo piccola, fu magnificameute ingran*
dita. Tullociò sembrerebbe opporsi a
quello che scrissero alcuni autori france-
si, quanto al corpo di s. Salome; ma il
Crescenzi reputa «leboli le ragioni sulte
quali si apjioggiano. Vi è nella diocesi di
Arles nella Provenza un paese nominalo
delle Tre lìJaric (quello forse di sopra
indicato col p. Fantoni, da'geografi chia-
malo città di Les Sainles iMaries , nel
dìparlimenlo delle Bocche del Rodano,
presso l'imboccatura del piccolo Rodano.
La chiesa è antichissima e pi esenta 1' n-
9petto d' una cittadella per le sue grosse
VER
muru merlate e per le sue torri. La città é
piccola e conta un migliaio d'abitanti), il
quale vanta di essersi in esso rinvenuto
il corpo di s. Maria Salorae nel i443«
j> L'unico monumento, dice il Crescenzi,
su cui ciò basa è una lapide die ricopri-
va due corpi di santi, in cui leggevansi
le seguenti (iniziali) M. I. S. F., le quali
furono interpretate: Mariani Jacobi Su'
lomeii viilebis (e cita il gesuita Guesnay
d'Aix, Desquis. thtolog. hist. de advcn-
Ut Magdalenae in Gallias ad Marsi-
liam). Ognuno conosce quanto deve ce-
dere questa immaginaria interpretazio-
uealia reale iscrizione che si legge in Ve»
roli nella cassa, in cui erano chiuse le os-
sia di s. Salome. Di più nel medesimo an-
no il re Renato chiese licenza da Nicolò
Vdi ritrovare in Camargoo (sarà meglio
il dire nella Carnargue o Coniarca, iso-
la di Francia, dipartimento delle Bocche
delRodano, circondario d'Arles,parte nel
cantone di Saintes-Maries e parte in quel-
lo d'Arles. Per la sua forma e fecondità
è il Delia della Francia. 11 nome di Ca-
rnargne, si fa derivare da Cajus Marius
console romano, cui si attribuisce la di-
visione del Rodano ne'due principali suoi
lami, presso il quale vinse i teututii e gli
ambroni.Non devo tacere ancora, che ta-
le etimologia sembra arrischiata, perchè
la divisione di quel fiume apparisce piut-
tosto essere opera della natura. Bensì si
iion)ina Fossae Mariaiiat una città del-
la Gallia Narbonese, pe'canali che Mario
vi fece aprire sino al mare, che Baudrand
dice essere la stessa Cainargue\ capace
delle maggiori barche, per assicurarsi de'
viveri nella detta guerra, per esser le fo-
ci del Rodano impedite da interramen-
ti), i corpi di s. Salome e di s. Maria di
Giacomo, la quale ottenuta si fece lo sca-
vo, ove fu rinvenuta una cassa di legno,
che racchiudeva due corpi, i quali: Cre-
debanlnr esse s. Marine Jacohi et Sa-
lomes (qui il Crescenzi cita Bollando, t.
lenona aprilis^cap. 3, e HonoratusBou-
cheus, Hist. Provine, sect. 4) § 2). Ora
VER 5i
in sana critica^ ciò qual grado può ave-r
re di probabilità? Si abbiano pure i fran-
cesi il corpo di s. Maria di Giacoiuo, po-
co ciò importai ma cessino con le con»
gettare di contrastarci il corpo della Ma-
dre de'flgli di Zebedeo. Nell'istoria ci vo-
gliono autentici e genuini documenti ''.
Fin qui il Crescenzi. Oserò una breve di-
gressione, quanto all'invenzione detta da
quel dotto di Camarguo, oltre il già ri-
ferito fra parentesi, e riuscirà non inuli-
leerudizione. Nel vol.LXXXVlI, p. 1 19^
dissi che neli44^ coH'intervenlu di mol-
ti vescovi segui la celebre invenzione de'
sagri corpi di s. Maria madre di s. Già»
comò e di s. Maria Salome, alla presen-
za del conte di Provenza Renato d'Àngiò
re pretendente del reame di Napoli e dei
titolo annesso di Gerusalemme, e del car-
dinal de Foix legato d'Avignone , che I9
promosse. Lo ricavai dallo storico ricor?
clatop. Fauloni, t. 2. p. 3G8, il quale di-
ce di più nel t. i,p. 435. Ivi egli scrive,
il cardinal Pietro Foix legato d'Avigno-
ne, elevò di sotterra, e trasferì più de-
centemente con molla solennità sopra uu
altare della chiesa di s. Maria di Villa
del Mare della diocesi d'Arles in Proven-
za, di cui era vescovo amministratore,!
corpidelless. Mariedi Giacomoedi Cleo-
fa. Il òhe ne spiega il senso delle parole
poste nell'epitaffio sepolcrale del mede-
simo cardinale: Jacobi et Salome Ma^
rias alta locavit. Riporta poi il p. Fau-
toni 1' intera lettera di commissione, Sa-
ne sicut ex serie petitioniSyóe'io ottobre
i44^) ^i Papa Nicolò V, ad istanza di
detto Renato d'Angiò, licei carperà ss.
Mariae Jacohi, et Mariae Saloniae in
Ecclesia B. 3Iariae Fillae de Mari A-
relatensis dioecesis infra ter r ani, in lo'
co honesto per sanclos discipulos diri-
sii recondita et tumulata faerint , et a
Christifidelibus ibidem cani magna ve-
neratione venerentur: tamt/i idem Rcjc
(Renato clie ne portava il tilolo)yj/'oyt-/:-
venliori devotione populi et niajori ve-
neratione earumdeui Sanclarum, ajja-
Si VER
fiat corpora et reliquias luijusmodi ile.
(lieto loco elevavi, et supra altare vcl a-
lias infra eamdetn Erclesìam in taber-
naculo seucapsa argenteahonpn'/ìce re-
poni et recondi, si desuper a Sede Jpo-
slolica concedatur licentìa. A p. 349 il
|). Fanloni riporta 1' accennalo epitalUo
posto nel 1464 al cardinal de Foix sulla
tomba nella chiesa de'minori, suo anti-
co ordine, d'Avignone, ove morì in tale
anno, scolpito su lamina di bronzo avan-
ti l'altare maggiore, in cui leggo le già
riferite parole. Trovo tultociò ricordalo
anclie dal Ciacconio, che egualmente ri-
produsse repitaflio, P'iiae S. Ti. E. Car~
dinalium, t. 2, p. 'j^'ò. Similmenle i Sam -
mariani, Gallia Christiana, l, i,p. Q5,
Archiepiscopi Arelatenses, dichiarano,
in municìpio Triuni Mariarum in Ca-
mariae insitlae fìnibus, eodeni principe
(Renato) deprecante reliquias a terra
/ei^flfw7j reliquie qualificate oeirepilallìo
che esibiscono, eguale a' discorsi. La Bi-
blioteca sacrade'pp. Richard e Giraud,
nell' articolo Maria di Cleofa, la dice
madre di s. Giacomo Minore ec, e sog-
giunge. »• Il ]\lartirologio romano marca
la festa di s. Maria di Cleofa al 9 aprile,
e mette la traslazione dei suo corpo a Ve-
roli nella Campagna di Roma al 2 5 mag«
gio. Altri pretendono che esso trovasi in
una piccola città della Provenza, chiama-
ta le Tre Marie, sulla riva del Rodano
edel mare". ìSe\ì'arl\co\o MariaSalornCy
la dice figlia di Maria di Cleofa, che pro-
priamente chiamavasi Salame, ed esse-
re senza fondamento il darlesi il nome
di Maria, eh' è quello di sua madre. E
neir articolo AJaria Salame, o sempli-
cemente Salame, la dice moglie di Ze-
bedeo, e madre de'ss. Giacomo Maggiore
e Giovanni Evangelista. Il Sarnelli, Let'
fere ecclesiastiche, I. y, leti. 4' • Qanl
fosse il nome della madre de' figliuoli di
Zebedeo? risponde Salome, che interce-
ditpro filiis apud Christumje cW è la
slessa, che Maria Salome, di cui s. Mat-
teo cap. ult., avendone pure parlato nel
VER
4,2 1 . Il Piazza neWEmeroIogio di Roma,
a'i5 maggio registra la Traslazione del
corpo di s. lìf aria Jacobij inoltre nfe>
risce, illustrato da molti miracoli il suo
sepolcro: in Roma celebrarsi la festa del-
la santa nell'oratorio di s. Cecilia, iieì-
V Università artistica de' Mascellari e
Barihiri in Trastevere (nel quale arti-
colo o voi. LXXXiV, p. 23 1 , 282 e 233,
lo descrissi, dopo studiose e personali ri-
cerche di accesso), non che a'ss. Quirico
e Giulitta, ov'è un altare dedicato alla
medesima colle sue reliquie (chiesa re-
staurata nel i855-56, come rilevai nel
voi. LXXV, p. 2 1 5). 11 medesimo Piaz-
za, La Gerarchia Cardinalizia, pubbli-
cala in Roma nel 1 703, ragionando a p.
563 del Titolo cardinalizio de'ss. Qui-
rico e Giulitta, dice che dalla parte del-
l' Epistola avvi nella cappella maggiore
in una tavola di marmo im'imojagtne di
s. Maria sorella della B. Vergine, co'suoi
figli i ss. Giacomo e Giovanni colla se-
guente iscrizione. Questa Immagine mi-
racolosa di s. Maria Jacohi, sorella del-
la B. l^ergine Maria,e venuta dalla cit-
tà di Veruli, dove si conserva il suo ss.
Corpo, e fu benedetta sopra il suo sepol-
cro, con la quale in Roma la prima vol-
ta, e per molli anni è stata celebrala la
sua festa in questa chiesa, che viene al'
li 7.5 di maggio. Quindi aggiunge, nel
mezzo della chiesa, al Iato sinistro nell'en-
trare vi è un altare dedicato alla medesi-
ma santa, dove se ne fa festa. Trovo poi
nella Descrizione delle pitture in Roma,
del Titi, Roma 1 763: il quadro dipinto a
olio dallo Speranza (Gio. Dattisla roma-
no morto nel 1640), esprime s. Maria Ja-
cob! con s. Giovanni. Il che conferma il
Venuti, Descrizione di Roma moderna,
Roma 1767, con dichiarare essere il qua-
dro di s. Maria Jacobi e di s. Giovanni,
dello Speranza. Non vedendo più ricor-
dati la scultura, l'aitale e il dipinto da'
posteriori descrittori di Roma, ne inter-
pellai il Uev. p. curato, il quale gentil-
meole mi rispose: Non piùesislere il mar-
VER
mo e l'iscrizione, neppure il quadro, an-
zi essere l'allure ora detlicato a s. Vin-
cenzo Ferreri <lomenicano (al cui ordi-
ne affidò la chiesa Innocenzo XIII del
1721) col quadro che lo rappresenta.
Quindi tutto verificai personalmente,
nulla trovando. Altri schiarimenti so-
pra s. Salome, li riferirò con riportare
più avanti le considerazioni del contem-
poraneo abbate Cappelletti, fatte nelle
Chiese d'Italia, opera in corso di slam-
p;i. Si può vedere, Antonio Sandiui ,
//istoria apostolica ex antiquis ma-
numenlis collecta, Patavii 1765. Delle
tre Marie, chi alcuni intendono essere,
l'accennai in quell'articolo. Qui per eru-
dizione ricorderò. Secondo le diverse o-
pinioni dissi: nel voi. VII, p. 203, espri-
mere lei 5 Candele \i%iì\e \\k\ Triduo lìel-
la Settimana Santa, i XII Apostoli, la
B. Vergine e le due Marie; e nel volume
LXIV, p. 3 II, oltre l'opinione del Bu-
ller, simboleggiare tali candele gli XI A-
postoli, la ss. Vergine , e le altre sante
Donne; inoltre ivi notai, col Didich, de-
notare la fede della ss. Trinità, quale vi-
geva nella B. Vergine, negli Apostoli e
nelle tre Marie. Ma nel voi. Vili, p. 284,
col Cancellieri, significare lo smorzameu-
lodii4 di tali candele, il raffreddamento
non meno degli A postoli e de'Discepoli, e
quella che si lascia accesa, simboleggia-
re anche la B. Vergine. Inoltre col Can-
cellieri rilevai ne' voi. VII, p. 202, Vili,
p. 319, indicnre le Ire candele del Tri-
cereo, le tre Marie; e che il Borgia sostie-
ne figurare il mistero della ss. Trinità,
non le tre Marie o le due Marie e Salome.
Nella basilica Vaticana, nel vesperodiPas-
qua si fa la processione detta delle Marie.
Ma ora dalle erudizioni conviene passa-
re a ponderate critiche, come richiede il
grave argomento, riportando quanto in
proposito miha elargito l'onorevole cav.
Alellonj, estraendolo dalle memorie del-
l'archivio di sua nobile famiglia, e rac-
colte dal sullodato suo degno e dotto avo
Fruacescu Carlo. 11 ricordato filippino p.
V.ER 53
C;irIo Miissini, autore della 1 .* Raccolta
delle Fi te de' Santi, impressa in Roma
n-il 1763, e l'altro filippino p. Andrea
Micheli, autore senza nome della i.', pu-
re stampata in Roma nel 1767, ambe dal
tipografo Pagliarini, dissero a' 9 aprile
nella vita di s. Maria di Gleofa, c/te il suo
corpo si conserva e si venera in Ferali.
Il nominato nobile verolano Francesco
Carlo Mellonj, gliene scrisse in proposi-
to quanto vado a riprodurre, il che die'
njotivo a'due dotti filippini della congre-
g izione dell'Oratorio di ricredersi, il cui
tenore non si discosta dalle dotte conclu-
sioni del eh. ab. Cappelletti. >» Veroli 2 i
marzo 1767. Al Piev.°P. Andrea Miche-
li. La s. Protettrice di questa città e dio-
cesi, il di cui sagro corpo veneriamo nel
suo tempio, che é il piìicospicuo della cit-
tà, è la madre de'due apostoli Giacomo
il Maggiore e Giovanni l'Evangelista.
Dil 1209, in cui seguì la prodigiosa ia-
venzione delle ss. Reliquie, sino al presen-
te giorno, si è sempre prestato il cullo
mai interrotto a questa, e non ad altra
santa. Gli annui panegirici, la messa ed
udlzio proprio, antichi e moderni, tutti
tendono al cullo della madre de'figli di
Zebedeo, e questa è 1' antica e costante
tradizione che abbiamo fondata sopra
monuiuenti tali, che non ammettono di-
sputa. Ne accennerò qualcuno. iVel l'arca
di pietra d'antica struttura, dove erano
riposte le ss. Reliquie, e che oggi come
prezioso monumento si conserva nella
pliitea esteriore della confessionje, si legge
la già conosciuta iscrizione. Potrei citare
in.jitissime pergamene esistenti nell'ar-
chivio di questa cattedrale, che indivi-
duano lo stesso, ma basterà il riferirne
s'.lo due; la i." del 12 io, l'anno stesso
dopo l'invenzione, in cui Adinolfodi Go-
rizia, vendidit d. Oddoni ven. Epìscop.,
quello stesso che l'anno precedente assi-
stè allo scoprimento delle ss. Reliquie. U-
ghelli, Italia sacra, t. i, Ferul. Epis.,
§ I , ani. med. et § 2 0 : /id utilitalem Ec-
cltsìae B. Mariae Mairis ^poslolorwa
54 VER
Jacohi et Johctnnis Casali num.t,2L 2/ è
un breve d'indulgenza coucccUita da Mar»
tino Y, a citi visitava la chiesa di s. Sa-
lome nella sua festa de'aS maggio colle
seguenti espressioni. Citm itaque, siculi
accepimus ad Ecclesiarn B. Marine Ma-
tris ss. Joannis et Jacohi Aposlolorum
yenilas, uhi corpus dictae Sanctae ve-
nerabililer requiescil , honiinum est
personarum partiwn circumviciniorum
roTìfluat multitudo. Nos cupientes eie.
Senza dir nulla di tanti altri brevi d'in-
dulgenze di vescovi, cardinali, e de'Som-
ini Pontefici Giovanni XXII, Innocenzo
VI, Bonifacio IX, ed altri, che si cooser*
■vano nell'archivio riferito. L'ufficio pre-
sentemente impresso con decreto della s,
congregazione de'rili, dice espressamente:
Die 7.5 maii infesto Trans lalionis s. Ma-
rine Salome. Die 1 7 oclohris infesto In-
ventioiiis s. Marine Salome. Le lezioni
sono di s. Salome, enei fine della terza
del 2. "notturno si legge: Apud Hernicos
tandem in Domino qiiievisse prodeunt
velerà monumenta Ecclesiae Ferula-
nae, ubi sacrum ej'us corpus piissime
volilur. Nella messa e nell'uffizio si legge
il Vangelo di s. Matteo cap. 20, ove si
raccoota la petizione fatta da s. Salome
a Gesù Cristo, die ut sedeant eie, qual
motto si legge sull'arco grande della tri-
buna delia sua chiesa, di contro la porta
maggiore. Ma quel ch'è più, anche l'uffi-
zio antichissiniOjConlemporaneoquasi al-
l'invenzione, e fatto sul gusto di qne'lem-
pi con versi leonini, tanto nelle lezioni,
•;!ie nell'antifone, responsorii, ed omelie
del Vangelo, tutto è in<lirizzato al cullo
di s. Maria Salome madre degli apostoli
Giacomo e Giovanni. Abbiamo inoltre
Ire leggende impiesse di questa santa,
una nell'anno 1 553, presso Antonio Bia-
do impressore camerale in Roma, l'altra
pressoGi.'imbaltistaUobleti 1 689 iuRieli,
da 3."ch'èun piccolo volume in 4.°com-
posto dal tuttora vivente sig. d. Giantbat-
tislaNorchiaroli abbate di qnestacollegia-
la di I. PauIo,sianipala in lloiua nel 1780
VER
da Giambattista Caporali; e benché in es-
se, come in altri monumenti, si chiami s.
Maria Jacohi, s' individua però essere
s. Maria Salome la madre de'fìgli di Ze-
bedeo, la madre de'ss. Apostoli Giacomo
il Maggiore e Giovanni l'Evangelista, e
mai s. Maria di Cleofa ossia la madre di
Giacomo il Minore e di Giuseppe. Mi
sovviene a questo proposito ciò che lessi
tempo fa sul nostro Aonio Paleario nel
libro, De aniniarwn immortalilate can-
tra Lucretium, che tanto viene esaltato
dal Gravina nella sua Ragion Poetica,
dedicando egli nel lib. 3.°, se non erro,
la sua opera a s. Giovanni Evangelista,
v'inserisce gentilmente due versi, che ad
un dipresso cantano così, non ricordan-
domi le precise parole, non essendo più
il libropresso di me. Dumque tihi, et ma-
tri solido de tnarniore Tcniplum - Jn-
stituunt Verulis, Folsci, Marsique, La-
tincque. Cito quest'autore verolano che
fiorì nel secolo XVI, poiché cognito a'
letterati, con molti de' quali si trovava
io istretta relazione. Il dedotto fin qui
mr sembra sufficientissimo per potere af-
fermare, che la s. Protettrice da noi ve-
nerata, none altrimenti Maria di Cleofa,
ma Salome; pure per compimento, sti-
mo d'aggiungere, che la sa. me. di Be-
nedetto XIV, era così persuaso di tal ve-
rità, che volle di questo sagro tempio
formarne un santuario, con arricchirlo
di varie indulgenze plenarie perpetue, con
brevi e rescritti del l'j'^i, (le'quali chia-
ramente si dice: S. Maria Salome, ma-
ter ss. Aposlolorum Joannis et Jacohi.
E r istesso Sommo Pontefice in due i-
stanze fntlegli dalla Spagna e da Napoli
per l'ulfizio e messa di questa santa, fe-
ce sempre scrivere qui al vescovo ante-
cessore del presente. Egli è vero, che l'es-
sersi bene spesso chiamata qui e da vari
scrittori ecclesiastici la s. Protettrice col
nome di Maria Jacohi, ha dato luogo a
taluno, comea'pp. Bollandisli addicni q
aprilis, cap. 7. in fine, di dubitare che il
nostro culto sìa di s. Maria di Cleofa;
VER
placche la medesima noi Vangelo di s.
Matteo 27, 56, e ili s. Marco 16, i, vie-
ne appunto chiamata Maria Jacobi, ov-
vero Maria Jacobi, et Joseph niaUtr j a
tlifferen/.a della moglie di Zebedeo, die
ivi si appella assolutamente Saloine, o
Mater filiortini Zebedei. Ma quanto al
nome di Diaria die si da a Saloine, si po-
trebbe allegare una turba di autori anti-
chi e ino<lerui, che cosWlianno chiama-
li la, e quanto al nome di Maria Jacobi^
non hanno voluto mai qui intendere, /cz*
cobi 3Iiiioris, ned Majoris, come risulta
da tutti i documenti. Se i pp. Collaudi-
6ti avessero avuto la volontà o il comodo
di esaminare gli Atti della s. Chiesa Ve-
l'olana, come ha fattoti p. Calmet, avreb-
bero cocie il medesimo cambiato parere,
dacché egli nel suo Dizionario Biblico
in verbo Maria Cleophae avea detto. In
Martyrologio romano 3Iariae Cleophae
fesluni ad dieni 9 aprilis consignaiur ;
me/noria vero translali ej'us corporis
iterali ni in agro romano die i5 maii re-
eolitur. Ma poi nel Supplemento in ver-
bo Maria cuj'us lypsana (si corregge)
servanlur Verolini in agro romano, ma-
tri eral Jacobi etJoannis appellabatiir,
non Maria,sed Salonie, quamquam vul-
go Maria eliam nuncupalur. Mi aveva
fatto la V. II. dell'impressione sensibile
col dirmi nella sua riveritissima, che l'U-
ghelli alFerma espressamente, venerarsi
qui s. Maria di Cleofa. Ho letto perciò e
lilelto attentamente il mio Ughellio, ch'è
della stampa del BernardinoTomi,Uoma
1 644>6 trovo che il medesimo la chiama
Maria Jacobi, da cui forse Ella avrà de-
dotto, ch'era Maria di Cleofa, secondo il
citato testo di s.Marco. La pieg^o perciò a
iiflettere,chenon lachiamaMariadiCleo-
fa, ma sibbene Maria Jacobi malerjilio-
rum Zebedei, che è appunto s. Salome.
«Finisco di rispondere a queste diflicoltà
con la testimonianza di due padri rispetta-
bili dello slesso Oratorio, \\ liaionio ed il
Manni: il nostro cardinal Baronio, che
udle note ul Marliiologio de' 2 5 moggio
VER 55
dice, che il corpo di s. Maria Jacobi si ve-
nera in Veroli; afferma poi nelle slesse
noie il dì 25 luglio, festa di s. Giacomo
Maggiore, sane qitidem, et horum Mei'
treni uxorem Zebedei cadem dispersio-
ne fugalam in Italiani adventasse^et a-
pud Ilernicos itinere fatigatani in pace
quievisse produntvetera monumenta Ec-
clesiae f^erulanae, ibi ej'us veneranduin
corpus religiose asservatur. Il p. Ago-
stino Manni, De selectis historiis, al cap.
202, dopo rifioriate le parole del Marti-
rologio de'aS maggio, soggiunge: F^cru-
Vis in Hernicis Iranslalio s. Mariae Ja-
cobi, cuj'us corpus plnrimis miraculis
illustratur, così le spiega. Quod audis
Mariani Jacobi, Majoris intellige ma-
treni, non Minoris, constai eni/n tam
ex citala historia qnam ex P^erulanac
et PistoricnsisEcclesiae monumenlis Ma-
riae Salome, non Jacobi Minoris reli-
qnias apud l-^erulas asservari. Ma ecco
che in luogo d' una lettera, che mi era
proposto di fare, ne è uscita una piccola
dissertazione. Quale mercede io doidero
dal mio p. Micheli riveritissimo? Null'al-
Irò che mi faccia il favore di cancellarmi
nella vita di s. Salome nel suo proprio
giorno de'25 di maggio, come fa il Mar-
tirologio romano, discifrando l'equivoco
di s. Maria di Giacomo edi s. Maria Cleo-
fa. In tal giorno se ne celebra la festa non
solo da noi, ma anco costì nell'Oratorio
de'Vascellai in Trastevere, e se ne face-
va anche la festa nella chiesa de'ss. Qui-
rico e Giulitta, nella cappella ivi eretta
in onore della Santa, e con indulgenze
concesse da Urbano VII (o meglio Vili
che restaurò la chiesa e la ridusse in mi-
glior forma: Urbano VII visse soli i3
giorni), ma non so se oggi vi sia più la
cappella, dopo rinnovata la chiesa, e se
ne faccia commemorazione (anco di que-
sto mi occupai : ora non si fa ne festa,
ne commemorazione). Certamente in
alcune chiese del vicino regno di Napo-
li ricorre la festività di s. Salome a'i)
inaggio, ed iu multe chie»e della Fran-
56 VER
eia pei- nllestato de' pp. Dol!;i?idisli ad
diein 25 mail itipraeterniissìs. Si nsten-
ga, di grazia, dal situarla sotto il d'i 22 ot-
tobre, che allude al culto di questa santa
in Gerusalemme e Costantinopoli, come
opinano i suddetti pp. Bollandisli e com-
pagni, a'g di aprile nella vita di s. Cleo-
ia al cap. I in fine. A noi che siamo latini
compie di dare risalto al cullo delle no-
stre chiese occidentali. Riceverò questa
finezza per il maggior attestato dell'a-
mor suo verso di me. Intanto ec. " —
Risposta del R. p. Micheli. » lllm.° Sig."^
Francesco Mellon j. Roma i. "aprile i 767.
Pago ora, benché tardi, il debito che
ho con Lei di risposta alla stimatissi-
ma sua lettera de' 2 i scaduto marzo.
E primieramente le rendo infinite gra-
zie della pena ch'Ella si è presa di accen-
narmi in tanta copia i monumenti che
costì hanno del cullo prestato da codesta
città e diocesi a s. Salome e non a Ma-
ria di Cleofa; monumenti i quali non la-
sciano luogo ad equivoco alcuno. Laonde
nella vita dis. Salome, che s'inserirà nel-
la nuova RaccoUa delle Vite de' Santi,
si dirà che il suo corpo si venera costà,
ed in una notarella si accennerà l'equi-
voco scorso nella vita di s. Maria di Cleo-
fa, al quale ha dato occasione il Tille-
mont,alla cui esattezza, veramente incom-
parabile, si era prestata fede. Vedi que-
st'autore nel titolo s. Giacomo Minore,
art. 2, dove parla di Maria madre]di que-
sto s. Apostolo : dove poi quest'autore
parla di s. Salome non dice neppure u-
na parola dell'esistenza del sud corpo co-
st"i in Veroli. Sicché Ella vede che, se-
guendo il sentimento di questo scrittore,
si dee inclinare piuttosto a credere costi
il corpo di s. Maria di Cleofa che di s. Sa-
lome. ]\Ia considerando i monumenti da
Lei accennati, bisogna confessare ch'egli
ha preso un abbaglio; e SI il p.Massini,che
io, conveniamo nella necessità di recede-
re in (juesto punto dalla sua opinione. E'
ben vero che non si potrà rimetterti la
vita di i. Salome a'sS di maggio, perchè
VER
questo mese è già stampato, ultre di che
il Martirologio romano, che si è procura-
to di seguire quanto più è stato possibile, .!'|
la pone a'22 ottobre. Quello che icscris- '
si in questo proposito dell' Ughelli, ho ri-
conosciuto essere uno sbaglio preso dal
p. .Massini nel leggere quel <esto pressa
i I3ollandisti,i quali col riflettereche que-
sto autore non chiama la Santa, che cost\
si venera, Salome, non Salomam sed
Mariani Jacohi, gli fecero apprendere,
ch'egli escludesse positivamente s. Salo-
me, nel qual caso, sarebbe riraasa sola-
mente s. Maria di Cleofa, cioè moglie non
madre di Cleofe, dicui si potesse dire che
costi fosse il corpo. Ma non più di questo,
e come ec.".Soggiunge il cav. Mellonj, né
smentì il p. Micheli la sua parola, giac-
ché sotto il 22 ottobre della 1.' Raccolta
delle Vite de' Santi y ovvero Appendice
alla t.' raccolta pubblicata nel 1763, t.
I, Roma 1767 tipografia Pagliarini, al
prossimo finale vi fece la seguente anno-
tazione. » Nella vita di s. Maria Cleofa
a'g aprile si è detto, che il corpo di quel-
la santa si venera in Veroli, sull'auto-
rità di alcuni gravi scrittori, che ciò han-
noasserilo; ma da documenti veri ed au-
tentici della chiesa di Veroli, apparisca
che il corpo della santa ivi venerata non
è altrimenti quello di s. Maria di Cleofa,
ma di s. Maria Salome ". Prima di ri-
prendere il filode'miei studi in argouieu-
to, qui trovo indispensabile fir precede'
re una protesta. Le preziose riferite cose
riprodotte, dell' archìvio Mellonj, io le
ricevei dopo aver interamente compito
quest'articolo. Se prima di cominciarlo
l'avessi conosciute, certamente mi sarei
astenuto, tanto avanti quanto dopo di
questo luogo, di discutere i ptmti in es-
se così bene sviluppali. Dico questo, qua-
lora alcuno mi volesse con rigore adde-
bitare di ripetizioni o superfluità, a ciò
che riportai ed a quello che segue, sic-
come il tutto anteriormente già scritto.
Inserite i\n\ queste aggiunte, invece di |
riformare 0 soppiiinerc qualche trotta !
VER
«lei mio scrllfo, slinio meglio lasciar tul-
io, nnco per assolnin m.incniiza di tem-
po, poicliè la ti porrla liii precisamente a
questo punto inaticava di mss., ed il pre-
sente doveva subito imprimersi. Meli'as
est abìindare qunm dcficere. — Riassu-
mendo i Cenni del Crescenzi, che parli-
coliumente va letto sulle obbiezioni, co-
me per rincremeuto del culto della San-
ta, ad istanza del vescovo, del capitolo e
della comunilàdi Veroli,il cardinal Ber-
trando Deucio legato o vicario apostoli-
co per Cleuieiile VI di tutto lo stato ec-
clesiastico, col diploma che produce Ex'
hìbila nobis, de' i 6 febbraio i 346, uni
alla cattedrale la chiesa scu ctppellnmy
esistente nella città sotto l'in vocazione di
s. Saloine, che avea il proprio rettore, in-
corporandola in perpetuoalla chiesa ma-
trice, con tutti i suoi diritti e pertinen-
ze. Ma 4 snni dopo nel deploralo fortis-
simo terremoto degli 8 settembre i35o,
per cui rovinò quasi tutta la città, crollò
jinch'essa, e tra le sue rovine sepiielTi le
reliquie della santa. Poscia dopo alquan-
to tempo, e pare nel i 35r, a'i 7 ottobre,
cominciandosi a riedificare il nuovolem-
pio ad onore di Dio e della Protettrice,
con grande allegrezza de'verolaui furo-
no rinvenute, e poscia con solennissima
pompa trasiute a'i') maggio 1 35?. nella
cattedrale (queste date l'ho io com riilot-
te, per concordare rUghelli,il Crescen-
zi che lo segui, il Ca|>pelletti che volle rel-
lilìcare l'istoriografo lìeW Ilidi'a sacra, e
mi pare ragionevolmente), per custodir-
le più onorevolmente. D'allora in poi, in
memoria dell'avveinUo, in Veroli si ce-
lebrò l'invenzione nell ottobre enei mag-
gio la traslazione, ne' medesimi indicati
giorni, e sono le principali feste popola-
ri. Due vescovi, rimarca il Crescenzi, più
degli altri meritano lode per lo zelo ch'eb-
bero in edificare, arricchire e ornare la
nuova chiesa di s. Salome : il 1 .° è fr. Cle-
mente Bartolomei, che nel i449 "on so-
lo la condusse a fine e consagrò, ma l'u-
ni nuovameote alla pattedrale, e dopo
VER "ij
molle controversie gli riuscì di assegnar-
le alcimi beni deliacoraunìtà;il 2." è Do-
menico de Zaulis, il quale variando l'an-
tico disegno, la fece rifoimare con buon
ordine di architettura. Termina il Cre-
scenzi i suoi Cenni storici , col narrare
alcuni miracoli, in prova e conferma, che
il corpo identico di s. Salome esiste in
Veroli. lli.°ricevutoda Altruda di Pisto-
ia, che abbandonata da tutti per lo schi-
foso mal di lebbra, le apparve s. Salo-
me, e le promise che sarebbe guarita se
sì fosse portala a Veroli, come si verifi-
cò. Il 2." lo sperimentò Gregorio giova-
ne pugliese, il quale trovanilosi a' bagni
di Po7zuoli per riacquistare la perduta
loquela e raddrizzare la sua bocca di-
storta, ed ascoltando i miracoli che ope-
rava in Veroli s. Salome, vi si recò e ri-
mase perfettamente guarito. Il 3." l'eb-
be tuia donna napoletana, che tratta dal-
la fama de' prodigi di sì gran santa, fat-
tasi condurre a Veroli dal consorte, restò
libera dalla podagra e chiragra che l'a-
veano malmenata 5 anni. Della mirabi-
le liberazione dell'eccidio a cui do vea sog-
giacere Veroli nel i556, di già parlai.
La sede vescovile di Veroli sempre è
stata immediatamente soggetta alla san-
ta Sede, e lo è tuttora. La serie de'suoi
vescovi, è tradizione presso i verolani,
che coruinci dal consagrato da s. Pie-
tro a primo vescovo, però non quel Mau-
ro, che a s. Salome e suoi compagni
avea dato ricetto , bensì quell'altro s.
, Mauro che più sopra nominai, secondo
la tradizione della s. Chiesa verolana. Ma
rUghelli dichiara: Fcrulani Praesulei\
quos nobìs eruere licuit ex diversis seri-
plitris , nionitnientisque ejiisdem Eccle-
sìae segnentcs ernnt. L'incomincia con
Martino del 743, ed io lo seguirò, com-
piendone la cronologia colle Notizie di
iJor/iay però terrò presente il eh. ab. Giu-
seppe Cappelletti, che colla sua dotta e
critica opera, Le Chiese d'Italia, ha sa-
pulo rettificare e ampliare l'Ughelli. E-
gli pertanto nel t, 6, p. 467, tratta del-
58 VER
la s. Chiesa di Veioli. Sostenendo i ve«
l'olani, esser stata loro predicata la fede
evangelica da s. Salotue, moglie di Zebe-
deo, madre de' ss. Giacomo Maggiore e
Giovanni apostoli; l'ai). Cappelletti si pro-
pose, colla piena cognizione de'ragionati
Cenni storici del can. Crescenzi, che se-
gue e loda per la molta erudizione cui
l'accolse e compendiò l'antiche patrie tra-
dizioni, sulla detta asserzione, conferma-
ta dall'immemorabile tradizione di que-
sta chiesa e da'monumenti di considere-
vole antichità, di recare a testimonianza
gli argomenti e le prove, de'quali i vero-
iani si valgono a dimostrarla. Conviene,
dopo le attestazioni degli scrittori allega-
ti dal Crescenzi, potersi concedere in buo-
na critica, che s. Salonie, sia comunque
del suo viaggio col figlio s. Giacomo nel-
le Spagne, pose piede in Italia dopo la
persecuzione, che i giudei avevano susci-
tato in Gerusalemme control seguaci del-
la novella religione, e perciò dopo il mar-
tirio di s. Stefano. Giunta quindi a Ve-
roli, co'suoi compagni, e convertilo alla
cristiana credenza l'ospite Mauro, dicono
i verolani che desso ne tu pure il i.° loro
■vescovo, al riferire del medesimo Cappel-
letti. Veramente i verolani mi hanno as-
sicurato del contrario, come due vol-
te hodichiarato: il solo nome fu comune
all'ospite delia santa e del i ." pastore. Ma
soggiunge il Cappelletti, mancare di fon-
damento tal gratuita asserzione, tranne
l'averlo fatto eflìgiare insieme cogli altri
vescovi di questa chiesa nella sala del-
l'odierno episcopio. Conviene che la pre-
dicazione di Salomee de'suoi collabora-
tori evangelici avea formato in Veroli un
grosso drappello di adoratori del Croce-
fisso, e che ingelositasi la pagana fierezza
volle sterminarli, e pe'primi Biagio e De-
metrio, registrati nel martirologio roma-
no a'29 novembre, colle parole, f^eruli
ss.Martyrwn Blasiict Dcnietriì^ men-
tre di più ne fa sapere quello della col-
legiata di s. Erasmo, nella cui leggenda
è da Dotare, che la sepoltura loro data
VER
infra màjorem Ecclesiani, ciint hynmis
et laudibus, non devesi riferire al tem-
po del loro martirio, perche egli ritiene
non esisteva allora la chiesa maggiore,
ossia la cattedrale; ma bens\ a lem[)o al-
quanto più tardo, seppur non abbiasi ad
intendere, che sieno stali sepolti colà, do-
ve oggidì la maggior chiesa sussiste (iu
fatti 1' Ughelli, parlando del vescovo A-
steo, come poi dirò, nella cattedrale co-
struì il sepolcro per se e successori , in
loco ubi corpora ss. Marlyruni Dlasiiet
Denielrii inventa fneranl). Realmente
s'ignora storicamente il luogo ove i ss.
Martiri furono sepolti da'primi cristiani,
e solo si ha riprodotto dal Ferrari, e con-
fermato da'fatti: in Cath. SS. quorum fe-
licia Corpora a christianis sepulta cani
dia ignota fecissent Coelesllno HIP. M.
cwn cuidain Bernardino Perniano in
somnis apparuissenl f'^erulis ab EpiscO'
pò reperla sunt ly kal.j'nnii. In quanto
poi alla tradizione, confermata dall' U-
ghelli, e da un'unlichissicna processione,
che ogni annosi ripete all'intorno del-
la cattedrale, qual simbolo del remoto
martirio, polrassi ritenere, che veramen-
te il luogo ove fcu'ono sepolti, ed ove ri-
masero dopo la suddetta invenzione, fos-
se quello in cui alcuni secoli appresso, sen-
za conoscerlo, si fondò la cattedrale, co-
me saviuniente anche dal Ca{ipelletti si
opina. Evvi eziandio memoria di altri
compagni de'memorati martìri, comesi
ricava da questa leggenda. ObiLus s. Ma-
rine Jacobi niss. ex Biblioih. FeruLLc'
ctio IH: B. Mariae Jacobi cum Sociis
suis, videlicet, Zaccheo, Biasio, Deme-
trio ^ Gregorio et Leone, et altis decem
et noveni ea praefata urbe redeuntibns
in subnrhanis reinansit, civilatis siqui'
deni Berulanapraedtcta paganorunifc'
cibus, et idolornm imniunditiis irretita
etc. Quanto alla beata morte di «.'Salo*
me, l'ab. Cappelletti la diceavvenula nel-
l'anno 4o dell'era cristiana, secondo E-
leca vescovo di Saragozza. Parlando del-
l'io veuzioae del sagro suocorpo, con quel-
I
VER
lo (li sua sorella Maria di Jacopo, dichia-
ra non poter comprendere per qual mo-
do, né quando, né da chi fosse sepolto con
quello di s. Salome (in fatti il Crescenzi
non riporta alcuno schiarimento). L'ab.
Cappelletti offre il fac simile dell'iscrizio-
ne in cifre trovata sulla cassa di pietra e
ricavata da' Cenni storici, non aderendo
però al parere del Crescenzi e degl'inten-
denti,che come dissi l'attribuirono al VII
0 Vili secolo, opinando colle sue conside-
razioni appartenere le forme delle lettere
appena appena al X secolo e forse forse al-
l'XI. Egli inoltre lascia a .suo luogo la
verità sul ritrovamento del corpo di s.
Maria di Jacopo, unito a quello di sua
sorella Maria Salome; e con buona pa-
ce de'Bollandisti che lo riferiscono, non
sa persuadersene, si perchè non esiste
traccia ch'ella sìa venula in Veroli e vi
sia morta, oppure che vi sia stata Irasfe-
1 ita defunta, per aver ivi sepoltura col-
ia sorella Salome, e sì perchè la piccola
cassa di [)ietra, in cui furono chiuse le
ossa, forse per sottrarle alle profanazio-
ni delle soldatesche di Muca, non olire
nell'epigrafe che il solo nome di s. Ma-
ria niadreclegli apostoliC iovanniEvnn-
geli.sla e Jacopo. Egli èd'awiso, che l'e-
quivoco sia nato e dall'avere i martiro-
logi e gli agiografi attribuito a Salome il
nome di Maria^ cui nessuno degli evan-
gelisti le attribuì giamnaai , e dall'esse-
re stata anch'essa madre di un Jacopo e-
gualmenle che quella Maria, la quale nel
Vangelo si nomina, da s. Matteo 27,56,
Jacobi et Joseph maler, ovvero conje di-
ce s. Marco 1 5,^Q^J(icobi Minoris el Jo-
*fp/tmrt/fr,oppuresecotidos.Luca24, IO,
semplicemenle/J/<:ir/rt/tìc'ot/,com'è chia-
mata nel martirologio verolano dell'ar-
chivio di s. Erasmo, che parla del 2.° suo
ritrovamento nel 1 2og. Quindi l'ab. Cap-
pelletti nota, come in esso sia stato cam-
l)iatoil suo vero nome di Salome iu quel-
lo di Maria di Jacopo; e che non si po-
trebbe conoscere sotto questa denomina-
zione s. Salome, se uoq vi fosse l'ugi^iuu-
VER 59
to quali Hcatìvo , matris aposloloruni
Joannis et Jacobi. Perciò il martirologio
romano alternando i nomi di Maria Sa-
lome e di Maria di Jacopo, disse di quel-
la a'22 ottobre il ritrovamento in Geru-
salemme, e di questa in Veroli a'25 mag-
gio; il che, soggiunge, devesi intendere
invece tutto all' opposto , come chiara-
mente si vede dalle surriferite parole del
martirologio verolano. Al che, non po-
nendo menici Bollandisti, ingannati pro-
babilmente da infedeli leggende, narra-
rono trovali insie(ne i due corpi di s. Sa-
lome e di 8. Maria di Jacopo, e portaro-
no anche i due versi di sopra notati: Hic
duae Sorores sunt,ec., cui dissero scol-
piti sulla cassa marmorea , della quale
non si ha più notizia. Né certamente ia
quesl'errore inciamparono gli altri eru-
diti, che scrissero del corpo e de' viaggi
di s. Salome; perchè sebbene 1' abbiano
nominata Maria Sa Ionie, invece cUe Sa-
lome semplicemente, l'hanno sentpre per
altro qualificata per guisa da non poter-
la equivocare con Maria di Jacopo; e par-
lando del corpo di lei si espressero sem-
pre in singolare, come d'un corpo solo,
anziché vi fosse unito anche quello di
sua sorella. In prova l'ab. Cappelletti ri-
porta quanto ne scrissero il citalo vesco-
vo Eleca, ti\ il Bcironio , ambedue con-
venendo in favore di Veroli: iji." si espri-
me, dicilurque Verulisnnievisie, et mora
cj'tis mnltis nobilitala niiraculis; W 2.°^
in Italiain adventasse et apud fJernicos
itinere Jatigatani in pace qnie^'isse tra-
diiiil reterà monumenta Ecclesiae Ve-
rulanae yUbi ej iLs venerandum corpus re-
ligioseasscrvalur.MA eccomi ormai giun-
to ad un altro punto per me delicato e
diilìcile a svolgersi, per le discrepanti o-
piuioni e asserzioni, non meno di scrit-
tori , che delle parli in esso interessate.
Laonde soltanto tenterò di esporlo eoa
quella semplicità che non può scompa-
gnarsi dall'erudizione. — Il rispettabile
ab. Cappelletti, dopo aver concluso egli
ciedìsre di aver posto ia luce quauto fe>
Go VER
te nascere lo sbaglio sopra s. Salome, per
l' inesatta denoaiinazìone, e doversi re-
putare almeno incerto e dubbio il ritro-
vamento di due corpi, al dire de'Boilaii-
disti, anziché del solo di s. Salome; pe-
lò ili." ritiovatuenlo del suo corpo, opi-
na doversi stabdirlo in un tempo in cui
la chiesa verolana era già provveduta del
pastore^ e la chiesa maggiore o cattedra-
le era già slata eretta; perchè secondo il
racconto de'Bollandisli,al vescovo di que-
sta città apparve l'apostolo s. Giacomo
per indicarne \l luogo. I\Ia poiché, sog-
giunge l'ab. Cappelletti a p, 474) '^ **''*
rie non ci trasmisero il nome di alcun
vescovo «li Veroli prima del 743, quan-
do al concilio romano di Papa s. Zacca-
ria si trovava presente il vescovo di Ve-
roli Martino; perciò stringe il suo dire,
0 che il ritrovamento di quelle ss, Ileli-
quie avvenne dopo la metà delI'VIlI se-
colo, o che la cattedra verolana ebbe pri-
ma di quel tempo de' vescovi, de'(juali si
ì: perduta ogni memoria; il che non gli
sembra improbabile, che nell'VIIl seco-
lo o in quel torno si stabilisse una nuo-
va sede vescovile in tanta vicinanza a
quella d'Alatri; e che in tal caso la catte-
dra vescovile di Frosiiione precederebbe
di 3 secoli la Verolana, alla cui giurisdi-
zione oggidì ne appartiene la città e il ter-
ritorio. Ma circa ali." ritrovamento del
corpo di s. Salome, l'opinione seguita dal
dotto Cappelletti, secondo il racconto de'
Oullandisti, i verolani la riguardano del
lutto erronea; poiché la s. Chiesa vero-
lana ha ritenuta per unica apparizione di
s. Pietro al chierico Tommaso, quella del
1 ^OQ.Essendoadunquc insussistente l'ap-
parizione al vescovo, di s. Giacomo, da'
Soli Bolltindisti riportata e da molti au-
tori non seguita, cadono di conseguenza
per se le supposizioni ed i ralh'onti del-
le cattedre episcopali tra Veroli e Fre-
sinone, come sostengono ì verolani. Tut-
tivolta sul vescovato di FrosinonCj rife-
risce l'ab. Cappelletti, enumerandone i
seguenti per pastori a p. 5i i.»»InnQi;en-
VER
zo vescovo di Prosinone nel 499) ® '' '"*'"
cessore Pnpia nel 5o3, non senza ilubi-
tarne, mancandosi di argomenti di asso-
lulasicurezxa, perchè il i ° si sottoscrisse
nel sinodo romano Episcopus Ecclesiae
Eorosensis, e Papia si denomina Frexso-
nensis, nel 5." sinodo sotto Papa s, Sim-
maco, per cui il Giorgi neW'flIstoria di'.
ploinalica cathedrae Episcopalis t'ivi-
tal. Seliaeiii Latio, Romae 1727, dubi-
ta as<ai circa il'nome del vescovo Pa-
pia, benché ne sia favorevole quanto al
vescovo Innocenzo, comechè sottoscritto
framezzo a' vescovi della Campagna , e
quello tra gli orientali ". Sul quale pro-
posito scrive il Giorgi : Fniùnoid Epi-
scopiiM adscribilnr Papias Fressonensis,
(jui synodo V sub Syinniacho, anno Do-
r/iì ni 5 o3, subscrìpsil: sedcuni ipse Pa-
pias rnedius sii inter Oricnds episcopos,
vereor, ne Orientalis ecclesiae sii assi-
gfiandus. Ego malini Frusinonis prae-
sidcni consdtiiere Innocentiuni episco-
pum ecclesiae Forosensis, «^wj in subscri-
pdonibns priniae synodi liomanae, an-
noDomini 499, •^''^ Sym macho, per Sle~
pluiniini Baluzinni e variis codicibus e-
ridis, posi Sanctulum Signinuni recen-
sentur, ac deinde post Innocendum sue
cedunt Valerius episcopus Calenotanus
et Felicissimus Caudinensis. Dice inoltre
l'ab. Cappelletti. '> Per la quale ambigui -
tà i verolani, che nell'epoca de'due pa-
stori non ponno mostrare per anco un
vescovo della loro chiesa, e si sforzano
di escludere Prosinone dall'onore della
dignità episcopale (dicendo però essi che
Prosinone nel Ve VI secolo era ben po-
ca cosa, e trovarsi la confutazione, parte
dal testo medesimo del cav. De Matlheis,
e da quegli stessi autori che allega), ed
ascrivono invece alla loro sede, sino dal-
la più remota antichità la giurisdizione
piena ed assoluta su di essa. Ma a torto :
perché, sebbene Prosinone si nomini ne'
diplomi di donazione di Lodovico il P/o,
di Ottone I il Grande, e di Enrico II a
favore della Chiesa romaaa, uou si cu-
VER
nn«ce ernia più antica d'Urbano II, in cui
Frosinone eie sue appartenenze furono
ntli'ìbuite e donale al vescovo di Veroli:
né la carta precede l'anno 10^7. Nulla o-
sta perlaiilo, che sino all'invasione de'sa-
ruceiii o de'Iongoljardi abbia avuto Fro-
sinone i piopri suoi vescovi. Vieppiù cre-
sce la ragionevolezza della esistenza di
questa sede vescovile, ove si ponga men-
te alle autorevoli testimonianze di più
scrittori, che trattarono dì sifTatte mate-
rie, come sono rUghelli, il Coleti, lo Sba-
raglia, il Giorgi ed altri, che sempre an-
noverarono Frosinone tra le sedi vesco-
vili dell' Italia, e più determinatamente
tra le sedi vescovili della Campagna, im-
niedialamenle soggette alla s. Sede ro-
mana, e che ne formano, per così djre, le
sufFraganee. Perciò il dotto Coinlio, ne-
gli annali ecclesiastici della Francia, enu-
merando, sotto l'anno 811, i vescovati
dipendenti allora, come da proprio im-
medialo metropolitcì , dal Pontefice ro-
mano, i quali egli fa ascendere al nume-
ro di 91 , colloca Frosinone alla lesta di
tutti gli altri della Campagna romana.
La quale attestazione ci assicura, che il
vescovato di. Fr osinone esisteva tultavìa
a' giorni di Carlo Magno. Né deve già
recare meraviglia la mancanza di qual-
siasi monumento di altro genere, perchè
le vicende guerresche, a cui andò soggetln
in quegli antichi tempi Frosinone, ce ne
involarono ogni traccia". Fin qui 1' ab.
Cappelletti , che ricorda essere gloriosa
patria Frosinone de'Papi s. Ormisda e
s. Sì'lverio, de'quali dissi altre parole nel
\ol. XC, p. 125. Indi quello storico di-
ce. M Dell'antico onore di cattedra vesco-
vile, cui per le cose esposte di sopra pos-
sedè Fresinone sino al IX secolo, non al-
tra memoria oggidì rimane, fuoichè l'es-
sertie decorata d'un capilolo collegiale la
primaria chiesa intitolata all'Àssunziune
della B. Vergine; ed era forse anticamen-
te la cattedrale, od almeno era ivi il luo-
go dell'antica caitcdrale; e ciò polrebbe-
si anche dedurre dalla volgare e corou-
VER Ct
ne denominazione, quasi direi, d<M-ivaia-
le per tradizione, onde pres<ìo i frosino-
nesi è detta il Duomo. La i.' dignVtà di
questo capitolo è un arcidiacono; ed an-
che ciò, a mio parere, attesla vie meglio
l'esistenza d'un' antica cattedra vescovi-
le, perchè pochissime io trovo, e furse da
potersi numerare sulle dita, le chiese col-
legiate, che abbiano tra le dignità del lo-
ro capitolo l'arcidiacono: e se pur talu-
na ve l'ha, si conosce d'altronde essere
stata un tempo chiesa cattedrale. Chiun-
que non ignora l'antica disci[)lina eccle-
siastica può rammentarsi, chegli arcidia-
coni erano gli amministratori temporali
de'beni della rispettiva chiesa, ed erai)o
perciò ordinariamente la i.", e talvolta
unica dignità, dopo il vescovo, che n'era
lo spiriluide amministratore. E così an-
ch'io la pensodi Frosinone. Indossa que-
sl' arcidiacono la cappa magna sopra il
rocchetto; gli altri canonici hanno per
loro insegne corali il rocchetto e la moz-
zelta di saia paonazza ". Ma già di que-
st'antica cattedra vescovile di Frosinone,
io ne parlai col frusinate cav. De Mal-
theis, che nel Saggio isterico dell'unii-
chissima ciltà di Frosinone, ne tratta con
alquanta diffusione a p. 46 e seg.; ed an-
zi egli crede, che da Frosinone sia pas-
sala in Veroli la sede vescovile verso h\
mela del secolo Vili, senza però che si
possa asserire positivamente, se traspor-
tala in Veroli da Frosinone continuasse
od essere comune all'una eall''altra cit-
tà per lo spazio di qualche tempo sino
all'epoca di Carlo Magno, che morì nel-
r8i4. — Tanlo scrivono ilcav.De JVlal-
iheis e l'ab. Cappelletti sul vescovato di
Frosinone , ed io nella compilazione di
quest'articolo non doveva oHìmettere. Ma
essi però, sono in pieno disaccordo col cle-
ro e popolo di Veroli. A non entrare in
discussione delle ragioni contrarie soste-
nute da questi ultimi, ripugnando al mio
animo e alla natura di questa mia ope-
ra le polemiche, le questioni, le dispute,
anzi non essendo affatto proporzionala la
6a VER
mia pochezza n darne in breve un esat*
to saggio, senza nimeno incorrere in un?ì
ceifa esposizione; per istorica imparziìt-
lità preferisco e slimo opportuna la in-
genua e intera pubblicazione della se-
guente lettera di critiche osservazioni sul-
l'argomento, a lue indirizzata dal Rev.
canonico segretario delR.moCapitolo del-
la cattedrale di Veroli, per espresso in-
carico di questo. Il suo contenuto io non
poteva mai tacere, dopo tutto quanto il
riferito a vantaggio di Prosinone, non
senza impegnarmi in una grave respou-
sabìliià. Co^ì ne risulterà una semplice e
fedele esposizione dell'asserzioni e tesli-
moniiinze^/o rro/j/rrt, evitando del tutto
l'aggiungervi sillaba, né per una parlenè
per l'altra, di tendenza e inclinazione indi-
vìdua le, come preventivamente dichiarai.
— »' Illustrìssimo e Chiarissimo Sig."^ Ca-
valiere Gaetano Moroni a Roma. — Le
iniziali lettere del suo Dizionario dieru-
tlizìone storico-ecclesiastica y indicano
prossimo l'articolo di Veboli. Le gem-
me di erudizione in abbondanza e accu-
ratamente presentate dall' opera accen»
nata non danno luogo a temere, che per
la mancanza di una storia stampata di
questa città siano sfuggiti alle dotte ricer-
che di V. S. 111. ma gli storici avvenimen-
li principali della città medesima. Se non
che l'avere V. S. tenuto innanzi il i^^^-
g/o 75/0/ /co del frosinonese d.'^DeMatlheis
iicir articolo Frosinone ed altrove, con
quella buona fede inspiratale da lusin-
ghiere assicurazioni di personaggi d' al-
tronde rispettabili, di avere attinto a
buone sorgenti, cotne la stessa S. V. rife-
risce nel voi. LXXXIX.p. 4i,fa>itener
probabile che nell'articolo Veroli avrà se
t)on espressamente, almeno tacilan)ente
a confermare il supposto di un'antica se-
de vescovile dìFrosinone, traslata indi a
Veroli, li' ben vero che le preuture de'
frosinonesi impegnale ad accattarsi una
tal gloria dalla oscurila di remoti secoli
indusiiero vari scrittori degli ultimi due
secoli scoisi alla disgrazia di cadere per
VER
mancanza di schiarimenti in questo erro-
re non mai apparso ue'tempi anteceden-
ti; ma non è perciò da ritenersi indilFe-
rente che l'errore stesso si riproduca e si
confermi in un'opera,cheacquìstògià ben
meritata fama prima di giungere al suo
tern^ine. Laonde per incarico aHìdato da
questo R.mo Capitolo della calledrale
Verolana, principalmente interessato nel-
l'argomento, a me suo Canonico Segreta-
rio, debbo adempiere al mìo onicio di
presentare a V.S.,con preghiera di esa-
minarle, alcune poche e succinte osserva-
zioni fra quelle molte che sul proposito
potrebbon>.ifMe piiidi^lintamente, se vo-
lessero eccedersi ì limiti di una lettera.
Per brevità mi asterrò sovente da citazio-
ni specifiche, e soprattutto nel riferirmi
a cogniti autori, e ad uno scritto latino
dell' avv. Giuseppe Bompiani di Fiosi-
none del i J^S, che tradotto ed ampliato
nel i8i6 dal De Mallheìs costituisce la
già nominata di lui opericciuola a V. S.
ben nota. — 11 supposto dei detti due fro-
sinonesi è, chedaì primi tempi della Chie-
sa fino all' incominciamento o alla metà
delI'VIII secolo Prosinone fosse già sede
di vescovi, i quali per ì guasti a quel luo-
go esposto nella via Latina arrecati dui
barbari, e specialmente dai longobardi,
e massime da que'di Benevento condotti
da Gisolfo nel 702, ondassero a Veroli
città meno esposta, lu prova degli asserti
guasti adducono generiche notÌ7Ìe,e le do-
glianze di s. Gregorio I Magno, che pre-
cede almeno un secolo il tempo dei pretesi
guasti di Prosinone ; e le sue doglianze
erano riferibili a tutti altri luoghi, fuor-
ché a quelli, ne'quali Prosinone si trova.
A provar che i longobardi nella loro oc-
cupazione Italica più lunga di due secoli
non solo non danneggiarono mai, ma che
neppur misero piede in Prosinone, potrò
essere dispensato dui trascrivere i diversi
storici, che scrissero tielle loro mosse e
e de' loro fatti, e indicaroiio i luogiu in-
vasi e danneggiati da essi, senza che vi
apparisca mai Prusìiione,<:he non sarebbe
VER
staJo cei'lamerile taciulose ne avesse sof-
fierie iiivasioiti e sciagure, e sì gravi da ca-
gionargli la perdila della sede vescovile,
i'o Irò esser di buona grazia dispensato da
questa materialeed inutile fatica, perchè
invece di legger le mie copie, può ognu-
no scegliere e legger le storie pubblicate.
La scorreria poi dai frosinonesi indicata
i.iispecie diGisolfo passò lontana da Fro-
sinoue circa 20 miglia nella depredazione
«li Arce, i\rpino, Sora, e quindi per la
Valle di Roveto fino e Morreo, ove ter-
minò. E appunto per cpiesto che i fi osi-
nonesi non avendi- in che poggiar le loro
assertive, si rivolsero a s. Gregorio I, che
parlava di luoghi e tempi dall'argoiiien-
t(> estranei, e si livoUeio quindi a poste-
riori avvenimcnlidi altri tempi, ne'quali
i fiosinonesi stessi aniinetlono fuor di
d(d)bio la mancanza di setle vescovile in
Frosinone. Se poi in quei secoli Veroli,
che aveva in buono stato la diramazione
della via Latina, apeita a cura di Cicero-
ne, forse per maggior bievilà di viaggio
ila [iou)a ad Arpinosua patria, fosse qual
vorrebbe presumersi, cillà più appartala
e meno esposta di Fresinone, lo dicano i
falli. £ qui ancora per brevità uii limito
ad invitine V. S. ad un confronto de'pas-
saggidi Be, imperatori, Pontefici e trup-
pe, che nel raccorre notizie di antichi se-
coli dopo Ciceroneavià rinv'enule rappor-
to a Veroli, con rpielle rinvenute intorno
a Fresinone; e ad osservare in fine la to-
tale mancanza di causa della immaginata
traslazione di vescovato. — Si allega an-
cora dai frosinone»i la impresumibilità
che la loro patria, sempre citlà illusile e
distinta fra le altre della provincia fin dai
primi tempi dell'era cristiana, sempre
o almen quasi sempre residenza del ca-
po della provincia, non conseguisse l'ono-
re episcopale concesso a' tante altre citlà
d' infericr condizione. Chi si compiacesse
di leggere spassionatamente il solo De
Muttheis, non potrebbe a n>eno di scor-
gervi un patrio panegirista, anziché stori-
co..Clii poi si degnasse di riscontrare ed
VER G3
esaminare integri e con sana critica i testi
da lui all'uopo addotti, e ridurli a'tempi,
checoncernonOjdovrebbe convincersi be-
ne spes»o dell' assoluta insussistenza di
quanto egli ne «leduce. Se da un lato mi
rincresce che neppur quest'analisi di fatti
di più secoli mi è concessa dai limiti di
una leltera, dall'altro mi rincuora il pen-
siero che il lettore avvertito sarà almeno
più cauto nel legger quello scritto : che
facendo < pportiine osservazioni, ravvise-
rà es>ere stata cotanto oscura la condizion
diFrosinone al tempo degli antichi roma-
ni, che non lasciò a'successivi scrittori no-
tizie bastanti ad assicurarsi se appartenes-
se alla regione Eriiica o alla Volsca: os-
serveià che trovasi unicamente nomina-
lo nella storia romana per alcune sue e-
venienze, ritenute prodigi, che avvenir
potevano in ogni indiiFerente villaggio; e
per l'eccitamento «d una congiura con-
tro i romani, onde ripoitata la pena del-
la confioca della terza parie del territo-
rio, i capi tiella trama furono virgis
coesi et secitri pi.'rcìissi : osserverà es-
sere stata non già nobile ed illustre, ina
penale prefettura di seconda classe, loca-
le e non di provincia: vedrà nello Stra-
bene ai tempi di Augusto annoverarsi
Fresinone con parole diverse da quelle
presentate dal De Mattheis non inlcr nr-
bes^vna inter oppida: prenderà una idea
della mestrhina condizione frosinonese nel-
la lettura di tiidi nove i versi di Giove-
nale a Fresinone relativi nella Sol. 3,
lib. I, vers. 223 e scg. : vedrà nel diplo-
ma di Lodovico Pio, che è nominato «•
nuanìentc Fresinone cum omnibiisjini'
bus Canipaniae, qual capo di tutta 0 di
gran parte della medesima, ma che si no-
minano ivi alla rinfusa alcuni luoghi del-
la provincia, citlà e non citlà, vescovili
e non vescovili, e che in ultimo, e perfi-
no dopo r inconsiderabile Palricum fu
nominalo Frosinonein iiini omnibus fi-
nibus Can.pnniae, per risparmiar la con-
tinuazione di una lunga serie di tutti i
luoghi, che la componevano; come fu
64 VER VER
praticato anche intorno ad nltie regioni neppure conoscersene la cnusa. Per ciò
e (irovincie : scorgerà la perseverante in- cherigiiarda l'essere stata Prosinone seni-
felice condizion ili Prosinone nel nono-e pre o quasi sempre residenza del capo di
successivi secoli nellii locazione riportata provincia, non polendosi ciò riferire a
dal Muratori, Aiitiqtiit. Ilal. med. /ievì, quando era locale piefcltura di seconda
lom. 3, (U.;s('rl. 36, la quide sotto i Pon- classe, né a quando era colonia in prossi-
tiOcali di Giovanili IX, Pasquale li, ed uiilà di uiuuìcipìì,clie governavausi colle
Innocenzo III, dalla R. Camera A posto- proprie leggi; converrà rivolgersi a'teuipi
lica a terza generazione si concedeva e del pieno dominio teo»porale della Cliiu-
l'innovava di tulio rincasato e territorio sa. Dall' oflioio della traslazione di s. Ma-
di questa prelesa illustre città chiamata gno, non clie dal De Miigislris nella storia
ivi caslriim da quei i^ontefìci, che le a- di Anagni si ha che nel declinare del IK
riebbero pur avuto qualche riguardo e secolo era il tribuno della provincia di
tratti d'incoraggiamento per le soderte Campagna Platone residente in Ferali.
disgrazie, che l'avrebbero poco anzi pri- Da varie pergamene conservatene!! ar-
vata del seggio vescovile,ad onta che non chivio di questa cattedrale Verolana l'i-
inolti secoli prima di tale perdita sareb- sultano nei successivi secoli Xe XI, al-
be slata la culla di ùue santi Ponlehci : tri quattro Consoli e Duchi di Cainpa-
che non solo Prosinone appartiene alla gnae Mariltinia pur residenti in Veroli,
Campania di quei tempi, e che i natali di talun de'quali dà cenno ancor 1' U-
de'due Pontefici al nostro Prosinone non ghellio. La residenza di un cardinal Le-
sonoconlraslati dal solo Ciacconio,di cui gaio in Veroli apparisce chiarissima da
trovando più futile l'opinione, il De Mal- un breve spedito di Benevento ila Ales-
theis imprese ad opporglisi, senza curar Sandro III, il 12 decembre i 167. Che se
gli altri: che dati e non concessi questi in quel torno di tempo non troviamo altri
natali al nostro Prosinone, non ne conse- rettori di provincia inVeroli,ueppur li tro-
guisse per necessità l'essere stata una il- viamoin Prosinone; bensì in Anagni, in
Juslre citià nel rimanente, poiché uonii- Ferentino, in Fondi, in Segui: nel fine del
ni sommi per santità, dullrina e valore secolo XIII e nel XIV abl)ali e vescovi di
possono [)ur derivare e ne derivarono un- Monte Casino, e rettori di Benevento fu-
cile da liiughi abietti, non incontrando in rono pur rettori di Marittima e Campa*
ciò difìlcoltà la divina onnipotenza , de gna. Nel iSgg altro legato di Marilli-
slercore crif^cns pauperem, ut collocet ina e Campagna, il cardinal Lodovico
rum cum principibus : che questi incer- Fiesco del titolo di s. Adriano, pur re-
ti natali in vece di far regalare per con» sidente in Veroli , conie da pergamena
geltura ed equità un fatto ( che o è, o nell'archivio di s. Erasmo, mia delle Ve-
non è) con quella liberalità di Lucenti rolane insigni chiese collegiate. Lo spe-
e Coleli, liinc acquior conjectura Epi- rimentato incomodo de'governanti e dei
scopali decort coruscasse liane ci\'ila- governati per la distanza fra loro, o per
tcin, tenderebbero anzi a farne ritene- la vagante residenza dc'primi, fece sì che
re il contrario, se si considerasse la inve- ben più lardi fosse questa fissala nel cen-
losiniiglianza che due Pontefici, padre IricoProsinonecon notabilissimo suo in-
e figlio, de'quali pur si conservano sto- cremenlo negli ullimi tempi; ma da ciò
riche notizie ed epistole, non si rivolges- nulla può iolerirsi alla supposta sede
«ero mai ai vescovi della propria patria, vescovile di dieci e più secoli indietro. —
e non concedessero alla loro cattedra Quali altri fondamenti rimangono alla
diritti, onori e privilegi tali, da non farla immaginazione frosinonese? La Iradi/io-
poi svanire in uien di due secoli, senza uè? JNon dw tradizione, neppure uu/«
VER
mot' popolare merila di appellarsi una
voce incominciata ad uscir dalla bocca di
qualche frosinonese nel secolo XVlI, al-
lorquando si otleoneclie Filippo Ferrari
nel lessico geografìco,senz'addurnealcuna
ragione, scrivesse per la prima volta Pro-
sinone urbs Latii alias Epìscopalis y
mine oppiduin. Per dirsi tradizione ,
allorché trattasi di un fatto di otto o die-
ci secoli addietro, di cui non possono n-
versi testimoni di udito del passaggio del-
la notizia da una all'altra generazione, mi
par che occorrano scritti idònei a supplir-
ne la mancanza. AJferranlur srripta,ed
allora si potrà esaminare semerita di es-
ser decorato della qualifica di tradizione
quel che ora non è che cicaleggio. E con-
tinuando l'analisi di questa favolosa pro-
duzione del secolo XVM.se vogliam (arci
ad indagare qual principio spìngesse ad
uscir quella vana voce frosinonese abu-
sivamente collocata in posto di tradizio-
m\ troveremo che tutta la base di questo
grande edificio va a restringersi a due
«rrori nelle firme de'romaniconcilii i.^e
5. "sotto s.Simrnaconeglianni 49ge5o3,
delle quali la prima è Innocenlius E-
piscopas Ecclesiae ForOsensis, la se-
conda Papia Fressonensis. Poiché l'at-
tenzione di Monsignor Giorgi si diresse
all'ordine materiale di queste firme, mi
converrà notare che nel primo concilio
nulla può desumersene; dappoiché le
firme di vari vescovi esteri son seguite
da quella del vescovo di Ferentino, vi
sono quindi undici vescovi dall' attuale
provincia di Marittima e Campagna iu
parte, ed in parte anche dall'attuale Sta-
to Pontificio estranei, poi quel di Terra-
Cina, appresso otto vescovi pur dalla pro-
vincia estranei, dopo quel di Anagni,quel
di Volturno, quel diAuiigni di nuovo per
quello di Segni impolente a soscriversi,
quindi il Forosensis, e poi altri vescovi
ancor fuori della provincia. Nel posteriore
concilio alcune firme di vescovi de'luo-
ghi dell'odierna Italia o a questa prossi-
mi, son seguite da una lunghissima se-
VOC XCIT.
VER G5
rie di esteri, in mezzo dlla quale Irovasi
il Papia Fressonensis. Volendo tratte-
nersi su questa frivolezza dell'ordine del*
le firme, se da quello del secondo conci-
lio può inferirsi la esclusione di un ve-
scovo FrosinoneSe, come ne la inferiva il
Giorgi; il confuso ordine del primo noù
è atto a somministrare alcun argomen-
to. Dèi resto se alcuni , sopraffatti da
quell'apparato di apocrife notizie di an-
tica celebrità di Prosinone e di poste-
riori suoi guasti immensi, e mirando ab
la mancanza di sicure notizie specifiche
degli antichi vescovi Verolani, s'indusse-
ro dal secolo XVI I in poi ad inclinar dub-
biosamente all'ammissione di queste dae
firme pel nostro Frosinone, e a sbaraz-
zarsi finalmente da ogni dtibbio con ab-
bandonarsi in braccio della tradizioiiie
frosinonese, come il Lucenti, il Coleti,
il Giorgi, ed altri; non mancarono tut-
tavia altri rispettabili scrittori su tali ma-
terie, ai quali non piacque di aderu'e al
Ferrari e suoi seguaci con ammetter Fro-
sinone fra gli antichi vescovadi : fra i
quali scrittori dello stesso secolo XVIIé
r Ughellio, il Callo da s. Paolo, il Coro-
nelli, e fra i collettori di coiicilii , 1' Ar-
duino e il Labbé. Nelle note di questo
ultimo non troviamo attribuito alcun si-
gnificato allo inesplicabile Forósemisj
ed al Papia Fressonensis li'oviaiu sot-
toposta la nota : Forte Eressensis ab
E/3i^oj in Caria. Hard. Tale interpre-
tazione non solo sembra consentanea al-
l'accennato ordine delle firme, ma si rav-
visa ancor ragionevole: avvegnaché iri
quel tempo, in cui solevano eleggersi i
vescovi dal clero locale^e come scriveva
nel III secolo il vescovo s. Cipriano nel-
la epist. 67, pag. 289 (edizione di Am-
sterdam 1700), plebe praesente, quae
singiilornni vilam pienissime novil ci
itniuscuj'iisrjue aduni de ejiis converia-
tione prospexit , e che in coriseguenia
ei'ano ordinariamente eletti dello stesso
o di vicini luoghi ; sarebbe troppo dif-
fìcile a credersi che nel latino FtosiooDe
5
66 VER
fosse eletto vescovo un greco , qual lo
iinlica il nome Papia, e il quale perciò
tieve per giustizia essere conservato allo
greca allor vescovile città di Cidonla ,
che corrisponde al Ialino Eressus, o E-
ressos alla greca ; sicché non solo Eres-
sensis al dir di Arduino e Labbéj ma
poteva ben essere scritto ancora Eres-
sonensì's, e ridursi così l'errore de'copi-
sii al minimo e facilissimo cambiamento
della sola iniziale E in F, in vece di tra-
scinarlo al più difforme vocabolo Frusi-
nonensis con assoluta ripugnanza della
buona critica e della storia. — I recen-
tissimi, ai quali traspari per avventura la
debolezza di tali fondamenti del Frosi-
nonese vescovato pari a quei della sta-
tua di Nabucco, e pure a sostenerlo spinti
forse da quella smania di novità , che
ben sovente rovina le storie, si accinsero
a curare con rilievi ulteriori questa pia-
ga, ma con esito non migliore di quel di
Ovidio, <7e Ponto, lib. 3. — Curando fie-
ri quaedam inajora vidcmus < — Vul'
nera, quae melius non tetigisse fuit. —
Ed in vero, l'arguirsi oggi al Frosino-
nese vescovato dal leggersi Frosiuuue e
non Veroli nel dipiuma di Lodovico Pio
dell'ai 7, o di altri in)peratori, oltre che
inciampa in quanto già accennai intorno
a tal diploma ; incorre eziandio in un so-
lenne anacronismo, al riflettersi che se
pur volesse rimontarsi alla donazione di
Pipino del 755, già si era veduta la fir-
ma di Martino vescovo di Veroli nel con-
cilio sotto s. Zaccaria nel 743. E conti-
uuando su questi rilievi novi»sìmi,gli stes-
si fiosinonesi Bompiani e De Mattheis
sostenitori del supposto vescovato ave-
vano slimato prudente consiglio di spa-
ziarsi su lutto ìdlro, fuorché sopra indizi
derivanti da ecclesiastici e pii luoghi, co-
se, istituzioni. Furono dessi in ciò cauti,
)>revedendoil pericolo della richiesta, che
poteva loro farsi, non dirò, dove fosse
stata la cattedrale, dove 1' episcopio, do-
ve i beni della mensa vescovile; ma al-
meno se non tuttora esìsteote, di una
VER
chiesa 1 ruderi, gli avanzi di un conven-
to, di un ospedale, un istituto di cari-
tà o d'istruzione, che presenti alcun che
di pregevole ed origine anteriore o pros-
sima alla perdita del supposto vescovato.
Oggi da chi non si avvide de' pericoli
conosciuti da que'frosinonesi si asserisce
che la frosinonese chiesa collegiata soglia
quasi per tradizione chiamarsi il Duo-
mo. Se la tradizione dell' episcopio ebbe
origine dal secoloX VII, questa del duomo
scaturì assai dopo lo scritto del De Mat-
theis nel secolo XIX, e non si diffuse fuio-
ra oltre la bocca di pochissimi nella spe-
ranza di allucinare i creduli, giacché il
volgo frosinonese neppure ha imparalo
finora a conoscere il vocabolodi Duomo.
Dalla creduta antichità della stessa col-
legiata e della unica sua dignità di arci-
diacono trae oggi belli ragionamenti il
chiarissimo Cappellelli, i quali però non
reggono, perchè basali sul falso suppo-
sto dell' antichità di tali cose, senza che
siagli stata comunicata quella notizia,
che ad ogni richiesta avrebbe potuto ri-
cever da Veroli, della bolla cioè di Bene-
detto XIV, data il i5 luglio 1755, Ro-
mae opud S. Mariani Ula/o rem, '\ulovno
a quella chiesa matrice di Frosìnoue ret-
ta allora da un parroco arciprete e con
beneficiati, come sono orditiàriamenle
quelle di lutti i paeselli Mi questa Vero-
lana diocesi; chiesa pochissimi anni a-
vanti già restaurata, ampliata e ridotta
a decente forma a cura del verolano ve-
scovo Tartagni. Quella chiesa chiama-
la nella bolla stessa Parochialis Eccle-
sia ArclàpraeshjteraUts nunciipala s,
Mariae, e non il duomo, in oppido
praediclo, quod duaruni provinciaruni
caput ejcistilil, et uhi gubernalorhahilu
praelatitio insignitus residet, dieta Pa-
rochialis Ecclesia, in qua sita sunL
odo perpetua siniplicia beneficia eccle-
siastica etc.jel pio majoriin eadcmPa-
rochiali Ecclesia divini cultui augmen-
tOj dictique oppidi honori/ìcenlia (e que-
ste sole fui'ou le cause luoveuli il Som-
VER
mo Ponlofice, non già le millnntate anti-
clie celelirilà, non i seggi vescovili, non i
natali rie' Pontefici), in dello anno l'j!)')
fu creila in saeculnrem et inxignem Col-
Icgiatam, qnae vi Parochinlls, iti an-
ten, exislat Ecclesia sub invocadone e-
jusdeni B. Marine, et in ea unus Archi-
diaconus, qui inibì dignilas parochialis
et unica existat,nec non odo canonica-
tiis totidemque praebcndae. — Se mal
non mi appongo, qualora que* tali, che
.scrissero del supposto vescovato di Pro-
sinone, avessero conosciuto il detto fin
qui, non si sarebbero certamente opposti
nirUghellio, il quale quantunque comin-
ciasse la serie de'vescovi verolani da Mar-
tino nel 743) e forse ancor egli notasse
la mancanza di prove sufficienti a stabi-
lire il primo vescovo ins. Mauro j nondi-
meno dal tutto insieme delle notizie, da
non potersi raccorre in pochi cenni, non
dubitò di ritenere, che EpiscopaUs di-
gnilas p^erulana antiquissinia est; ubi
prinium ea civilas Christiana sacra ani-
plexala cst,Anlislilcni ctianisacroruni
acccpil, qui Romani Poiitifìcis imme-
diate majestalcni veneraliir et colit.'VuV
tavia siccome non trattasi di causa inte-
gra, ma di preconcette opinioni più dif-
fìcili ad essere abbandonate, così mi per-
meila di prevenire qualche sofisma, che
se non da dotti imparziali, opporre mi si
potrebbe da frosinonesi. Potrebbesi forse
obiettare, rimaner senipre certo che il
primo conoscmlo vescovo di Veroli sia
del 743, restar quindi incerto se gli an-
tecessori in Veroli risiedessero, o in Pro-
sinone ; giacché amendue i luoghi si tro-
vano egualmente mancunli di notìzie.Da-
ta per ora e non concessa questa eguale
mancanza, non dirò a parità di circostan-
ze fra due litiganti, ma ancor nel caso che
per un di essi, il quale non possedesse la
cosa controversa, militassero delle ragio-
ni, insufficienti però a stabilirgliene il do-
minio, sarebbe massima di giurispruden-
za, che nielior est conditio possidentis.
Or né siamo uel caso di ragioui per Fio-
VER 67
sinone, e ncttarapoco in parità di circo-
stanze. Comunque alla sfuggita, mi pare
di aver dato un qualche saggio delia me-
schinità di Prosinone su tutti i rapporti in
quei tempi, ne' quali vanta 1* episcopio;
sicché si opponevano anche i sacri cano-
ni a stabilirvi una sede vescovile: mo-
strai la mancanza di ogni documento u
argomento valido a sostenergli la sua pre-
tensione di (atto; nou che la mancanza
di cause, che avrebbero potuto privarlo
dell' immaginato episcopio. Se ad onta di
lutto ciò, può rimanere ancor dubbio
dell' aulica sede vescovile tra Veroli e
Prosinone; non vi é borgata nella dioce-
si, per la quale nou potrebbe insorgere
il dubbio medesimo ; sol che nou si tro-
vassero memorie di sua pertinenza alla
diocesi Verolana anteriori a quella bolla
di Urbano II, della qualeancora si fa qual-
che motto a prò di Prosinone, senza at-
tendersi che in quella si contiene una sem-
plice conferma, e non una primitiva con-
cessione. A chi è versato nelle storie non
occorrono racconti, onde fargli giudicar
se Veroli in antichi tempi ebbe alcun che
di lustro superiore aFrosinone,e dedurre
se anche su questo rapporto si trovino in
parità di circostanze. Ciò lasciando, egli
è certo che de' quattro distinti municipi!
ernici a' tempi de' romani imperatori, e
quindi io principio dell' era cristiana,
cioè Anagni, Perentino, Alatri e Veroli,
non si mette in disputa il seggio vescovi-
le dei primi tre fin dai primoi-tlii della
Chiesa^ ad onta che quelli, e moltissimi
altri di sì fatti episcopii,qual più, qual me-
no, ignorino i propri vescovi di più seco-
li. Non si vede ragione, per cui Veroli
dovesse andar privo di quello, che ebbe-
ro gli altri tre munìcipii di egual condi-
eione olla sua ; tanto più che in posterio-
re tempo si trova di averlo iu (atti senza
che ne apparisca 1* anteriore mancanza.
Inoltre il De Magistris nella citata storia
ci riferisce ohe nel secolo IX i saraceni
impadronitisi di Veroli, spietatamente
trucidarono i primari cittadini ^ e tutta
68 VER
la saccheggiarono. Di ciò non rontentì,
mirali nella cattedrale ^ la manomise-
ro, e rubarono guanto eravi di prezio-
so. E ^ììiclìstìntanienle al mio scopo nel-
la lezione 3.' dell'officio della traslazione
di s. Maguo: quidam igilur ex Muca mi-
lilibus inB. Andrene templumirrumpen-
te.s, impudenti audacia non veriti snnt
aitarla disturbare, argentea vasadiri-
perCy (noli bene) codices auftrre. Ecco
dunque che la città di Veroli non trova-
si a pari circostanze di Frosinone: essa,
die per l'accidentalità di una Orma in un
concilio conosce un suo vescovo Martitio
nel 74^9 iii^dla ha iu opposizione, che gli
stabilisca in costui il primo vescovo res-
sa ha fatti positivi indicanti la causa della
perdita delle memorie di quel tempo e di
un buon secolo appresso, per quell'eccidio
» e saccheggio, in cui con altre cose perde
precisamente / codici della Cattedrale.
£ se quei codici furon tali, che meritaroa
di essere annoverati dalle storiche rela>
zioui fra gì' involati oggetti preziosi con ^
i vasi di argento, non |)otevano esser co-
dici che di una già antica cattedrale, e
non di una da poco tempo eretta. Quan-
* do V. S. colla sua perspicacia e sana cri-
tica imparziale avrà considerato che tut-
to ciò ha Veroli, e nulla affatto ne ha
Frosinone, senza che io dica più cose, che
potrei pur dirne, non posso dubitar del-
la sua persuasione che l'antico frosinone-
se vescovado non è che uu fittizio com-
mento de'frosinonesi, in buona fedeam-
messoda più scrittori, stante la mancan-
za di una storia tanto di Veroli quanto
di Frosinone stesso, non potendo per i-
storia ritenersi quella del De Mattheis:
né certamente alla sua persuasione farà
ostacolo l'autorità degli opposti scrittori,
se avrà presente quella sentenza di Cice-
rone lib. I , De Nat. Dcor.: Non tani aii-
ctorilatis in dispulando, quam rationis
momcnta quacrenda sunt. E poco ap-
presso : Nec vero probare solco id, quod
de Pilhagoreis accepimus, quos ferunt,
ti quid affìrmarent in disputando, ctun
VER
ex cis qiiaereretur, qunre ila esxpt, re-
spondere solitos, ipse dicit. — Nella fi-
ducia pertanto che V. S. vorrà gentil-
mente soddisfare ai desideriidel Verola-
no mio capitolo Cattedrale con apprez-
zar le ragioni, e compatire i difelli di
queste mie poche osservazioni, mi pregio
di dichiararmi pieno della più alta slima.
— Di V. S. 1 lima. Veroli i 8 aprile i Sjg.
Um.''osseq.° dev,° Servo. Scipione Ma-
ciocchi canonico segretario del R.mo Ca-
pitolo della cattedrale ".
Quanto alla chiesa cattedrale di s. An-
drea apostolo di Veroli, portano opinione
i verolani, come rilevai in principio, che
siastata fabbricata a'tempi diCostantino I
imperatore, ed hanno pure buone ragioni
per sostenerla; parrebbe dunque, ehe aU
meno allora ne ilovesse essere stato anche
il i.° vescovo. Ma in un'antichità cosi ri-
mota non potendosi procedere che con in-
certezza e congetture, è bene con 1' U-
ghelli cominciare col nominato Martino
del 74^' Quindi s' ignorano i successori
sino ad Arnaldo, o Artnaldoo Àruuido,
il quale nell'BSS sotto<icris$e nel concilio
romano di s. Leone IV, contro Anasta-
sio cardinale pretedi s. Marcello. Il sue
cessore Ildebrando o lldeprando inter-
venne al concilio di Laterano dell' tJ6i
tenuto da Papa s. Nicolò I; sottoscrisse
pure a quello adunato in Roma du A-
driano 1 1 nell'SGS, e pare che sedesse nel-
l'Byi. Itosela r Ughelli registra Bunifa-
ciò, recatosi nell'Byg al concilio romano
pel rislubilimento di Fozio, ma il Lucen-
ti avverte che fu vescovo Rierano ossia
di Rieda, non Verulano. Alcuni preten-
dono che quindi fu vescovo Avito, com-
memorato da'Bollandisli nella leggenda
di s. IMagno, ma è rigettato dal Cappel-
le! Ii,perchè, a cagione del l'eccidio de'sara-
ceiii, la traslazione delle sue sagre spoglie
è anteriore, credendo egli posili varaen-
te stabilirla nell'877. Conviene il Cap-
pelletti col Ciescenzi, che in tale orribi*
le macello e furioso saccheggio, i verola-
ni uascosero eolro cassetta di marmo le
VER
ossa eli I. Salome, per soltiaile Ja'sagri-
leghi e rapaci insulti t]e'n>aotnetlani;ar.
gomento pel Cappelletti favorevole a sti-
mare le cifre scolpitevi nel IX secolo al-
meno. Ma già ili sopra, parlando della
traslazione del corpo di s. Magno da Ve-
rdi ad Anagni, rettificai l'asserzione del
De Magislris clie la vuole segnila nel-
r877, dichiarando che propriamente av-
venne neir883 insieme alla rovina reca-
la a Veroli da'saraceni, ed allrettanto ri-
tengono i verolani. Perciò crolla l'opi-
nione del rispettabile Cappelletti, basa-
ta che la traslazione delle suddette sagie
spoglie di s. Salome sia anteriore nW'Sjj,
ma invece essa pure deve riportarsi al-
r883,come parimente superiormente de-
scrissi. Non trovandosi d'altronde oppo-
sizione, che precisamente in (juest'ullima
epoca potessero essere state nascoste le
ss. reliquie di Salome già rinvenute, in
qualunque modo e in tempo più assai re-
moto , il che rimane constatato anche
dalla cassa e da'suoi caratteri. Sedeva nel
959 Giovanni I, il quale a'9 giugno col
consenso di lutto il clero verolano, rife-
risce rUghelli, concesse il fondo Monilct'
mini col lago e il diritto della pesca, di
ragione dell'episcopio di s. Andrea, sino
a 3.' generazione, a Halìrido o Rofrido
sunnoniiuato,er[Jghelli chiama figlio di
Gio>anni quello ch'era duca della Cam-
pania nel 949: Carnpaniae^ et BLireae
consuli et duci, hahltatonbus Ferula-
nae civitatìs. Dipoi il lago colle sue per-
tinenze, a tempo dell'Ughelli si possede-
va dal comune di Prosinone, ossia nella
metà del XVII secolo. Già di Roffredo
ne parlai in principio. Solo qui trovo di
aggiungere, che avendo consultato, sui
vocaboli /17ort/7rt.7Ji/» oManilanunieMa-
reae, il peritissimo paleografo verolano
Giambattista Carinci, io Roma archivi-
sta della principesca casa Caetani e diret-
tore degli archivi! della congregazione
cardinalizia della rev. Fabbrica di s. Pie-
tro, gentiloienle mi mostrò l' istromeu-
tothe li contiene, cipè la copia da lui fal-
V ER 69
ta dairorìgioale esistente nell'archivio dì
sua patria cattedrale. In essa lessi: Quo-
niain ccrtus est nos Rofridus coiisule et
diix filius qiioddnin Johannis boti, rtie-
morie coines Campania sen Marie quon-
dam jugalih. et habitatores in civitalis
Ferulane. Io ho copialo secondo l'orto-
grafìa del documento. Dal contesto poi sì
trae, che Marie non è il nome della pro-
vincia di Marittima, ma di Maria moglie
di Eiofrido conte di Canjpagua per la Se-
de apostolica , console e duca di Veroli.
Siccome anticamente col nome di Cam-
pania o Campagna^ oltre tale provincia
sì comprendeva l'altra poi denominata
marittima, qui ricordo che al seguento
secolo XI il veliterno cardinal Borgia ne
riferisce la divisione della Campania, in
Campagna e Marittima, il che registrai
nel voi. LXXXIX, p. 35, in seguito det-
te Marittima e Campagna. Che le prò-
viocie già ne'diplomi del secolo XII si di-
cevano Campaniae et Maritimae, lo tro-
vo nel Contatore, De historia Terraci-
nensi, p. 56. Indi nel medesimo appren-
do che con tali vocaboli chiamarono le
due Provincie, Gregorio IX nel diplo-
ma dell' anno 1234, Innocenzo IV ia
diversi del i252,ed in altri, senza diro
di quelli de' successori. Tornando a Gio-
vanni I vescovo, egli sottoscrisse al coa-
ciliaboto adunato in Roma dall' im-
peratore Ottone I, che pretese deporvi
il Papa Giovanni XII; al quale poi nel
964 nel sinodo romano che condannò
Ottone T, implorò perdono del suo delit-
to. L' Ughelli registrò poi nel ioo5 N.,
anonimo che inserì nella serie de' vesco-
vi, secondo il Cappelletti, tratto in erro-
re da un brano di cronaca del monaste-
ro di Casaniari, che riporta, la quale e-
spone la fondazione del medesimo, men-
tre avvenne assai più tardi, come narre-
rò descrivendolo, eoo alcun riflesso sulla
carta creduta errata, essendolo solo in
parte, perchè amalgamò l'origine e la fon-
dazione del monastero, ambo per opera
di 4 sacerdoti vsrolani, che ivi vissero q
70
VER
tnorirono in fama di santità. Nel 1 0^4 era
•vescovo Sergio, come si trae da un do-
cumento dell'archivio della cattedrale,
ch'è la locazione d'un latifondo nel ter-
ritorio diocesano di Torrice presso la di-
ruta chiesa di s. Oreste, da lui concesso
a'signori di Torrice. Sotto di lui onel ve-
scovato del successore propriamente se-
gm in fondazione del celebre monastero
di Ca$an)an, per opera di 4 sacerdoti ve-
rolanichenel i oo^eransi ritirati nel luo-
go a menare vita regolare. Gerardo o Gi-
raldo fioriva nelio36, nel novembre del
quale anno intervenne al sinodo romano
adunato da Benedetto IX, ma nel fram-
mento diessoè denominato ^ero/e/z-y/V. Il
vescovo Benedetto I, non conosciuto da U-
ghelli e supplito dalCappelIettì, sottoscris-
se colle parole Benedictus BerulertsìsfBc-
/•o/en.«',y è veramente il nome latino che si
dava a Veroli , cambiandosi indistinta-
mente la lettera F nella B, di che ne fau
no fede tutte le antiche patrie scrittu-
re), al concilio romano di s. Leone IX
nel I o4q, ove fu pure decretata la cano-
nizzazione di s. Gerardo vescovo di Toul,
la cui bolla Virlus divinae operalionis,
presso il Bidl. Roin. 1. 1, p. 871, l'ema-
nò nelio5o. Il vescovo Placido reggeva
nel 1 061 questa chiesa, un monumento
della quale lo chiau)a Einiiientissiinus E-
jjiscopus. Nota il Coleti, che col titolo fle-
/ olancnsiss'i sottoscrisse nelioSg alle co-
stituzioni del concilio tenuto in Roma da
NicolòII;duDr]uegià dueanni prima n'e-
ra al governo. Nel 1 066, dice il solo Ron-
dinini, che a Placido successe il verola-
no Giovanni 1 abbate di Casamari, e II
come vescovo di Veroli: pe'suoi meriti e
virtù l'elessero il clero e popolo di Vero-
li, e Papa Alessandro li lo confermò; mo-
ri nel 1067. Nel 1070 Onesto o Onorato
assistè alla consagrazione della chiesa di
s. Martino di Monte Cassino , e benedì
l'altare di s. Ambrogio. Disse l'Ughelli,
the morì nel 1074» e per le dissensioni
de'canonici nell'elezione del successore.
Papa I. Gregorio Y 11 commendò la chie«
VER
sa verolnna ad Adamo vescovo d'Alatri;
ma il Cappelletti asserisce ch'ebbe lunga
vita, perchè nel 1090 si trovava presen-
teeassisleva alla consagrazionedella chie-
sa di s. Martino, fatta da Rinaldo vesco-
vo di Gaeta. Perciò il successore Alberto,
che l'Ughelli disse eletto dopo lunga al-
tercazione nel detto anno 1074, comin-
ciò il suo past«>rale governo 20 annido*
pò, cioè neliog4, e realmente la sua e-
lezione fu preceduta da lunga discordia
tra 'canonici elettori discrepanti nella scel-
ta ; laonde fu Urbano II che per prov-
vedere frattanto a' bisogni della vedova
chiesa destinò amministratore apostolico
Adamo che dal 1077 era vescovo d'Ala-
tri, e non nel 1074 come vuole Ughelli.
Nel vescovato d'Alberto, il Papa Urbano
Il colla bolla Juslis volis asscnsuni prae-
bere, del 1 097, Bull. Roin. 1. 1 , p. 99 (la
riportano ancora l'Ughelli, il Cappellet-
ti, e il De Maltheis nel Saggio isloricoj^
colla quale confermò alla s. Chiesa Ve-
rolauaeal vescovo Alberto petente,quan-
lo giù possedeva per concessione de'Pa-
pi, liberalità de'principi,ed oblazione de'
feileii, circoscrivendo pure i confini del-
la diocesi e determinandone i possedimen-
ti e le sue chiese, inclusivamente a quel-
le ed a'iuoghi di Prosinone, Torrice, Ri-
pi, Amara, Poli, Castro, Falvaterra, Ce-
priino, Straogolagalli , Bauco, Monte s.
Giovanni, Monte Negro, Canneto, Carpi-
no, Castello (de'4 ultimi luoghi ora non
si hanno notizie, poiché furono distrutti
da'barbari. Canneto lo fu dal conte Adi-
uolfo neh 188, rimanendovi la sola chie-
sa, e gli scampati abitanti dettero origi-
ne a Colli, come si ha dalla cronaca di
Fossanuova. Carpino era nel territorio di
Ripi, conservandone tuttora quella con-
trada il nome; ed altrettanto avvenne a
Monte Negro nel territorio di Veroli). Da
questo diplouiarisultaincontrastabi teche
già Frosinune era riunita e faceva parte
della diocesi di Veroli da molto lempu
innanzi, e non che le fositc riunita in (juel-
l'epoca, come alcuni preleuduuu, couvc
VER
nendovi pienamente il patrio storico fru-
sinate oav. De Mattheis. Morto Alberto
nel I 1 06, in quesito stesso i canonici e cle-
ro verulano elessero in suo luogo il mo>
naco e poi abbate di Casamari Agostino,
diverso da Agostino I abbate di Casama-
ri, a cui era successo. Trovandosi in Ve-
1 oli, come già notai, il Papa Pasquale II,
non solo lo confermò, ma ne fece l' epi-
scopale consagrazione, unitamente all'al-
tro Agostino vescovo di Ferentino.il ve-
scovo di Veroli ottenne poi nel 1 108 la
conferma di tutti i privilegi e diritti del-
la chiesa Verolana, eoo bolla simile a
ipiella d'Urbano li, ed emanata in Ce-
prano, // iionas septembris, pontifwatus
anno x. Morì Agostino nel 1 1 1 1 e fu se-
polto nella chiesa di Casamari. Gli suc-
cesse tosto Leto I o Leone I, ed auch'eglì
fu consagrato da Pasquale II in Veroli
a' 1 5 novembre 1 1 1 1 stesso. Inoltre in ta-
le anno fu celebrato un concilio, d'ordine
del Papa, e non nel e i4o come viene ri-
portato dal p. .'Vrduino, seguito da al-
tri, come dal Lenglet nelle Tavolette cro-
nologiche, sopra l'ubbidienza ecclesiasti-
ca, citando il p. Mabillon, ma senza aver-
lo riscontrato, altri«ncoti non sarebbe ca-
duto in errore (altrettanto avvenne all'ab.
Cappellelli diligenlissimo,cheailerma es-
sersi tenuto in Veroli altro concilio nel
I i4o, eziandio citando Mabillon, t. 2,
p. 24^1 mentre è il concilio di cui vado
a parlare, che sta nel t. i.Niuua sorpre-
sa, se si tiene presente quanto rilevai nel
voi. XC, p. I 39, secondo il dichiarato in
più luoghi). Eccone il contenuto culle pa-
role che ricavo dal Mabillon, Museum [-
talicunij 1. 1, p. 24^. M Synodus l'aera-
lancnsis in causa Grimaldi ArchicanO'
nici. Anno Doniinicae Incarnationis
Mcxi, Domino Papa Paschale TI prae-
sidente^ domino Griuialdo s. Paté mia-
ni ArchicanonicOjJldcni el obedientiant
suae mairi Ecclesiae, sitogue Episcopo
prò privilegio acceplo spirita siiperbiae
conimolo negante; Episcopo vero bis ter'
ijue Domino Papae oroclanianle : ipse
VER 71
autem praecepit, qiiatenus eitm, ut de-
ricum suum, ad se revocarci: sin autem
ohedire renueret , excommunicationis
gladio euni percuteret: asserens se eum
prò excommunicato habere,si ah Epi-
scopo excontmunicatus foret. His aliis-
que causis praecepto Domini Papaecon-
gregata est Synodus apud Berulas (così
talora chiamata Veroli,perciò,ripeto,i suoi
vescovi talvolta ne'concilii s'intitolarono
Berolensis e Beruleniis, se pure non è
errore degli amanuensi)jMZ>£^aMi«/ioPa/i-
tifice Laeto con<!entienle cwn eo j'ussu
Domini Papae, domino Gregorio car-
dinale ss. Aposlolorum^el Ogdone Ana-
gnìno praesule, nec non domino Angu-
stino Fereniinate episcopo. In qua dc'
niqueSynodo praedictus Grimaldus Ar-
chicnnonicus vocatus, corani pracdictis
Patribus etsancto conventuconfessus est
se peccasse, et contra niatrem suani ec-
cleslam de inlerdicta obedienliafecisse.
Unde prac/ati Patres decrevernnl , ut
omne episcopale jus suae matri eccle-
siae, et debitam obedientiant suo Epi-
scopo ullerius non negarci. Qtiod si ne-
garetj Episcopus, sicut Dominus Papa
praeccpetat, libere suum o[]flciuniface-
ret. Qnaproplcr praesidentibus pracdi-
ctis Patribus et toto conventu,Jideni ci
obedientiam, sicut sui praedccessores fé -
cerunty ecclesiae s. Andreae, suoquc E-
piscopo deinceps se debere spopondit.
Placuit hoc praedictis Patribus et san-
cto conventui: assensum praehuit Epi-
scopus et clerus ejus". L'ab, Cappelletti
riprodusse il testo del p. Mansi, Colle-
clionis Conciliorum Synopsis, il (juale
pure lo ricavò dal p. Mabillon, ma Gri-
mattlo lo chiama Archidiaconi. Il p. Ca-
simiro da Roma nelle /l/c'/ior/e superior-
mente discorse, diceudo di questo conci-
lio, r ap[>olla Grimoaldo Arcicanonico
(tale già lo dissi nel voi. XI, p. 84), ci-
tando Mabillou. Col medesimo p. Casi-
miro già narrai, doversi al vescovo Leto
I la fondazione del monastero per le be-
ocdcttiuepresio le mura di Veroli, e la
7!^ VER
propinqua chiesa di s. Martino che nel
1 127 dedicò, ora dentro di essa e de'mi-
nori francescani. Prima però di questo
tempo rCJghelli riferisce di lui le seguen-
ti memorie. Nel i i i 1 ricevè per la sua
chiesa il donativo di diversi beni da'no-
bili fratelli Vererno, Milone e Pellegri-
no, insieme a Bonizone di Monte s. Gio-
vanni, ne'terrilorii di Monte Canneto e
diStrangolagalli. Neil i 1 2 sottoscrisse al
concilio diLalerauo celebrato da Pasqua-
le 11, col nome di \eico\o rarrianus, che
il Baronio sostituì o ripristinò con quello
di Ferulanus: ma l'ab. Cappelletti os-
serva, che precedendo l' iniziale G. con
questa non può intendersi Leto; anzi il
Bini, illustratore del citato Mansi, inve-
ce di G. P'orrlanus ^ scrive PVilielmus,
Tun'aims, per cui crede, che nìuna del-
le due lezioni può adattarsi al vescovo
Leto, Vuole ancora l'Ughelli, che sotto-
scrisse nel iii4a quello tenuto dallo
stesso Papa nel monastero de'canonici di
s. ^alevoiano apud Caò tri Ceperanì{$[C'
come leggo nella suddetta bolla di Urba-
no II, enumerando i luoghi della diocesi
monaslerios. Pateniiani, di questo duu-
queeraarcicanouico o arcidiacono il sua-
riuminato Grimaldoo Grimoaldo), PosL
haec Laetits, Paschali Iltnulclatus, et
a Gelasio II anno 1 i i8 ad pristina ni,
digmlateni restilutus est.. Il Cappelletti
dubita di questo racconto,ed asserisce non
trovarsi negli atti del concilio di Cepra-
no, riportati dal Mansi, il nome de' ve-
scovi gbe v'intervennero. Con diplomi»
dato nel territorio di Paliano, da Calisto
il a'26 giugno I 1 22, otteime amplissimo
privilegio di confern»a de' beni di sua
chiesa, simile a quello d' Urbano li; ed
altro io conseguVda Onorio II a' 29 a-
goslo II25. Il vescovo Stefano viveva
nel 1 1 34. Dopo di lui trovasi , nel i 1 4q
Leone Ioli, il quale neii i4^ da Pupa
Celestino II con diploma de'27 febbraio,
fu ricevuto colla sua chiesa nella prote-
zione della s. Sede , colla conferma dei
potscdimeuti e gtuiisdjzioul delia iued&-
VER
sima. Riferisce l'ab. Cappelletti; 11 vesco-,
vo nel 1 144 donò alla badia di Monte
Cassino la chiesa di s. Giuliano, situata
nel castello di Prosinone. Però il cav. De
Muttheis ritarda l'offerta al i i54, e con
l'istromenlo riportato dalp.Gatlola nel-
V Istoria del monastero di Monte Cas'
sino, e la dice fotta dal clero e dall'ordine
de' militi di Prosinone, e ciò coli' assenso
del vescovo di Veroli Leone, e le ponti-
fìcie facoltà. Di più, dichiara, qhe la chie-
sa, con tutte le sue pertinenze donate ,
trova vasi nel territorio di Prosinone.
Laonde tale consenso non lo die'Leone l,
ma Leone 11. iNel i \^5 Oddone I, che
colla spirituale esercitò pure la civile giu-
risdizione, poiché scrive l'Ughelli: Hic
Verulanani civilalem, de consensu Coti'
sifluni regenda susccpit, qiiam simili
cuf/i ecclesiastica dignitate ssuntma prii'
dentia admùiistravit ad niorleni iistpie ,
gnae incidil in anno i 147. In questo gli
successe Leone 11 o III, che intervenne
a* 19 agosto 1148 alla consagrazione
della chiesa di s. Clemente di Perenti-
no, e benedir altare di s. Stefano nella
confessione. Narrai di sopra , che Papa
Eugenio 111 trovandosi neli i5o,o meglio
nel I 1 5 1, nella provincia, consagrò due
chiese della diocesi, cioè di s. Croce nel
comune di Castro a'22 aprile, e quella di
Casamari a'29 ottobre, essendovi presen-
te il vescovo Leone li, al dire dell'Ughel-
lì. A lui Anastasio IV nel i i53 confer*
mò gì' indulti apostolici , accordati alla
chiesa verolana da'suoi predecessori. Nel
1 159 il vescovo Leone li, coH'autoritàdi
Papa Adriano IV, concesse Castruni
Monlis s. Joannis infcuduni Raynaldo
Cornili Aquinati, sHccessorihnsqiiesiàs.
AKinaldosucqesse ilfìglio Pandolfo,/<{({(;
Ayni.um, Aynio vero Pandiilpìuun pa-
treni d, Toniae yìquinalis dottore di s.
Chiesa. Dice Lucenti, a questo vescovo
scrisse Papa Alessandro III la lettera che
trovasi nel cap. 3 De Cleric.conjug. Mo-
rì il vescovo nel i 160. Nello stesso 1 cano-
nici elessero a succeilerlo Puramondo o
VER
Fromondo oFrujamondo monaco cister-
cieatte dell» badia di Casnrnari , consa-
grato a'i oltobre in Veroli , insieme a
Itodolfo procuratore di detto monastero
in sacerdote, e poi nel r 1 6 1 in vescovo di
Ferentino, da Alessandro 111 cli'erasi ri-
fugialo in Veroli per evitare la persecu-
aione dell'imperatore Federico 1 , come
a suo luogo raccontai, in uno al soggior-
no che vi fece dal i 170 al 1172. Rac-
conta rUglielli , che Faraniondo conser-
vando singolare airetto pel suo antico
monastero di Casaniari, implorò ed ot-
lenneda Alessandro 111 non solamente la
confern)a de'beni e privilegi, ma ezian-
dio nella protezione della s. Sede in cui
l'aveano |)Osto Nicolò li, Alessandro li,
Calisto II, Anastasio IV e Adriano IV ,
culla donazione di chiese, parrocchie e
beni rustici, col diploma che riporta,
Piae poslulatio i'o/«/j/<j/z5,diretto all'ab-
bate Gregorio, daluni Ferulis per ma-
num Gradala S. Fi. E, subdiaconi et
no(arii,a g maggio 1170, sottoscritto
dal Papa e da 1 6 cardinali, tutti pre-
senti in Veroli. Però il Papa lasciò il
monastero soggetto nello spirituale al ve-
scovo di Veroli , cioè per l' ordinazione
de'monaci,e per ricevervi il crisma e l'o-
lio santo, per la consagrazione degli al-
tari e della basilica. Si legge pure nel
Bull. Rom. t. 29, p. 4o9.1noltre il vesco-
vo Faramondo intervenne al concilio ge-
nerale di Laterano 111, celebrato dallo
stesso Alessandro \\\ nel i 179, e mo-
rendo nel I 18.1 fu sepolto nel diletto
monastero di Casamari. Ambrosio, che in
detto anno gli successe, nel seguente o nel
Il 83 accolse nel suo palazzo vescovile
l'apa Lucio III, che nella sua dimora in
Veroli confermò i privilegi di sua chie-
sa; e si trovò all'elezione seguila iu Ve-
roli ili Urbano 111, ed alle solenni sa-
gre funzioni che ne seguirono. Morto
neir anno 1188, Ambrosio, in questo
gli fu sostituito Roberto, a cai e al suo
capitolo donò alcuni fondi il verolano
Laudo Franco neh 189. Pel suo decesso
VER 73
nel I 190 fu vescovo Oddone li, che nel
1196 intervenne alla consagrazione di
s. Maria de B'iumine presso Ceccano ,
nella diocesi di Ferentino. L'ab. Cappel-
letti riporta la lettera scrittagli da Papa
Clemente HI, sopra un fatto accaduto
nella sua diocesi, per la separazione di
certo matrimonio. Non solo in tempo del
suo vescovato ebbe luogo la rifabbrica
della chiesa de' ss. Gio. e Paolo di Casa-
mari, ma successe il lietissimo e già nar-
rato avvenimento del ritrovamento del
pre^.ioso corpo di s. Salome. Qui 1' ab-
bate Cappelletti riproduce il riferito dal
Crescenzi tanto sull' invenzione , quan-
to del discorso luogo di Provenza, detto
delle Tre Marie , ove a preferenza di
Veroli, si pretende possedere il corpo di
s. Salome; e dice astenersi dal ribattere
le frivole ragioni ,a cui si appoggia tal
pretesa, fondata sulla pietra che copriva
ùi\Q corpi santi, colle iniziali: /1/. /.*S'. A''-
« Queste si vollero interpretare: Maria
Jacobi Salonien videbis. Quale vigore
potrà mai avere iu buona critica questa
immaginai ia spiegazione di quelle ini-
ziali, confrontata colla reale iscrizione,
che si legge in Veroli sulla cassa, in cui
si trovano le reliquie di &. Salome? Ma
l'origine di sì enormi incertezze, sul pro-
posilo di questa santa e delle sue reli-
quie, fu per la massima parte l'inconside-
ratezza degli scrittori, che attribuirono a
Salome il nome di Maria (non è incon-
sideratezza , poiché di fatto gli odierni
verolani stessi riconoscono in s. Salome
l'antinome di Maria, come rilevasi dagli
articoli da loro fatti pubblicare ne* gior-
nali ufficiali di lloina, (la me riferiti di
sopra e da riferirsi ancora ; anzi dalle»
stesso Crescenzi ne'Ce«/»*5tor/ci, il qua-
le sebbene esclusivamente chiama la san-
ta col solo nome di s. Salame, wtWa pre-
ghiera poi che riporta per la preserva-
zione dal cholaa, r incomincia colle pa-
role : Gloriosa Maria Salame^ sostegno,
e speranza nostra ec.),e che l'alterarono
quindi con Maria di Jacopo. Ed anche
74 VER
ili questa occasione rUgheili rinnovò Io
lo «lesso sproposito, dicendo, non che fu
Irovato in Veroli il corpo di s. Salome,
ma bensì corpus B. Mariae Jacobi".
Mon Oddone 11 nel 12 12, dopo essere
stato deputato da Innocenzo Ili a giudi-
care una controversia tra l'economo di
s. Stefano d'Àlatri , e il militare Gim-
rnondo similaieute d'Alatri. Il successore
Leto 11 o Leonelll oIV,a'i Ssettembre
12 17 si trovò presente alla consagrazio-
ne della nuova chiesa di Casaiuari ese-
guita da Onorio HI, che accolse in Ve-
roli anche nella pacificazione con Fede-
rico Il nel 1222 (e non 1 221, secondo il
codice Alessandrino, riferito dal Rondi*
nini), che fu l'ultiiuo anno del suo ve-
scovato. Nel 1223 gli fu surrogato Gio-
vanni III, consagrato in Veroli da Ono-
rio III. Questo pastore uni alla mensa
vescovile le chiese di s. Silvestro e di s.
Nicola, nel territorio frusinate, e le chie-
se di s. Magno e di s. Egidio, nel terri-
torio ceprauese, col beneplacito apostoli-
co di Gregorio IX. Zelante del suo mi-
nisterOjfece molto per reprimere gli abu-
si, che violavano nella tliocesi le discipli-
ne canoniche, tra le quali precipuamen-
te la conleiuporanea pluralità de' bene-
fìzi, di cui cercavano d'essere provvisti
gli ecclesiastici di Veroli. Trovandosi in
Anagni Innocenzo I V, a'y ottobre 1243,
scrisse in proposito al vescovo la lettera
Culli nictgìs, che offre l' Ughelli, ripro-
vando l'avarizia de'cherici e tanto abu-
so, da non doversi più tollerare; perciò
gì' ingiùnse di eliminarlo, altrimenti a-
vrebbe preceduto contro di lui. Nel del-
lo annoGiovanni 111 interdisse i signori
di Dauco, per avere occupalo i beni di s.
Stefano di Rujano. Dal medesimo Papa
furono soggettati all'episcopale giurisdi-
zione del pastore verolano, il priore ed
i cherici di s. Maria del Canneto , che
se ne reputaiano esenti; e loro fu im-
posto l'obb'.igo di p.igare alla chiesa di
Veroli le decime de'luio raccolti, di rice-
vere dal vescovo di questa il sagro cri-
VER
sroa, e di recarsi al sinodo ogni volta che
vi fossero invitati; nel resto poi dipen-
dessero immediatamente dalla s. Sede.
Morto Giovanni III nel i25o, insorse
grave discordia tra il capitolo della òat-
tedrale, e il clero della città che per l'an-
tica consuetudine voleva dare il suo vo-
to con esso per l'elezione del nuovo pa-
store. La lite fu portata avanti Innocen-
zo IV, il quale commise al vescovo d'A-
nagni ne prendesse informazione, uden-
do le ragioni degli uni e degli altri , e
sedasse i contrasti. Fu decisa la questio-
ne, per sentenza del vescovo d'Anagni,a
favore del capitolo della cattedrale, cui
unicamente ed esclusivamente si decretò
appartenere il contrastato diritto, senza
che alfatto vi potessero prender parte i
canonici di s. Erasmo , non ostante il
concessogli daGregorio IX e riferito par-
lando di tal collegiata, o quelli di s. Ma- ^
ria de Franconi, o quelli di s. l'aolo , e . .■
neppure i priori o rettori <li s. Angelo e
di s. Leucio. Intanto i canonici della cat-
tedrale aveano eletto Giovanni IV loro
collega, il quale perciò dal l'apii, ricono-
scendo in e>>si il diritto d' elezione, fu tli-
chiarato vero e legittimo vescovo , con
lettera dell'i i maggio i 252, diretta al ca-
pitolo medesimo. Nello stesso anno fu rie-
dificato l'antico castello di Strangolagal-
li, che nelle guerre d'invasione della Cam-
pania era slato bruciato e distrutto ; e
quindi al vassallaggio della chiesa di Ve-
roli venne restituito, prestando il giura-
mento di fedeltà dinanzi al vescovo, cow
stntientibus ball'ms doiniiiorutn Monlit
s. Joannis ad hoc specialitcr deputali.
Assistè Giovanni IV alla consagrazione
della chiesa di s. Sabina di Roma falt.i
da Innocenzo IV, e muiì nel 1253. In <pie-
sto i canonici della cattedrale procedero-
no all'elezione del successore, e scelsero
un altro canonico, nella persona di Gio-
vanni V Giolfredi, confermato da Inno-
cenzo IV. Dopo avere nel 125/ ospitalo
nell'episcopio il Papa Alessandro IV, ces-
sò di vivere nel i258. Restò vacante la
V BK
sede sino al i 25q, in cui fu eletto Andrea
«pprovalo da Alessandro IV, da cui ot-
tenne una Kulenne conferma dell' unione
fatta dal vescovo predecessore Giovanni
111, delle chiese di s. Silvestro e di s. Ni-
cola di Fresinone, e di s. Magno e di s.
Egidio di Ceprano,alla sua mensa vesco-
vile. Col Ì2G1 terminò colla vita il suo
Vescovato, ed il capitolo cattedrale gli so-
stituì Gregorio, uno de'canonici, che Ur-
bano IV confermò e anche consagrò, non
prima perù de'4 settembre, giorno in cui
ricevè la cousagrazione dal Papa. Disceso
nella tomba nel 1278, vacò la sede sino
u\ I 280, in cui vi fu esaltato Lotero ca-
nonico della cattedrale e segretario del
cardinal Savelli poi Onorio IV.L'CJghellì
legistra Lolerio I nel 1280, Tommaso
nel 1282, Loterio II nel 1285. In vece
V.A). Cappelletti,certamente col prezioso
tesoro che possiede la sola biblioteca Mar-
ciana di Venezia sua patria,cioède'iolomi
n>ss. di correzioni e aggiunte all' UgJiel-
//{ f^.), di Gio. Domenico Coleli, seguen-
do conampliazione t'esempiodellozioNi-
i:ola,dichiaracheun solo Loterio possedè
i.i cattedra pastorale di Veroli dal 1280
uno al I 3 1 4i e perciò esclude a quell' e-
poca Tommaso e interamente Lolerio II.
Di più corregge la data di anno V del
pontificato d'Onorio IV, del diploma di
indulgenze concesse alla cattedrale di Ve-
roli nel 1287 (dallo stesso vescovo, siii-
g7///4o <://V;i^),ed i uouii de' vescovi iu esso
sottoscritti. Loterio nel precedente 1286
t't.sendo in Roma (nella quale risiedendo
ottenne il vescovato,e poi vi sarà tornato
nell'assunzione al pontificato del suo car-
dinale), concesse indulgenze allo spedale
della Misericordia di Siena; nel 1289 ne
concesse pure alle monache di s. Salva-
tore del castello di s. Severino (s' intende
con altri vescovi, che si ponno leggere nel
Turchi, Z>e Eccles.Cwitrinensis Ponti/i-
cibus, p. 2 34> »>a ivi Loterio è sottoscrit-
to f'/ci/er/wi. Si debbono però tener pre-
senti i falli de'copisliede'tipografJ, che sic-
come Uomini, eaì pure cadono in errori.
V E a 75
e Immutano le denominazioni e le date) ;
e più tardi altresì alla chiesa dì s. Ania-
no , diocesi d'Asti; e similmente alla
parrocchia de' ss. Morando e Cristoforo
d'AIlkircli, nella diocesi dì Basilea, essen-
do in Rieti, nella cui carta, pressoi boi-
landisti, per isbaglio Laterio è qualificato
Ntrulanus^ invece di f^erulaniit. Legga
inoltre nel p. Casimiro da Roma, che da
una bolla diNicolò IVsi trae,cheil vescovo
di Veroli pagava ogni anno alla camera
apostolica 60 brachia panni, 200 scu-
tellas, et 2.0 solidos. Nel pontificato di
Nicolò IV, scrive l'Ughclli , e pare con
anacronismo, perchè era morto nel 1 292,
ed allora regnava il gran Bonifacio Vili,
gloria ernica, Adenolfo Pagano, signore
del castello di Falvaterra, appartenente a
questa diocesi, usurpò alcune possessioni
della cattedrale , e malgrado l'ammoni-
zione del vescovo Laterio, ostinato le ri-
tenne. Perciò Laterio , vedendo inutile
ogni altro mezzo a ricuperare i beni della
sua chiesa, ricorse alle censure canoniche
e lanciò la scomunica all'usurpatore. Os-
serva l'ab. Cappelletti. » La quale misu-
ra; che oggidì sarebbe pur necessaria, e
non di rado , benché forse con poco o
nessun effetto , a difesa de' sagri diritti
delle chiese; riusù efficacissima eoa A-
denolfo, perchè restituì ben tosto alla
cattedrale verulana i beni che le appar-
tenevano, e ottenne 1' assoluzione dalla
pronunziata sentenza: ciò nell' anno se-
guente. E nel susseguente, mentr' era
Loterio iu s. Angelo, castello della dio-
cesi sua, ricevette l'omaggio e il giura-
mento di sudditanza da quelli di Ripi ,
altro luogo della sua diocesi". In breve,
tuttociò riferisce pure l'Ughelli, assegnan-
do al iSoo l'omaggio di R.ipi, e dichia-
rando morto Laterio, per lui i I, nel i 3 1 4-
Sino al 1 3 1 7 non trovasi che Tommaso o
Tommasio, morto nel i32g. Quindi nel
1 33 1 gli fu »ostituitoAdjutorio,alcui tem-
po a sua istanza, ed a quella del capitolo e
del comuDe,un'ì alla cattedrale la chiesa di
s. Salouie, il sunnominato cardinal Deu-
76 VER
ciò. Il Cappelletti che riprotlnsse il suo
diploma, già pubblicalo dal Crescenzi ,
opportunamente sul contenuto del me-
desimo, osserva. »» Se non si sapesse d'al-
tronde, che qui si tratta della chiesa riz-
zata da'verolani in onore di s. Salorae ,
chi non dovrebbe conchiudere, dal teno-
re del recato documento, doversi inten-
dere Maria madre di Jacopo e di Giu-
seppe? Eppure l'inesattezza di scrivere
e la spensieratezza di dare a Salonie il
nome di Maria, o di alternare il suo nome
con quello di Maria di Jacopo, resero co-
sì comune tra'verulani s\ enorme sba-
gliOjchesenza por mente alle conseguen-
ze da me altrove notate (cioè con quanto
già dissi del suo opinare, anzi argomento
esaurito e giustificato, mediante le due
lettere dell'archivio Mellonj, che ripro-
dussi), la loro santa Protettrice è no-
minata più comunemente Maria di Ju'
cono e Maria Salonie, che non col vero
e proprio suo nome di s. Salame ".Et-
guaimente del terremoto patito da Ve-
roli nel i35o,che distrusse il tempio di
s. Salome, del giubilante ritrovamento di
sue sagre Ossa a' i 7 ottobre, e del trasfe-
rimento loro nella cattedrale a's^ mag-
gio 1 352, ripetutamente già ragionai.
Segnalato così il vescovato di Adjulorio,
e pagato da lui l'umano tributo nel (354.
nel seguente anno Innocenzo VI nominò
in sua vece Guido decano Morinense ,
cioè di Terouanne. A suo tempo, scrive
rUghelli, i canonici della cattedrale, a
questa nel 1 356 edificarono TurrisCani-
panaria. Morto il vescovo nel i 363, indi
a' 13 giogoo Urbano V promosse a que-
sta chiesa il toscano di l'ralo Giovanni
VI, che visse sino al i383. Il grande
Scisma d'Occidente, i cui inizi in Àna^
gni, si elletluarono in Fondi colla pseu-
do-elezione dell'antipapa Clemente VII,
Sebbene questi stabilisse la sua cattedra
di pestilenza in Avignone, nondimeno pel
polente suo fautore Onoralo Caetani con-
(e di Fondi, esercitò autorità nella Cam-
nauta; ed è perciò che ialruse uelhi s.
VER
Chiesa Verolana nel i384 lo scismatico
Nicola. Ma il vero Papa Urbano VI nel-
l'istesso anno nominò vescovo di Veroli,
Francesco I detto anche G.Francesco Bel-
lauti nobile sanese, trasferendolo dalla se-
de diMonleVerde.epoineli SSylotrasla»
tò a quella diNarni,da dove passò al vesce»
vaio di Grosseto. 11 suo successore fu e-
letto dal Papa Bonifacio IX nel iSgG
nella persona d'un Bartolomeo, forse a-
vendolo impedito prima o l'intruso Ni-
cola o il prepotente scismatico Onorata
Caetani, o per 1' infelicità de' tempi si
smarrì la memoria di altro legittimo pa-
store. Dello scisma delta chiesa di Veroli,
dell'interdetto a cui soggiacque, del ri-
torno suo all'ubbidienza di Bonifacio IX,
e dell'assoluzione di quel Papa, parlai a
suo luogo di sopra. Bartolomeo il i.^a-
gosto i4i>^ trovasi nominato in una in-^
dulgenza concessa a s. Martino di Val-
cussa nella diocesi di Fondi, e morì nel
1420. Papa Martino V a'19 settembre
1422 dalla chiesa di Fondi trasferì a
questa Benedetto II, anteriormente ve-
scovo di Marsiglia , e sembra di nobile
condizione, descrivendone lo stemma l'U-
glielli, che pure esibisce, poscia morendo
nel «427, e non nel i437 come scrive il
Cappelletti, seppure non è assolutamente
fallo tipografico, giacché nel catalogo re-
gistra la vera data 14*27 P^l successore.
Esso fu fr. Clemente Bartolomei roma-
no e romilano di s. Agostino, nominata
da Martino V a'3 dicembre, benemerito
per quanto già dissi e qui meglio i-ipe-
terò, prima notando che nel (4^9 donò
al capitolo cattedrale Gradnalia San-
ctortim, et de tempore manuscript. ad
cantuin accomodatru-diiohus magnis va-
luminilnis. Per le sue zelanti premure fu
compita la riedificazione della chiesa di s.
Salome, cominciata nel i 35 1 , contribuen-
dovi nelle spese eziamlio per decorarla
con magnificenza, quindi la dotò e prov-
vide di sagri utensili; inoltre ebbe la
consolazione di consagrarla nel i449»
goU'assisteuza diI>iirlo|lo(ueoGiovanui abr
VER
baie (li Casaraari, e nuovanienle in per-
petuo r iiiù alla catleclrale. Defunto nel
1457, a'i2 aprile Calisto III gli sostituì
Angelo Martino de Caccis J. /'. D.,
morto nel 1468. Nel i.° agosto gli succes-
se Uibano, per un triennio. Indi a'28 lu-
glio 147' ^'o. Paolo Ponziani romano,
che finì di vivere nel luglio i5o 3. Note-
rò di avere registrato nel voi. LXXXIX,
p. 121, descriventlo Sermoneta ed i suoi
illustri, Giovanni Lucci da Sisto IV fatto
vescovo di Verdi, sulla fede del Pucclii,
2'catio degli iioniiiii illustri de Folsci,
p. 181, inoltre questi asserendo, benché
non sia dall' Ughelli individuato colla
distinta uienzione del cognome. JMorto
Ponziani, a'4 agosto di detto anno Ales-
sandro VI conferì il vescovato al celebre
Ennio Filonardi [F.) di Banco diocesi
di Veroli ( dopo la qual parola , nella
biografia, avendo i tipografi umniesso le
parole die scrissi col Cardella: e non già
città dell' Abruzzo, e seguendo quelle.,
nel regno di Napoli^ sembra erronea-
mente che a questo apparter)ga, perciò
ne fo avvertenza), per cui alcuni lo cliia-
tuano verolano, ma poco avrà fatto re-
sidenza in diocesi, siccome inqiiegato in
gravi aiìari per la s. Sede e nelle nun-
liature, onde meritò che Clemente VII
nel I 527 lo dichiarasse abbate commen-
datario di Casamari , e non Giulio II ,
come vuole il Cardella nelle I\Jemorie
storiche, dt Cardinali, t. 4) p- 1 67» il che
ripetei con lui nella biografia , perchè
Paulo HI lo creò cardinale a'22 dicem-
bre i536, e nel i538 rinunziò al nipote
Antonio Filouardi la commenda, non il
vescovato come riferisce l'Ughelli , per
avergli il Papa concesso quello di Mon-
te Feltro; ma forse ciò avvenne nel 1 546
secondo il Cappelletti, dopo essere stalo
munìfico culla cattedrale e coll'episcopio,
per quanto riportai pure nella biografia,
altrettanto dicendo l'Ughelli. Morto a' 19
dicembre! 549, data riferita da Cardella,
per correggere l'Ughelli che la segnò nel
1546, iu Castel s. Angelo ov'erasi rilira-
VER 77
io co'cardinali neiraposlolica Sede va-
cante; il cadavere fu trasferito non nella
chiesa di s. Stefano di Rauco, e non in
Veroli come dissi con altri nella biogra-
fia, con prolissa iscrizione the leggo nel
Ciacconio, P'itae Cardinaliuni , t. 3, p.
608, erettagli dal detto Antonio e Satur-
no Filonardi suoi nipoti ; ma bensì nel-
la cappella di s. Stefano della chiesa ar*
ciprelale di s. Angelo in Rauco , il die
ho avvertilo nel voi. XXVII, p. 286 ,
rilevando quanto fu contrastata l'epoca
della morte del cardinale e il luogo di
sua tumulazione. Per cessione dunque
del cardinal zio, Antonio l Filonardi di
Bauco, ol dire dell' UghcHi, a' 12 agosto
1 538 fu creato vescovo di Veroli e abbate
commendatario di Casamari da Paolo III
(il quale secondo un niss. di Casamari,
che mi sta davanti, gli compartì l'episco-
pale consagrazione in tale anno), essendo
abbate di s. Erasmo di detta città. II
Cappelletti, come ho detto, propende a
credete che il vescovato verolano l'avesse
nel 1 546, e poi nel catalago con esso lo
registra. Trovo nel ^\av\\ì\ySaggio di ra-
gioni della città di Sanleo detta già
Monte ferctrOj^.ioiyChe il cardinal En-
nio Fdonardi vescovo di Veroli, ritenen-
do questa sede, a' 1 2 agosto 1 538 fu no-
minalo vescovo e non amministratore di
Monte Feltro, e tale restò fino all'aprile
1546, e da quel giorno sino alla morte
senqjlice amministratore, e lo prova an-
cora col gran sigillo in cui era inciso: /^c-
rul. Eps, Fcretr. il cui disegno riprodus-
se. Che ritenne per più anni l'una e l'al-
tra chiesa, bencliè poi col ten»po egli ri-
manesse prima di una , poi d'ambedue
sinoalla morte amministratore. Mandòin
appresso a risiedere nella diocesi Fere-
Iranainsua vece, quale luogotenente e vi-
cario generale, il proprio nipote ex fra-
tre, Antonio vescovo di Veroli, a favoi-e
di cui avea per l'ionanzi rinunziala quel-
la sua I.' chiesa, coll'aspettaliva però di
entrare in possesso alla propria sua mor-
ie^ volendoue restar egli fiuchè viveva
78 VER
amminislrnlore.ll Marini ragiona d'una
disposizione d'Anlonio,quale luogotenen-
te e vicario generale di Monle Feltro e
vescovo di Veroli de'29 ollobie i543 ,
falla in Sanleo.Qnesla memoria, egli di-
ce, è bastante a dimostrare che il cardi-
nal Ennio avea giù rinunziata la chiesa
di Veroli ad Antonio, il quale se ne in-
titolava vescovo, ma il cardinale se n'era
riservata l'amministrazione, perchè al-
trimenti il vescovo Antonio non avrebbe
lasciato la chiesa di Veroli, fatta sua spo-
sa, per venire a fare da vicario generale
in Monte Feltro. Era una aspettali va, che
concedendo il titolo, per ottenerne il pos-
sesso occorreva « la morte o la (li missione
libera del possessore. Colla riserva e ri-
tenzione di amministratore, dimise poi la
chiesa Feretrana a'7.5 aprile 1 549, dopo
di che il gran cardinale rinchiuso (a'ag
novembre) nel conclave del Vaticano per
l'elezione del successorediPaoloIll, am-
malatosi dovè uscirne e condursi in Ca-
stel s. Angelo, del quale egli era castel-
lano (con altri dissi ritirato in esso col
sagro collegio, senza ripetere per il con-
cia ve, a vendo prove contrarie), ed ivi fini
di vivere a* 19 dicembre dello slesso an-
no e di età 83. Sembrami che meglio del
Marini, non potevano chiarirsi le discre-
panti opinioni. Noterò pure, che fino da*
tempi del cardinal Ennio, che si sottoscri-
veva Cardinale di s. Angelo Ferulano^
come si trae dall' Angeli, Memorie sto-
riche dello Sperone d'oro, si stabilì in
Veroli un Marco Tullio di lui nipote
del 2." ramo della famiglia Filonardi, ed
estinta la primogenita di Bauco, ne ere-
ditò quello le fortune e il fidecommissodi
Ennio, come da suo testamento del 1 54B.
Quindi rimase estinto anch'esso ramo sul-
lo scorcio del secolo passato,edil fidecom*
iTiisso fece altri passaggi per la linea fem-
minina, e credo che terminasse coll'arci-
vescovodi Ferrara Filippo, che celebrai
anco in altri luoghi; almeno egli fu l'ul-
timo di sua branca. Antonio I fu nel 1 556
testimonio della libciatiooc di Veroli pel
VER
prodigio di $. Salome, di sopra narrato,
nel i56o rinunziò la conimendii di Ca-
samari al nipote Fulvio Filonardi, e pas-
sò agli eterr.i riposi. Già a' rc) giugno
i56o trovasi consagrato successore Be-
nedetto III Salino di Fermo, d'esiuiia
pietà e rara dottrina, che intervenne al
concilio di Trento. Tornato in Veroli
celebrò il sinodo diocesano in cui prae-
darà qiddem tum ad ecclesiasticam
norinam in cleruni resdtnendmn acco-
modata sancìvit. Mori neh 567. In (pie-
sto a' 1 8 novembre fu eletto Ortensio
Battisti da Frosinone, nato da Bernardi-
na de Alexandris verolana (disceiuiente
da un Antonio che fu castellano di Ca-
pua nel 1477), canonico di Veroli, ar-
ciprete delia chiesa di Frascati , esimio
teologo e intimo famigliare del celebre
cardinal Alessandro Farnese nipote di
Paolo ili, che gli ottenne il vescovato da
s. Pio V. Vigilantissimo e dottissimo pa-
store, come lo qualifica il concittadino
cav. De Mattheis, celebrò due volte il si-
nodo diocesano, nel 1 568 e nel i57 i,//»
quibus tum ad cleri inslitiitionem , tnin
adpopuliniore<icomponendos,praecla'
ra edidit decreta. Scrisse e dedicò al car-
dinal Odoardo Farnese un nobile Coin-
nientarium de rerum nni\'ersitatej e fon-
dò il ujonastero delle benedettine di s.
Maria de Franconi. Narra inoltre 1' U-
ghelliil miracolo avvenuto nella 3.^ festa
di Pasqua i58i. Cnni e nini in sacello
Nominis Jcsu in ecclesia s. Erasmi iis
dichus maxima midtitudo convenissetad
ss. Hosliae adorationem, convenerunt
etiam nonnulli jndaei a Jidelibus invita-
ti, qui ftdgentissimum sydus, quod eo-
rimi oculos offt'ndcbat, in sacra Hostia
aspicientes , exclamare coepernnt, se^
et in Christo credere et haptizari velie ^
darà voce , quae viderant confitente s :
linde plurimi a judaismo ad bapti^ma
accesserunt. Asservatur adliuc sanclis-
sima illa Hostia in labernaculo altaris
inajoris ejiisdem ecdesiae, in eaque quo -
tanni.'' proccssiones a clero el populo
VER
xolcninì pompa celchrantur. L' Uglielll
ei'iò nella data elei miiaculo , avvenuto
a'26e27 marzo, feste di Pasqua deli 5^0,
, come si ha dal processo autentico chiù-
|so a'27 aprile seguente con la serie delle
grazie e miracoli ch'ebbero luogo: la fa-
miglia del neofìto tuttora esìste nume-
rosa. Lodalo pastore mori Ortensio nel
j 594. In esso a' 1 2 ottobre gli fu surro-
galo Eugenio Fucci da Tivoli, preclaro
nel jus civile e canonico, già vicario ge-
nerale del cardinal Bernerio vescovo di
Ascoli, di gran pietà pe'poveri e zelantis-
simo della disciplina ecclesiastica. Adu-
nò due sinodi, mores clerìcorum corre-
jcil,populum ad pietà lem suoexcmplo
inflammavit, prò liberiate ecclesiastica
ìionnullas ah impiis pcrseculiones so-
sliiiuit^quihus tanquam auriirn in far-
ìiacc proba tus,ejus innocentia, ac i-itoe
candor magis e/n7Hj7. Portatosi a Tivoli
a riveder l'amata patria, s'infermò e vi
morì nel 1608, tumulato nella chiesa di
s. Croce da lui edifìcata a' cappuccini ,
avendovi pure posta la 1/ pietra, con
onorifìco epitaflìo espresso dall' Ughelli.
A' 17 novembre di detto anno fu eletto fr.
Girolamo Asteo o Astei nobile da Porde-
none diocesi di Concordia, minore con-
ventuale e inquisì toregenerale nella dioce-
si patriarcale d'Aquileia.Bcnemerito eze-
]antissìmo,nella chiesa di s.Giacomo(ossia
di s.Salome)a'i7aprile 1 6 1 icelebrò il sino-
do, in cui plura tum ad ecclesiasticorum
vilam reale instituendam, limi vero ad
depravalos plehis mores reformandos, et
ecclesiasticam liher totem Jmmunilalem-
que restiluendom dtcrevit. Colle norme
del concilio di Trento istituì il semina-
rio; addestrò il giovane clero negli studi
teologici e filosofici ; predicando quasi
ogni festa, istruiva colla divina parola il
popolo ; fondò la prebenda teologale nel-
la cattedrale, la quale con restauri a pih
bella ed elegante forma ridusse ; ottenne
dalla s. Sede l'insegne canonicali al ca-
pìtolo della collegiata di s. Erasmo; ed
io trepido propugnò i diritti episcopali e
VER 79
delia sua raen«a contro gli offensori. Fu
autore di quelle opere edite ed inedite ri-
ferite dairUf-helli. Ammirato per profon-
da e vasta dottrina, cessò di vìvere a' i5
agosto 1626, e fu deposto nella cattedra-
le nel sepolcro da lui costruito perse e
successori , ove erano stati rinvenuti i
corpi de' ss. Biagio e Demetrio martiri
(era noto, che dessi, come rilevai più so-
pra, si trovavano nella cattedrale medesi-
ma, cioè in una cappelletta sotterranea ,
quale a' tempi di n)g.' Astei, per rimuo-
vere degrinconvenienti, venne ricolma e
in parte convertila ad uso di tomba epi-
scopale: prima però si procedette a rin-
tracciare le ss. Reliquie, ed un'urna con
lapide ov* era scolpita un'oscura iscrizio-
ne, contenente alquante ossa, e rinvenu-
ta nell'altare della stessa cry/^frt, le quali
diedero luogo a credere appartenessero
a'corpi de'ss. Biagio e Demetrio. Perdu-
rò tale pia credenza, finché per le lode-
voli cure del benemerito prelato verolano
Giovardi, recatosi iu Veroli il dottissimo
mg.' Garampi, questi chiarì l'equivoco
incorso, poiché la male interpretata iscri-
zione tutl'altro esprimeva. Siccome pel
decorso de'secoli erasi smarrita pur anco
la memoria del luogo, riuscirono quindi
inefficaci le praticate perquisizioni e se
ne depose il pensiero. Finalmente, in oc-
casione della solenne traslazione del cor-
po di s. Maria Salome al proprio tem-
pio, ravvivò di santo zelo il pio canoni-
co della cattedrale, già lodalo Tommaso
Mellonj , e datosi egli a tutt'uorao a rin-
novare le ricerche , giunse in modo pro-
digioso a' 12 giugno 1743, allo scopri-
mento prima della sotterranea cappellet-
ta, quindi delle casse contenenti i veri
corpi de' ss. Biagio e Demetrio martiri ,
come risulta da rogito e da analoghe i-
scrizìoni, che escludono ogni dubbio sul-
la loro identicità, e così ne seguì la solen-
ne traslazione nel 1 746 al santuario di s.
Salome, ove con essa Irovansi tuttora la
somma venerazione ). L' ab. Cappelletti
riporta la splendida lapide, che al vesco-
fio VER
To Astei i suoi correligiosi eressero nella
loro chiesa di Pordenone. Urbano Villa'
5 del seguente selleinbre, elesse vescovo
Daglione Carradori da Monte Fano e cit-
tadino romano, prelato di consulta, che
nel 1627 tenne il sinodo diocesano, ed
a'5 giugno fu traslato alia chiesa di Mar-
si (il C(ns\gn!ìn\ , Reggia Marsicana,\>\o-
trae al 1628 il trasferimento al vescova-
io di Marsi, ove morì nel i63o, zelan-
tissimo e amatissimo). A' 19 dello stesso
mese il Papa gli sostituì Vincenzo Lan-
ieri d'Albenga filippino, il quale cle.rwn
edocuity populusque ad pietatein cui-
fMmrct'Ocai'/V, celebrò il sinodo nel 1629,
nella cattedrale eresse due cappelle, una
in onore de'ss. Biagio e Demetrio, l'allra
per la B. Vergine, più una 3."" a s. Filip-
po Neri,cioè fabbricandola nell'episcopio.
Lodato morì a'3 ottobre 1649 » ® S'^'^s
nella cattedrale. Dopo due anni e 20
giorni di sede vacante, l'occupò a'aS ot-
tobre i65i Alessandro Argoli marsica-
no, cioè di Tagliacozzo e cittadino roma-
no, indi vicegerente di Uoma j virtuoso ,
probo, prudente, morì in quella città nel
1654 e fu tumulato in s. Maria sopra
]V1inerva con iscrizione presso l'UghelIi.
A'21 aprile i6'j5 il perugino Francesco
li Lombardi, morto nel 1660. In questo
a'i5 marzo fu eletto Francesco 111 An-
gelucci spoletino, professore di giurispru-
denza nell'università romana e patroci-
natore nella curia integerrimo. Dotato di
somma pietà, si affaticò indefesso al be-
ne del suo gregge regolandone i costumi,
pel clero celebrando il sinodo dioce-
sano che fece stampare, statuendovi uti-
lissime leggi. Morì nell'episcopio nel 1675.
A'27 maggio di tale anno Clemente X lo
fece succedere da Riccardo Annibaldeschi
della Molara nobilissimo romano,chiarr
per virtù e pel governo di piìi città del-
lo stato: restaurò la cattedrale deturpa-
ta dairanlichità, riducendola in elegante
forma, ed anco donandole sagre suppel-
lettili. Con varie opere aumentò il semi-
natio, suiijiie jure tenacissiinu^i ^sacjniis
VER
virili rohore , licei piiiriiiiis iinprìittt.<i
ad^'crsis a perturba toribtn; vìndicavit.
Finì sua vita nel marzo i68c),ecohso
lenne pompa, accompagnata dal genera-
le compianto, fu deposto nella cattedra-
le. J\el 1690 a' 6 marzo gli successe il
munifico nobile faentino Domenico Zauli
o de Zaulis , dotto giureconsulto e ver-
sato negli atlari della curia romana. Ra-
dicalmente riparò le cadenti o mal re-
staurate muraglie della cattedrale, la ri-
dusse in più elegante disegno, ed abbel-
lì di facciata esterna marmorea. Inoltre
restaurò la propinqua chiesa di s. Salo-
me, chiamata pure di s. Giacomo, e l'au-
mentò con fabbricarvi nobile cappella^
alla quale assegnò pingui rendite. A' 28
oprile 1708 si dimise dal vescovato, ed
apprendo dal Marchesi summenlovato j
che pio e dotto, fu fatto arcivescovo di
Teodosia , vicegerenle di Roma e asses-
sore del s. Udizio. Due giorni dopo Cle-
mente XI die' a pastore di questa chiesa
Lodovico Anselmo Gualtieri nobile or-
vietano, che poi traslatò a Todi a'21
gennaio 1 7 1 5; ed a' i 7 del seguente ni;)r-
zolo fece succedere dal cugino di Zauli,
il patrizio forlivese Lorenzo Tartagni di
Novadola , già vicario apostolico di Fe-
rentino e poi di Fossombrone , non che
vicario generale di s. Ellera nulli us di oe-
cesis di Toscana. Fornito di pietà, scieil-
ta e zelo, celebrò il sinodo diocesano e
quindi pubblicò colle slampe. Questo vi-
gilantissimo pastore per l'invenzione dei
corpi di S; Salome, e de' ss. Biagio e De-
metrio, eseguita al modo narrato, nella
calledralesolennemente e coU'intervento
ile'magistrali volle trasportarli nella con-
cattedrale di s. Salome; cioè quella del-
la Santa, il cui sagro corpo fin dal i 35 i
era stalo collocato nella cattedrale, seguì
a'25 maggio I74'2)equclla de'corpi ile'ss.
Biagio e Demetrio nel 1746; e li collo-
cò in due urne nella discorsa confessio-
ne che precedentemente vi avea fatto c-
rigere, restando nella cattedrale il busto
colla Usta di s. Saluiue. Di più uobihlb
VER
la cattedrale cou anipliurla e abbellirla
al iuodo suddescrilto. In flue volendo
terminare nella quiete i suui giorni, ri-
nunziò il vescovato, si recò a Forlì e ivi
dopo un anno mori a'7 giugno 1752 e
restò sepolto; di che fa memoria l'iscri-
zione posta nella cattedrale di Yeroli a
destra del principale ingresso, che può
leggersi in Marocco, ina per menda, for-
se tipografica , leggo morto nel 1762.
Con esso X Italia sacra termina la serie
de' vescovi verolani , che compirò colle
JVolizie di Roma. A'20 settembre lySi
Benedetto XIV gli avea sostituito Pie-
tro Saverio Antonini di Montalto nella
Marca, morendo nel 1761. A' i 7 agosto
di queir anno Clemente XIll nominò
vescovo Gio. Battista Jacopini di Ganza-
no, decesso a'24 marzo 1786 e deposto
nella tomba de* vescovi in cattedrale. Pio
VI a' I 8 dicembre dello stesso, vi trasferì
duEucarpia in partibus A.uloiVìO II Rossi
ferrarese. Uiferiscel'ab. Cappelletti." Vis-
se nella sua dignità intorno a 26 anni,
testimonio dell'avverse vicende, che lace
ravano in que'tempi la Chiesa universa-
le; senza che per altro ne sollrisse i dan-
ui. Egli , co'suoi canonici e con tutto il
clero verolano (però, dicono i verolani, il
solo vescovo e qualche parroco presta-
rono il giuramento, ed il rimanente cle-
ro, non requisito, se ne astenne), si lasciò
persuadere dalle sacrileghe istigazioni
del general Miollis, e quindi mucchio se
stesso e la sua chiesa colla viltà del giu-
ramento voluto da quell'usurpatore go-
verno : e così la diocesi di Veroli fu pre-
Servata dalle tribolazioni , che affissero
allora tante e tante altre chiese, incon-
taminate per la fedeltà de'Iuro pastori e
del loro clero nell' osservanza de'propri
doveri. Con questa macchia Cim i suui
giorni il vescovo Rossi nell'anuoiS i 2".
Restata vacante la chiesa, poco dopo il
ritorno in Uuma, Pio VII a' 26 settem-
bre 18 i4 degnamente la provvide col-
l'otlimo d. Francesco Maria de'marchesi
Cipriaui di Norcia,abbale delia congrega-
VOL. XGIV.
VER 81
zione de Celestini, della quale fu rulli-
11)0 prelato superstite. Benemerito pasto-
re, pio e dotto, mori a'28 dicembre 1 843 e
fu sepolto in cattedrale, ove una lunga
iscrizione meritamente ne celebra le lodi:
ii.>a leggendosi in essa avanti all'anno P'.
Kal. Jan., invece di collocarsi dopo ,
avverte il Cappelletti che induce in er-
rore come fosse morto nel 1842. Gre»
gorìo XVI nel concistoro de' 22 luglio
I 844 pi'econizzò vescovo Mariano Yen»
turi di Costacciuro diocesi di Gubbio, e
leggo nella proposizione concistoriale, già
segretario del visitatore apostolico mg.*^
Bellenghi in Sardegna, cameriere d' ono-
re del Papa nominato, vicario generale
di Forlì con detto prelato, e poi di Asi<
si, e nella sede vacante vicario aposto-
lico ; encomiandolo per prudenza, dot*
trina, integri costumi, esperienza e ca-
pacità. Pertanto pubblicò il o. 92 del Dia'
rio di Roma del i844- " " <•'• 1 5 dello
scorso ottobre partiva da Roma per por-
tarsi in questa sede vescovile di Veroli,
il novello nostro pastore mg."^ Mariano
Venturi. Lo attendevano nelle vicinanze
di Anagni (non di Anagni, ma di Fereo-
tino) mg/ delegato di Frosinone, 1' arci-
diacono d. Camillo de'marchesi Bisleti vi-
cario generale, ed il sig."^ Filippo Passeri
anziano del comune di Veroli. Pervenu<
to poi al limitrofo territorio d'Alatri, veo-
ue incontrato da' signori governatore ,
gonfaloniere, e da altri magistrati, cui fa-
cevano seguito il marchese Evangelista
Campanari cameriere d'onore di Nostro
Signore (cioè segreto soprannumerario di
spada e cappa, e lo è pure del Papa che
regna), ed il sig.' Francesco Mellonj, no-
bili verolani ; ed accompagnato da questi
giungeva il sagro pastore presso la città,
fra il suono de' sagri bronzi e lo sparo
de' mortari. Quivi concorse il clero ed
innumerabile quantità di cittadini, per
ricevere la pastorale beuedizione.Disceso
che fu dalla carrozza, entrò in città, ac-
compagnalo da eletta banda musicale, e
dagli evviva di tulio il popolo che ac-
6
82 VER
corse in fulia fino alla chiesa caltediale
e all'episcopio, ove ad una cjuunlilà di
popolo fu disliiliuila abbondante elemo-
sina. La citlà in quella sera mostrava il
suo giubilo, pel desiderato acquisto, con
una generale illuuìinazione. Il giorno se-
guente I 7, fu quello in cui il nostro ve-
scovo compiva l'alto del solenne posses-
so. Dalla porla Romana sino all'episco-
pio la vìa era lateralmente ornata di fa-
ci , i balconi apparati , e sorgeva ntl-
la piaeza maggiore un arco magriifìco ,
opera di Vincenzo Jannozzi pittore vero-
lano. Al prospetto vi era dipinta laGiusli-
zia e la Carità, e nell'alto lo stemma del
novello pastore coll'iscrizione: Nirnium -
Expeciato Opliino Antistiti - Mariano
Vcnluri-S. P. Q. /'.Dall'altra parte
dell'arco era effigiala la Prudenza e la Co-
stanza, con altro slemma avente quesla
iscrizione: Ob- Graviaac Preclara Mu-
nia - In Re Catholica - A Mariano Ven-
turi - Alacrìter Suscepla Fausleque Per-
fiincta - Vcrulariini Civiuni - J ola Pu-
llica - Aretini Erigi I oliiere. Altro ar-
co a pittura seguiva al prospetto della
chiesa della s. Protettrice. Neil' atto del
possesso mg."^ Vescovo andava sotto il
baldacchino sostenuto dalla Magistratu-
ra, ed era accompagnato dal clero e dal-
la nobillìi. Entrato nella cattedrale, si
cantò soleiuie l'inno Ambrosiano, e quin-
di egli recitava un'on)elia, che fu di uni-
versale consolazione , poiché in essa ac-
cennando a qual modo si atterrebbe di
dolce e fermo governo nella sua chiesa ,
ne fiiceva pregustare già , colle parole,
quella dolcezza, che dalla sua benignità
speriamo immancabile. Terminata que-
sta funzione , si porlo nella chiesa di s.
Maria Salome, ove fece punlidcalc, ac-
compagnala la messa da scella musica
vocale ed istromenlale. Dopo la funzione
tornò all'episcopio, accompagnato dal ca-
pitolo della cattedrale, e da mg.' delrga-
to apostolico venuto nppositamenle da
Frosinone a complimentarlo nella sua
residenza. La sera poi fu iihimiuata (ut-
VER
la la città, ed un'or» hesira presso all'epi-
scopio allegrava di musicali concerti l'iu-
numerevole popolazione accorsa ad ap-
plaudire all'insigne prelato, e coli' incen-
dio d'un variato fuoco d'artifizio davasi
compimento alla festa ". Ad encomio di
SI lodato pastore devo rift-rire, come nel-
la penuriosa stagione del 1 853-54, fat-
tosi animatoree capo delle opere di be-
neficenza , con parte del proprio e del
raccolto dalle elaigizioni de' principa-
li della città , aiutato da 4 zelanti re-
ligiosi, aprì nel seminario ilìocesano un
forno, che somministrò ahbondonlemeu-
te pane buono e salubre a modico prez-
zo; beneficenza, che coadiuvata ilal mu-
nicipio con altre provvidenze per diverse
opere istituite di pubblica carila, unila-
mente alle copiose limosine della badia
diCasamaii, resero quasi insensibile l'in-
fortunio. Ti ovo poi nel n. 178 del Gior-
nale di Bonza iS5^. » Il giorno 17 lu-
glio con istraordìnaria pompa nella cat-
tedrale di Veroli furono celebrale l'ese-
quie al compianto vescovo di (|ueila cillà
mg."^ Mariano Venturi, uiorto il giorno
l4- Dopo che il funebre convoglio ebba
percorsa la città, fu cantata la solenne
messa di requie, pontificando mg.' Tira-
bassi vescovo di Ferentino. E prima della
consueta assoluzione il sig.' ab. Mattia
Mascalchi professore di eloquenza, reci-
tò la funebre orazione, mettendo in pie-
na luce le molte virtù, che distingueva-
no il Venturi, lì sagro tempio era stipa-
lo di popolo accorso a pregare la pace
de'giusli air estinto suo pastore ". Poco
dopo il Papa Pio IX, nel concistoro dei
3o noveuibre i854|"'omulgò vescovo di
Veroli mg.' Luigi Zannini di Jesi. Lo
disse nella [iropusizione concistoriale, dol-
loi e Jiirix ulriusfjue, in (iiidiciidis lUritts-
que sex US a e e ti ani mo nia Unni confes-
sionibus,et in verbi Dei pracdicatione se
laudnbililer exercnil, llinc viearii ge-
nera lis mime re in dioceesi Tiplieriid'
tensi per aimos cotnpliire.^ peifiinetus
est; pò. s tea reiersus in patria ni ab Km*
V E n
rtr ^ri>.° Dn." S. /?. E. Cardinali Corsi
lune episcopo Aexino, s. Scn'pturac pro-
fessor ac ree f or ser/ìinnriì-rollegiico/isli-
tittiis liitjnsmodi ofjìcia nsqiie ad prac-
Sfus ohivit. Vir grai>ilate,prtidenlia, do-
e Irina, niorum ìtonesta le, reruwque ex-
ptricnlia praeditus , et in ecclesia siici s
ftinclionihus apprime versalus, dignus
propterea, qui dictae Ecclesiae Venda-
nae in Episcopnni praeficialur. Indi
pubblicò il n. 2 del Giornale di Ro-
ma del i855. « Il giorno ^4 del passato
jlicembre faceva il suo solenne ingresso
in Verdi , il nuovo vescovo di quella
ciltìi mg/ Luigi Zannini. Venne incontra-
to fuori di Porta Romana dal clero, dal
governatore, dal corpo municipale e da
vari signori. Indossati quindi gli abili
pontificali, procedette in città fra le po-
polari ovazioni , r armonia della civica
banda musicale, il suono giulivo di tutte
le squille, e i colpi di mortari, dirigendo
il caniniino verso l'I cliiesa cattedrale,
sulla cui porta, come su quella della cil-
!ìi, sull'arco trionfale appositamente eret-
to, e in altri luoghi leggevaiisi analoghe
iscrizioni. Giunto al duomo il nuovo pa-
store, recitò alla presenza di grande mol-
titudine, cou)presa da singolare esultan-
tSy una dotta omelia ; e cantati pontifl-
caimente i primi vesperi del s. Natale ,
recossi accompagnato dallo stesso corteo
all'episcopio, dove facea dÌ8[)ensare a'po-
veri larga elemosina, ripetuta anche nei
dì seguenti. Nella stessa sera del suo in-
gresso,egli visitava le madri benedettine
e il ven. seminario; nella notte assisteva
«'divini uffizi, e celebrava pontificalmen-
te la i.' messa, la "3." all'aurora nella
chiesa della proteggitrice s. Maria Salo-
nie, e la 3." solenne aUe io antimeridia-
ne accompagnata da scelta musica voca-
le e strumentale del maestro sig/ Cesare
Tabanelli , chiudendo le indicate sagre
funzioni col compartire al popolo, più
numeroso del di precedente , la papale
benedizione. Efìnolmente nel giorno me-
desimo del s. Natale, si condusse al ven.
VER 83
ospedale per porgere all'inferma umani-
tà consolazione e soccorso. A cura del
municipio, alle *j pomeridiane, una bril-
lante luminaria, come nella sera antece-
dente, rallegrava la città, alle 8 s'iucen-
diava elegante macchina artificiale , ed
un globo areostalico innab.avasi : e nel-
la sera del 3o tenevasi nel teatro del se-
minario letteraria accademia, intramez-
zala da analogo coro musicale oda scelti
pezzi ili musica, nella quale dopo un di-
scorso del sig."^ d. Antonio Mizzoni pro-
fessore di belle lettere nello slesso gin-
nasio, belle e svariate poesie italiane e
latine recitavansi in lode del novello pre-
lato, che i verolani non potevano acco-
gliere con maggiore dimostrazione di af-
fette e di venerazione ". Breve però fa
il suo governo , e dopo avere fatto ese-
guire de' considerevoli restaiu'i nel semi-
nario, istituitovi un separato convitto, ed
accresciute le scuole, per ispoulanea ri-
nunzia si dimise dal vescovato, ritirandosi
in Roma. Si legge nella successiva pro-
posizione concistoriale: yr7er dimissionent
suain, libere ac spante in nianibns San*
clilalis Stiae factain,et ah Eadeni ani-
niìssam, nel concistoro de'2 i dicembre
1857, il Papa preconizzò l'odierno ve-
scovo mg."^ Fortunato Maurizj di Colo-
gnola arcidiocesi di Camerino , patrizio
di quella città, dottore in filosofia, teolo-
gia, nel gius civile e canonico, in cecie'
siasticis obeundis qfjìciis, inqne Dei ver-
bo praedicando, sacrisqne fìdeliuni^ ao
etiani monialinni eonfessionibus excl"
piendis tolns fuit. Inter collcgii philo'
sophiei,mathe<!eos, ac iheologici socio f
Camerinensi in wiivcrsitate adscilusf
ibiqite sacrae Scriptiirae cathedrani os-
see u tu SyConvisita loris dioecesani^exani i-
naloris cleri, orphanolrophioruni dire-
ctoris, et aliquando tllam prò vicarii in
spirilnalibus generalis nmneribits lait-
dabiliter perfnnctiis est. Canonicalu lan*
dem,ac eliam coadiuloria ad archidia-
conalum camerinensi in metropolitana
ad praesens urqne lionestatus ejusmodi
«4 VER
exhibuil dortrinae^ gravila tìs, pruden-
tiae, morum honestalìs , rerumque uso
dexten'tatis, et praestantiae specimwa,
ut dignus e.apropter sit censendus qìti
relatae Verulanae Ecclesiae in Episco-
punì praefìciatur. Riferì poi il n. 2 del
Giornale di Roma ùt\ i858,chea'3 gen-
naio rEm.°carclinal Anton Maria Cagia-
no de Azevedo, nella basilica de'»s. Xll
Aposloli di Roma, consagi'ò vescovo l'en-
comiato prelato, ed insieme a mg/ Cle-
mente Pagliari vescovo d'Anagni, ed a
nag/ Pietro Sola vescovo di Nizza. Ogni
nuovo vescovo è lassato ne'libri della ca-
mera apostolica in fiorini 5o, ascendendo
le rendite della mensa a scudi i 200, se-
condo la ricordata ultima proposizione
concistoriale. Però i primordii dell'episco-
pato di mg.' Maurizj vennero contradi-
stinti dalla munificenza del Papa Pio IX,
il quale perpetuamente donò alla mensa
vescovile di Veroli un capitale consolida-
lo di scudi dodicimila. — La diocesi si e-
stende per circa 3o miglia, e contiene 1 3
luoghi compresa la città e sede vescovi-
le di Veroli. Essi sono: Frosinonc, resi-
denza del delegato apostolico della pro-
'viucia, la quale facendo ora parte della
legazione di Campagna e di Marittima o
felletriy in quest'articolo ne riparlai, ed
in ambedue i seguenti, ciascuno avendo
le chiese parrocchiali che nominerò, poi-
ché i due ricordati articoli si compene-
Irano con questo. /^rosmo ne : ss. Assun-
zione collegiata, s. Benedetto, s. Maria.
Ceprano: s. Maria Maggiore collegiata,
di Rocco. Monte s. Giovanni: s. Maria
della Valle collegiata,colla dignità dell'ar-
ciprete, s. Margherita,$. Maria della Ven-
dola, 8. Maria della Valle, s. Pietro; vi
sono i cappuccini ed hanno la chiesa di s.
Gio. Battista (taccio i religiosi degli altri
luoghi, se in essi ne parlai). Sebbene no-
tai nel 2." de'ricordati articoli, che Gre-
gorio XVI la dichiarò città, mi piace ri-
portare il riferito nel n. 4o dell' uHìciale
Diario di Roma. Gregorio XVI con
breve de'7 gennaio 184^) concesse i' o-
V E R
norevole titolo di città al castello di Mon-
te s. Giovanni, richiamandolo così allo
splendore di cui godeva quando era prin-
cipale luogo del ducalo, che di Monte 8.
Giovanni chiamavasi, ben atto allora a
valevole difesa, ed illustrato eziandio dal-
la biennale dimora , accompagnata da
prodigi, dell'angelico dottore s. Tomma-
so d' A quino[F .).(jùxÌ&v\i\o de'marchesì
del Fasto {V.), Clemente Vili lo riunì
all' immediata sovranità della s. Sede.
Colli: s. Lorenzo. Dauco: s. Angelo , s.
Maria, s. Pietro. Ripi: ss. Salvatore , s.
Rocco; vi sono gli agostiniani. Torrice :
s. Pietro , s. Lorenzo. Falvaterra : s.
Maria Maggiore. Amara: s. Nicola. Pofi.:
s. Andrea, s. Maria, s. Pietro. Strango-
lagalli: s. Michele. Castro: s. Maria , s.
Nicola, s. Oliva. Tali sono le parrocchie
della diocesi Verolana, secondo la Stati-
stica ddli853 summentovata, pubblica-
ta dal governo. Di Falvaterra parlai nel
\ol. XXV^Il, p. 278, ed altrove , dicendo
essere tradizione che ricevè il lume della
fede dall'apostolo s. Pietro , allorché si
recò in Atino o Atina (della qual sede e
de'suoi vescovi l'Uglielli ne ragiona nel
t. 6, p. 4o6, 1. 1 o, p. 1 9 deW'Italia sarra),
non che da s. Maria Salome. Della nuo-
va e vecchia Falvaterra e Fabrateria ne
trattano il Couìalove, De Ilistoria Ter-
raci/tesi; il Theuli, Teatro historico dì
7 elle tri; il Ricchi anco nella Reggia dei
Folsci, quale illustre colonia e munici-
pio romano a cui appartennero parec-
chie distinte famiglie di Roma, dicendosi
il nome derivato dal fiume Trcro, oggi
Teleno, chiamandosi Fabra Teriajaini
si vuole stata anche sede vescovile, e che
ne fu vescovo s. Magno, il cui corpo si ve-
nera in Anagni, come già raccontai, ma
sono contrarie le testimonianze che il de
Magistris riporta a p. 77. Nella Civiltà
Catto lica^sevìe 4.', t. 2, p. 22 i, si legge
un dotto articolo, in cui si dà contezza
del libro ìntilohito: f marmi antichi di
Fabrateria f ''etere, oggi Ccccano. Let-
tera di Raffaele Garrucci della C, di
da
VER
Geiu all' Ecc.* flm.* di mg.' Giuseppe
Berardi , sostituto delta segreteria di
sialo, Roma i858. In esso si dice , che
ì monumeDti epìgraDcigiovano a scopri-
re e detei-minare il sito dell'antiche città
e ad illustrare la storia, come si ha pure
da quelli di Fabrateria, di cui sapevasi
uiiicipìo de'volsci, ma ignoravasi pro-
riamente ove surse , dubitandosi se le
memorate due Fabraterie Vetus elNo'
va fossero veramente due distinte città
o una sola. Primo a mostrare il silo di
Fabrateria P'etits fu il dotto frusinate
cav. De Mattheis nella Dissertazione let-
ta nell'accademia d'Archeologia (che tro<
vo stampata a p. 3o3 del t. 7 de' suoi
^ttì: Sopra due iscrizioni recentemente
scoperte ed alle a nianifcslare la sede
dt'^li antichi Fabraterni). Poiché seb-
bene il eh. Girolamo Àaiati avesse già
nel 1825 pubblicato nel Giornale Ar-
cadico la lapide (che leggo nel t. 28, p.
349) l'ovata e comunicata da Francesco
•Gizzi da Ceccano) de' Fabraterni Vete-
res, avea nondimeno tralasciato d' indi-
carne il luogo; ed il De Mattheis Io dis-
se in un fondu del territorio di Cecca-
no, indi a quella ne aggiunse un' altra, e
da' due monumenti dedusse che il vero
sito de Fabraterni f^cleres era in Cecca-
no, e che quello de' Fabraterni Novi ne
era distante circa io miglia. A queste
due epigrafi, ora altre 9 ne aggiunse il eh.
p. Garrucci , le quali ha illustrato con
dotti commentì, che ponno dirsi Tuniche
pagine di storia e de'cittadini illustri re*
stateci di Fabrateria Paciere, sollo l'iai-
pero , e contengono quaatu si riferisca
dalla Civiltà Cattolica.
Casamari. Basilica e monastero ahha-
zìali di s. Maria e de ss. Giovanni e
Paolo f de' Trappisti Cistcrciensi del-
la stretta osservanza , nella diocesi
di Fé coli.
Casamari o Casamare oCasavaavo,Ca-
sae Mante, Casae Mario , Casac Ma-
t'ii, Cusemariuni , nel letrilorio di N^e-
V E R Hi
roli. Maestoso luogo , famoso nella sto-
ria romana, celeberrimo e insigne net
fasti monastici, decoro della diocesi Ve*
rolana, e lustro della nobilissima provin-
cia di Campagna. Di questo antichis-
simo ed edificante archicenobio abbia-
mo: Monasterii s. Mariae , et ss. Jo-
hannis et Pauli de Casaemario bre-
vis hisloria , studio et opera Philippi
Rondinini fave nlini, digesta et illustra-'
la, Romae 1707. Con esso e cogli altri
scritturi che nominerò, procederò in que-
sti cenni , profittando pure di preziose
notizie ricavate dal suo cospicuo archi-
vio. Leggo nel cassinese p. Bernardo Cla-
velli, L' antica Arpino, ed i pili celebri
falli di Caio Mario ec, quanto all' eti-
mologia del nome di questo luogo, ninno
dubitarechegli derivò dalla superba villa
e palazzo, con bagni, che vi ebbea dipor-
to l'arpinate Caio Mario 7 volte conso-
le romano, poiché forse ivi giungeva il
patrio territorio , essendo avanzi di sue
magnificenze parte di mura alte, archi e
colonne marmoree, che a suo tempo d'oi
gni parte si vedevano, intere e in pezzi ,
le quali attestavano di aver servilo ad
onorevole slauzadel gran guerriero; dal-
le cui rovine si edificò gli odierni oobi-
lìssimo tempio e ampio monastero, tra-
sformato cosi il luogo in sagra magione^
che alla sontuosità accoppiando il diviii
culto e l'esercizio delle più sublimi vir-
tù, di molto ne avanzò la celebrità e l'an-
tico decoro. Il Rondinini segue l'afferma-
tiva del Clavelli,econvieneche,«6zo/tV/»
Caii Marii arpinalis romani consulis
domum indelieiis stetisse nonnulli prò-
diderunl, cujus adirne apud Arpinunt
quaedam supersunt vestigia. Locuni i-
psum inler genlilitatis errores Marti sa-
crum,ejusq ne simulacro, et praenobili
templuni religiosuin fuisse^ etc. Trovo
che il vescovo Corsignaui, nella Reggia
Mursicana, p. 143, chiama famoso que-
sto monastero, abitato dagli osservantissi-
mi monaci della Trappa, detto di Casa-
maro 0 Casamari, 0 nìc^Wo diCasamnia-
86 VER
r/o, ed anche Castinariu , perchè prima
fu casa di deliziti di Cuiu iMurio , ed e-
l'avi uu tempio iunalzatd al falso Dio
Marte. Senz'alile tesliiiioniuuze, che po-
trei aggiiiugeie, il JNeriui, De leniplo et
cocnohio ss. Donifacii e.L Alexii, scrive a
p. Syo: Casamaru9, in a^ro /^erultmo,
ita niinciipalus a Cajo Mario ar pinate
romano consulc, qui ibi donititu in dtli-
ciis liahuit. Il RIarocco, Monumt-nd dello
sialo Pontificio, l. 5, p. i i i, lipurla una
liiuuugrafla di Casaiuari, da lui visitalo
e per favore del p. ab. INJicara per multi
giorni studiato , anco uè' moouuieuti e
uelle preziose pergamene (aia la stampa
riuscì con diversi errori ne'uomi e molli
tielle date), liferisce che il inona^lero «-
levasi sulle rovine delle campestri deli-
zie di Caio Mario, e dal deslru lato del
piazzane si osserva uu muro reticolato,
avanzo misero delle passale grandezze.
Noterò, che prima di giungervi si valica
il fiumicello Aataseno su magnìfico pon-
te d'un solo arco, composto di grossi e
r|uadrati massi calcarei, opera antica ro-
mana. Inoltre diverse lapidi , avanzi di
colonne d'ordine dorico , greco e pesta-
no, ricordano eziandio il luogo della vil-
la del viocilore diGiugurta 'n\ Nuinidia
e de'Cimbri presso f^eronat del gran ca-
pitano intrepido, che possedè il coraggio
in un grado eminente e raro , segnalalo
e memorabile esempio delie instabili vi-
cende umane (ch'ebberola ventura cono-
scere gli attuali esemplari al)italori del ce-
lebraloluo»o,ec|uelli che prima di essiivi
vissero nella solitudine tra la preghiera
e la contemplazione delle cose celesti ed
eterne); di (|uellu infine, per cui Giove
**ebbe anche il suprannomedi MaiianOy
pel tempio che a quel |)adre de' numi e*
l'esse.In vari teiupisi trovarono negli sca*
\i falli sul luogo e ne' dintorni, pregevoli
anticaglie j ed in quelloeseguilo nel 1 849
sotto lu stiada pubblica, avanti al casale
degli antichi abbali commeudatari , fu
tiKvatu uu piedistallo di marmo bianco,
largo « alto più di 3 palmi e grosso a
VER
proporzione , scornicialo nella base e al
di sopra ove forse posava qualche cosa ,
con 3 rose due a' lati ed altra al di die-
tro, enei davanti vi si legge scolpila la
seguente iscrizione; Felici Fictorio Firo
Egregio Patrono Pro Mtrilis Ordo Ce-
rentinoruin lìlarianoruin. Recatosi ia
Casamari il gesuita p.Garrucci, dolio ar-
cheologo, la lesse ed esaminò, quindi pub-
blicò colla stampa. Questo marmo fu col-
locato nel portico della chiesa, qual mo-
numento interessante, e fu pubblicatone!
Bollet. delVIslit. di corrisp. Ardi, anno
i85t a p. IO. Tale popolo e tale municipio
erano conosciuti dagli scrittori, ma finora
nou si sapeva dagli storici ove situarli, per
cui il Cluverio scrisse ueW Ital. ani., p.
1 o45: Ficus iste quo silafucrit piane in^
certuni c^^Dal pubblicato dall'encoiui alo
p.Garrucci, e per altri argomenti, la villa
di CaioMario si viene positivamente tra-
sformando nel municipio abitato da'Ce-
realinl Marianij ed il medesimo sog-
giunge, che il passo di SUabone, ed i due
di Frontino, ricevono dal prezioso mo-
numento Filtorio Felice la più sicura
conferma. Osservò il Corsignani,che pres-
so la vicina montagna di Casamaro pru-
duconsi erbe rarissime, e molto stimate
da'botaaici di Roma e di Napoli. — •£ po-
sto Casamari piùdi 4 miglia all'oriente di
Veroli, e più di 1 o da Trisulti, e primeg-
gia fra le anlichitù sagre del paese degli
ernici; si dislingue per imponenza e giau-
diosilà, avente r aspetto di vetusto ca-
stello e d'un gigante masso di mura co-
lorate dairiinpruuta de' secoli. Il Rondi-
nini ìoct\tihih,inter\>elera nobilioraqus
Ilaliae coenobia aniplissi/niun Casae-
niarii inonastcriunt nnignum et singula-
rem ubique genlìum obùnet noinen.Ejus
situs anioenitaleni ci forniani elegantis-
sime descripsit vir illustrissinius ideiU'
que tecliMinia praedilus eriulitione Jo'
luinnes Clirislophorus Ballellus super
onines nuixinùClenientis AY(era stalo
abbate commendatario nel cardinala-
to) a sccrctii- sacri cubiculi, ci domali-
VER
cus ejusdeni hihUothecarius in Ms. co-
dice actorum visilationiy monaslerii. =.
Insigne, inquit, ac anticjuissiniuniCasae-
mar a coenohiuni in agro f^er ulano a
civilale trìbus passuum milUbus condì-
ium al. Superalo siqnideni, qui medius
inlerjaccl, colle oleis , vilihus , aliisque
pomiferis arboribus ad copi ani et anioe-
nitateni consito , ampia sed inacqua lis
planities apparet vini frunienlìque fe-
rax, quani in lluatri forniam colles et
montes nndique coronane. In hujus fere
ìuedlo monasterium assurgit etc, Plani-
ties ipsa , cuj'us non exigiiani parteni
monasterium ampio murorum ambita
occupat etexornat, Verulanae civitatis,
Babuci, Montis s. Johannis, et Insulae
Sorae territorium finibus circumscribi-
lur. =. OlTre il Rondiaini i disegni ico-
nograHci del prospetto e della pianta de-
gli ediOzi riuniti, oltre quello della sola
basilica; non che altra pianta della chie-
sa e monastero di s. Domenico di Sora ,
per essere uniti alla badia di Casamnri.
Clii movendo dalla parie orientale di Ve-
rdi per la nuova via carrabile, che a cir-
ca 3 leghe di distanza la fi ontiera del Liri
raggiunge, superatechesi abbia per buon
tratto fra una rigogliosa piantagione di
ulivi e castagni le cime di un dorso, e la-
icìato il pittoresco villaggio di Colle Ce-
rardi, inaspettata gli si otfre dinanzi una
tion breve e ineguale pianura , nel cui
londosul declinar d'una pendice, l'abba-
Bia e archi-cenobio di Casauiari,a guisa
di feudale dimora, innalza le sue abbru-
nite muraglie. Il torrente Araaseno, che
ne bagna l'estrema parte, si tragitta in
prossimità per antico ponte di sostruziu-
ne romana, come romana è la foggia del-
l' acquedotto , che sulla destra lo latera e
immette nel vetusto edificio, distribuen-
do in tutti i luoghi opportuni le sue prov-
vide acque. Quindi , come distendesi la
prospettiva di sinistra, per una grada-
zione d'alti piani e colline, che iuerpican-
dosi s'innestano da lungi colle antifalde
Apennine (ove a media distanza giace il
VER Sf
contado di Scifelli colla bella casa reli-
giosa de'Iiguorini o redentoristi ) : cosi
sulla destra spicca l'antica rocca di Mon-
te s. Giovanni, che rammenta la barbara
prigionia ivi solferta dall'angelico dotto-
re s. Tommaso, non che il sani^uinoso
eccidio di Carlo Vili. Finamente pro-
spettando a levante la nobil città d' Ar-'
pino,$i delineano nel lontano orizzonte le
nevose cime della catena Abrutina , che
dal mare alle prime vette Àpennine si
stende. Si gimige adunque all'avanporti-
co del monastero per una linea di 26 ba-
racche coperte a tegola, le quali lateran-
do la sinistra deil'amiiia via, «i rendono
utilissime a comodo dell'antica fiera che
a' 2 I di settembre festa dì s. Matteo an-
nualmente vi si tiene. Per lo stesso por-
tico di ardita struttura , e coronato un
tempo da un loggiato analogo, si ha in-
gresso al piazzale esterno del luogo, ove
addossato ad un'alta parete di fIanco,ev-
vi un getto d'acqua potabile per pubbli-
co uso. Una foresteria, non facente par-
te della clausura, ha rivestito colle sue
mura l'accennato loggiato , le cui mar-
moree colonnette tuttora spiccano fra
l'interstizio dell'arcuate finestre. In fine
ima estesa cinta di mura racchiude all'in-
torno 6 rubbia di terreno coltivato e al-
beralo, costituendo e delimitiindo tutto
quanto nella clausura contiensi. Belia-
luenle prospetta il piazzale la vasta ba-
silica dalle gotiche arcate e vetrierea co-
lori,ch'è preceduta da un nobile atrio, in-
tercluso sul fronte da ferrei cancelli, cui
vi si ascende per ampia gradinata. Dei
prospetto esterno della basilica di Casa-
mari, V Album di Roma nel t. 16, p. Sy,
pubblicò il disegno, con articolo illustra-
tivo e con belle fantasie, intitolato: Trap-
pa di Casa/nari : Lettera del cittadina
P. F. Lombardi min. coni', all' egregio
cittadino archeologo d.' L. Bassanelli di
Albano. A latri il dì delle Ceneri del
1849 (epoca repubblicana ). Di questo
trofeo religioso, capo d'opera d'archilei-
tuia lombarda sui generis, se ne dice ar-
88 VER
chilelto, e insieme capo mastro un mi-
lanese, quello di Fcrssamiova presso P/-
perno, per la somiglianza della chiesa ,
del chiostro, del capitolo. Ne osserva con
facondia la parte estetica il p. Lombar-
di,e la trova propria de'cenobili che l'uf-
fiziano. Pei«^la costruzione del tempio
dìFossanuovaè creduta posteriore a que-
sta.Contrassegni e memorie che l'archi tet-
to ne fu pure l'esecutore, $ono gli emble-
mi de'capitelli, come compassi, archipen-
doli e simili, ch'era solito effigiare. Prece-
de l'atrio o portico, a cui si ascende per
2,5 gradini, l'ingresso della basilica, cor-
rispondendo nobilmente al tempio, nel
quale a sinistra mirasi su alto piedistallo
In marmorea statua colossale eretta nel
lyyG a Pio VI, con l'iscrizione riferita
da Marocco, corne l'altra di cui vado a
far lìienzione, leggendosi: Bene/adori
eximio, in grati animi ohseqnium di-
cariint. Ed incontro, sopra una porla,
trovasi la lapide nel i 724 collocata dagli
Alias et monachi slrictioris olserv. ci-
.f/(;rc.g:rflt//a/?///;i,al cardinal Annibale Al-
bani perpetuo commendatario, loro fau-
tore e propagatore, /if(/H.9 nion. ah incu-
ria honùnuni atque injuria temporiim
mire deturpali ac misere dejccli restau-
ratori. Vi è pure il busto con iscrizione
del regnante Pio IX, di che io fine parle-
rò. La porla maggiore è assai maestosa,
e degna del tempio cui dà ingresso, es-
sendo decorata dflUo slemma del cardi-
nal Scipione Borghese l'arcata, sublime
per bellissimi fregi e cornici semicirco-
lari di pietra ben lavorata. E ne' fianchi
incorniciata da bifilate colonnette para-
Ielle, in due gruppi, rientranti e svariate
da rabeschi e frastagli , con capitelli di
fogliami di gusto gotico, il tutto sull'an*
darnenlo di quelle cornici che nel secolo
XVI si posero intorno a'quadri più ce-
lebri. Sotto il dello arco tra diver$i ge-
roglifici trionfa la Croce, sovrastata da
una stella. Il tutto di pietra delle vicine
cave. L'ampio interno della basilica, a
forma di croce latina, è diviso in 3 Ot^vi
VER
da sette grandi , solidi , lunghi e snelli
pilastri per ogni parte, che sorreggono
gl'intercolonni di altrettanti archi acuti,
i quali in varie maniere incrociano nel-
l'ardita volta della nave media ed es-
sendo alti 88 palmi. Gli archi delle navi
minori laterali sono sostenuti da colon-
nette co' capitelli a foglie e capricci in-
tagliali, con quegli occhi e con quelle fi-
nestre cos'i ben traforate, che formano un
lutto che rapisce e incanta. Eguale ordi-
ne tenne l'architetto nella nave trasversa
o crociera. Oltrepassando la nave caloidi-
ca, o crociera 0 trasversale, che mette ca-
po nelcorOjivi veggonsi gli stallielaborati
con amore e artificio. JNella intersecazio-
ne della nave media colla trasversale, e*
levasi un'elegante tribuna eretta da Cle-
mente XI a foggia di tempio , tutla ab-
bellita di finissimi marmi, e sorretta da 4
colonne con capitelli d'ordine corintio,
talché sembra un prezioso gioiello custo-
dito in una vecchia teca gotica, come e-
sprimesi il p. Lombardi, che inoltre os-
serva. j> Chi non vede gli oggetti se non
superficialmente, o ne giudica solo colle
idee che hanno regnalo negli ultimi se-
coli sopra l'arie, per non dire contro r^ir-
te cristiana, deve necessariamente tenere
collocala qui assai male a proposito que-
sta tribuna di greco stile, che armoniz-
za cos'i poco con tutto ciò che la circon-
da. Io confesso di non |)Oler sedere a
scranna su lai materie artistiche, nulla -
diin*;no considerata sotto un punto di vi-
sta lutto suo proprio, par verni di un effet-
to sorprendente. Infatti il genio dell'archi-
tettura cristiana, onde avvicinarsi quanto
gli è possibile alla struttura u)isteriosa di
quel tempio eterno di cui Dio fu l'arte-
fice, ha concepito due siatemi di edifizi
religiosi che e<[)rimono, uno l'idea della
penllenza e de'palimenli con rassegnazio-
ne sostenuti, alla quale si convengono le
preghiere informate da una dolce tristez-
za e da una speranza melanconica e ge-
mebonda ; l'altro sìa immagine di quelle
gioie ineffabili e celestiali , che ot^co U
V F K
preghiera conosre, e di quelle estasi bea-
te the i santi piegustnno tnloia su que*
fila terra. Nella ba&ilica di s. Francesco in
Asisi sono figurale queste due idee sisle»
(natiche con un edificio a due piani, cor-
rispondenti a questo doppio concello: qui,
se ina! non vedo, si ottiene io scopo con
una sola. Dappoiché volgendo lo sguardo a
quelle antiche pareti nu<!e di ognr orna-
mento e di qualsivoglia traccia di pittu-
ra, come in uno sfato dt doloroso abban-
dono , sodri una di quelle penose com-
mozioni, di quelle amarezze recondite che
pesano sullo spirito e lo abbattono e lo
solcano al pari d'una meteora notturna.Lo
pf)rti sulla tribuna? Tantosto il suo aspet-
to g;(io, splendido e ridente ti inebbria l'a-
nima d'una voluttà santa ed incognita: es-
sa ti si appresenta come un bel giglio che
sorge frammezzo agli i'^pidi rovi deldeser-
lOjComeuna bella vergine vestita di lutto,
come un genio celeste che splende fra lo
squallore d'un carcere, con una corona di
gloria che sta sospesa fra'rigori e l'asprez-
ze della penitenza. Or se quel gigho e
quella vergine, se quel genio e quella glo-
ria non sono immagini della preghiera
del giusto che dall'esilio sospira alla pa-
tria; se non figurano una santa ispirazio-
ne religiosa ; se il loro contrasto non è
l'espressione simultanea del doppio con-
cetto simbolico che rarcbiteltura cristia-
na vuole figurare nelle case dell'Altissi-
mo, io non so qual altro migliore e più
significativo abbia giammai a concepir-
sene. Ho detto che le pareti della chiesa
sono prive di ornamenti; ma ciò non de-
ve intemlersi di'lle estremità longitudina-
li della nave traversa, ove sono gli al-
tari. Il cardinal commendatario Anniba-
le Albani, seguendo l'esempio del suo zio
Clemente XI, feceli restaurare, come ap-
parisce dal suo stemma ivi situato : fece
pitturare diversi quadri di qualche esti-
mazione,eledonò non pochi arredi sagri".
Nel mezzo dunque del presbiterio s'innal-
va la tribuna di singoiar magnificenza e di
Gtlimo disegno, costruita a guisa di lew-
VER 89
pietlo coperto di cupola, tutta abbellita
di finissimi marmi di vari colori, con 4
belle colonne, e pilastri di marmo nero
a'Iati, e con capitelli d' ordine corintio,
sormontati da tre monti e una stella, rap-
prestati lo stemma di l'apa Clemente XI
Albani, che la fece costruire, leggendosi
al destro lato dell'altare: Clemens XI
Pont. Max. Jnno mdccxi. A 3 ordini for-
masi la scalinata per cui si ascende alla
tribuna e ne costituisce la base. Ha l'e-
difizio 54 finestre o occhialoni, però nel-
la maggior parte chiusi. All'ingresso, so-
pra la porta maggiore è un bell'occhia-
lone, con due finestre laterali, queste e
quello in oggi già rimessi a cristalli co-
lorati. A capo sopra il coro, sulla faccia-
ta di mezzo vi sono un occhialone e 5 fi-
nestre, una delle quali , ossia quella di
mezzo sotto 1' occhialone , è chiusa per
esservi dinanzi la cassa dell'organo, la
quale però sarà in breve riaperta, quan-
do si trasferirà l'organo più in alto, va-
le a dire tra essa e l'occhialone, il quale
in uno alle 4 finestre laterali, due per
parte, egualmente sono slate rimesse a
cristalli colorati. Nella crociera o nave
traversa, in fondo sopra la porta della sa-
grestia evvi un altro bell'occhialone, e-
ziandio rimesso a cristalli colorati. Ma l'al-
tro occhialone dirimpetto, parimente nel
fondo dell'altro lato della crociera, sulla
porticella che conduce al chiostro, tro-
vasi chiuso. Nella nave di mezzo le fine-
stre sono 26 (senza contare le nicchielle
esistenti sotto di esse), due delle quali
(cioè le seconde sotto la tribuna e preci-
samente rispondenti sulla cancellata) si
sono riaperte e rimesse a cristalli colora-
ti graziosamente disposti, le altre restan-
do ancora chiuse, ma sembra che verran-
no a riaprirsi. Nelle due navi minori la-
terali, le finestre ascendono a 1 4) rna tut-
te chiuse, come chiuse sono pure alcune
altre finestre accanto ad alcuni altari e
nella crociera. Somministrò i cristalli co-
lorati, e f,u-à altrettanto per l^finestre da
riaprirsi, il valettle ravennateAnlonioMo-
90
VER
toni, che ili siffalli cristalli tiene nocredl-
ttita fabbrica in Roma, della quale e dei-
Ja sua perizia parlai culle debile lodi tiei
voi. LXXIII, p. 35j e 3")2. La lunghez-
za della nave inedia dalla porta (ino a'
gradini della tribuna è di palmi 201, e
da quella all'eslieniilà del coro ne corro-
no altri 68, formando un lolule di palmi
269 romani. La larghezza è di palmi ^1
circa, l'altezza 88, come già dissi. Le na-
vi minori laterali sono larghe ciascuna
palmi r 4 e mezzo, e la loro volta è bas-
sissima, però corrispondente alla larghez-
za. La nave Iras versa o di croce, è lunga
palmi i5o e larga 3o e mezzo. Oltre l'al-
tare maggiore della tribuna, dedicalo al
ss. Sagiamenlo, vi sono altri sei altari si-
tuati nella crociera, che addossati alle pa-
reti, 4 fronteggiano l'ingresso, e 2 tengo-
no l'angolo estremo delle braccia di es-
sa. Sono decorati lutti di quadri buoni,
rappresentanti quanto vado a riferire. A
corna Evani^elii,i° aliare, i s». Giovan-
ni e Paolo fratelli e titolari, e sulla men-
sa anche un bel quadrello con s. Fdooae-
na; 2." s. Matteo apostolo, che ha pro-
pria cappella; 3.° fuori della linea de'pre-
cedenti due altari e piti addietro, i ss. Be-
nedetto e Bernarilo, forse del cav. Arpi-
no e stimalo il migliore degli altri. E' il
quadro sovrastato da altro in forma ova-
le, copia della tavola che prinui era ap-
pesa alla tribuna dalla parie del coro, del-
la quale vado a parlare. A conili Epi-
stolac'jt." aitare, la Natività del Reden-
tore e perciò esprime la s. Famiglia; 2.°
i ss, Giovanni Ballista ed Evangelista; 3.°
aliare dirimpetto a quello de' ss. Bene-
detto e Bernardo, s. Carlo Borromeo e;
8. Filippo iVeri, quadro de' migliori, co-
me lo è il suddetto di s. Matteo. L'altare
della tribuna non ha quadro. Un tempo
ve ne fu sospeso uno con fucinelle dietro
alla facciata dell'altare dalla parte del co-
ro, fi a due delle 4 colonnelli marmo ne-
ro. Era una tavola roppresenlanle la B.
Vergine, o.n Gesìi ed il Battista, lenu-
to [)cr capo d'opera d'arie, e si ulliibui*
VER
va a Pietro Perugino maestro di RalTae-
le. Nel i85i fu rimossa la tavola, e per
gratitudine de'benefizi ricevuti, i trappen-
si r umiliarono al Papa Pio IX. Lo re-
staurò il prof. cav. Francesco Coghelti,
cattedratico in pittura dell'accademia di
s. Luca, sotto la direzione del cav. Tom-
maso Minardi, allro professore di detta
accademia emerito e ispettore delle pit-
ture pubbliche di Roma, ed anch'egli lo
reputò del Perugino o della sua scuola. U
l'apa fece collocare il dipinto nella sua
particolare libreria nel Palazzo Pratica'
no, ove pure si ammira la superba col-
lezione de'quadri di Peter, discorsa in ta-
le articolo. Si può vedere il Rondinini,
cap. IO, Praesens forma Basilicae de-
scribitur. Egli dice, che nella crociera 7
sonogli altari, compreso quello della tri-
buna, il cui quadro credesi dipinto dal
cav. Giuseppe d'Arpino, sull'originale di
Raffaele: (7«<J'/i hiiicab<;Lullsscferlur ah-
baxcomniendalariusejui le/nporis, sub-
stilato exemplari. Gli altri 6 altari li ri-
ferisce disposti nella nave tras versa, due
dalla parte del Vangelo, due dalla parte
dell' Epistola, et bina alia prope fineni
ulriusque na%>is lateralis. Presso il 4-° ar-
co della nave media ab apposito latere
fere in medio totus ecclesiae ambita ex-
ciiatus est suggestus concionaiorius la-
pìdeas antiqae sed nobilis in primis et
eleganlifi structurae sub quo bina j acent
conditoria concamerata , ubi antinuis
temporibus sacri libri custodiebantar,
quos prò velcri ecclesiae move e suggC'
sta recitari oporlebat. Ad una vecchia
cancellata di legno, venue ultimatnenle
dall'alacrità del già lodato p. ab. Galluc-
ci, sostituita altra di ferro a stile gotico
modellala, che abbracciando tutto il cor*
pò della chiesa, prospetta e delin)ita a 200
palmi dall'ingresso la clausura per inte-
rocouleimta nella descritta nave trasver-
sa. Del resto, tutte le pareti, i pilastri e
gli archi sono a contestura di travertino
squadrucciato , da rendere solidissimo
quanto iniporlaule il ben tessuto lavoro.
VER
Appena passata la porlicella , che dalla
cliiesa cuiicliice al cliiuslro, vi è un alta-
re dedicato a' ss. Sotero e Caio maitiri,
cult (juadi'o esprimente un gruppo di ss.
Beuedettiiii e deiroidine, oltre s. Anto-
nio e l'Angelo custode. E' questa una cap-
pellina ove nella uolte ufTiciaiioi conver-
si recitando in forma di coro alternativa-
mente ad alta voce i Pater ed Ave, non
che il rosario, e vi fanno eziandio la me-
ditazione. La meravigliosa torre campa-
naria, di forma (juadrilatera costruita di
grandi pietre rettangulate, s'innalza sul-
l'ultimo arco e pilastri della nave media,
avanti quello della nave trasversa, r;2t2g/i/
quadrati Li pi (Ics ìiiolein conipoiiunt: ele-
vasi dal fornice e tetto della chiesa per
4o palmi. Era sovrastata da una specie
di piramide alta circa 3o palmi, nella cui
sommità spiccava la Croce di ferro, ves
siilo di nostra redenzione. Era una spe-
cie di padiglione alla moresca maiolicalo
a colori che coronava l'edilizio. Ala que-
sta sommità venne devastata da' fulmi*
ni,eriniasedecurtata per minaccia di ro-
vina. Le due campane pesavano, la mag-
giore fatta dal cardinal Fiancertco Bar-
berini abbate commendatario, 3oou lib-
bre circa, e looo l'antichissima minore.
Inoltre il Rondiniui tratta nel cap. 6: Di-
vorain Reliquiae, quae ad Casacinarii
inonasteriuiiipertinent.tin\\Ci\iìMi\\\tmiA-
tesene veneravano nella chiesa, per sagri
doni de'Papi, ma ora poche ne esistono,
dopoché il conunendatario cardinal Bu-
nelli nel i 572 le trasferì nelsanluai io del-
la cattedrale di Veroli, e collocò in appo-
sito armadio chiuso con due chiavi, una
delle quali dovea custodne l'abbate clau-
strale di Casan)ari, 1' altra i canonici di
s. Andrea stesso, come già dissi ragionan*
doue in principio di quest'articolo, insie-
me a i|uetle della ss. Croce, del braccio
di s. Matteo, e di notabile porzione del
capo de'ss. Gio. e Paolo, e queste tre o-
gni anno nella festa dell'Ascensione dal-
la cattedrale verulana si portavano ia
questa basilica iu solcuue processioue lo-
VER 91
to cleri el populiverulani stipante coeto,
accorrendovi a venerarle nella basilica i
popoli circostanti , e dopo il vespero si
restituivano alla cattedrale. Di più trovo
nel l'ai tra opera del Rondi nini, Otfs*. /li.zr-
tyribiis Johanne et Paulo eorunique ba-
silica in Urbe Roma, p. 20, che con più
dilTusione ne riparla, dicendo essersi tro-
valo presente nel 1 706 a Casamari, quan-
do d'ordine di Clemente XI vi si recò a
descriverlo e illustrarlo, all' esposizione
delle ss. Reliquie nella basilica per detta
festa, per la quale il Papa avea concesso
indulgenza plenaria iu forma di giubileo,
facendovi eseguire le ss. missioni da'pii
operai , onde vi accorsero circa 3o,ooo
persone d'ogni specie, in sagri pellegri-
naggi con sodalizi flagellandosi, tra il cau-
to de' sagri inni e la general coinmozio»
ne e di vote lagrime. — Dice il p. Lom-
bardi, la basilica, il claustro, il capitolo,
e un lungo fabbricato di gotico stile, at-
tiguo alla parte esteriore della chiesa, che
ora serve ad uso di granaio e sotto con-
tiene ampie stalle, ma che in origine era
il refettorio de'monaci, formano le parti
più cospicue del grandioso gotico edifi-
zio, la cui vista in seno a quell'apei ta so-
htudiiie ispira venerazione e stupore, e
lancia T immagìtnizione a'tempi del suo
massimo splendore, in cui mille di que'
venerandi solitari abitavanlo, e Pontefi-
ci, imperatori, porporati e nobilissimi ba-
roni venivano a venerarlo ed arricchirlo
de' preziosi loro donativi. Dopo la chie-
sa, merita di essere osservala la grande
aula capitolare, veramente magnifica nel
suo genere. E' un perfetto quadrato con
3 navi eguali, i cui archi acuti posano so-
pra 4 robuste colonne scanalate, cioè cir-
condate da un bel giro di colonnette, a-
dorne di capitelli con bei fogliami; e la-
teralmente sopra capitelli di pietra scal-
pellata somiglianti a capricciose menso-
le, che nell'intorno formano una simme-
tria assai vaga. Il Marocco riferisce, il ca-
pitolo avere l'aspetto d'un tempio il più
elegante, foitualo alla gotica culla volta
9» VER
che costiliìisce molli angoli acuii di pie-
tra scalpelìcita , che hanno diramazione
nll'oi dine delle colonne che la sorreggo-
uo, le quali se«nbrano fasci di colonnet-
te; lateralmente posando su capitelli di
egnal pietra, cheall'intoroo de'muri for-
mano un ordine vagliissitno. Questa gran
.sala ha palmi 55 per ogni lato. In com-
plesso, l'elegante porta, le finestre, l'u-
nione delle lniee rette e curve co'loro an-
goli salienti e rientranti, formano un beli-
lo, un'ottima distribuzione architettoni-
ca, non facile a descriversi. Osserva il p.
l,ombardi. Il capitolo era una parte es-
senziale di tutti gli antichi monasteri,
giacché in esso solevano adunarsi i mo-
naci, tanto per trattarvi gli allori di mag-
gior importanza, quanto per farvi seral-
mente, dopo la refezione vespertina , le
conferenze eia lettura spirituale delle vi-
te de' ss. Padri. Una lampada fissa nel
mezzo metteva un fioco chiarore,clie spes-
so congiungevasi a'deboli raggi della lu-
na furtivamente introdottivi, a rischia-
rare que' taciturni ed immobili solitari
bianco-vestiti, che sarebbersi presi per una
radunanza di notturne apparizioni raccol-
te sotto quell'antiche gotiche volte. Il Ma-
rocco, testimonio oculare, aggiuHge, su
questo capitolo e de'suoi trappensi: olire
però il capitolo ch'essi vi fanno, si tiene
seralmente una lettura sagra e ascetica,
che muove il cuore a tenerezza; si ricor-
dano soltanto le massime eterne, e gli ef-
fetti della divina provvidenza, anzi d' al-
tro non trattasi che dell'estremo fine de'
mortali, ed il silenzio de'maestosi padri,
di bianco vestiti, alla lettura egregiamen-
te risponde, mentre un fioco lume collo-
cato in mezzo pel solo leggitore accresce
lina teira meditazione. Dalla porta, chiu-
sa da cancello, si passa nell'ala destra del
chiostro, il quale pure è vasto e di figu-
ra quadrilatera, avente nel centro una
bella cisterna, e ne'lati i 6 vani a guisa di
balconi, disposti 4 per 4 e coslriiiii alla
gotica, larghi palmi 8 e mezzo e (juasi al-
t^ellatilo alti, che hanno l'ulfii'iod'illu-
V ER
minare la contigua corsia, ornali de'so-
lili fregi tricuspidali, e distinti da 3 or-
dini di colonnette spirali e gemelle di
singoiar magistero, tutte svariate nel la-
voro e con vaghissimi fogliami, e da cui
si dipartono per le variate cornici degli
archiacuti. Ogni balcone conta 6 colon-
nette, cioè due per parte e due in mezzo,
che reggono l'intercolonnio, intersecan-
do la luce. Questo claustro è lungo per
ciascun lato circa 90 palmi, e venne ri-
sarcito e lastricato nel 18 26. Siccome la
chiesa, il capitolo e il chiostro somigliano
perfettamente a quelli di Fossanuova, e
perciò, come notai, vuoisi che uno fosse
l'architello del complesso d'ambedue gli
edifizi; piace tuttavia al p. Lombardi di
soggiungere: ma oltreché poteva facil-
mente l'uno esser copia dell'altro (cioè
quello di questo, come si crede, e già ri-
levai), non sono pressochèconsimili le par-
ti principali di altri edifizi contempora-
nei di colai fatta? « Noi vediamo lo stile
univoco di que'secoli in tanti monu men-
ti depositari di quella generosa pietà che
insegnava a'nustri avi d'impiegarli brac-
cio alla difesa della fede nelle crociale, e
le ricchezze ad innalzar insigni basiliche
e fondare badie, per la redenzione delle
loro anime da'peccati, come usavano e-
sprimersi, che noi tuttora ammiriamo, e
che pel loro colore storico ci destano sen -
timenti di rispetto e di culto". Qui pro-
lesta ilp. Lombardi, di non esser vagheg-
gialore del gotico, ne rileva le stranezze,
che col suo bello in più luoghi ragionai,
dichiarando nondimeno: » ma non dee
negarsi, che un filare di colonne gotiche
sulle quali nasce da un cespo di fcglie e
si diparte il consueto gruppo di archi di-
vergenti per ogni verso, coll'imitare una
fila d'alberi i quali co'loro rami vanao a
formare una volta, non porga un signi-
ficalo naturale ed espressivo assai più di
quello di Vitrnvio, che invita la fantasia
a riconoscere nelle colonne greche tante
matrone, negli andamenti dello scanala-
ture le falde delle gonue, e uclle volute
I
VER
tìe'capilelli l'onde de* loro capelli". Nel-
la suddetta ala destra del chiostro, per un
alto ingresso di pietra, che termina ad au-
golo acuto con cornici sporgenti in fuo-
ri, mette ad un corridoio per cui si passa
ad un orto e fiancheggia la scala del mo-
nastero, avente incontro in gaia simme-
tria la porta del descritto capitolo. Asce-
se le scale del monastero trovansì i der-
ni itorii de'monaci, una buona e ben for-
nita biblioteca, l'archivio, l'infermeria che
ha propria farmacia, anche per uso pub-
blico, e da cui si trae modico profitto. Al
p. Lombardi fece grave impressione il
e amposanlo de'religiosi: ecco come lo de-
£crive: » E egli situalo al fianco sinistro
della piazza, perchè la sua vista non è a
questi penitenti ingrata così, come a noi,
che sogliamo asconderlo ne'luoghisùbur-
bani,e spogliarlo d' ogni immagine che
ci attristi. Quivi non olezzo di fiori, non
lusso di marmi, non orgoglio d'iscrizio-
ni bugiarde; ma tulio è governato da u-
na severa semplicità. Un viale che mette
capo ad una sagra edicola, ove sta effi-
giato \ì primogenito de' morti , divide
per mezzo in tutta la sua lunghezza quel
campo funereo, e per largo alcune spal-
liere di mortella ne formano come tanti
scompartimenti sepolcrali, sparsi qua e
lù da alcune piccole croci di legno alle
quali è momentaneamente eilJdalo il no-
me e l'anno del trapassato. Dopo averlo
percorso da un estremo all'altro, io n)ì
seder mai appoggiato ad una di quelle
spalliere, e mentre il mio sguardo errava
incerto sulle croci, illuminate allora da-
gli ultimi raggi del sole cadenleche pare-
va curvarsi ad adorarle, io riandava col-
la mente le pietose e commoventi cere-
mouie che accompagnano questi virtuosi
cenubiti nell'ultimo alto della loro mor-
tale carriera, che sogliono incontrare con
animo as$aitranquillo,sicconiequelli the
alliaver.'o le paurose ombre del sepolcri
vedono in lontananza la bella e sertiA
luce de' cieli ; e parevami avere dinanzi
questa veridica pittura che l'autore del
VER 93
C Olio delCrìstianesimo{ChQleauhv'\aiìi\)
fa del trappista moribondo. Egli giace
disteso sopra un poco di paglia e di ce-
nere nel santuario della chiesa : i suoi
fratelli stanno schierati silenziosi d'in-
torno a lui: egli viene invitandoli alla,
virtìi , mentre la campana funebre gli
suona l'ultime agonie. D'ordinario toc-
ca a^viventi d' inanimire gl'infermi ad
abbandonare con coraggio la vitaj ma
(]ui ci si presenta uno spettacolo ben piìi
sublime, il moribondo parla invece egli
stesso della morte. Posto già sulle por-
te dell'eternità egli dee conoscerla mc'
gito ci' ogni al tro j e con una voce che suo-
na,per così dire, da un corpo già mor-
to ^ invita con autorità i suoi compagni
ed anche i suoi superiori alla peniten-
za. Io meditava su questa verità, allor-
ché una croce mezzo rovesciata che m'era
dinanzi fissò la mia attenzione. Nell'ab-
bassarmi per leggerne la scritta ... mio
Dio, the vedo! il nome d'un mio bene-
fattore ! Quasi fuori di me per la sorpre-
sa inaspettala, io caddi a' suoi piedi, e
pregai requie e pace allo spirito benedet-
to , che forse invisibile mi si aggirava
d'intorno, e godeva di quell'estremo tri-
buto di riconoscenza. Un rampollo del-
la nobilissima gente Gonzaga, dopo aver
figurato nel mondo, vestì le divise del mio
ordine, ove, or fa 20 anni, ebbi occasio-
ne di sperimentarne la bontà. Tiallo poi
dui desideiiodi maggior solitudine, qua!
altro Ciniingio, si ritirò in quest'eremo,
e nell'esercizio delle più austere viriti, co-
me poi seppi, consumò l'olocai^sto della
sua vita nel bacio del Signore, ed io era
sul suo sepolcro. O mio amico! Quai le-
zioni di disinganno non si apparano in
questa scuola! Dopo il brevissimo riso e
il lungo pianto della vila, Linquenda tei'
bis, et domus, et placens - txor (Ora-
zio), Un pugno di lerracuopre egualmen-
te le ossa del superbo mondano e del-
l'ignorato Trappista(F.)j e il nudo spi-
rilo, sulle ali delia virtù o del vizio, vo-
la in seno all'eternità". Il monastero, co-
t)4 V l{ R VER
me già Inclicat, non manca d'arrjtia pò- p. Lornhardt. »« L* austero fenor di vita
tabile, che qui giutige per acqnetlollo di de'lrappisti, giudicandone dalla nostra le-
materiale dello degli Archi da un 3." di ziosa <lelicatezza, sembrerà forsea toi co-
miglio in disianza verso la parte di Bau- me ad altri, che sia cosa la non più fa-
co, inlroducendosi nel claustro dopo di cilead imitarsi. Nientedi più assurdo. Un
aver formato una bella fonte, che oltre pocodi buona volontà, stimolala dall'ar*
di passare alla cucina si dirama per le al- dente desiderio di procacciarsi una feli-
Ire oflicine del medesimo. Un allo e luti- cita perenne, e avvalorala dall'aiuto di
go murag.lione laterale alla ptdjblica slra- lassù, basta ad operare quel prodigio, e
da, prima d'arrivarf al cenobio, lutto for- trasmutare di sovente un voliUtuoso si-
malo ad archi chiusi, tranne 4. appartie- barila in mi rigido trappista. Talvolta la
ne all'acquedolto, e l'indica l'iscrizione; posizione stessa elevata e soliuga del mo-
Benedicite Foutes Domino - Auspiciis nastero contribuisce di molto ad agevo-
j4nnih. Card, Albani.- Abbas et Menci' lare loro l'esercizio della preghiera, del-
chi- jéqnom vetuslatedilapsani- JVoi'a la contemplazione e delle altre virtù fa-
forma - Rediixeriint- An. mdccvi. Di- vorile della solitudine: e di ciò ne fa le«
nanzi al i .° androne, comesuol dirsi, che slimoniaiiza tu» solitario non sospelto,seb-
melte poi al piazzale del mojiastero e bene non penitente, qual è G. G. Rous-
chiesa, vi è la Itinf^a Illa delle descritte seau nella lettera 23.' della sua Eloisa,
baracche. Rimarca Marocco, (he pub- laddoveparla de'Iuoghi elevali e solitari,
blicò il tomo che cotiliene l'articolo nel Colassìi mi si diede a conoscere, e mi
1834, dalla vastità del suindicato antico si dispiego innanzi sensibilmente in quel-
refettorio , ognuno può congetturare la l'aria così pura la veracagione d'esser-
molliludine de'primitivi venerandi soli- mi cambiato d' umore , e di avere riac-
lari, essendo Iradizione tra gli odierni es- quistato quella pace del cuore, che da
sere giunto sino al numero di mille, ed tanto tempo avea perduta ... Dove l'aere
allora vi fiorivano soltanto 4o trappen- e puro e sottile, si sperimenta maggior
si conversi e coristi, i quali con 1' ausle- facilità nel respirare, maggior Icggerez-
rissimo ed esemplare tenore di vita, cor- za nel corpo, pili serenità nello spirito,
lesemenle accolgono i frequenti ospiti vi- nien vivi si provano gli slimoli, piìi mode-
sitatori del luogo. Egualmente scrisse il rate le passioni. Le meditazioni vi preu-
Castellano nel 1 837, Lo Stato Pontificio, dono un non so qual carattere grandio-
p. 225, ili questo istituto Irappense, es- so e sublime proporzionato agli oggetti
sere rigido ed esemplare il lenor di vi- che ci toccano, e s'insinua dentro di noi
ta che menano i solitari, presso i quali un non so qual tranquillo piacere che
con particolar cortesia vengcmo accolli i non ha niente di sensuale. Pare che in-
frc(p>eiHi ospiti. Il cav. Palmieri, nella nalzandosi sopra il comune soggiorno
Topografia statistica dello Stalo Pon- degli uomini, si lascino indietro tutti i
lifìcio,\ìnv. 3,p. 1 97,disse nel 1 858: Fiori- sentimenti bassi e terreni, e a misurache
ronoinCasarnan uomini sommi per dot- uno si avvicina alle regioni eteree, l'n-
Irina e per pietà singolare, e que'buoni ninia vi contragga qualche cosa della
Zi monaci che tuttora (non 3r,ma 43 inalterabile sua purezza. Noi ci accor-
erano i Irappensi neh 858, fra coristi e giamo d'esser scrii, ma senza malinco-
conversi, e in quest'annui 859 sono 3r)) niaj pacifici, ma senza indolenza: lutti
con attività incredibile si occupano a van- ^i desiderii troppo vivi si rintuzzano, per-
faggio degli abitanti delle vicine campa- %lono quelC acuto siimelo che li rende
glie,, a coloro che vi si conducono prodi- tormentosi, non lasciano nel profondo
gnno In più corlcscospilalilà. Dice poi il del cuore se non una leggera e soave
$
VER.
tommozìonej quincli avviene che contri-
huìscano olla felicità dell' uomo anche
le passioni stesse., che per altre sogliono
essere d'altronde il suo tormento. Oiìà'è
■che i monaci dilunga iiclosì saviamente ila
que'Iuoghi, ove La terra molle e lieta e
dilettosa - Simili a se gli aùitatorprodu-
ce (Tasso 1,62), si elessero profondi de-
serti, antiche foreste; e quali aquile con-
lemplalive posarono i loro voli sui sagri
orrori dell' Alvernia, nelle erme spelon-
che di Subiaco, sulle velie di Monte Cas
sino, e sugli altissimi gioghi di CamaMo»
h, donde si odono gli ultimi rniuori del-
la terra , e i primi concenti del cielo".
L'nniicliissimo cenobio di Casamari,già
fu beala stanza (.WHtiicdelti/ii cassinensi,
poscia òt Cistcrciensi, ed ora degli osser-
vanti la regola più rigorosa di Cislello
(/'.), che dicendosi volgarmente Irappen-
si, di Troppa ha preso il nome. Nel de-
corso di tanti secoli borirono in que-
st'eremo uomini insigni per pietà e san-
tità di vita (e quanto a'irappensi poco co-
nosciuti, pel sublime concetto: Che non
cercano onori e gloria in funesto mondo,
e molto meno dopo mot ti! ). per talenti
e natali illustri. 1 l'api parecchi ne tras-
sero per elevarli ad eminenti dignità ec-
clesiastiche, e per in)piegarli in servizio
della s. Sede. Al presente non è più nu-
meroso come per l'addielro; vi è però in
pieno vigore, anzi in inciemento la mi-
rabile osservanza religiosa, congiunta al-
l'esercizio di edificanti e feconde virtù,
olla contemplazione e alla pteghiera, fe-
licemente conginngcndo l'attività inde-
fessa a benefìzio degli abitanti delle cam-
pagne circonvicine, la gentilezza njona-
stica a vantaggio degli ospiti. E' l'unica
Troppa dello stalo pontifìcio, quindi un
suo illustre pregio conveniente al centro
rfel caltolicismo, ove esistono o sono rap-
presentali tulli gli oidini Religiosi, an-
che Solitari j fa ornamento virtuoso e
t'iejce benefica alla Campania papale; e
forma gloria per Verdi, da cui è deriva-
ta la sua prin)iliva origine, non meno che
V En 95
per es<<eie ad essa vicina e nella sua dio-
cesi, e perchè molte sue notizie le sono
comuni; finahnente, eziandio quid monu-
mento del medioevo, che la stessa Rfi-
ma non può varitaie. Egli è per tuttoque-
slo, che io tiebbo , sebbene in breve, e-
stendeimi alquanto nel ilarne una mo-
nografìa. Imperocché il cistcrciense ve-
scovo di Badajoz d. Angelo Manriquez, di
Casamuri ne tratta ne suoi /4nna li de' Ci'
stercicnsi, ma egli mori nel 1 65^ circa.
Il suo storico Rondinini pubblicò l'opera
nel 1707, perciò non potè ancor lui ra-
gionare della 7>^^^;<7, la quale, come no-
tai in tale articolo, e meglio vado a de-
scrivere, fu introdotta in questo santo
luogo nel 1717. Quindi tosto si pubblicò:
Br< ve ragguaglio delle Costituzioni del-
le Badie della Troppa di Duonsollazzo
e di Casomari della stretta osservanza
deWordinc Cistcrciense, scritto dall' ab-
bate di Duonsollazzo d. Giacomo, al-
l' Em." e Rcv° principe cardinale /An-
nibale Jlhani, Firenze 1718,
Nelioo5 i veroiani sacerdoti Bcnedel»
te, Giovanni, Orso e Azzo, mossi dal di-
vino spirilo a menar lila veramente ec*
clcsiustica ed eremitica, abbandonando il
mondo si ritirai ono,col pei messo del pro-
prio vescovo, che a ciò gli avea esorlati,
per non aver che il nome e l'ordine di
chierici, nel vicino luogo di Cosa Mario
o C<7y<7/77fl/v7, quindi Casa Morie Casa-
mari, già magnifica villa di Caio Mario.
Vi trovarono uiolle case e altri edifizi di-
ruti, e gli avanzi del tempio di Marie sul
quale vi fabbricarono una cappella imi»
tolitla a'romani fratelli ss. Gio. e Paolo
martiri della famiglia Orsini. Tanto si
ritiene in Casamari, e tanlo afferma l'U-
ghelli, Italia sacra, t. i , p- • SSg, se-
guilo anche dal p. Casimiro da lloma
nelle Memorie. Il p. Clavelli, L'Antica
Jrpino, p. ig, errando però nella data
IO i5 efacendo costiuire il monasteroda'
divoli normanni che signoreggiavano le
vicine contrade, indi accresciuto da' ve-
roiani sacerdoti rilirativisi a vila esem-
96 VER
piare e religiosa; e questo pure è iiiesal*
lo, per quanto dirò} forse poi fra'benefijt-
tori che contribuirono all' erezione del
monastero, può darsi che vi concorressero
anche i nuriiiat)ni, die tante chiese e mo-
rtunienli monastici innalzarono. Il Uon-
cliinni nel cap. 2: Inilia,et profccCus Mo-
nasterit\ allegando un antico codice ma-
nu exarato carclìnalis Baronìus^ ove si
legge la data dell'origine, ossia della vo-
cazione di quattro sacerdoti verolani, ri-
porta: Aiinoah incarnatione Domini Na-
sini Jesu Christi millesimo Iricesimo se-
xlo Jndictioiie quarta, che invece è la da-
ta della posteriore loro professione mo-
nastica, come proverò. Infalli il ouedesi-
UJo Rondinini, ntW Addenda et corri-
genda , scrisse : supple in margine j ita
codicem corrigendum duxit cardinalis
Jiaronius , quuni ibi Millesimo Quinto
scriptum sit. haoiìde pare che non del tut-
to giustamente l'ab. Cappelletti sullodalOj
Le Chiese d'Italia, t. 6, p. 479> "on ab-
bia voluto aamieltere all'annoiooS l'a-
nonimo vescovo registrato da Ughelli fra*
\escovi di Veroli, sull'appoggio d'un'an-
tica cronaca, implicando la fondazionedel
monastero, per essere avvenuta 3o an-
ni e più dopo il racconto che ne ha re-
lazione, il quale è portato dal Ijaronio e
dal Mabillon ben diverso. Per ciò vol-
le riprodurlo, ed è quello identico ri-
ferito dal Rondinini; se non che ripeten-
do l'errato anno, da quello storico cor-
lello, anche il Ca()pelietti ripete: An-
no Millesimo Trigentcsimo Sexto, invi-
tamlo il lettore di consultare il Mubillon
negli Annali Benedettini, ed il Barunio
negli Annali ecclesiastici, anno t o3o, n.
Xiii. L'ho ubbidito per quest'ultimo, per-
chè li posseggo, del Mabillon, quanto a'
benedettini, solo avendo gli Annali de'
San li Benede Itini, col le Prefazioni, ol t re
oltre opere. Quindi nel t. XI , Anuales
Ecclesiastici, n. xii: Demonasterio Ca-
saemarii, il Baronie lo dice eretto nel-
Vanno millesimo quinto, e poi lislabili-
»ce l'auno Millesimi trigesimi quinli, E
VER
qui non vi è contrasto, perchè si parla
dell'erezione del monastero, non dell'e-
poca che vi die'origine, che per altro do-
veasi conservare con dichiarazione. Poi
nel u. xiii, eh' è il t;italo dal Cappellet-
ti, trovo il detto brano riferito da lui, e
dal Itoifdinini , il cpiale però si corresse
al modo che dissi ed in cui leggo: Anno
Millesimo Quinto Lidictione UH, col-
la chiamata d'un asterisco iu margine
MXXXVi; ma in fine si dice in quell'an-
no io36 ricorrere la detta Indizione {yhe:
cominciò, secondo il Cappelletti, col i."
giorno dell o35), ed essere la data della
fondazionedel monastero. llBaronio con-
tinua a riportare le successive notizie del
monastero rifabbricalo coU'odierna chie-
sa. Adunque a me sembra, che la carta
allegata dairUghelli, all'epoca del ioo5
attribuì genericamente quella' del mona-
stero , senza esprimere che fu piuttosto
il principio a cui più tardi die'origine, e
perquesto doversi preferire al detto e poi
contraddetto dal Baronio, la correzione
del Rondinini. Il Corsignani,fìeg'g/tìt Mar-
sicana, p. i45, anch'egU riferisce, che il
Baronio registra la fondazione del mona-
stero nel IO 36 correndo la tv indizio-
ne, quantunque in un'antica cronica si
legga I io5, e con quest'anno si veda no-
tata dairOgheili; ma benché citi e abbia
letto il Rondinini, non si avvide che an-
co egli la riconobbe, neW addenda etcor-
rigenda, (itWa quale nulla ne dice. Del
resto il Rondinini, col testo del codice,
oUre il perchè i verolani preti si deter-
n)inarono a ritirarsi. Erant in civilate'
l'erulana quidam boni meriti clerici^
qui servanles praecepla Dominica, divi'
naqne judicia mcditantes, ac dicenles:
Fae nobis j qui nomine clericatus ha-
lente soffi cium, vitam ncque canonicani,
ncque monasticam ducimusl Quid de
nobis erit, quid in exlremo die turi su-
mas examine? ad cujus auxiliuin con-
fugiemus ? Jaciamus nobis amicos de
mammona inquitatis, ut quum ab Une
vita migrayerinius, recipianl nos in ac-
I
VER
terna lahernacala. Tnlia animo voh'cn-
Ics ninne dicenUs, adjnnclis r/uibnsdatn
laicis fidelibus ejiisdem ch'itati s, vene-
rimi ad funduni qui dicitur Casaema-
rii in territorio Verulano. Dopo aver-
vi fabbricalo la già tueniorala cappella,
idearono di erigervi contiguo un piccolo
monastero, ma alcuni di ^loro per vari
anni intanto presero abitazione presso la
vicina chiesa della Madonna del Reggi-
mento posta sur un colle', 5oo passi di-
stante dal luogo ove poi fu eretto il mo-
nastero di Casamari, a cui in seguito fu
unita; ed il Rondinini che ne tratta nel
cap. 1 1, in uno alla chiesa di s. Croce,
questa lungi circa io passi dalla basilica,
il cui suolo fu poi convertito nel discor-
so cintiterio, esibisce l'iscrizione postavi
dal conunendutario cardinal Francesco
Barberini nel i 666 per averla restaura-
la, ac sacris Iconihus decoravil. Passati
circa 3o anni si unirono a'primitivi altri
sacerdoti e laici verolani, per imitarli nel
tenore di vita solitaria e penitente, i qua-
li formatisi incongregazione, coll'annuen-
za del vescovo di Veroli, d'unanime con-
senso si dierono a vita claustrale appro-
vata dalla Chiesa. Questa risoluzione ef-
fettuarono col recarsi nel celebre e flori-
do monastero di s. Domenico abbate di
Sora nel io36, posto due miglia dislau-
te dalla città, a ricevere l'abito nero mo-
nastico colla regota del patriarca s. Be-
nedetto, dalle mani del ven. ab. Giovan-
ni Ceverando, già discepolo di s. Dome-
nico morto 5 anni prima, e deposto nel
sotterraneodell'antica chiesa gotica. L'ab-
bate Giovanni approvò tutto, e dichiarò
i.° priore abbate del nuovo monastero
che doveasi edificare in Casamari, Bene-
detto!, nobile verolano, ch'era il piìi vec-
chio de'4 sacerdoti fondatori (tale alcu-
no disse anche il ven. Giovaiuii Beveran-
do, pel suo operalo). Ritornali essi in Ca-
samari, fabbricarono il monastero che a-
V(;,ino ideato fin dal i oo5, con più como-
da chiesa, col precedente titolo de'ss. Gio.
e Paulo, e la fecero dedicare dui vescovo
VOL. ICIY.
VER 97
diocesano Gerardo ; e quivi diedero ca-
nonicameute principio alla comune os-
servanza monastica. Insomma questa so-
litudine ebbe origine nel ioo5 da'detti
ecclesiastici verolani , che essendosi poi
moltiplicati, nelio36 presero abito mo-
nastico, e allora divenne casa monastica.
Non credo superfluo il riprodurre come
il cav. Mellonj nel suo mss. narra 1' origi-
ne di questa gloria patria.» Erano a que-
st'epoca in Veroli (allude ali oo5) cpiat-
tro benemeriti ecclesiastici, ed avevano
nome Benedelto, Giovanni, Orso ed Az-
zo, e concepivano o meglio ispira vanii nel
progetto di menar vita claustrale, e sen-
za prevedere i futuri fasti dell'opera lo-
ro si davano con mezzi propri e con sus-
sidii di altri divoti concittadini ad erige-
re una chiesa con alquante celle sulle ro-
vine di vasti fabbricati nel territorio esi-
stenlij volgarmente appellati di Casania-
rio, la ctii origine mal nota in que'secoli
d'ignoranza , conservò fino a noi la sud
tradizionale denominazione. Inlanlo che
fra lo spazio di alquanti anni procedeva
l'opera pia, dessi andetteio a vestire l'a-
bito benedettino nel prossimo monaste-
ro di s. Domenico in lenimento di Sora,
e ciò seguì definiti vameute prima dell'aii-
noio35. Dedicata quindi l'eretta chiesa
a'ss. Giovanni e Paolo, aumentati di nu-
mero, creato Benedetto, uno di essi con-
fondatori, per loro abbate, consegnarono
alla memoria de'posleri questa splendida
pagina della Verolana istoria"; Ben pre-
sto il monastero acquistò rinomanza per
la santa vita de' monaci fondatori e per
la dottrina che presto vi fiorì. Il Rondi-
nini ragiona nel cap. 12: Priontni Abha-
inni series, qui Monasteriuni rexerunt.
Nel cap; 'j-.Elenchus Ecclesiarum, qnae
Monastero subditnesunt; furono :i3,fia
le quali s. Ippolito di Veroli e s. Vito nel
suo territorio. Nel cap. 8: Bonn et /ura
Bloiiasterii, compresi quelli del territo-
rio Verolano. L' abbate Benedetto I ri»
nunzio nel i o4o, e per avere Dio, pe'suoi
meriti, dopo morto, operato alcuni sire-
7-
gb V E R
pilosi miracoli, il popolo gli die' il titolo
di Ideato, secondo l'uso di que' tempi. Il
suo corpo s'ignora ove fu deposto, come
pure quelli di altri abbati , non che di
quelli clie divennero vescovi di Veroli o
altre diocesi, parimenti sepolti in Casama-
lì, come rileva Rondinini. Nel detto i o4o
diventò 2.° abbate Giovanni I verolano,
il quale verso il io45ampiiòeabbeHì con
pittare la chiesa, vi aggiunse 3 altari ia
onore di s. Maria, di s. Pietro, di s. Be-
nedetto , con finestre di bellissimi vetri
colorati; eresse un ciborio sull'altare de'
ss. Gio. e Paolo, e l'ambone, e la fornì
di molli preziosi arredi e paramenti, ed
anco di codici sagri. Fece costruire una
nuova torre campanaria, e vi pose 8 ar-
moniose campane. Acquistò molle pos-
sessioni, colla suddetta vicina chiesa del-
la Madonna del Reggimento. Da Papa
Nicolò II ottenne l'esenzione del mona-
stero, reso soggetto immediatamente al-
la s. Sede, ed allora fu che s'inquartò l'ar-
me di Casamari del pastorale colle chia-
vi di s. Pietro. Divenuto Giovanni I ve-
scovo di Veroli nel 1 0G6, gli successe qiial
3.° abbate il decano del monastero Orso
verolano, e come i precedenti confonda-
tore del medesimo. Ottenne da Alessan-
dro II la conferma dell'esenzione del mo
«asterò (altrettanto poi facendo Anasta-
sio I Y, Adriano I V, Alessandro III, Ono-
rio III e altri Papi), e poi nel 1076 ebbe la
gloria di preservare Veroli dal minacciato
eccidio, ch'erasi proposto di prepotenza
il normanno cunte di Capua Riccardo. Il
buon prelato gli andò incontro con ab-
bondanti e ricchi doni preziosi tolti dal
suo cenobio, quindi con mansuete paro-
le lo placò, e lece ritorno ne'suoi stali. I
verolani per riconoscenza, con istromen-
to de*i3 dicembre 1076, a mezzo de'lo-
ro consoli, prò Univfrsilate civit. reni'
lannni, donarono a Casamari molte pos-
sessioni nella diocesi, co\ Jus pas( endici
lignandi. Il quale atto, perchè in parte
corroso, venne rinnovato da'consoli e cit-
tadini, e da tulio il popolo verolano a'24
VER
aprile i'2i7. L'abbate Orso accrebbe le
possidenze, in uno alla chiesa di s. Ste-
fano presso Rauco. Durante il suo regi-
meinsorsero disordini nel monastero, per
cui voleva rinunziare, se non s'interpo-
nevano Alberto vescovo di Veroli, Gior-
dano governatore di Campagna, ed il car-
dinal Chalillon, che divenne Urbano II
nel 1088. Però giunto a decrepita età ef
fettuò la sua rinunzia. lu sua vece gli fu
sostituito nel 1095 per 4-° abbate, Ago-
stino I di Capua, che dotto e di gran pie-
tà, riformò il monastero, (eceediiìcare un
nobile claustro, ampliò il dormitorio, ed
acquistò molte possessioni ue'terrilorii di
Dauco e di Monte s. Giovanni. Neil loG
divenne vescovo di Ferentino, e fu io Ve-
roli consagrato da Pasquale li, che visi-
tò Casamari, insieine ad Agostino mona ■
co e abbate successore di Casamari e ve-
scovo di Veroli. Questi è Agostino 11. che
dopo Agostino I era stato latto 5." ab-
bate, e poco dopo eletto al dello vesco-
vato Ferentinale. Laonde neh loGfue-
letto in G.°abbateGiovanui II, morto nel
i io8. In questo gli successe il 7.° abba-
te Placido I, nel 1 1 1 1 eletto vescovo di
Ferentino. Allora per 8." abbate succes-
se Amato, il quale rinunziò neli 1 16. Il
successore 9.° abbate Benedetto II, elet-
to in tale anno, anch'esso rinunziò nel
I 123. In quest'anno fu il io." e ultimo
abbate de'benedettiui ueriPietro,già prio-
re del monastero, e governò sino all'in-
troduzione de' cistcrciensi in Casamari.
Sotto di lui e verso ili i4o piò volle si
recò a Casamari s. Bernardo dottore di
s. Chiesa, abbate di Chiarm-aUe, rilor-
malore e propagatore insigne de'monaci
Cislerciensi (^.), in occasione che por-
tavasi n'congressi nel regno di Napoli per
affari ecclesiastici, anche tenuti alla pre-
senza del Papa Innocenzo II, non chepas-
sandoa Monte Cassino. Siccome nel mo-
nastero era avvenuto qualche sconcerto,
e nello scisma dell' antipapa Anacleto 11
alquanto avea parteggiato per lui, così il
zelante e virtuoso luonaco Giovanni, co'
VER
correliglosi,uuDueiilel'aljIjali;Piclro,in»-
ploiacoiio e olteiinero da s. Dcinarclu di
essere adìgliati al suo noientissimo mona-
stero di Cliìaravalle: luUavolla i uiona-
ci coiitinuarouo a porlarei'abilotiei'ocas-
siiieuse per altri pùclti auni. Non oslan-
te, nel i i43 i aioiiaci di Casaniari quasi
tutti caderouo in rilassatezza e diveuue-
ro insolenti. Ciò non potendo couiporta-
re il monaco Giovanni, con alcun altro
osservante della disciplina monastica, ab-
bandonato il monastero passarono in
Francia nell'abbazia di Chiaravalle, sot-
to la regola di s. Ilernardo, che li vesti
dell'abito bianco de'cisterciensi. Intanto
il Papa Eugenio III, che avea professa-
to le costituzioni di Cistello, ed era stato
discepolo di s. Bernardo, mal solfreudo
l'oltracotanza degli eretici arnaidisti, da
Ruma essendosi ritiralo in Francia, po-
scia neli i4<) vi l'iloriiò avendo sottomes-
so gli arnaidisti faziosi colle armi di Rug-
gero I re di Sicilia. Ma per nuovi tumul-
ti, nel declinar dell'anno nuovamente ne
uscì, portandosi a dimorare nella provin-
cia di Campagna. Recatosi a Casamari e
veduta l'infelice condizione cui era ridot-
to il giù esemplare monastero, da'mona*
ci benedettini neri violato, abbandonato
e quasi distrutto, e che inosservanti le di-
scipline eransi dati al dissipaDienlo, li ri-
mosse affatto nello stesso fine del 1 149»
cominciò a riedificare il diruto cenobio,
e l'affidò alla cura di }=. Bernardo, accioc-
ché vi ponesse una colonia de'suoi edifi-
canti cislerciensi. Subito il sauto dichia-
rato! I ."abbate il sulludato Giovanni HI,
l'inviò a Casamari con alcuni suoi mo-
iiacij approvandolo il Papa (veramente
il liondinini ap. 96 esibisce un documen-
to in cui si legge, inlroinisU inonachos
cislcrcicnsis ordinis anno 1 1 5i). Restau-
rato a spese notabili del Papa tutto il nto-
nastero, colla chiesa, questa volle consa-
grare solennemente, e recatosi a Casama-
ri colla corte e il vescovo di Veroli Leo-
ne Ioli, eseguì la funzione quarto Ka-
U'iidas novcmbrisi i5i (ossia a'29 olio-
VER 99
bre, ma leggo iu memorie particolari a'
27), dedicando il tempio a Dio, in onore
dell» lì. Vergine Maria, e de'ss. Giovan-
ni e I^iolo martiri antichi titolari. Que-
sto rito non potè godere il degnissimo
abbate Giovanni IH, essendo morto a' iG
febbraio dello stesso i i5i: fu sepolto iu
Casamari in luogo ignorato, ed il suo e-
logio trovasi nel martirologio cistercien-
se col titolo di bealo. Egli vivente, scrìs-
se la bella lettera spirituale, Memor dui-
cediiiis , prodotta dal Rondinini a p. 6,
al suo diletto maestro s. Bernardo, a cui
fu carissimo, sulle crociale di (|uel tem-
po per l'infelice spedizione di Gerusalem-
me, e le rivelazioni fatte a favore del s.
Dottore, da'ss. Gio. e Paolo. Eragli suc-
ceduto il 12." abbate Faramondo o Fro-
mondo o Flaimondo, che dopo aver sof-
ferto col monastero le persecuzioni del-
l'imperatore Federico I, ed anco l'esilio,
per restare nell'ubbidienza d'Alessandro
III,ricusaudosi riconoscere l'aulipapaVit-
tore V; nel 1 iGo divenne vescovo di Ve-
roli, ove Alessandro Ili lo cousagrò, in-
sieme all'ordinazione al sacerdozio di Ro-
dolfo cellerario di Casamari, che ^>oi a'
5 ottobre i 161 consagrò iu vescovo di
Ferentino. Il Papa si recò più volte a
Casamari; e qui noterò, che probabil-
mente que' Papi che di sopra registrai
essere stali in Veroli, per la celebrità
e vicinanza di questo monastero, non a^
vraniio mancalo di visitarlo. Nello stes-
so! i6uinBisìgiiano nella Calabria, a spe-
se de'conti Gollrido e Berta, fu fonda-
to il monastero di Sambucina e vi anda-
rono alcuni monaci di Casamari con Si-
gismondo peri ."abbate; divenne celebre,
e vi si ritirò il famoso Pietro Lombardo,
dello il 3Iaes Ira delle SenlenzCytìo]^olA
sua rinunzia al vescovato di Parigi, ed
avendovi 4 anni dimorato, ivi morì a'20
agosto 1 164, e perita la chiesa nel seco-
lo XVI, le sue ossa furono trasferite nel-
la chiesa di s. Marcello di Parigi. Torna-
to neli 170 Alessandro IH a Veroli, fra
le beaedizioui che vi fece dì piùabbali.
loo VER
Vi comprese Gregorio 1 3." abbate di Ca-
saniari,al(H>ale indirizzò il tliploiaa, Piat
. osiulaùo voluntatis, prodotto dal Ron-
dinini a p. 1^, già discorso nel vescova-
to di Farainondo, di conferma a' privi-
legi e beni che godeva, ed altri aggiun-
ti. Neil 181 fu 14.° abbate Geraldo I, che
governò lungamente , in memorabile e-
poca per lo splendore a cui giunse il mo-
nastero abitato da più di 3oo monaci.
Appena crealo Innocenzo lll,a'26 gen-
tiaioi iq8 emanò la lettera iVoii ahsque
dolore corclis, presso il Rondinini a p.
1 2$, diretta a'vescovi, abbati e altri pre-
Iati delie provinole di Campagna, Marit-
tima e Terra di Lavoro, eccitauduli ad
impedire che il monastero di Casamari
Venisse afilitto da ingiusti oppressori; e ciò
furse a istanza dell'abbate Geraldo I ze-
lantissìn)o. A suo tempo e ne'primordii
del seguente secolo, come descri ve il Ron-
dinini a p.i2 e seg., vissero in Casamari
de'monaci di gran dottrina e santità di
vita, e celebri per la predicazione e per
le molte legazioni apostoliche che disim*
pegnarono: fra'quali, oltre il di lui suc-
cessore, il b. Luca priore di Casamari, poi
5.° abbate (ii Sambucina,indi arcivesco-
vo di Cosenza, legalo apostolico e predi-
catore della crociata, aimoverato trachea-
li nelle Calabrie; Alacrino altro priore,
familìarissimo di s. Domenico fondatore
dell'ordine de'predicatori, zelante predi-
catore contro gli eretici, legato apostoli-
co in Germania, vescovo di Aurunca ora
Sessa, lodato nel martirologio cistercien-
se col titolo di beato; oltre Giovanni V,
di cui pili sotto. Nel 1 181 Geraldo 1 es-
sendo di ritorno da un capitolo genera-
le dell'ordine con altri abbati e quello di
Fossanuova, ed i vescovi di Volterra e
Messina, di passaggio presso il monte
Siepi ne'coutorni di Siena, assistè al fe-
lice transito di s. Galgano romito, a cui
impose la cocolla cistcrciense prima di
morire, ascrivendolo all'ordine, e fatta-
gli edificare una cappella sulla di lui totn-
ba, uè allidò la custodia u'j^ropri tuoua<
VER
ci, i quali poi nel 1 194 vi fabbricarono
un grande monastero, chiamandovi ad
abitarlo i mouaci di Chiaravalle con Bo-
no per abbate; celebre per più secoli, e
divenuto prioria, fu allìgliato a Casama-
ri, e cessò d'esserlo per le vicende de'teni-
pi. Neil 182 giunse in Casamari il famo-
so b. Gioacchino abbate e fondatore del-
la congregazione di Fiori, di cui riparlai
ne' voi. LV, p. 288, XC, p. 276, e vi re-
stò ospite un anno e mezzo. Quivi col-
l'aiuto d'alcuni monaci del cenobio, qua-
li amanuensi, col beneplacito di Geral-
do I, compilò i suoi Coimnentiiri sull'A-
pocalisse e sopra il Salterio di Xcordc^
oltre la correlazione e concordia del Vec-
chio colNuovo Tesfamenlo, che dicesi dal
Rondinini scritta a istanza di Lucio III,
il quale onorò personalmente Casamari.
Tornato in Calabria, ivi mori nel 1202
e fu sepolto, non mai in Casamari co-
me fecero credere al Rondinini, seguito
da Marocco, che a p. 82, dice essersi tro-
vato nella basilica il venerabile suo cor-
po quando fu demolito 1* antico altare
maggiore, ove invece soltanto si rinven-
nero le ossa di s. Sotero Papa, e de' ss.
Paolo ed Emiliano martiri. Tanto fu il
grido sparso della sana dottrina e santa
vita de'monaci di Casamari di questo tem-
po, che meritarono l'amore singolare e
la divozione de'Papi, imperatori e altri
principi, tra'quali si segnalarono l'impe-
ratore Enrico VI e sua moglie Costan-
za, il loro figlio imperatore Federico II,
i re di Sicilia Guglielmo III con Sibilla
sua madre, e Tancredi; e Ira'Papi Inno- Jj
cenzo 111, Onorio HI e Gregorio IX. II "
Rondinini ne riporta i diplomi a p. 1 25:
/éppendix Ada i'etera. Con essi fecero
moltissime donazioni al monastero, e con-
cessero segnalati privilegi. Onorio III fra
tutti si distinse, poiché da cardinal Cen-
cio Savelli intraprese a proprie spese la
rifabbrica degli odierni claustro, e basi-
lica tutta di pietra a gusto gotico, che co-
me dissi, in uno al capitolo, sono edilìzi
celebrali miracoli d'arie architeUouicu;e
VER
Geraldo I a 6 maggio 1 2o3 collocò ne'fon-
iliiinenti della basilica la l/ pietra be-
nedetta da Innocenzo 111, come leggo nel
Rondinini a p, 79, essendosi atleiiata la
precedente chiesa troppo angusta. Il Pa-
pa, reduce da Sora,a'2i settembre 1208
si portò in Casaraari e vi pernottò. Altra
gloria di Geraldo i fu l'aver contribuito
nel laoqal ritrovamento dell'ossa di s.
iMaria Salome patrona di Veroli, e ne fe-
ce a Innocenzo III la relazione che ripor-
tai superiormente. Gli successe ili 5.° ab-
bate Giovanni IV, che poco risiedette nel
monastero, per gravi legazioni eseguile
[)rima e dopo tal dignità, per commissio-
ne d'Innocenzo III presso i re d' Inghil-
terra e di Francia per la concordia tra lo-
ro, edc'Dulgari,findali2o3 avendo pre-
sieduto il concilio di Meaux. A lui il Pa-
pa diresse la decretale: De probatioiiihus,
cap. 8, In prciescntia, nel lib. 2 delle
Decretali , e ricordata dal Rondinini a
p. i5. Di lui tratta pure l'annalista ?ti-
iialdi , anche della legazione di Bosnia:
di questa e dell'altra di Bulgaria e P^ci-
lacchia discorsi in quesl' articolo, e che
^ essendo anche cappellano del Papa, con-
ferì la dignità di primate all'arcivesco-
vo di Debeltus o Zagora, e non che e-
gli fosse fatto arcivescovo di Zagora ,
come alcuno crede. Il Rondinini conCer-
ma la mia asserzione a p. 16: Lci^titus
adivit; in cuj'us manibus fidein Roma-
nae Ecclesiae juramento spopoiidit, i-
• biffile archiepiscopum Zagorensem ar-
chiepiscopali pallio donai'it. Nel 1 2 1 o
fu i6.° abbate Rogerio, al cui tempo
terminata la basilica, e divenuto Papa il
suo munifìco cardinal Savelli col nome
di Onorio III, dopo aver unito al mo-
nastero quello pur cisterciense de'ss. Giu-
sto e Pastore nella diocesi di Compo-
stella, n'ebbe cura fioche fu dichiarato
commenda; quindi si recò a Casamari
■ con tutta la curia, cardinali, principi e
prelati, fra'quali due arcivescovi spa-
gnuoli e 1 1 vescovi, compreso quello di
•Veroli Leto II, ed a' 1 5 settembre t 2 1 7
VER loi
solennemente consagrò il tempio da lui
edificalo, con immenso concorso di po-
polo de'Iuoghi vicini, come pure raccon-
ta Marocco , in onore di Dio , della B.
Vergine e de'ss. Gio e Paolo maitiri.Di
questa consagrazione feci memoria nel
voi. XI, p. 254, col Cecconi, //^rt'gro ri-
to di consagrare le Chiese, p. 172; e la
descrive anche l' Ughelli. Narra il Ba-
ronio , riferito dal Rondinini a p. 2 1:
Porro eidem consecrationi interfuisse le-
gnnttir episcopi cardinales duos, pre-
sbyleri cardinales tres, diaconi cardi-
nales scptem, et episcopi ahi decern. Si
trae dalla Cronaca di Fossanuova: Per
gr ali ani Jcsu Christi tanta fiiit ciboruni
abundantia in pane,vino,et piscibus^in
casco, et in ovis, quod onines sìne mnr-
muratione plenarie reccperent cibaria,
in sero et mane: plusqnani mille equi
irnienti suni adannonam.D\ questa con-
sagrazione fa memoria Onorio III in più
diplonn, e prima con quello: Si apud he-
braeos o//m, diretto ali7.°abbate Banie-
ro (che forse poi fu cardinale di s. Ro-
mana Chiesa; però con tal nome noi
trovo nel Cardella) nel 1218; Bcatonun
ìMartyruni Johannis et Pauli , ne. stabi-
lì la festa anniversaria, concedendo l'in-
dulgenza di un anno; anche per tutta
1*8. ' permise a'religiosi nelle solenni mes-
se de'dì festivi l'uso di paramenti di seta,
e del turibolo d'argento; confermò i pri-
vilegi e beni concessi al monastero, e la
protezimie che godeva di s. Pietro. Que-
sti e altri diplomi d'Onorio III in favore
di Casamari, si leggono nel Rondinini. Nel
1220 divenne 18.° abbate Giovanni V,
che poi l'imperatore Federico II volle io
sua corte , dichiarandolo cancelliere e
guardasigilli. Sotto di lui, quel principe
recossi colla corte in Casamari 1' i i a-
prile 122 I, al dire del codice Alessan-
drino esibilo dal Rondinini, cap. 3: Mo-
nastcrii dignitas et privilegia. Fu rice-
vuto con solenne processione, e dopo a-
vervi pernottato passò in Veroli ad ab-
boccarsi con Onorio HI, col quale si
lei VER
ti-altennè per piùglorni. A'24 dello sles
so mese l'iroperatore tornò in Casama
li, ed in quest'occasione sì lui, che l'impe-
ratrice mogi le, con tutta la sua casa foro
no dal p. abbate ascritti tra'figli spirituali
del monastero di Casamari , ond' essere
partecipi dell'opere buone e orazioni dei
monaci;efii allora che l'imperatore pre-
se seco l'abbate Giovanni V. lo dubito
assai, quanto all'anno , e sembrami più
certo il 1 111, non solamente perchè mol-
li storici sono per l'anno 1111 ed i sin-
croni documénti seguenti, ma ancora pel
tenore del codice Alessandrino, presso
l^iondinini a p. 5o ; dappoiché sebbene
ivi dicesi 12?, r, si soggiunge, Bfoiinste-
riiitìì s. Doviiniri Casaewario imperiali
iiberalit/rte donavi t , et datimi aitrcum
prii'ilegin ronfìniinvit. Et mi Kalen-
daa inaii (24 aprile) per Cnsaemariiim
rcdicns etc. Conviene dunqtie qui sape-
re, che Onorio III, dopo il consenso del-
l'imperatore Federico II, come re di Si-
cilia e perciò sovrano territoriale, rimos-
se dal ujonastero di S.Domenico di Sora
(nel quale articolo ciò raccontando , lo
«lissi avvenuto nel 1222) i benedettini
neri <ìlie menavano vita non j)iìi buona,
ed incorporò il monastero , con tutte le
sue possessioni, chiese filiali e privilegi ,
a questo di Casamari, del qjiale vi pose
12 monaci cistcrciensi con un priore,do-
-*endo però ambo i monasteri essere go-
'vernali dal solo abbate di Casamari; per-
ciò Giovanni V ed i monaci ne furono
messi in possesso dal medesimo Onorio
Jil, in presenza de'ministri imperiali, cioè
quando a'27 aprile di detto anno vi an-
dò in persona colla sua corte a consa-
grare l'altare della chiesa del monastero
'sorano. Or bene, lo stesso Ronduiini, a p.
4'», riferisce seguita 1' unione nel 1222,
l'ssendone lucide ntisxìinìuìi teslimoniutii,
quanto riporta Cnsaeninriendeìiartario,
ov'è dello, averne Onorio III consagralo
l'ullare r Kalendat niaii, che appunto
•corrisponde a*2y aprile, e racconta la lòr-
iiialità deiriaveslitura ; indi riprodusse
VER
la corrispondente bolla d'Onorio \U,Cii-
xtotles, et ndlores, olila in Alatri il 1."
giugno 1222, sottoscritta dal Papa e da
r I cardinali; e l'analogo diploma impe-
riale, datitrn apnd f^erulatn mense a-
prilis 1222; non che riferisce diverse no-
tizie sulla chiesa e monastero di s. Do-
menico di Sora, tanto celebre pel santo
suo litolare che ivi riposa, di cui pub-
blicò F, Frangipane: Rnecolfa di mira'
coli e grazie di s. Domenieo di Som ,
Messina i634- Kgli è pur detto di Fo-
ligno e di Cuculio, pel notato nel ci-
tato articolo. Abbiamo inoltre: Del-
la vita di s. Domenico abhate del-
l' ordine di s. Benedetto, racconto di
d. Litigi Tosti cassinese mandato alle
stampe da' pp. cistcrciensi di Som, de-
dicato a S. M. Ferdinando IT re del
regno delle due Sicilie, Napoli 18')'). Il
eh. scrittore, citando Manrique/. ePiondi-
nini, a p. 58 dice. » Sebbene la chiesa e
il monastero edificato da s. Domenico
l'osse stato intitolato alla ss. Vergine, pu-
re tale e tanta fu la venerazione de' fedeli
verso il fondatore, che quel monastero
ebbe poi sempre il titolo di s. Domenico.
Monaci di s. Benedetto lo abitarono dopo
la morte del medesimo^ ma non sempre
veri monaci furono. Incominciarono que-
sti a dimenticare gli esempli di evangeli-
ca perfezione che aveva loro lasciali il
Santo, e rimettendo dall'antico fervore ,
dall'ottimo (come sempre avviene) diru-
parono al pessimo. Veramente corsero
dopo tempi assai procellosi, che per guer-
re ed altre calamità noti solo nelle città,
ma anche nelle badie sommersero ogni
quieto vivere. Gli anni specialmente iu
cui imperò in queste parli Federico II
furono assai fortunosi, ed il turbine delle
guerre, le ire dell'imperatore molto e lun-
gamente tribolarono chiese e monasteri ,
poiché lo Svevo non islette mai in pace
co'Ponlefici.Questeesteriori calamità [)oi
colsero i monaci in mal punto , dico iu
quello in cui sogliono venire tutte le urna-
11^ CQivpagnic quando si sono uuùlto dduii-
VER
gote ilal tetepo della loro istituzione; on-
de Iildui vi aadava provvedendo con le
congrci^fizloni riformate de' Camaldoli ,
di Gislcllo e di altre. Per la qual cosa ai
tempi diPnpa Onorio III, essendo venuti
i monaci di s. Domenico in brutta disso-
luzionedi vita, quel Pontefice accorse con
salubri provvidenze a rimediarvi. Man-
dò via gii scorretti monaci , e vi allogò
quelli della ritorma di Cistello, assogget-
tando il monastero a quello di Casama-
ri. che già era entrato nella congregazio-
ne cistercien«e ". Altre notìzie si poono
vedere nel Rondinini, cap. ^•. Cocnohhini
s. Dominici Sorani Casacmarii mona-
slerio adjunclum, ejusqne ecclesia. A p.
1-28 riporta la bolla d'Onorio III, Qiiuni
yc/.7//5, diretta a tutti gli abbati e monaci
cistcrciensi, acciò in generale capitolo a-
dunati , provvedessero alle disposizioni
degli ospedalieri cavalieri Templari, ag-
gregali all'ordine di Cistello, i quali per
invidia tentavano ogni pregiudizio di Ga-
samari e perfino d'impossessarsene; di-
chiarando avere li da lui riedificati basi-
lica e monastero dati a'monaci, e ad essi
soltanto volere che appartenessero. Papa
Gregorio IXjpoco dopo la sua elezione,
colla lettera Dilccll filii prior et con-
vcnttis Cns(ic/iiarii,t.\e* iG n»aggioi22y,
l'iprovò le usurpazioni ed uccisioni di
bestiami, i ferimenti e le oll'ese personali
fatle a'monaci, da iniqui e prepotenti so-
rani. Il Papa si mostrò anche poi bene-
volo col cenobio e lo visitò, benché do-
vesse confermare la sentenza in favore
del vescovo de'Marsi sulla giurisdizione
della chiesa di s. Maria del Bujo, permu-
tata da'monaci con quella di s. Nicola di
Castel Cappelle, come racconta il Corsi-
guani, Reggia ìllarsicanayt. i, p. 189.
Nel 1228 fu eletto 19.° abbate Geraldo H
dotlissimo e di santa vita, che da Papa
Gregorio IX fu impiegalo in vai ie e dif-
fìcili legazioni, nel i23i presso Federico
li, il quale voleva sopprimere i religiosi
cavalieri templari onde usuiparne i beni,
e presso l'arcivescovo di llt"^uiu.L'iu;;ra-
VER io3
to imperatore divenuto persecutore della
Chiesa e de'Papi, non risparmiòCasaina-
ri a cui eraaflìgliato, il che deplora Ron-
dinini nel cap. 5: Monasterii calamita-
tes et infortunia. L'imperatore fece mo-
rire in esilio vescovi e abbati, tra' quali
si crede anche Geraldo li, ed ucciso dai
saraceni chiamati in Italia da quell' in-
degno principe. Casa man soggiac([ue al
comune fato, e fu devastato dal ferro e
dal fuoco de't'uriosi saraceni. Alcuni mo-
naci si rifugiarono in Francia, ma non
ostante i guai e le persecuzioni a cui fu
lungamente bersaglio il monastero , si
continuò ad abitarsi da'monaci, e gli ab-
bati ebbero successione. Tale fu preposto
nel 1239 per 20.° abbate Paolo, il quale
nel 1240 acquistò delle possessioni colle
chiese di s. Bartolomeo e di s. Vito in
Majanellodi Capitanata, per concessione
di Stefano vescovo di Larino;eneli2 47
ottenne in favore di Casamari il libero
jus pa<icendi et lignandi nelle selve di
Monte s. Giovanni, per concessione dei
signori di quella città Arnolfo Rogerio e
Aimo conti d'Aquino. Nel 12 53 fu 21.**
abbateGiovanni VI, che nel 12^4 acqui-
stò per Casamari la nobile baronia del
castello diPrizzo con fertile territorio, a-
bitato da 7000 individui, col monastero
di s. Angelo fondato da' Conelli in Mal,<vi
lianodiocesidi Girgeuli, ricevendone l^rt-
vestitura da Papa Alessandro IV , colla
bolla Sacro ordinis i'cstri religio, data
in Anagni a' 3 settembre 1259. Di lutto
tratta R.ondinini a p. yS e seg. , ed a p.
142. Tale baronia godè Casamari finché
il monastero diventò commenda cardi-
nalizia, terminando d'esserlo nel 1784
per nllrui occupazione. Qui si deve av-
vertire, che lauto il monastero, quanto
i rispettivi abbati commendatari furano
sempre soliti a dare que'fondi di Prizzo
e di Girgeuti in Sicilia, in enfiteusi alla
4."' generazione; e il canone annuo era di
scudi mille in oro, anzi dipoi giunse a
j4oo , e fu il canone sempre p;igato a
tulio il 1806. Quindi po' cambiamenti
1^4 VER
politici del regno di Napoli, e fors'anco
per altre ragioni che talvolta il potere si
fbrtna da se,que'beni furono incorporati
alla corona, e Casamari nulla più ha
potuto avere. Meritò Giovanni VI d'es-
sere elello nel 1 264 vescovo di Sora dai
canonici, ma non approvato da Clemen-
te IV, che gli sostituì Pietro Gerra, co-
Hie notai in quell'articolo. Nel 1289 fu
22.° abbate Giovanni VII, che fece fare
la suddetta Croce grande d'argento do-
rato alta palmi 5 e larga 3, in cui vi col-
locò un considerabile pezzo della Vera
Croce, dentro teca d'oro nel santuario del-
la cattedrale di Veroli. Colla bolla Qnuwi
monasteriurn vcstrum^àaìa in Orvieto da
Nicolò I V a'5 dicembre 1 290, rifei-ita da
Rondinini a p. 129, l'abbate ottenne la
conferma di tutti i privilegi già concessi
al monastero, in pari tempo liberandolo
da qualunque tassa comunale. Il die con-
fermò Bonifacio Vili, colla bolla Quiini
a nohis pelitur, data in Orvieto a'7 set-
lembre 1297, loco citalo p. i3o. Frat-
tanto nel i3o5 cominciò la funesta cat-
tività della Chiesa, per avere ClementeV
stabilito la residenza pontificia in Fran-
cia, per la quale lontananza abusandone
i prepotenti con estorsioni di privilegi, si
usurparono molte possessioni e masseri-
zie di Casamari ; il che saputosi dal suc>
cessore Giovanni XXII, il Rondinini ri-
porta a p. 59 il diploma Sane dileclo-
rum fiUorum ^bliatis, dalo in Avignone
il (."novembre i324, diretto a' vescovi
di Anagni, Palermo eTeano, autorizzan-
doli a coslringeregli audaci usurpatori a
restituire il tolto ingiustamente, e chedi-
fendino e sostenghino i privilegi accor-
dati al monastero. Nel i336 fu 23.° ab-
bate Bartolomeo, molto nel!' istesso an-
no. Narra Rondinini, che avendo elet-
to i monaci a successore Matteo da Bau-
co, fu destituito da Benedetto XII, per
non averglielo partecipato, creando in ve-
ce per 24.° abbate nel 1 337 Giacomo ^"*
drea verol.i no, dotto ed esemplare, e gli
sped'i due diplomi da Aviguoye. Visse e
VER
governò lungamente, ma per sua morie
non si elesse il successore, probabilmen-
te a cagione del lungo e lagrin)evole sci-
sma che desolò la Chiesa. Perciò il mo-
nastero restò con pochi monaci regolali
da un priore e procuratore generale; quin-
di molli beni si alienarono, altri allidati a
stranieri amministratori ne abusarono.
Nel I 390 fu priore Rainaldo daBauco,
ed allora i monaci eransi ridotti a 6 ; e
nel i/\.[2 Antonino di Pietro ebbe la
carica di priore. In questo tempo fiorì un
dotto monaco Giovanni Seccarezia, pro-
curatore del monastero e segretario bol-
lalore di Papa Bonifacio IX, il quale af-
fittò a vari secolari molte possessioni.
Queste tristi vicende influirono potente-
mente in pregiudizio deplorabile dell'in-
cremento e della floridezza del monastero,
che d'allora in poi fino al i 7 i 7, felice epo-
ca della venuta degli esemplari trappensi,
la famiglia monastica fu sempre poco nu-
merosa ; tuttavia, a fronte delle vicende
che calamitose di quando in quando de-
solarono la provincia, monaci sempre vi
rimasero, non più però di io ed anche
II. Nel i4o6 Ladislao re di Sicilia di
qua dal Faro, occupò con violenza Ve-
roli, parte de'monaci esularono in Fran-
cia, e parte furono malmenati o uccisi
dalle barbarie de' soldati. Raccontai di
sopra, come dopo l'elezione di Martino V
nel 1417, Jacopo Caldora accampò in
Casamari e la munì, e come fu attaccato
da Muzio Altendoli capostipite degli Sfor-
za , da cui fu vinto e fugalo; onde nel
di seguente occupò la badia, e poi partii
per R.oma. Ciò avvenne sotto Giovanni
Vili, già nel if\.i5 elello 25. "abbate, e
successo nel governo a'priori. — Nel me-
desimo tempo, ridotti a pochi i monaci.,
le molte possessioni tuttavia rimaste ma-
le amministrate e usurpate da' secolari ,
determinarono Papa Martino V nel i43o .
a dichiarare i beni dell'abbazia di Ciisa-
mari Commciifla, e fece i. "abbate <o«t-
niendatario il nipote cardinal Prospero
Colonna (/'''.); ed allora alla ma>s.a d<
VER
Leni die possedeva il monaslcro nel vi-
cino ii'i^no tli INapoli, fu (lato il nome di
,v. Jnlonio Vetere, grangia del cnedesi-
ino, la cui chiesa omuiiima sorgeva nel
territorio di Napoli, il che leggo nel Ron-
dinini a p. 73, il quale ragiona nel cap.
\ '^•. Jhhatcs Coinmcndatarii eiiunicran-
tiir, qiiiCasacmarii monaslerìo praefue-
riiiit. Non è quindi dubitativo, come
scrisse Corsignaui, Reggia Marsicanay t.
I, p. 146, ma positivo che Martino V
converti iti commenda 1' abbazia di Ca-
samari, lasciandovi eziandio l'abbate clau-
strale, il che riconoblie il Papa successo-
re Eugenio IV, con diploma del 1 44^ •"•-
cordato dal Uondinini a p. 61 ; sebbene
nel i43i per essersi i Colonnesi ribellati
contro di lui, il L'apa avea scomunicato,
e tolti beni e dignità anche al cardinale,
poscia assolto e rintegrato; anzi alla sua
morte, nel i447» *^ssendo il cardinaleen-
tralo in conclave colla comune opinione
che divenisse Papa (ma dice Piccolomi-
i)i, poi Pio il, descrivendo tal conclave:
Std proverbiuin romanoriiin est cxire
Cardinalcm^qui Ponlifcx inlrat Concia-
l'e), nell' annunziare egli per tale Nicolò
V, il popolo credette Ini Papa, ne esultò e
corso al suo palazzo di Roma lo saccheg-
giò, secondo l'inveterato e riprovalo abu-
so enorme. Nel i438 successore dell'ab-
bate claustrale divenne Bartolomeo Gio-
vanni, per ordine cronologico sG." abba-
te, il quale intervenne in Veroli alla coti-
sagrazione della chiesa di s. Maria Sa-
lome; a cui successe nel i4^i (ìiacotno
da Tribigliano o Trivigliano 7,7." abba-
te, del quale Piondinini ragiona a p. 63 ,
rilevandosi da un docuuienlo come in-
litolavasi : Jaco/nis de Iriljiliano Dei et
jéposlolicac Scdis grada Abbas iiiona-
slerii s. Mariae Casaeinurii cistercieu'
sis ordiiiis.Man il cardinal Colonna nel
1463, ed il Papa Pio li restituì a Casa-
mari i beni della cocumenda , onile ne
prese possesso l'abbate Giacomo con as-
soluta amiiiinislrazione e governo. Morto
nel 1472, in questo fu eletto il 28.° abba-
VER io5
le Novello, il quale depose nelle mani di
Sisto IV i beni della commenda di Casa-
mari, ed allora il Papa assegnò a Novel-
lo il vitalizio d'annui 3oo fìorini d'oro,
e conferendola commenda al proprio ni-
pote cardinal Giuliano della Jìoi'erc [V.)^
con diploma riportato a p. G5 da Uon-
dinini. Il cardinale si rese benemerito del
monastero col farvi de'ristaUri e dona-
zioni, ritenendo la commenda finché di-
venne Giulio //nel i5o3. Fiorirono iu
questo tempo dotti religiosi che rinno-
varono la reputazione diCasamari, fra i
quali d. Gio. Giacomo dell'Uva di Bau-
co monaco professo e lettore in s. teolo-
gia , esistendo di lui nel mona-^tero uu
grande trattato mss. sui Sagramenti ; e
d'ordine del cardinal Rovere mentovato,
compilò un prezioso e grosso codice det-
to Cartario o CarlarOy'xn pergamena,
ove in forma d'inventario scrisse con ca-
rattere detto gotico tutte le memorie di
Casamari sino al suo tempo, inserendo-
vi tutù gl'istrumenli di acquisti, di do-
nazioni e privdegi concessi a'monasteri di
Casamari e di s. Domenico di Sora dai
Papi, imperatori e altri principi, signori
e nitri benefjltori, laborioso lavoro che
terminò nel i49''j col titolo: Incipiunt
sancta priiiiordia et fnndainenla sacri
Monasterii Casaemarii ordinis cister-
ciensis, meglio pai landoneRondinini a p.
37 e lic. Noterò, che tale famoso Car-
tario fu preso da Casamari e p<jiiato nel-
l'archivio della casa Albani. Estinta que-
sta famiglia, gli attuali monaci di Casa-
mari procurarono riavere dagli eredi il
Cn/'/rt/'/Oj,' ne impegnarono il cav. d. Vin-
cenzo Colonna, si esibirono, purea pfig-i-
re qualche somma, come prezzo dell'og-
getto, ma tutto inutilmente. Nulla polti-
rono conseguire, ed 'in oggi si sa di cer-
to, che il Cartario è stato portato alla
biblioteca Vaticana. Nel 149^ recandosi
Carlo Vili re di Francia al conquisto
del regno di Napoli, nel passaggio non fe-
ce alcun male al monastero. Dopo essera
divenuto Papa Giulio 11, il cardinal Uà-
)o6 VER
Tere, nel i 5o4 dichiarò 3." ab1)alc com-
mendatario il cardinal Luigi d'Jragoiìa
(F.) de'reali di Napoli, il qtiale rinunziò
dopo un anno nelle mani pontificie In
commenda, a favore del prelato domesti-
co di Giulio li, Angelo Crescenzi diCiiu-
co protonotario apostolico, Ln ritenne 3
anni, indi la rinunziò al Papa, il quale la
restitm al cardinal d'Aragona, ed Angelo
virtuosamente si fece monaco in Casa-
mari. Tutto rilevasi da'pontificii diplomi
e altro, esibiti da Rondinini a p. io3 e
i3i. Racconta l'encomiato p. ab. Tosti.
« Le provvidenze d'Onorio MI andarono
fallite in processo di tempo. Le Commen-
de non furono troppo opportune alla di-
sciplina de'monaslericommendatije Giu-
lio li ridusse in commenda quello di s.
Domenico di Sora, che si conferì da* re
delle due Sicilie. Se gli abbati commen-
datari oltre alla cura del censo che ne
l'itraevano, ne avessero avuta altra della
disciplina non so, perchè non lo trovo
scritto. Certo che dall'anno i5o3, in cui
Papa GiulioII lodettein commenda, ap-
pena un priore con un monaco vi stette-
ro ad abitarlo. Dal numerodegli abitanti
può congetturare chi mi legge in quale
squallidezza cadessero le mura della fa-
mosa badia. Dico delle mura, perchè mo-
naci non erano ". Nel i5og morto 1' ab-
bate claustrale Novello, venne eletto a
successore e 29." abbate il lodato Angelo
Crescenzi, che governò più di 3oanni con
l)enemerenze col monastero, ottenen-
dogli da Giulio II la conferma di tutti i
suoi privilegi , olire la concessione di
molte indulgenze, da lucrarsi in giorni
assegnati a chi visitasse divotameiite la
chiesa di Casamari, mediante la bolla
J'Jxposuil Hoi/vjOttenuta prima di essere
abbate claustrale, poiché ha la data dei
3i uiarzoi5o6. Morto nel iSig il car-
dinal d'Aragona^ vacò la commenda sino
ni I 52 I , in cui Leone X la conferì a fr.
Nicolò Sconihergh [f'^.) dnmewcaao, ar-
civescovo di Capua. Inlaulo trovando}!
uel monastero il cardinal Guglicbnu Rai*,
VER
mondo f'tc7i,Wì morìa'2'3 luglioi^i?,
e trasferito il cadavere a Roma fu depo-
sto nella chiesa di s. Croce in Gerusa-
lemme, come apprendo dal Ciacconio e
dal Cardella. Nel 1 527 in conseguenza del
terribile sacco di Roma, certamente anche
Casamari ne avrà pianto gli effetti, co-
me li deplorò la provincia. Ne' conclavi
del r52r e del i523lo Scombergh eb-
be de' voti pel pontificato , senza essere
fregiato della dignità cardinalizia, di cui
poi l'insigm Paolo IIIa'20 maggio 1 535.
Però fin dali527avea rinunziato a Cle-
mente VII la commendadi Casamari, per
cui quel Papa l'assegnò al celebre vesco-
vo di Veroli Ennio Filonardi (^.) da
Rauco, già tesoriere di Marittima e Cam-
pagna, il quale creato cardinale da Paolo
III a'22 dicembre 1 536, rinunziò la com-
menda al nipote Antonio Filonardi da
Rauco nel i538, o meglio a' 26 agosto
1 54», come leggo in Rondinini, che de-
gli abbati commendatari ragiona. Intan-
to morì l'abbate claustrale Crescenzi, ed
il monastero per io anni fu governato
da'seguenti semplici priori. Nel i544 ^^'
tonio Paolucci dell'Isola, monaco profes-
so, priore e superiore interino, che fini
sua vita nel i568. Nel seguente Giusto
Ristolati de Gaspasi fìorentino, dotto e di
santa vita, dichiarato dal generale di Ci-
stello suo vicario e visitatore perpetuo di
tutti i monasteri dell'ordine nel reame
napolitano, anche di monache, e di quel-
lo pure di S.Galgano di Siena. Nel 1597
Ronaventura Galvani di Dauco, con pa-
tente del generale di Cislello. Nel 1G7.7
Rernardo Bertaccio o Bertacchi. Nel 1 640
Settimo Barberini, ultimo priore. Ritor-
nando al commendatario Antonio Filo-
nardi,divenuto vescovo di Veroli, rasse-
gnò neh 56o al nipote Fulvio Fdonardi
di Banco la commenda, col beneplacito
di s. Pio V, e poco «lopo pagò l'umano
tributo. Nel i 567 per morte di Fulvio,
s. Pio V fece commendatario il proprio
degnissimo nipote cardinal fr. Michele
Bonelli^f.) douienicano,che essendo na«
VER
,(o in Bosco presso Alessandria nel Pie-
monte fu dello V /ile s san (Irina. \jQX\en\c-
rito fli Casamnri, vi operò molli reslau-
' «1,6 gli fece (liversetlonazioni. Temendosi
l'invasione de'corsari turchi, il cardinale
fece trasferire alla cattedrale di Veroli le
siiddescrille tre insigni relicpiie, onde
preservarle da irriverenti insidli, a con-
dizione di restituirle dopo cessato il pe-
ricolo. Ma come d' ordinario suole av-
venire co'sngri tesori, non più si restitui-
rono alla basilica diCasamari. Nondime-
\ no una delle chiavi dell'armadio ove sono
racchiuse furono per più di due secoli
presso il p. prioredi Casamari,che la da-
va mediante petizione scritta da'canonici
e rogala da un notaro. Da questo ebbe
origine la celebre e discorsa processione
delle ss. Reliquie per l'Ascensione, nella
quale il vescovo e canonici di Veroli le
portavano nella basilica diCasamari; [»ro-
cessione che la s. congregazione de' riti
vietò con decreto de' i^ marzo 1^83 ,
Qiinnt Ahhas. et monachi et monastcrii,
V. ciò per esser succeduti tumulti popolari
degli accorrenti de' dintorni, per impe-
«lireche le ss. Reliquie si ripoi tasserò in
Veroli ; e siccome il p.ab. Ballandaui a-
vea cercato sedare la commozione del
popolo, mancò poco che non restasse fe-
rito in un braccio. Nel 1 598 morto il car-
<linalBonelli, poi nel 1600 gli successe il
fratello o nipote Lodovico Francesco Bo-
nelli I o. "abbate commendalariojed a que»
sto nel 161 4 il celebre cardinal Scipione
Borghese (/'.) nipote di Paolo V, morto
nel i633(e non nel 1629 come scrive il No-
vaes, Storia di Paolo f^), benemerito di
Casamari;etalefupureil cardinalFrance»
sco Barberini (f.) nipote d'Urbano Vili,
quando gli fu sostituito nel i635. A suo
tempo venne ripristinato l'abbate clau-
strale nel 1 663, colla elezione del 3o.°ab-
bate Guglielmo Evangelista diSonnino,
ma ad tempus^e così i seguenti. Nel 1 672
abbate 3 i." Vincenzo Lenluli, Nel 1672
abbate 32.° Dionisio Catelli o Catena. Nel
-j67<) abbate 33." Bruno Vincenzo Fa-
VER 107
brcHl. Tn tale anno morì il commentla-
tario cardinal Barl)erini, ed i beni della
commenda di Cnsamari per i t anni fu-
rono a disposizione della s. Sede, che ne
deputò amministratore oaniltuario il go-
vernalore di Monte s. Giovanni Campa-
nari. Per gran ventura della basilica e del
monastero diCasamari, Alessandro Vili
nel 1690 creò cardinale e fecei 3.° abbate
commendatario Giaiifrancesco Albani,
non che ili s. Domenico di vSora, il quale
vi si portò subito per beneficarlo. Nel se-
guente anno divenne 34-° abbate clau-
strale Bernardo, cui successe nel 1694
abbate 35.° Vittorio Anloniani da Piper-
no, ed a suo tempo il cardinal Albani fu
sid>limalo al triregno a' 23 novembre
1700, col nome di Clemente _Y/(A^.),
e tosto dopo Onorio III divenne il più
benemerito di Casamari, e Io fu pure di
s. Domenico di Sora, come abbate com-
mendatario d'ambedue, ritenendo da Pa-
pa per alcuni anni la commenda. Devo
prima premettere, che per le guerre, le
fazioni, lo scisma, U chiesa e il monastero
di s. Domenico di Sora solTrì gravissimi
disastri nel fabbi icatu e nelle possessioni
usurpate da'prepotenti, che in parte si
restituirono in seguito a Casamari. Nel
declinar del secolo XIV per la pochezza
de'monaci, da Casamari non si poterono
somministrare pers. Domenico che 3 mo-
naci, onde fare l'uffizio di parrochi, ol-
treché nella chiesa di s. Domenico, in
quella della sua figliale di s. Silvestro pur
di Sora, e di s. Vincenzo di tale diocesi ;
nelle quali successero preti secolari, quan-
do Innocenzo X sopprese i piccoli mona-
steri e conventi. Restata anche chiusa la
chiesa di s. Domenico, non volendo più
Dio tollerare che il sepolcro di si gran
santo, già onorato cotanto dalla [>ietà dei
fedeli, e reso glorioso da moltitudine di
miracoli, rimanesse quasi negiello per in-
decenza di esteriore culto, piegò l'animo
di Clemente XI a provvedere ed emen-
dare con solennità di pietosi uffizi la ir-
riverenza dti'leinpi verso il Saulo> come
io8 VER
esprimesiil p. ab. Tosti. iVclunqijell Papa
nel 1703 incaricò il summentovalo mg/
Battelli, Lucio AntonioLoreto vicario ge-
nerale dei vescovo di Sora, ed il pure ri-
cordato p. ab. Anloniaui di Casamari a
discoprire le ossa di s. Domenico, per e*
«porle solennemente alla venerazione dei
fedeli con ampie indulgenze. Volle inol-
tre Clemente XI, che col Ballelli ince-
desse il suo fratello principe d. Orazio
Albani. A' 18 maggio seguì il lieto ritro-
vamento del corpo di s. Domenico, sotto
l'unico altare delia chiesa inferiore, pre-
senti fra gli altri testimoni, il p. d. Gio.
Battista Felici priore di Casamari, ed il
curatore de'beni di questa badia Gio.
Battista de Carolis , colle particolarità
narrate dal p. Tosti. Ala come il Battelli
si fu ritirato la sera al monastero di Ca-
samari, cominciò a propalarsi per Sora,
che sotto colore di ricognizione a vesserò
i deputali pontificii trasportate altrove le
ossa di S.Domenico; laonde levatisi a
rumore i cittadini e dato di piglio alle ar-
mi, chierici e laici corsero alia chiesa del
santo loro protettore, e di viva forza si
chiarirono dell'esistenza delle preziose
reliquie. Dipoi volendo il Papa rimuo-
vere dal sotterraneo il s. Corpo, per e-
sporlo al culto deTedeli nell'altare mag-
giore della chiesa superiore, ed intanto
nel sotterraneo stesso fabbricare altro no-
bile aliare di preziosi marmi a vari colo-
ri,ciò venne eseguilo l'H maggio 1707
con tutte le rormalitù. Cuiripitu il nuovo
altare del sotterraneo, con solennissima
processione vi fu collocata I' urna colle
ss. Ossa, portala sulle- spalle dall'abbate
e monaci di Casamari. Nel 1707 Cle-
mente XI dichiarò i4-°abbate commen-
datario perpetuo, il nipote cardinal An-
nibale Albani (^^.), altro benemerito di
Casamari, pel giù detto e per quanto so-
no per narrare, visitandolo di frequente,
^on per questo lo zio Papa cessò di be-
ueHcare il cenobio e la basilica , poiché
utenlre era 36.° abbate claustrale Ippo-
Ilio Biascoliui, fatto nel 17 io, I'uquo
VER
seguente colla spesa di 4,000 scudi e più,
o di 5,000 come vuole Marocco, fece e-
seguire per la basilica l'altare di già de-
scritto di preziosi marmi a vari colori a
forma di tribuna, più maestoso del pre-
cedente ; donando inoltre un magnifico
tabernacolo di legno intagliato e dorato,
a foggia di tempietto, per custodia della
ss. Eucaristia, e non pochi preziosi sagri
arredi. Nel 1714 "ewnQ eletto 37." ab-
bate Gio. Battista Felce, che fu l'ultimo
della comune osservanza cistcrciense e ad
tempus.
Cisterciensi Trappensidi Calamari.
II cardinal Annibale Albani, zelanteab-
baie commendatario perpetuo, credette
avere giusti motivi di rimuovere dal mo-
nastero di Casamari i monaci cisterciensi
della comune osservanza, che in numero
di 8 passarono in altri monasteri dell'or-
dine; e pieno di ammirazione pe'cisler-
ciensi Trappisti [f^.J, istituiti dal p. d.
Armando Giovanni leBouthillierde Ùan-
cé,eda Clemente XI autorizzali coi bre-
ve Expoiii nohis nnper, de' 19 settem-
bre 1 705, a stabilirsi nella badia di Buon-
sollazzo in Toscana, ad istanza del gran-
duca Cosimo III, ottenne dal medesi-
mo Papa d' introdurli anche nel mona-
stero di Casamari, con ampie facoltà,
contenute nel breve Expoiii nobis nn-
per, de' 7 aprile 17 17, riferito col pre-
cedente nel già citalo Breve ragguaglio
did. Giacomo abbate di Biionsollazzo.
Questi dichiara, i monaci di Buonsollaz-
zo e di Casamari non costituiscono un
nuovo ordine religioso, ma sono veri mo-
naci cisterciensi uniti al corpo dell'ordine,
sotto la dipendenza de'superiori maggiori
delle Provincie; che la riforma ivi intro-
dotta e stabilita, altro non è che l'osser-
vanza esatta della regola di s. Benedet-
to, e dell' antiche costituzioni dell'ordi-
ne di Cistello. Infatti leggo nel medesimo
libro gli attestati di due abbati generali
di dello ordine, cioè d. Nicolò Larcher
con patente del 171 r, e d. Edmondo
Peirot cou pateole del 171G,, che lica-
VER
noscóno \ monaci della Trappa e di
BuonsolUizzo per veri professi dell' ordi-
ne cistcrciense, non che veri osservatori
della regola di s. Benedetto, e degli usi
primitivi di Cistercio. Seguono le Costi-
tuzioni delle badie della Trappa di
Buonsollazzo e di Casamari. Tutlociò
premesso, a Clemente XI e al nipote car-
dinal Annibale commendatario successo-
re nella badia di Casamari, si deve in es-
r introduzione e lo stabilimento degli
sistenli e fìorenti trappensi. Il cardinale
fu il i.° motore e munifico prolettore,
contribuendo molte migliaia di scudi pel
collocamento loro, per rifabbricare i dor*
initorii e le ofllcine, restaurare il chio-
stro, rimodernare i 6 altari delle cappel-
le della basilica, con prospettive di stuc-
chi e preziosi marmi, e oltre il già detto,
pe'molti sagri donativi d'utensili pel di-
Vìu cullo. Fin dal giugno del 1716 ven-
nero da Buonsollazzo a Casamari alcuni
monaci trappensi, e dopo il citalo breve
de' 7 aprile 17 17 il cardinale dieile loro
il possesso dell'antica insigne badia. V'i-
stallò una colonia di 16 trappensi fatti
venire da Buonsollazzo, col p. d. Livio
Giulini ex senatore milanese per i.°ab*
bate perpetuo, come lo furono i successo-
ri, per tale dichiarato daClementeXI col
breve Religionis zelus, emanato mense
maio 1717.11 possesso seguì a' 1 4 aprile,
con rogito del notaro verolano France-
sco Marino. Neil' allegalo breve ponlifi-
cio de'7 aprile, diretto al cardinale, tro-
vo dichiaralo, che l'abbate di Casamari
dev'esser sempre italiano e restare nella
dignità sua vita durante, secondo l'anti-
co uso. Che nell'elezione deve assistere
Del capitolo di Casamari un p. presidente
cistcrciense del reggimento toscano. Che
dimorino nel monastero almeno 12 mo-
naci (in seguito giunsero sino a 4o, com-
presi però i religiosi conversi, come si può
due in oggi). Che i monaci si contenteran-
no, e pel mantenimento loro si assegnano
annui 5oo scudi, ed altro che secondo il
bisogno di vile e vestito, e di suppellettili
VER
J09
sagre, somministrerà l'abbate commen-
datario. Che se i monaci non poniio eser-
citare la predicazione, siano obbligali di
tenere stabilmente nel monastero due
preti secolari, affinchè predichino nella
chiesa, spieghino il catechismo al popolo,
amministrino i sagramenti, ed assislinu
i moribondi (le quali cose al presente si
eseguiscono dagli stessi monaci). Le costi-
tuzioni del p.Rancé furono rese alquanto
più miti dalla s. Sede, conservandone la
sostanza. Nello stesso i 7 i 7 dunque i trap-
pensi furono dal cardinal Albani messi in
possesso del monasleroe chiesa di S.Dome-
nico di Sora, della parrocchia di s. Sil-
vestro, di quella di s. Vincenzo summen-
tovate, e di altre piccole chiese rurali,
con de'foiidi per loro dote e possessioni
situati in Sora,neirisola,in Arpino. L'ab-
bate di Casamari pose in s. Domenico
un monaco e un converso, e dopo qual-
che anno un prete secolare, così alle al-
tre due parrocchie: bensì i monaci reca-
vansi ogni anno a'22 gennaio e a'22 a-
goslu in s. Domenico a celebrare la festa
del Santo e la dedicazione della chiesa,
e ciò fino al 1 789 in cui dovettero lasciar*
la. Allora per decreto di Pio VI, il ve-
scovo di Sora prese la cura di quelle chie-
se. Appena per l'Furopa si sparse la fa-
tua della nuova trappa di Casamari, to-
sto vi accorsero a menarvi vita peitilente
e terminarvi i loro giorni molte persone
ragguardevoli per nascita nobile e per di-
gnità, fra' quali meritano ricordo : Gio-
vanni Exteras cav. di Catalogna e valo-
roso guerriero. Il p. Celestino Pepe no-
bile napoletano, teologo celestino in s.
Eusebio di Roma. Il cav, Dositeo Bous-
sarl di Liegi. D. Francesco Rocmont vi-
cario generale di Meaux. Luigi Vernerò
canonico di Colonia. Il filippino Alessan-
dro de Lovigni, conservando l'abito. Il
cav. Giacomo Bracciolini Fabrizi di Pi-
stoia, per ^o anni monaco e cellerario.
Il cav. Vittorio Avogadro di Piemonte.
Guglielmo Francesco de Beauvasin di
Dol. G. Aulouio Welssely di Praga gene-
no VER
rale imperiale. Il cav. Giuseppe Giaco-
mo (Ji Waldsasseu di Ralisboua. Il cav.
Dometiico Jareitte de CaJJiinisla Bmye-
red'Aviguone,inorloin coocelto disatili-
tà nel 1765, di cui si stampò l'esempla-
re vita nel seguente in Roma dal p. ab.
Callaridaui. Il cav, Pietro Igneo Aldo-
brandini fìorenlino. Tutti professarono
in Casauiari vissero penitenti e morirono
santamente. Non poclii Irappensi di que-
sto ceiiobio meritarono d'essere illustra-
li colle stampe, cotne col libro t I prodi-
gi della i^razia, Venezia 1742- D. Ma-
lachia dMiiguimbert fu fatto arcivescovo
di Teodosia in partibus,e colla ritenzio-
ne del titolo arcivescovile nel 1735 fu
traslato a Carpentrasso sua patria, ove
inori nel 1 737. — Ma si retroceda al i.°
tibbate trappense Giulini e 38."della ba-
dia,cbemori nel 17 18. Io questo gli suc-
cesse il 89.° abbate Alessio Duvia nobile
bolognese, che rinunziò nel i 72 i. Gli fu
surrogato in 4o.''abbate Placido II Pez-
7.ancheri nobile piacentino, nel i 726 fat-
to vescovod'Imeria inpariibus ,\\e\ 1728
traslato a Tivoli, rinunziò l'abbazia sol-
tanto nel 1752, e mori in buon odore
di santità a Tivoli nel 1757, a sua in-
tercessione avendo Dio operate alcune
grazie. 11 Nerini citato encomia la sua
dottrina, pietà e soavi virtù. A suo tem-
po il cardinal Annibale, nel 1750 rinun-
ziò la commenda al nipote cardinal Gian-
francesco Albani (^.). Nel 1 732 divenne
4 1 -"abbate Isidoro Maria Ballandani ve-
neziano (per pontifìcia elezione. Sembra
che prima anche in Casamari i religio-
si eleggessero I' abbate, come si pratica
nelle trappe, che però sono numerose di
monaci e composte da un centinaio di
essi, e senza conferma sono istallati nel
{governo), giàeremita camaldolese dotto e
singolare gran maestro di spirito, perciò
consultato da moltissimi, ed al qualescris-
se ila Aiieuzo s. Alfonso M.' de Liguori
a'i4 febbraio 1778 lettera che si conser-
va in Casamari, ringraziandolo delle cor-
tesie prodigale ad alcuni di sua congre-
VER
gazione, cli'eransi recati a SclfcHi per ve-
dere il luogo che voleva loro cedere l'ab.
Arnaud; pregandolo a interporsi con es-
so e col vescovo di Veroli, pe' debiti ac-
cordi. Egli fece njolti acquisti di fondi ru-
stici a favore del motiaslero, oltre la va-
sta tenuta della Selva di Lantero nel ter-
ritorio di Monte s. Giovanni e di V^ero-
li. Per le deplorabili vicende de'lempi e
le novità religiose di Toscana^ restò af-
flitto nel setitire nel 1782 soppressa la
trappa di BuonsoUazzo. Morì il p. Bal-
landani nel 1788, dopo aver scritto le
vite de' suoi monaci penitenti, alcune
delle quali pubblicò, e lasciato mss. uà
commentario sul i ."concilio diNicea. Nel
I 790 fu (dal Papa, come i successori ab-
bati) eletto 42. "abbate il p. d. Romualdo
de'principi Pirelli napoletano, anch'egli
stato eremila camaldolese, dolio e santo,
poi impiegato da Pio VII in missione di-
plomatica a Ferdinando IV re delle due
Sicilie pel tributo della Chinca e la diuji-
nuzione de* vescovati ne' due regni; dal
qual Papa fu pure deputalo visitatole
straordinario del proto-monastero «li
Monte Cassino, e morì santamente nel
1822; ma non poco do vi òri parlarne. Nel-
l'archivio di Casamari si conservano pre-
ziosi e copiosi documenti sugli accennati
argomenti. Qui però conviene far sosia,
auzi retrocedere, per narrare i memora-
bili avvenimenti succeduti nel periodo
in cui visse il Pirelli. E primieramente,
per le falalissime vicende che per sem-
pre renderanno infausto il declinar del
secolo XVIII, dal 1 798 al 1 800 Casama-
ri accolse ospitalmente molli preti e reli-
giosi di vari istituti emigrati dalla Fran-
cia rivoluzionata, che((uivi si fecero Irap-
pensi e vi morirono santamente. E per-
chè in questa lagrimevole epoca Casama-
ri fu molto numeroso di monaci, Papa
Pio VI concesse al p. ab. Pirelli due al-
tri monasteri per collocarvi de' monaci 0
stabilirvi l'osservanza trappense: l'uno fu
quello di Fossanuova, donato col breve
Cui/i sicut iiupcr acccpimuSf i\i:'2j giù-
VE R
gno I 793 ; l'aUro fu il collegio di s. Ana-
stasia già de' gesuiti, in Mussa Lubrense,
(louatodalreFerdinandoIVcoIla rendila
d'annui dùcali 3ooo, ed approvazione di
Pio VI con Ietterà autografa de'aSsellem-
bie 1 798. Questa 2/ trappa fu nel 1 806
soppressa da Giuseppe Bonaparle occupa •
tore del regno diNapoli. L'altra poi di Fos-
sanuova fu soppressa nel 1 8 r o dal gover-
no francese. Restituito il oionaslerodiFos-
sanuova aCasaajari,da Pio VII neli8 i 4,
ì trappensi non vi ritornarono, essendone
Stali alienali i beni. I pochi restati nel
1825 con beneplacito apostolico vendè
il p. ab. Micara, per rinvestirne altri in
Casamari, rassegnando Fossanuova a
Leone XII, il quale lo die' a' certosini
di Trisulli, — A mia confusione, per la
lettura di questo mio Dizionario, aven-
do trovato singolare grazia col p. d. Co-
lombano Maria Longoi ia romano, mona-
co professo e bibliotecario di Casamari,
passato a miglior vita, oltre l'avermi
favorito, di molo proprio e per affetto
all' archi-cenobio, parecchie notizie ve-
ridiche e autentiche riguardanti Casa-
mari, eziandio si prese la pena di ri*
cavare con laboriosa fatica dall' insigne
archivio dello stesso cenobio, di cui era
custode, cioè da' documenti originali e
non conosciuti, un fedele e prezioso tra-
sunto, per mio uso, sulle memorie de' 6
monaci di Casamari, servi di Dio, tra*
cidati nel monastero da' giacobini em-
pi e increduli, in odio della religione cat-
tolica a'i 3 maggio 1799, 2." festa di Pen-
tecoste; il che eseguirò nel più impor-
tante, come promisi nel voi. LXXIX, p.
187, secondo il savio intendimento del
laudato mio amorevole religioso, a rao-
dodisemplice raccontoislorico senza con-
travvenire a' decreti di Urbano Vili,
nel toccare alquanto della santa vita, vir-
tù e miracoli da Dio operati a loro inter-
cessione; a gloria ed esaltazione della s.
Religione e sua Chiesa, ad onore e lustro
del monastero di Casamari, anzi partico-
lartueale della Francia,per essere Aaucesi
VER III
4 de'6 servi del Signore sagrificatljin fine
per edi ficazione de 'fedeli ,i quali della bar-
bara uccisione non sanno che poche e sem-
plici parole riferite nelle diverse verbali
narrazioni, mentre i documenti originali
non sono visibili a tutti i monaci. Credo
opportuno far precedere il mio estratto,
per maggiore intelligenza, con anzi tutto
ìar cenno de' G monaci uccisi, i."!^. d.
Domenico Diaria Zadrzel, boemo, al se-
colo Gio. Crisostomo, nato in Codonio
diocesi di Praga, e giù nel covento di s.
Sabina di tal città fu dotto sacerdote pro-
fesso domenicano e maestro in teologia.
Colle debite licenze si ritirò dal suo ordì-
ne per menare vita più austera in que-
sta trappa, ove recossi di 5i anni e ri-
cevè l'abito di novizio col detto nomea*
6 giugno 1777. Rinnovati isuoi voti so-
lenni divenne priore, indi maestro de'no-
vizi, cariche da lui esercitale con niira-
l)ile diligenza. La vita di lui fu esempla-
re, pali con pazienza molti mali corpo-
rali, senza mai lasciare la quotidiana ce-
lebrazione delta messa. I superstiti vec-
chi della diocesi che il conobbero ne par-
lano con lode e lagrimando. Dopo la tra-
gica sua morte volleDio operare un mag-
gior numero di prodigi in proporzione
di quelli futi pegli altri uccisi, anco per
essere sempre da' fedeli pel i.° invocalo
implorandone il patrocinio. Egli è per
questo, che mosse la benignità del p. Lou-
goria a inviarmi in divoto dono graditis-
simo un pezzo di uffizio da lui scrilto e
per più anni usalo, precisamente: Fé-
slum Puritalis B. Mariae Virginis, con
gentile autentica a me intitolata. 2.°P.
d. Simone Maria Cardon di Cambray,
già sacerdote monaco professo della con-
gregazione di s. Mauro in Parigi. Nel tem-
po della rivoluzioneetrovandosi nell'as-
semblea, indignato degli applausi dati a
un infelice sacerdote prevaricato, per a-
vere inveito contro la religione cattolica,
acceso d' eroico zelo volle ascendere la
tribuna per declamare contro l' empia
doUriua professala dairindegao ecclesia-
US VER
stico; ma appena cominciò, il popolo con
ischiamazzi gt' impose a disceiKlere. Eil
egli con coraggio restò sulla bigoncia, con
protestare: Audi io ho la libertà di par-
lare j e proseguendo intrepido, confutò
tutto il riprovevole detto dal sacerdote
corrotto. Accorgendosi poi che si voleva
uccidere, fuggì a Roma, patendo influiti
strapazzi, dall' idioma francese venendo
creduto giacobino; si portò quindi iiiCasa-
tnari ad abbracciarne ristituto,dopo l'an-
no del noviziato professando a'5 maggio
1797, e subito fu fatto priore e cellera-
l'io del monastero. Esemplarissimo e os-
servantissimo della regola, ebbe somma
carità con tutti, pazienza co'mali che ne
afiliggevano il corpo; e secondo il da lui
predetto, che dovea soffrire molte tribo-
lazioni, a' 5 del 1799 da^soldati napole-
tani ([ual creduto giacobino fu arrestalo
mentre orava nel capitolo, co'piedi nudi
secondo l'antico uso trappense, e condot-
to prigione a Sora; indi conosciuta la
sua innocenza rdasciato. Tornato al mo-
nastero, fu consiglialo a ve>tirsi da seco-
lare e fuggire, onde evitare le barbarie
de'soldali francesi che doveano giunger-
vi reduci dal regno napoletano. Ma egli
dichiarò non volersi muovere, ed esser
contento morire col s. abito, col quale
fu da essi trucidato. 3." t*. ti. Albertino
Maria Afnisonadcdì lìordeaux, fuggilo
dalla Francia per la rivoluziune, fu am-
messo in Casa mari tra' coristi, ed a'20
novembre I 792 fece la professione e rice-
vè la cocolla: ottitno religioso, meritò l'uc-
cisione per la s. [leligione nostra. 4.° Fi'-
Zosiino Ilaria Dranibat nativo di Mda-
no, nel 1792 vestì in Casamari l'abito o-
lilato converso, cominciò il noviziato nel
no vend)re 1 794 e fece la professione sem •
plice: anch'esso ebbe la gloria di morire,
come sopra. 5.°Fr. Modesto Maria Bur-
gen di Borgogna, ex religioso della real
trappa di Sette Fonti,da dove partì perla
rivoluzione, si recò in Casamari e ivi pa-
tì come i [>reccdenli beata morte. G.Tr.
Maturino Maria l'ilri diFoululuebleau,
VER
figlio del giardiniere del re di Fran-
cia. Arrolato per forza nell'armata d'I-
talia di Bona parte, uialatosi d'asma e di
fortissima febbre, nel gennaio 1799, con
nitri I I soldati infermi, fu mandato allo
spedale della Passione in Veroli. Tosto
il medico lo spedì, e ordinò la confessione
che prontamente fece coll'encomiato ser-
vo di Dio p. Cardon, il quale lo trovò in
istato d' innocenza. Avendo il Pitri pro-
messo farsi religioso in Casauìari se Dio
lo guariva, restato esaudito pi'oiligiosa-
mente nel S.^giorno, il p. Cardon notte-
tempo lo condusse in Ciisamari, vestì lìaU
V abito di novizio converso, ed ebbe poi
la sorte di perire per la s. Religione. Ed
eccone il motivo, e così quello degli altri 5
servi diDio tenuti per martiri. Raccontai a'
suoi luoglii,colla<y/or/rt, che rivoluzionala
la Francia, proclamata la repubblica, abo-
lita la s. Religione, decapitali il virtuoso
Luigi XVI, e le infelici regina nìoglie e
sorella, invasa e democratizzata 1' Italia,
inclusivamente allo stato pontificio, de-
tronizzato Pio VI e condotto prigione a
Valenza; i giacobini republilicani fran-
cesi presero di mira anche Ferthnando I V
e il suo regno delle due Sicilie^, che non
mancava di sellarli, sebbene la massa del
popolo era religiosa e fedele al re, ecapi-
nati da Championnel e da Macdonald,
cominciarono ad invadere il reame di
Napoli nel declinar del 1798, onde il re
colla famiglia reale a'3 i dicembre ripa-
rarono in Sicilia. Segnalarono i francesi
l'ingresso in Napoli col massacro a' 23
gennaio 1799- Insorte dissensioni fra
Championnel , gli altri generali, ed i com-
missari repubblicani, non si agì colla do-
vuta energia per soltometlere le provin-
cie. Quesl' insorte contro gì'. invasori, a
secondarle il re mandò loro a suo vicario
il cardinal Rulfo, ed allora l'insorgenza
divenlò in molli luoghi generale: Clmai-
pionnet fu richiamato a Parigi, ed a
Macdonald restò lutto il supremo c(»-
mando. Seguirono fazioni, comballiniL'ii-
ti,sliagi, liuchcScheieicouiandò a Mac-
VER
(ìonald di recarsi col suo esercito Terso
l'alta Italia. Cominciando i francesi la
ritirata, estorcendo dovunque (|uaulo pò*
terono avere di contribuzioni, sul prin-
cipio di maggio si radunò tutto l'eserci-
to francese a Caserta. Lasciale piccole
guarnigioni iu Castel s. lilmo, Capua e
(▼aeta, a'. 7 maggio Macdonald levò il
campo a Caserta e si avviò verso Roma,
facendo marciar l'esercito in due colon*
ne, una per la via di Terracina e l'ultra
per Sora. Quest' ultima eh' era compo-
sta delie divisioni di Lemoine e di Oli-
vier, giunse nel dì 1 i sotto s. Germano,
e dovette aprirsi la via col prendere quel-
la città d'assalto e incendiarla in parte.
IVuova e ostinata resistenza incontrò essa
nel seguente giorno 12 ad Isola, ove gli
insorgenti eransi fortificati per contrasta-
re il passaggio del Liri. I francesi non
pervetmeru ad impadronirsi di quella ter-
ra,che dopo un micidiale assalto di 5 ore,
e la incendiarono, come narra pure l'an-
tialista cav. Coppi. Dalla memoria quin-
di del p. Colombano sì trae, che discac-
ciati i giacobini repubblicani francesi dal
regno di Napoli, in numero di i5,ooo
circa, la maggior parie dopodi averda-
to sacco e fuoco all'Isola di Sora, passa-
rono per la via di Casamari, e nel d'i i3
maggio I 799 presero alloggio in questo
inonastero,a cui recarono molti danni per
3 giorni. Allora il priore p.d. Simeone Car-
doo francese die' subito ordine a' frati
conversi ed a' minislri, di dar da man-
giare e bere alle truppe, e quant' altro
avessero chiesto; fu puntualmente ubbi-
dito,ed egli stesso volle servirli. Ma alcu-
ni di tali soldati, veri giacobini, dopo a-
ver mangiato e bevuto a sazietà, e getta-
to nelle cantine molto vino eolio, sulle
ore 20 corsi in chiesa aprirono il ciborio
del maggior altare, presero la pisside e
versate per teira tutte lecousagrale par-
ticole con disprezzo, portarono via il va-
so sagro. Avvedutisi di tale euormeem-
pielà alcuni monaci e secolari, il p.d. Do-
fueuicoZuùrzel e d.Beriiardiao Cianchet-
vot. xciv.
VER X.3
ti di Colle Berardi, frazione di Verdi, ce-
lebre cantore pontificio, raccolsero con
somma riverenza tutte le sagre partico-
le e posero in calice d'ottone, che chiu-
sero nel ciborio particolare esistente nel
credenzone maggiore della sagrestia. In-
di tornali in chiesa i medesimi soldati,
ruppero il prezioso tabernacolo dell' al-
tare maggiore, di marmi a vari colori,
amiitaccarono lecolonne e i pilastri del-
la tribuna; poi passati alla sagrestia, ne
ruppero la porta e tutti i credenzoni, e
si posero a disflire i reliquiari. A tal ru-
more, accorse in chiesa un loro udìziale
colla spada nuda, forse buou cristiano,
per cacciare que' soldatacci; e recatosi in
sagrestia, prese il calice colle sagre parti-
cole, lo consegnò al converso fr. Dome-
nico Celmi milanese, e questi lo die' al
corista d. Eustachio Migliorati di Città
di Castello, che nascostolo in petto lo por-:
tò nella cappella dell'infermeria e na-
scose neir urna dell'altare. Appena par-
titi d. Eustachio e il buon ufiìziale, entrò
nella cappella un sacrilego soldato, e pre-
so il calice versò per terra le sante parti-
cole, portando seco il vaso. Da lì a poco
il p. Zaùrzel accortosi del rinnovato or-
rendo caso, si pose a raccogliere quell'o-
slie consagrate, e sopraggiunlo il conver-
so fr. Dositeo Ciovaglia di Pofi, andava
indicandogli ov' erano sparse, in che si
unì il p. d. Albertino Maisonade, tutti e
tre piangendo l'oltraggio fatto aliasi.
Eucaristia. Il p. Zaiirzel involte le sagre
particole io un corporale, le depose nel-
l'urna donde erano stale tolte. Ma ecco
subito venuti nella cappella 3 feroci sol-
dati e fattisi soprai 3 monaci li frugaro-
no addosso e nulla trovando, aperta l'ur-
na dell'altare si presero il corporale col-
le sante particole, e Dio sa l'iniquo uso
che ne avranno fatto. Indi rivoltisi a're-
ligiosi domandarono argento^ ed essi a-
vendo risposto non possederne, subito
que' barbari dierono due forti colpi di
sciabola in testa al p. Albertino, che ca-
duto in terra fraaiiuutiivi reserauima
8
ii4 VER
a Dio. Scagliarono quiudi due altii colpi
di sciabola a fi. Dositeo, uno al fianco e
l'altro al braccio deslro, e cadde in terra
svenuto. Eivollìsi poi con più furia sul
p. Zaiiizel gli menarono due vigorosi fen-
denti di sciabola sul capo e altri nel cor-
po, il quale cadendo, appena pronunzia-
lo Jesus Maria, adorabili nomi a lui fij-
luigliari, immediatamente rese l'anima
al Creatore. Dopo un quarto d'ora i me-
desimi forsennati soldati, tornati nella
cappella, fecero la cerca sui 3 religiosi gia-
centi in terra, e avvedutisi che fr. Dosi-
teo ancora respirava, lo presero pel cap-
puccio e alzatolo con furia lo rigettaro-
«o in terra, dicendogli : Giacche non ci
avete voluto dare argento, fate ora la
dorma. E cavate loro le scarpe, con que-
ste partirono. Fr. Dosileo potè quindi
fuggire dal monastero, curarsi e guarire.
Dopo aver que' soldati sparso tanto in-
nocente sangue, corsero ogni ai>golo del
monastero in cerca del p. ab. Pirelli per
farlo a pezzi; ma egli avea prevenuto
r arrivo dell' indisciplinala truppa, cou
rifugiarsi in Palermo presso Ferdinan-
do IV, di cui era compare e consigliere.
Intanto il priore p. Cardon avvedutu^i
dell' empio e tragico operalo de' soldati,
si nascose nell' orlo, ma poi per amore
verso i suoi monaci, fattosi coraggio ri-
tornò nella sua cella, vicino a quella del p.
abbate. Appena giunto, tosto fu assaltato
da'solda ti; e cerca lolonelle tasche gli tolse-
ro due scudi che poco avanti aveagliman*
dato per limosina il general Rusca. INoa
contenti, vollero altro denaro e il tesoro
del monastero; ed avendo il priore rispo*
sto non averne, i crudeli cominciarono a
tormentarlo con colpi di sciabola sul ca-
po, e nulla loro fruttando, finirono con
ispaccargli la testa in più quarti, anche
con mannaia da guastatore, tagliandogli
in minuti pezzi le sagre dita. Poscia nei
corridore del noviziato, con archibugia-
la e sciabolale trucidarono fr. Modesto
Burgen ; ed egualmente scolpi di fucile
e sciabole ivi uccìsero fr. Maturino Pi-
VER
tri che subito mori nella sua cella. Altra
vittima di questi diabolici sanguinari fu
fr. Zosimo Brambat, ferito mortalmente
con colpi d'archibugio e di sciabole, nella
stanza terrena che conduce al refettorio
e alla spezieria monastica : lasciatolo se-
mivivo, potè poi fuggire e nascondersi,
ma nel 3.°gioino volendo andare a Bau-
co per ricevere 1' olio santo, nell' uscire
la porta ntorì, ed il suo corpo fu riunito
a quelli degli altri 5 uccisi suoi fratelli.
11 portinaio fr. Egidio Corticelli milane-
se, decano de'conversi, restò ferito mor-
talmente da colpi di fucile e sciabole, nella
testa e braccia; poi guarì, restando però
airettodaquolidiane penose vertigini, che
sopportò con edificante pazienza e mori
in buon odore dopo 3 anui. Finalmente il
corista p. Palemone Baret savoiardo di
Guilliou)tne, ntentre scendeva le scale del
professorio per fuggire, per miracolo del-
l'immagine della B. Vergine dipinta a ca-
po della scala, la palla della schioppettata
sparala su di lui andò a colpire il muro.
Quindi nascostosi nel campo della clau-
sura detto la Pastoreccia, essendosi di-
menticato del breviario, coraggiosamen-
te tornò a prenderlo in cella, senza esser
visto du' furiosi eoldati di cui eia pieno
il monastero. Gli altri monaci si salvaro-
no, alcuni calando per le finestre, altri
uscendo pel clauslro si nascosero tra'gra-
ni qu^ìsi maturi della Pastoreccia, pas-
sando in quella funesta notte da' pp. li-
guorini nel vicino contado di Scifeili,
altra fi azione di Veroli. Da ultimo, le
vandaliche truppe repubblicane, dopo a-
ver fallo orrendi danni al monastero, ru-
balo il più bttono che poterono trovare,
lacerali e dispersi per le pubbliche vie
non pochi libri della biblioteca, nella più
parte salvati in grazia d'alcuni buoni uf-
flzìali e secolari ; dopo aver tentato di dar
fuoco al monastero, lasciale sturate le
cannelle di aS botti di vuio, che si spar*
se per le cantine, e per esse pur disper-
so moltissimo olio con rompere non po-
che velliue; partirono tulle da Cusamari
VER
hel 3.''giorno dell'infausto loro ingresso,
lascìaiidu deplorabile memoria dell' ini-
quità e liratmie commesse, meutre procla-
mavano col cannone la libertà, 1* egua-
glianza e la sedicente fratellanza! Allora
6 monaci a'quali era riuscito nel fatale 1 3
maggio di fuggire a Scifelli, corsero su-
bito nell'amato monastero di Casamari,
e nella sera de' i6 raccolti i venerandi
corpi de'6 monaci barbaramente uccisi,
fra le lagrime e le preci li portarono nel
camposanto, ove nel i. "quarto di bu^so
a sinistra della porta, fatti 3 fossi cou
murelli divisorii, in ciascuno collocaro-
no separati due monaci e coprirono di
terra, ponendo sui lori capi capitelli mar-
inorei, ciascuno con cannello di piombo,
ed entro pergamena col nouje, cognome,
patria e caso tristo di ognuno, ultre le
solite croci; il tutto cou opera del sud-
detto p. Baret valente meccanico, che
lutto poi narrava a correligiosi finché
visse, morendo santamente nel i SSg. Es-
sendosi subito propalato per tutta la dio-
cesi di Veroli il tragico avvenimento del
massacro dc'monaci, e la desolazione del
monastero, mg/ Rossi vescovo di Vero-
li, e mg." di Pietro delegato apostolico di
Roma, spedirono in Casamari qual pre-
sidente e superiore interino a fine di riu-
nire e governare i monaci, il p. Bonaven-
tura Trulli di Veroli,de'minori conven-
tuali, il quale governò il monastero io
mesi^ sino al ritorno del p. ab. Pirelli. 1
6 servi di Dio uccisi, dopo la loro tumu-
lazione, per circa 3 anni operarono per
virtù divina molle grazie e prodigi a quel-
li che loro si raccomandavano, ed i più
strepitosi furono rogati per gli atti di
pubblici notari e Ormati da testimoni, a
cura del presidente p. Trulli, descritti
in i4 fogli autentici e depositati nell'ar-
chivio, il cui trasuuto eziandio mi donò
il virtuoso p. Colombano, col titolo :Z?/"c-
ve Catalogo delle grazie ec. Essi sono
i3, fra' quali ne furono beneficali 3 ve-
rolani,4 segninì,2 arpinali, unceccane-
sc. Perciò quotidiano era il eoucorsu di
VER ii5
popolo divolo a Casamari, a raccoman-
darsi a' 6 Servi di Dio trucidati, laonde
bea presto le mura del cimiterio furono
coperte di tabelle votive di riconoscenza
e attestazione di grazie ricevute; il che
disturbando la pace del monastero e la
quiete trappeose per l'incremento degli
accorrenti, non potendoci più tener chiu-
so il camposanto, nel i8o3 il p. Pu'elli
abbate di Casamari, e dicesi anche il ve-
scovo di Veroli, per virtù di santa ubbi-
dienza ingiunsero a' 6 monaci di non l'a-
re piùgrazie, e furono ubbiditi. Il p. Ba<
rei sempre raccontava, come il p. ab.
Pirelli recatosi al cimiterio comandò lo-
ro di cessare dal far prodigi, ed essi ubl^i-
diruno al proprio abbate anche dopo
morti (altro esempio simile l'ho riferito,
parlando de' Cerlosiui). D'allora in poi
la loro tomba restò deserta, benché i di-
voti non lasciarono di quando in quando
di fare istanze pel trasfei imeuto in chie-
sa de' venerandi corpi. Tuttavia non si
elJeltuò, benché non si lascia di pensare
a soddisfare i pubblici voti, per disotter-
rare que' venerandi corpi e trasportarli
in chiesa. La (Iducia de'fedeli é ancor vi-
va, e bene spesso si recano al cimiterio
ad applicare de' panni sui loro sepolcri,
prendono uu poco della terra e dell'er-
ba che li ricuopre, e dicono riporlarue
alcuu buon elfetto, senza però che i 6 mo-
naci abbiano fatto più que' prodigi di
prima. La loro memoria non è stata mai
pubblicata colle stampe, ed io ne ho la
di vota compiacenza, anche per aumento
di splendore al celebratissimo archi-ce-
uobio, per le fervorose ricerche del p. d.
Colombano Longoria, terminate a'28 di-
cembre i855. — Ora col p. Tosti, prima
di compiere la mia monografia su Casa-
mari, debbo dire alcunché della chiesa
di s. Domenico di Sora, per ragione del-
l' epoca discorsa. Nou era ancora corso
un secolo dall' invenzione del corpo del
Sauto, che una terribile tempesta venne
a turbare la pace del suo sepolcro. Im-
perocché traboccatasi uel reame uapole-
ii6 VER
tfluo la rivolutìoDe fraucese, eiufuriao-
do per le soriane coutrade le forestiere
milizie, avveDuero abbominevoli cose
nella chiesa di s. Domeuico. Queste mi-
lizie, ossia 1 francesi, tra per la licenza,
che sempre accompagna i conquisti, e
certo delirio che si era appiccato alla loro
patria di tnauomellere quanto fosse di
antico, irruppero nelle sante mure come
farnetici. Predarono, guastarono, sbeileg-
giarono ì sagrosanli misteri. Arsero il
simulacro del Santo, e si servirono delle
suppellettili degli altari a sacrilegamente
cuocere le vivande; e poi con multo tri-
pudio si misero a banchettare nella casa
di Dio, dicendo e facendo cose da demo*
uii. E pensandosi, che un assai grande
tesoro chiudesse il sepolcro del Santo, si
levarono per {sconciarlo, e cavarne la de-
siderata preda. Ma Dio il guardava di so-
pra, tenerissimo com'egli è dell'onore de'
santi suoi; e in quel punto che le rapa-
ci mani tiravano fuori il sarcofago, tra-
balzò fortemente la terra da non lasciare
in piedi i rapitori, ed il fiume repentina-
mente gonfiò e corse fuori delle sponde.
Uno smisurato spavento incolse que'pro-
fanatori del luogo santo; i quali tosto si tol-
sero all'iniqua opera, e si dettero a preci-
pitosafuga,temendoche qualche nascosta
insidia de' sorani non covasse sotto quel
terreno. 1 sorani ch'eransi armati per re*
spingere colla forza dalla città i francesi,
come li videro fugati, non per umana
virtù si tennero liberati dal guastatore
uemico, ma pel loro s. Domenico, fattosi
intercessore presso Dio. Per la qual cosa
uscirono tosto dalla città, e vennero alla
chiesa del Santo a rendergli un pietoso te-
stimonio della loro riconoscenza, cantando
salmi e inni al Dio degli eserciti. Tolse*
IO da quella le s. Ossa e se le recarono in
città, collocandole nella chiesa dis. Resti-
tuta, non solo a guarentirle dal pericolo
di altre profanazioni, ma anche a farne
quasi propugnacolo di salute alla minac-
ciala patria. Frattanto tornato iu Cusa-
niari il p. ab. Pu'«lli| cou molla spesa di
VER
denaro, che tolse dalia principesca sua
casa paterna, ristorò il saccheggiato e ro-
vinato monastero. Nel i8o3 mor"i ilcar-
dinal Gio. Francesco Albani, decano del
sagro collegio e i5.°abbale commenda-
tario, con molli debiti, e Pio VII concesse
agli eredi,per saldarli, l'indulto di soprav-
vivenza del godimento della badia per 4
anni.I ndi il Papa nel 1 8o8 conferì la com-
menda a mg.' Alessandro Laute {f".), te-
soriere generale, poi neliBiG cardinale ;
ed essendo morto nel 1 8 1 8 ancor lui cou
debiti, Pio VII accordò per anni 8 l'indul-
to di erogarsi le rendiledella badia diCasa-
mari per pagarli, e per aiutare due nipo-
ti del defunto, dichiarandone ammini-
stratore lo spertissimo mg/ Nicolai. Ma
prima di taleepoca, ecco nuove desolan-
ti vicende ; occupato lo slato pontificio
dagl' imperiali francesi di Napoleone I,
e nel 1809 deportato Pio VII; mentre
già il regno di Napoli era stato invaso
dalle slesse armi, e dato prima a Giusep*
pe Bonaparte, poscia a Gioacchino Mu-
rai. A suo tempo e nel 1 8 1 o i sorani nella
2." domenica dopo Pasqua, cou molta so-
lennità di ritoe concorso di popolo, ripor-
tarono alla sua chiesa il corpo di s.Dome-
nico, decretandosi annua festività per tut-
ta la diocesi di commemorazione a tale
traslazione. 11 governo francese nel set*
tembre 181 1 soppresse ancora l'antichis-
simo monastero di Casamari: furono e>
spulsi i monaci, e la pregevole biblioteca
coll'importanlissimo archivio furono ira-
spottati in Veroli. Il monastero ed i be*
m si dierono iu alTillo a'secolari,che poi
caddero in miserie e guai 1 Nel maggio
i8i4 ritornato Pio VII alla sua sede e
reintegrato del suo slato, come il re delle
due Sicilie nel seguente anno del proprio
regno, ripristinati gli ordini religiosi, nel
settembre di detto 1 8 1 4 cu» decreto pon-
tificio fu restituito Casamari a'trappensi,
e vi ritornarono: n'ebbero pure i beni ru-
stici, la libreria e 1' archivio, l'uno e l'al-
tro però mancanti di alcuni libri e scrit-
ture^ per esierit limasti, cou altre t obe,
V ER
in deposito di persone paiiicolari, le qua-
li, senza scrupoli, non si presero il pen-
siero di testituirle. Il monastero poi fu
trovato spogliato di tutto, senza neppu-
re i telari delle finestre, ed i chiodi alle
pareti; cos'i la chiesa, tranne leduecam-
paneavanznte allo spoglio generale, e co*
etti cadenti. A tutto riparò lo i'elo del
generoso p. ab. Pirelli con molte migliaia
di scudi tolte dalla casa paterna, ed a lui
date dalla pietà della principessa di Car-
pino di Maggio sua sorella. Con tali fon-
di fece ristorare la chiesa e la fornì de-
gli utensili e suppellettili sagre; riparò il
monastero, le oflicine, le celle provveden-
dole dell'occorrente, e resolo abitabile, i
monaci vi ripresero le mirabili osservan-
re trappensi. Mori il benemerito p. Pi-
relli, come già dissi, nel 1822, nel con-
vento da* minori osservanti di s. Marti-
no in Veroli, ove vennero celebrati i fu-
nerali, con orazione funebre pronunziata
dal summenlovato d. Nicola Crescenzi
canonico penitenziere; e quindi fu il ca-
davere trasportato nelle tombe abbazia-
li nell'aula capitolare di Casamari, nella
cui chiesa si ripeterono l'esequie con e-
Jogio funebre recitato dad, Virgilio Duc-
ciarelli abbate di s. Maria de' Francnni
defunto. Quindi Leone XII a' i3 luglio
l824dichiarò visitatore apostolico di Ca-
tamari d. Sergio Maria Micara di Frn-
»c<7/i, eremita camaldolese di Monte Co-
rona, ed avendo egregiamente eseguita
la sua visita, ed abbracciato I' istituto
frappense, quel Papa lo fece benedire in
43.° abbate di Calamari da mg.' Ci-
priani vescovo di Veroli, gli 8 settem-
bre. Di più a sue istanze il Papa miti-
gò diversi usi antichi e rigorosi del mo-
nastero. Invece i monaci di dormire tut-
ti in camerata, ciascuno ebbe la su>i cel-
la, soltanto con pagliariccio e coperte di
lana, potendo dormire con tonaca e pic-
colo scapolare, in vece dell* ampia eoe-
colla. Nel vitto ancora concesse riforma
indulgente, permettendo dopo il pranzo
e la cena mezz'ora di riunione, parian-
VER fif
do di cose oneste ed edificanti. Nel 1826
ritornati liberi i beni della commenda
abbaziale, lo stesso Leone XII la confe-
rì al cardinal fr. Lodovico Micara (f.)
di Frascati, cappuccino e cn^'.no dell'en-
omiato abbate claustrale, che morì nel
184.7 molto benemerito di Casamari, e
decano del sagro collegio, vescovo d'O-
stia e P^ellefri, e di questa anche legata
apostolico. Narrai nel voi. LXVII,p.2o4,
che la pietosa munificenza di Ferdinan-
do Il re delle due Sicilie, bramando che
tornasse a nuova vita il monastero e la
chiesa di s. Domenico, con diploma de'3
novembre 1 83 i ne investì il cardinal Mi-
cara abbate commendatario di Casama-
ri, riunendola così in uno stesso commen-
datario come era prima di Giulio II. Il
cardinale deputò il suo parente p. ab.
Micara a prenderne il possesso nella fe-
sta di s. Domenico. Così dopo lunghi an-
ni quelle beate mura rividero i monaci
di Casamari, e ne udirono le salmodie;
indi con assidua amministrazione de'sa-
grainenti, ristorarono le belle memorie
tiel santo lungo. Diche presero tanta edi-
ficazione i sorani e del contado, ch'entrò
in un pietoso desiderio di veder sempre
qiie'monaci nella deserta badia, di ascol-
lare il salmeggio e di ricevere da essi le
consolazioni della fede: il popolo non di-
mentica il passato. Al qual desiderio as-
sociandosi mg."^ Lucibello vescovo di So-
ra, congiunta l'opera sua a quella del ze-
lante p, ab. Micara presso il re di Fer-
dinando II, ottennero poi quanto sono
vicino a dire. Intanto nello stesso 1 83 r il
p. ab. Micara supplicò il Papa Gregorio
XVI, che non volendo accettare la sua
rinunzia e farlo ritornare alla vita eremi-
tica camaldolese persino senza voce atti-
va e passiva, almeno a toglierlo dalle an-
gustie che l'addoloravano, per non poter
sempre abitare nel monastero, a cagio-
ne de'suoi incomodi e delle malattie sof-
ferte pel clima, lo volesse fornire di qual-
che mezzo per ultimare alla meglio un
fabbricato nella possidenza d«l menasi*-
ii8 VE^
IO, dislanteda esso circa 3 miglia, d'aiia
olliinae di bella posizione, per formarvi
un piccolo locale di osservanza, e vigilare
su'giovani professi che via vrebbechiauia-
to dì tratto in tratto, cioè quelli che avesse
slimato bisognosi di consiglio e di clima
più salubre, fissandovi lo stesso metodo
di Casamari; e così abitando questo luo-
go, e per la vicinanza frequentando il
monastero, troverebbe un sollievo e una
quiete alla sua coscienza, dove in fine si
accrescerebbe una casa per lodareDio not-
te e giorno, ed implorare eterne benedi-
zioni sul supremo Gerarca e padre amo-
roso de'fedeli. In quell'incontro il p. ab-
bate umiliò al Papa uno stato del mona-
stero, dell' attivo e del passivo, che in o-
liginaleho sotto gli occhi. Dirò solo, che
la comunità religiosa allora componeva-
si di 20 monaci coristi, buona parte de'
quali già sacerdoti; di 20 conversi, parte
professi di voti solenni, altri professi di
voli semplici, numero quasi indispensa-
bile per supplire a tulle le ubbidienze e
lavori del monastero, attesoché non si
ammettono secolari a'bisogni interni del-
la casa, meno i garzoni che agiscono di
fuori pe' trasporti di robe. Vev mancanza
dì sussistenza e locale, quasi dal 182^
non eransi ricevuti novizi, benché più
di 3o ne fossero fervorosi aspiranti. Ad
onta delle notissime circostanze politiche
di quel men)orabile aniio,Gregorio XVI
die'5oo scudi al p. abbate.Queslo poi rei-
terando, col vescovo di Sora, le suppliche
al re Ferdinando li, perchè volesse favo-
rire i monaci di Casamari nella stretta
osservanza di Cistello, che volevano ordi-
narsi in s. Domenico in monastico ceno-
l)io, alla pia inchiesta rispondendo l'otti-
njo |)rincipe, ri<lonò a' 2 gennaio i834
la chiesa e monastero a Casamari, con
r autorizzazione apostolica di Gregorio
XVI, e con regia munificenza li provvi-
de d'annuo censo pel mantenimento di
IO religiosi; inoltre ottenendo il p. ab.
Micara il monastero di Vicalvi. l'ertan-
lo egli con divota procc&siuuc, a' 1 q apri-
VER ^
le, festa di Pasqua, ne prese possesso con-
ducendovi una colonia di 10 Irappensi
col priore. L' infaticabile abbate ristorò
la chiesa, vi aggiunse due altari, fece un
bel coro di legno di ceraso; rifabbricò in-
teramente r annesso clauslro colle offi-
cine, e formò un giardino con due gra-
2Ìose fontane. Dice il p. ab. Tosti: Da
quel dì i monaci di Casamari non han-
no mai rimesso dall'osservanza dell'au-
stera regola che seguitano, e dal feconda-
re i quieti sludi della contemplazione
coll'operosa carità del vangelico ministe-
ro, restando dipendeuli da Casamari co-
me in antico. Il p. ab. Micara riorganiz-
zata e quasi rinnovata la famiglia reli-
giosa di Casamari, nel!' osservanza con
mitigazioni ottenute dalla s. Sede, e nel
patrimonio che trovò rovinato e indebi-
tato, aquistatì molti fondi rustici, pieno
di meriti morì a' 2 gennaio 1842. Nel
seguente febbraio da' monaci fu eletto
44-" abbate il p. d. Macario Maria lìal-
delli d'Ancona monaco professo di Ca-
samari, poscia riconosciuto dalla Sede
apostolica, e quindi benedetto in Ve-
rdi dal vescovo mg/ Venturi a' 2 feb-
braio 1846. Ancor lui fece acquisti di
foudi rustici, arricchì le chiese de' due
monasteri di molte suppellettili sagre, fe-
ce riparazioni nel monastero e chiesa di
s. Domenico, alla quale riimovò la volta
stdia tribuna che minacciava l'ovina, ri-
modernò r altare maggiore, fece la nuo-
va balaustra di bei niiinni, T ammatto-
nato, e nel clauslro diversi miglioramen-
ti. A suo tempo morì il cardinal Micara
a'24 maggio 1847, * S" s"ccesseil 18."
e ultimo abbate commendatario di Ca-
samari cardinal Pasquale Gizzi di Cec-
cano. INel seguente 1848 l'abbate clau-
strale p. Jjaldelli rinunziò nelle mani
de! Papa Pio IX, il (juale poi con de-
creto della congregazione de' vescovi e
regolari, dell' 8 aprile 1 853, udito il pa-
rere del caidinal Bianchi abbate genera-
le di lutto r ordine camaldolese, allìdò
il governo di Casamari all' odierno du*
e
h
t
VER
gnlssimo commissatìo apostolico p. d.
Michelangelo Gallucci camaldolese, cui
grado e dignità d' abbate di detto suo
rdine, tale tlichiaralo a'aS del tneino-
'ato mese dal capitolo tenuto in Roma
alio stesso ordine, con tutte le facoltà
e privilegi, ed uso de' pontificali, che
hanno gli abbati camaldolesi nelle loro
chiese e monasteri, cioè con piena giu-
isdizione ; e siccome ogni abbate deve
vere la sua abbazia, cos'i gli fu confe-
rita quella di s. Maria d' Urano presso
Eertinoro. Ma prima della sua desti-
nazione, nel funesto periodo del decli-
nare del 1848 e ne' primi 7 mesi del
1849, anche questo monastero ne ri-
6enlì i deplorabili elTelti. Vi fu collocato
un presiilio di 5o uomini della guardia
civica. Più ne venivano altri di quando in
quando, di passaggio; e tutti volevano
mangiare e bere, ed i buoni religiosi
pruntameote li contentavano, acciò non
recassero maggiori molestie e danni. Un
giorno vigiunseroi5 legionari, fra'quali
4 svizzeri; due di questi presero tra loro
a questionare, ed uno finalmente uccise
l'altro con un colpo di fucile, sul ponte
dell'acquedotto. 11 battaglione di Gari-
baldi, che da Prosinone e Rauco si portò
all'Isola ed a Sora, nel ritorno avea fissa-
lo la tappa in Casamari, ma la guida in-
vece, dall'osteria della dogana lo condus-
se direttamente a Monte s. Giovanni. Nel
partire da questa città per Veroli, quasi
prodigiosamente prese la via poco più di
un tiro di palla lungi dal monastero; si
fermò a considerarlo e per buona sorte
proseguì il cammino senza visitarlo.A'3
giugno 1849 essendo morto il cardinal
Gizzi,il Papa Pio I X aderendo alle istanze
de'monacidi Casaaiari, colla bolla/>e/i//ì-
cioruni oniniuni auctoretn ac distribii-
torem Deum, de'20 setteudire 1 85o, do-
nò al monastero di Casamari tutti i be-
ni della commenda posti nello slato pon-
tifìcio, coli' obbligo perpetuo di sommi-
nistrare al capitolo della basilica patriar-
cale Liberiana diRuma aunuiscudi 1 :20o.
VER 1.9
La famiglia monastica di Casamari, ad e-
ternare la memoria del benefìzio, eresse
nel portico della chiesa il ritratto di mar-
mo in rilievodel PonleGce, con sottopo-
sta simile lapide che descrive la conces-
sione; di più obbligandosi il monastero
a cantare una messa perpetua anniver-
saria nel dì della creazione dell'encomia-
to Papa, e di requie dopo la sua moi te.
I beni poi della commenda di Casamari
posti nel regno di Napoli, il re Ferdinan-
do il li donò al capitolo della patriarcale
basilica Vaticana di Roma, al modo nar-
rato nel voi. LXVIll, p. 204, ferma re-
stando la proprietà della chiesa e mona-
stero di s. Domenico di Sora al monaste-
ro di Casamari. Nel provvido governo del
p. ab. Gallucci si è rimodernata infera-
mente la chiesa di s. Domenico, sopra i
medesimi fondamenti e forma antica, con
nuovo gusto, coll'intera volta, ed è riu-
scita molto bella, essendone stato archi-
tetto Antonio Rucci. In tale occasione,
negli scavi si trovarono varie iscrizioni an-
tiche, e nel claustro si conservano alcuni
bassirilievi di marmo col busto del cele-
berrimo Cicerone arpinate, che ivi nac-
(pje, ed ebbe villa. Il p. ab. Gallucci nel
far stampare la discorsa P^ila dis. Do-
inenico/dA p. ab. Tosti, l'intitolò co'rao-
naci di s. Do(nenico, al re Ferdinando II,
in attestalo di grato animo, per avere
nella sua pia e generosa munificenza non
solamente impedita la rovina del mona»
stero, e restituita la chiesa al divin cul-
to, ed a glorificare il sepolcro del Santo
titolare , ma decretato a favore di tale
tempio la somministrazione di ducati
38oo sul pubblico erario. Mancante il
monastero di costituzioni, lo zelo dei p.
ab. Gallucci vi ha supplito compilando-
le, basate sulla regola di s. Benedetto, e
sulle osservanze cistcrciensi di stretta di-
sciplina. Riuscirono di piena soddisfazio-
ne della comunità religiosa, ed ora si va
a sottoporle all' apostolica sanzione del
Sommo Pontefice; quindi si eleggerà
l'abbate tiappeuse perpetuo dal medesi-
jio VER
mo Papa, essendosi ciò stabilito in det-
ta costituzione, per essere sempre il ve-
nerabile archi-cenobio immediatamente
soggetto alla s. Sede. Se ad esso poi, in
processo di tempo, si uniranno altri mo-
nasteri, allora dovrà tenersi capitolo ge-
nerale in Casamari, e si eleggerà per tut-
ti gli altri monasteri l'abbate di gover-
no ad sexennìnniy quello di Casamari
dovendo restare a vita, giacché di ele-
zione pontifìcia. Di recente un infortu-
nio afìlisse gli ottimi monaci e il bene-
merito commissario apostolico. Riporta
il n. 1 4^ del Giornale di Roma del 1 858.
»> Nella domenica de'i3 giugno circa le 3
pomeridiane, nel monastero di Casamari,
territorio di Veroli, avendo preso fuoco il
fienile sottoposto al salone del i ° corri-
doio e stanze dell'abbate, sviluppò un in-
cendio imponente, che scorgevasi a piìi
miglia da Veroli e paesi circonvicini. Il
monastero situato in mezzo alia campa-
gna, nella Casa di Caio Mario, per la sua
distanza dall'abitato, e per mancanza di
persone atte e de'mezzi all'uopo, sarebbe
stato distrutto, e già crepolavano le im-
ponenti volte di SI antico edificio, pene-
trando le fiamme ne' piani superiori ,
quando gli accorsi contadini animati dal-
l'altrui esempio, riuscirono ad estinguer
l'incendio, che durò fino all'una antime-
ridiana del d'i seguente. Meno il danno
loil'erto dal monastero, sìa per la perdila
del genere, sia pe' restauri che occorre-
ranno all'edificio, la Dio mercè non si
deplora alcuna vittima, quantunque tut-
ti arsi ne'paniii, e aiolti olTesi da scotta-
ture ". Il provvido p. ab. Gallucci, rimu-
nerati i contadini accorsi ad estinguere il
tuoco, tosto si accinse a restaurare nel
miglior modo possibile la volta del fieni-
le, ove scoppiò l'incendio, e cosi anche
qualuncpie nitro vano che avea sollerto.
VERONA ( (^eroncn). Città con reM-
denza vescovile munita e regia, antichis-
■ima e illustre, già della Venezia terre-
«tre, ed ora del regno Lombardo- Vene-
to, capoluogo della provincia e del di»
VER
stretto del suo nome, trovasi distante i^
leghe all'ovest di Venezia e 3 i all'est da
Milano. Tra le città di provincia ha di
suo proprio l'essere stata costituita nel
1 8 1 4 città di fortezza e sede tanto dell'i.
r. comando generale, e degli stabilimen-
ti militari centrali delle monture, ed al-
tri relativi ; quanto nel i8i6 dell'i, r.
senato supiemo di giustizia pel regno
suddetto, il quale per altro dopo i casi
del I 848 passò ad essere concentralo in
quello di' Fienna {F.). Inoltre dal 1849
sino al 1854 e dopo la soluzione dei casi
predelti, restò sede del governo generala
civile e militare del regno, qnal era adi-
dato al fu feld -maresciallo co. Radelzky.
Attualmente poi, seinplice città di pro-
vincia, sede speciale del dello comando
generale militare e fortezza. E' situata a-
n)enamente in bella pianura e parte iu
colle, quae in suo sex niillianim amlii-
tu deccni mille demos, et quinrjuaginlft
tres mille circiter enumerai cii'es, come
leggo nell'ultima proposizione concisto-
l'iale. Di grandioso e imponente aspetto,
sorge in riva e qual maestosa regina del-
l'Adige,^fe5m.y,il maggior fiumed'llnlia
dopo il Po, e cui per la chiarezza di sue
acque fu dato l'attribulod'rtme/io da Vir-
gilio, e da Ennodio di splendidissimo. E'
l'unico fiu(ne di Lombardia che non si
unisce al l'o, ma chedirellamente si sca-
rica nel mare, cioè nel golfo di Venezia
a Forto-Fossone. Si forma da molli ru-
scelli, che hanno la loro sorgente nell'Al-
pi Elvetiche: ricevendo l'Eìsach diviene
navigabile vicino a Bolzano. Da esso na-
scono i canali CuslagnaroedAdigello, am-
bo navigabili. Il Caslagnaro dovette la
sua origine da un trabocco dell'Adigesuc-
cesso nel i438. L'Adigetto offre una co-
municazione fra l Adige e il l*o [)er 3 al-
tri canali. L'inondazioni dell'Adige sono
assai dannose al Polesine di Rovigo, anzi
lo avrebbero del tutto rovinalo, se deca •
nali artificiali e forti dighe non oe rad-
drizzassero il eorso. Verona stessa nel
1757, e i suoi diotonii, ne furono pei
VER
«{ttatclie giorno inondati, la cui descri-
zioiie è a vedersi nel poema la Ristide
delio Spolverini, ed in mi, mentre stava
per minare la torre del Ponte delle Na-
vi, Biirtolomnieo Rnbele, detto il Leo-
ne, del contado di Valpaiitena, si fece a
salire eroicamente per iscale legate con
corde, ed a salvare per esse due donne
e due fanciulli che abitavano sull' alto
della detta torre, senza aver voluto do-
po accettare dai cittadini premio veruno
(/^'. Venturi, Conìpeiulio della storia di
f'erona, t. 2, p. 196, ediz. 2.* 1823, ti-
pografia Bisesti). L' Adige è rapidissi-
mo, non congelandosi se non per uti fred-
tio eccessivo. E' navigabile da Trento al
mare, ma la sua navigazione non è mol-
to facile, ed il passo della Chiusa è spe-
cialmente pericoloso. L'Adige è utilissi-
mo pei commercio col Tirolo e colla Ger-
mania. Il celebre veronese marchese Sci-
pione iVaffei, nella classica opera, f'^ero-
na illnslr a Ui , con giunte , no le e correzio-
ni inedite dell' autore (di cui mi gioverò
liberamenle in questi miei cenni: ne die-
di contezza nella biografia, insieme i\\\e
altre opere che hanno rapporto colle
scienze ecclesiastiche, ed anche coll*A<t-
dres celebrando la sua Meropc, «lel voi.
LXXlll.p. 199), Milano 1826, ragionan-
do del suo sito, riferiscR quanto ne disse
r insigne architetto bolognese Bastiano
Serbo , dopo aver trattato dell' Arena :
»» Ed è ben di ragione, se i romani fecero
tai cose a Verona, perchè egli è il più bel
sito d'Italia per mio parere, e di pianu-
re, e di colli, e di monti, et anco di ac-
que". Assai conforme, soggiunge, fu il giu-
dizio del poeta fiorentino Berni nell'Or-
lando. Rapido fiume, che d'alpestre ve-
na - Impetuosamente a noi discendi, - E
quella terra sovra ogn altra amena- Per
mezzo a guisa dìMeandro, fendi j - Quel-
la che di valor, d'ingegno <■ piena, - Per
cui tu con pili lume ^ Italia, splendi, -
Di cui la fama in te chiara risuona, -
Eccelsa,graziosa,almaFcronajz=.Ter-
rn antica,gentil,niadre e nutrice di spir-
VER 121
//, di virili, di discipline j ■ Sito che lie-
to fanno anzi felice - L'amenissinie val-
li e le colline,- Onde ben a ragion {giu-
dica e dice - Per questo, e per V antiche
tue mine, - Per la tua onda altiera che.
la parte, - Quei che l'agguaglia alla cit-
tà di Marte. Per questa sua singolare
bellezza la si disse, secondo alcuni, Ve-
rona, cioè Eere Unaj ed altri pensò
trovar riunite come in essa, cos'i nel no-
me, le bellezze di VEnezia, di R.Oina e
di IN A poli. Il poeta Giovanni Cotta poi
scrisse: »chechi vede e non ama perduta-
mente Verona, è privo d'ogni sentimen-
to, ed ha in odio se stesso e tutte le grazie".
Divisa dunqiie la città in due ineguali
parti dal sinuoso Adige, quelle si comu-
nicano insieme per 4 ponti principali, de-
nominati del Castel Vecchio, della Pie-
tra, Nuovo, delle Navi (dice il Castella-
no, che il tratto minore della città, esi-
stente nella sinistra S[)0nda del fiuu>e,
prende il nome di /^ero/?r'//rtr, che pur con-
tiene tnolteplici monumenti, ed i resti del
Campidoglio antico). Del i.° parlerò a
suo luogo. Il ponte della Pietra antico fu
rifatto, nel secolo X riguardandosi come
stupendo, dicendosi da Liutprando, pon-
te marmoreo di mirabii lavoro e di me-
ravigliosa grandezza. Il ponte Nuovo lui
una torre dalla parte della città, che por-
ta l'arma Scaligera, fabbricata 11611298
d'ordine d'Alberto: il ponte poi fu riedi-
ficato in gran parte con insuperabile ro-
bustezza dal Sanmicheli. Di quel delle
Navi furono architetti Giovanni da Fer-
rara e Giacomo da Gozo, in quale anno
e per ordine di chi, l'insegna la grandis-
sima lapide di marmo greco che fu po-
sta allora sulla torre cITè nel mezzo, tra-
sportata al museo dell' accademia , che
MalFei nel riprodurla la dice forse la |)iU
insigne iscrizione volgare che in tutta l'I-
talia si abbia, considerata la sua lunghez-
za e sontuosità, e il non aversi marmo
di versi italiani avanti questo scolpito, ia
forma gotica. Il poeta fa parlare il pon-
te, ed usa il dialetto veronese, e dice che
laa VER VER
lo coslriù Cansignore nel 1 373. In Vero- doìnìiùca; Calvario, eh* è it monte di ».
na meritano non poca considerazione i Rocco, e compreso ora dentro le mura,
ponti, pe'Ioro poclii archi nella larghez- Nazaret e Beltlemme: monte Olivelo si
za d'un fiume impetuoso. Fra le tavole disse ancora ov'è il monastero della Tri-
che corredano i 5 tomi dell'opera <lel nità. Furono questi nomi imposti da que'
Mall'ei, lai." olFre la pianta della città e veronesi crocesignati che tornarono dal-
li rigirar dell'Ailige in e<sa , colla forma le sagre guerre di Terra Santa, nellequa-
del l'ecinlo e positura de'3 Castelli appel- li tanto si distinsero, e furono imposti per
lalis. Felice, S.Pietro, Vecchio, e col cen- aver trovato che la situazione di questi
no de'colli che ha dietro, ed a'quali sem- è simile a quella di tali luoghi. Ne'molli
bra appoggiarsi. La falda^sullaqualequal- punti di vaga vista è questo di singola-
che parte di essa siede, può dusi appun- re, che varian sempre del tutto, e si tro-
lo l'ultimo termine da questa parte del vano in parti fra se o()poste. Le case pa-
lunghissimo giogo di monti che si .«picca rimente che sono sul fiume, per tulio il
«laU'Alpi separanti l'Italia dalla Germa- tratto interiore dal ponte delle Navi a
nia; e il piano in cui la città si stende, quel della Pietra, e molle ancora suquel-
vien però ad essere il principio di quei- la riva, cui resta aperta la campagna ed
l'ampissimo, che per lo spazio d'olire 2 00 i monti, godono vaghissimi prospetti, e
miglia fino alla radice dell'Alpi di Fran- così alcune strade: ma troppo più e trop-
cia continuando, furma la più fertile e pò- pò più helle sarehhero in questo le lon>
polata parte d'Italia. La lunga costa or- tananze, se si avesse avuto a ciò qualche
nata in più luoghi di fabbriche e di ci- riguardo, cos'i nella dirittura delle vie,
pressi; il monlicello di s. Pietro, che re- come non permettendo d'impedirle e di
sta dietro gradatamente coperto d'abita- attraversarle con giunte ad arbitrio d'o-
zionijla piegatura delle a<Iiacenli colline; gimno a'casamenlifatti,e con terreno am-
la vaghezza dell'Adige; l'ampiezza anco- montato in più luoghi. Abbonila la città
ra della città, e le varietà de'suoi edifi- ^li strade larghe e magnifiche, e altri siti
zi, vengono in molti luoghi a formar prò- averli. Quella del Corso, per cui si fanno
spetlive così nobili e così belle, che scene correre i barbari, dalla porta del Palio
forse non si videro mai sì bene ideale. Si alla chiesa di s. Anastasia tira per diritto
ponno godere dal ponte della Pietra, dal non meno di 1066 passi. Il Castellano
bastion di Spagna, e in più altri luoghi, la qualifica superba e che si dislingue
ma singolarmenle sul ponte Nuovo, che dall'altre. Trovo nel cav. Fabio Mu-
può dirsi un incanto dell'occhio: pari- tinelli, Annali dalle Province FenetCf
mente dalla collina, ove si domina am- che neli84o Verona pose in comunica-
piamente anche l'esterna pianura; conte zione la vasta contrada di s. Caterina con
a dire dal Caslello di s. Pietro, dall' allo quella del Tealro,ecolIa [)iazza della 13ra
del giardino Giusti, e da più altri siti, ne' per lu via appellata della Colomba , co-
quali apparisce quanto propriamente strutta affine di perpetuare la memoria
cantasse il Fracastoio: 2ovrrt r///à, che dell'incoronazione a re Lombardo Vene*
su la riva amena • A)' Adige a pie del lodell'imperatore FerdinandoI, colla spe-
sacro monte siedi, - Donde fuor V Alpi &a di 1 20,000 lire; e traeva dairaccjue sta-
e le campagne vedi, - Dentro gli Archi, gnanli, per selciarla e per adornarla d'al-
// Teatro e l'ampia Arena. Non è da ta- beri, l'altra via lungo Adigeappellata dei-
cere coinè la parte montuosa prossima al- la Vittoria, che da antica fanghiglia ven-
ia città verso ponente e tramontana por- «e mutala in un an)eno passeggio, e riu-
to alquanti nomide'Iuoghi contigui a Gè- sci utilissima per venire al sussidio della
lusalcmiuc: come Valdouica, cioè f'alUs porta Vescovo,e per mettere direiiameu-
VER
te al meraviglioso Ciniilerio della cillà,
colla spesa eli lire 90,000. Dice ancora
l'annalista, che sì allencleva con molto
ardore alla riduzione dello Stradone di
porla Nuova, e a cavar di sotterra e ad
iscoprire il piano dell'Anfiteatro, non es-
sendo itnproI)al)iie die una pietra abbia
a disvelare fìnaiuiente, se quella stupen*
da romana opera sia stata eseguita dal-
la veronese repubblica o da Augusto Ce-
sare, o da'Legionari Tredicesiaiani, oda
Antonio Primo Vero, o da Massimiano.
11 lavoro dovea terminarsi neli844>col-
la spesa di circa 1 70,000 lire. Gran co-
modo e gran delizia recano le fontane. La
saviezza veronese valendosi dell'opportu-
nità d'un'abbundante e «lalubie fonte die
scaturisce a un miglio dalla città, con-
dusse dentro una buona parte dell'acqua,
e la fece sgorgare in mezzo della piazza
maggiore, in fionteaila pescheria, e in al-
tri luoghi, e ne fece parte a quasi tutte
le case per un gran tratto. Avendo no-
minato le piazze, la maggiore delle 4
principali, più vasta e più elegante es-
sendo quella di Bra, secondo il Castel-
lano, dirò, che su quella dell' lirbe si
vede una colonna che in [)as$nto ba-
stava a' debitori di toccare, dopo un de-
creto del consiglio, per esser salvi dal-
le molestie de'credituri. La statua espri-
mente Verona, sulla stessa piazza, era già
decorata di una corona per indicare che
la città era stata di residenza sovrana :
questa corona fu infranta sotto l'invasio-
ne francese. Tanto ricavo da un bell'ar-
ticolo inlilolalo A''«?ro/itìf, di L. A.M.,con
graziosa veduta della città e dell'Adige
con un ponte di i archi, pubblicato dal-
V Album di Roma, t. 6, p. Sy. Non sa-
prei se è quella slessa slalud, di cui par-
la Maffei, trasportala d'ordine del Con-
solare della Venezia a' tempi di Teodo-
sio dal Campidoglio nel Foro. Il mede-
simo, ragionando dell'ampiezza di Vero-
na, nel i73o ed a suo teuq)o (|)ubblicc>
l'opera nel 1 ySa.epocache va tenuta pre-
ieute in tutto questo articolo, per quau*
VER 123
to ripeterò con esso, se non mi riuscì di
conoscere le varianti posteriori), dice che
allora essendo stata presa esatta misura
colla pertica, camminando sui terrapieni,
limgo le.mura per di dentro, senza com-
putare i bastioni, né il castello di s. Fé-
lice, ma bensì i due tratti del fiume, ov'es-
so supplisce al recinto, si trovò il giro di
passi 6270. Quindi avverte, essendo o-
gni passo di 5 piedi, e 1 eoo passi forman-
do un roigIio,se vi si aggiunge il detto ca-
stello cresce il recinto di 6 miglia e mezzo
(ricordo aver detto colla proposizione con-
cistoriale del 1854 sex mììlianuin ani'
hitujj benché la fama porta assai più se-
condo l'uso suo, e di non maggior esten-
sione fu contemporaneamente trovata
Milano. La popolazione, compresi i mo-
nasteri e luoghi pii,non che gli ebrei, nel
I 7 3o,anniversario secolare della gran pe-
sle,di cui non erano ancora ristorati i dan-
ni, si calcolò a 48,000 aninie, ma senza i
soldati. Così veniva ad essere la 1." città
dello stalo veneto, succede-ido poco lonta-
na dalle4o,ooo Padova, indi Brescia che
dicevasi arrivare a 35,ooo. Poche città
provarono maggiori vicende di Verona,
poiché ne'secoli anteriori e fin iieli4oo
di troppo maggior numero e di frefpjeii-
za si hanno riscontri; ma nel principio
del i5oo scemò fieramente per la lunga
guerra, e anche per contagio. Neli5o5
avea 70,000 anime, benché ne'precedeu-
ti anni avesse regnato mortalità e penu-
ria. L'istesso numero, anzi più nel (612;
ne susseguenti anni venne degradando al-
quanto,finché l'accennata peste del 1 63o,
tanti in pochi mesi rapì , che dopo due
anni si trovarono soltanto 26,000 abi-
tanti. Abbiamo, Intorno la popolazione
veronese degli ^/j«/ 1 7 56 e 1 7 7 o, letture
che a' 3 1 maggio e 9 agosto 1 855 // sacer-
dote Cesare Cavatlonifece nell'accade-
mia d'agricoltura, arti e commercio, la
quale grazio premiarlo colla meda^'^HcL
d'oro, enelZ^." de' suoi volumi inserir-
lo. Verona 1 858, per Vincentini e Fran-
chiui cou 1 2 tavole slalisliche. Quanto ai-
Iti VER
le porle e alle mura della città, il MafTei
comincia dal parlare delle antiche, e col-
la Porla de'teinpi romani bella e intera,
e cos'i conservala da credere dìdìcile po-
tersene mostrare altra simile, situata a
mezzo il Corso. Da essa si vede l'uso di
qae'tempi di far doppie le porte delle cit-
tà,ergendone due simili, e con eguale or-
namento, l'una presso all'altra (una for-
se per uscire, 1' altra per entrare, nello
stesso tempo, ond* eviiare gli ostacoli ; e
Palladio lodò sommamente, tra le anli-
cheslrade, quella ila llonia ad Ostia, che
per essere frequentatissima, fu divisa in
<lue da un corso di pietre alquanto più
alte dell'altre, mentre per una si andava,
per l'altra si veniva, schivando 1* incon-
trarsi), con due ordini di piccole finestre
sopra. Con erudizione archeologica con-
futa quelli che la reputarono un Arco, an-
che per denominarsi la prossima chiesa
s. Michele ad portas, e perchè il popo-
lo, per tradizione antica, la chiama Por'
ta Borsari. Doversi tenere per regola in-
dubitata , che dove sono due i passaggi,
ossia le aperture, quella è porla, aven-
done gli archi sempre una sola o 3: pro-
va, che il far le porte così duplicate fu
antichissimo, lagionevole e assai genera-
le costume. L'iscrizione è molto notabi-
le e per più ragioni importante, e fu scol-
pila nel 265 imperando Gallieno. Dice-
si in essa, come allora furono fabbricate
le mura di Verona, benché l'edilizio n'è
nnteriore. La sua architettura, sebbene
viziosa per l'eccesso e licenza degli orna-
menti, mostra l'arte già guasta, ma non
perduta. L'opera è sontuosa e grande,
«l'ordine corintio. Dal dello luogo si può
passare a osservar le mura rifatte da Gal-
lieno, e nel silo delle prime di nuovo e-
relte, qua e là incorporate nelle case. Da
questi avunzi sembra di vedere le mura
di Atene fatte in tempo di Temistocle,
poiché lavorate in fretta, si adoperarono
alla rinfusa pietre quali sì presentavano,
e postevi dentro colonne e marmi lavo-
rati di aliti edifizi, oltre i sassi ed i mat-
V ER
toni. L'altezza di queste muro, e la gros-
sezza d'oltre a 3 braccia, le rendeva in-
sieme terribili e magnifiche. I1 1° recin-
to di Verona fu opera di Teodorico re
de' goti. Di esso ampi tratti rimangono
in piedi lungo l'Adigelto. Di là dall'Adi-
ge, dove si serrava parimente con quel-
le mura un buon tratto del montuoso,
vari pezzi ne appaiono. — Verona è co-
gnominata la città delle fortificazioni, \a
città tnarmovea.W patrio illustratore Maf-
fei, oltre il ragionare del più notabile iti
architettura civile, come andrò poi ac-
ceimando, il simile fa della militare, de-
scrivendo le mura e i bastioni, colle por-
te. Il sito antico di questa cillà, egli di-
ce, non poteva desiderarsi più opportu-
no per una fortezza, siccome circonval-
lato in 3 parti da rapido e grosso fiume.
Le antiche mura, rinnovate a tempo di
Gallieno , la serrarono solamente dalla
parte che rimaneva aperta. Lo stesso fe-
cero le seconde di Teodorico, sebbene si-
tuate più avanti dal primo piegar dell'A-
dige al suo ritorno per linea retta, ser-
vendosi dell'Arco de'Gavii per una por-
ta;benchè allora oltre l'Adige, con recin-
to dell' istessa struttura, la collina di s.
Pietro e alquanto di spazio nel prossimo
piano a levante si venissea comprendere.
L'Arco de'Gavii è lo scheletro d'un arco
celebralissirno. Viene lodala tutta l'ope-
ra singolarmente perla bellezza e consen-
so delle parli; ma la sua proporzione non
si può godere, perchè ne resta sepolta gran
parte, cioè tutto il piedistallo, ch'era il
3." dell'altezza delle colonne. Sua raris-
sima particolarità è l'aver scolpilo il no-
me del suo architetto Lucio Vilru vio Cer-
done, liberto e discepolo del gran Vilru-
vio. Non carco trionrale,maprobabilmen-
tecenolafio o depositoonorario. Le iscri-
zioni poste sotto alle nicchie, mostrano
che le statue erano di 4 Gavii, onde per
loro e non per imperatore alcuno fu fal-
lo, oltre una donna. Teodorico fece cam-
biar uso all'arco, avendolo compreso e in-
serito nel suo 1° recioto^ e fatto diven-
VER
lare una porla di esso. La contigua tor-
re dell'orologio, non mai fabbrica Scali-
gera, se non nella parte alta di mattoni,
fu una delle torri di (|uel recinto e qui
innalzata per difesa di tal porta. Pietre
rive e grandi, state prima dell'Anfiteatro
^e di altri edifizi, vi si ponno osservare, in
alquante delle quali apparisce i' uso an-
tico di lasciar rozzo il mezzo: ve n'ha an-
cora di lavorate. Passò Verona, ne'secoli
di mezzo, per città fortissima. Nel 1287
Alberto 1 Scaligero die'principio al 3. "re-
cìnto, col quale proseguito poi o termi-
nato da Caii Grande I nel 1 3^5, restòam-
pliata la città fuor di modo, e resa trop*.
pò didicile a esser difesa. Di queste in-
tende il Petrarca, ove nomina, /'«//e //2H-
ra di Verona. Se ne ponno veder lunghi
tratti e alquante torri, e dove reliquie ri-
mase, dove vestigi, camminando lungo il
moderno recinto. iVeli354 Can Grande
Il edificò e terminò in 3 anni il Castel
Vecchio col ponte omonimo , trasferen-
dovi la sua abitazione. Il ponte di Castel
Vecchio forse contiene il maggior arco
del mondo, tanto più mirabile in quanto
che a proporzione non molto s'alza, ma
si distende ampiamente per lungo, con
istuporedell'occhio.Fu edificato nel i354-
Comunicando col castello, e dovendo ser-
vire per recare dentro soccorsi da quella
parte, o per avere abitazione in esso, od
un'uscita in pronto, vi si cammina a co-
perto tra' due muri nterlati delie spon-
de. L'Adige in quel sito si dilata assai più
che altrove, talché non computando se
non l'importar de'3 archi e delle due pi-
le di mezzo, il ponte viene ad esser lun-
go piedi 348. Gli archi, principiando dal-
la parte di là, vanno crescendo in lun-
ghezza e in altezza: la corda deli." è di
piedi 70 , e la I .' pila di 1 8; l'arco 1.° è di
piedi 82, e la pila di 36. Ma la corda del
3.° arco arriva alla lunghezza di piedi
142, della quale estensione non si ha no-
tizia che altri si sia arrischiato in nessu-
na parte di costruire una volta. Il famo-
so ponte di Rialto da un fianco all'altro
VER 1^5
tira piedi 86, ed il piede veronese corri-
sponde a un palmo e mezzo del romano.
Così il MafFei. Il celebrato ponte di Uial-
to in Venezia, lo descrissi nel voi. XCI,
p. 3o8. Nel 1389 Galeazzo Visconti, per
farsi una specie di cittadella, eresse a ri-
dosso del 2." recintola muraglia merla-
ta che si vede dal Crocefisso a' Portoni
della Bra, con fosso e torri e porte, ser-
rando con altra, che si andava per dirit-
to a congiungere con quella della città,
e sussisteva ancora neh 5 16. Ridusse an-
cora nella forma che al presente si vede
il castello di s. Pietro, e incominciò l'al-
tro di s. Felice, pro^ieguito da'veneziani
nel secolo seguente. IMu inventata la pol-
vere, e nell'inclinare del 1 3oo l'artiglie-
ria, come si esprime il MaiTei, comincia-
ronoa diventare troppo deboli ripari mu-
raglie semplici e torri. Mutandosi perciò
interamente l'ordine delle difese, ne ven-
ne a nascere, e col tecnpo a perfezionar-
si l'arte nuova delie forlidcazioni moder-
ne. 11 merito di tali opere in Verona, [)ar-
le nasce dalla mngnifjccnza e parte dal-
l'erudizione, poiché son le prime die in
tal metodo siano slate fcd^bricate, unde
ponno dirsi i primi originali dell'arte, e
ci fanno imparare, come delle fortifica-
zioni moderne un veronese fu il i.° in-
ventore e fondatore. Qui il dotto mar-
chese premette alcune riflessioni, cotne U
fortificazione passa comunementcper ar-
te straniera e oltramontana, per quanto
riferisce; quindi sostiene, che l'arte delle
fortificazioni è tutta nostra, nata in Ita-
lia e in Italia perfezionata , assai prima
che il Vauban nascesse; ciò prova con
riportare gli autori italiani di opere d'ar-
chitettura militare anteriori , anzi l' in-
venzioni italiane attribuite non solo a
Vauban e ad altri, com'è manifesto dal-
le opere di Francesco Marchi bolognese
nato nel 1 5o6. Questa scienza italiana pas-
sò alle altre nazioni, le quali persino ne
adottarono i leruiini stessi e le voci fon-
damentali, esclusivamente italiani. Quin-
di con ragione celebra il gran vei'onese
126 VER VER
Michele Sanmitheli nolo neli4<^4> ""'- l'ingegno di molti strniiieri,e dalle gran-
<;o forse Del rendersi egualirtente eccel- di occasioni di lante nuove fortezze e di
lente e nella civile e nella militare aiclii- tante guerre prodotti, la forza e il fon-
lettura, adoperato da Papa Cleinenle VII daniento della difesa consiste pur tutto-
e da Francesco II Sforza duca di Milano ra ne'bastioni di tal figura e nelle piazze
nell'opere fortificatorie, oltredalla repob- de'fianchi. Aggiunge il iMafTeijClie quan-
blica di fcnezia in questa città e nel do- to di più si è poi fatto, da questa iuven-
niinio persino di Levante, come dissi in zione ha preso l'idea; imperocché l'opere
tale articolo, e per questo desiderato dal- esteriori a corno, l'opere coronate, lecon-
Timperatore Carlo V e da Francesco 1 re troguardie, lemczzelunee i rivellini, non
di Francia : anche il parentado di (juel sono che bastioni distaccati o semibastio-
sonunoconlrdjmpoi non pocoull'avanza- ni. Conclude, non senza ragione dun(|ue,
mento dell'arte. Nel dirsi fondatoredi es- potersi dire, che autore e fondatore i."
sa Sanmicheli , non è necessario il pre- delle fortificazioni moderne, fu colui che
tendere che dovesse aver inventato tut- del bastione con doppia faccia, econ fiaa-
to; abbracciato dagli altri il suo sistema, chi, e con piazze basse scoperte fu l' lu-
ne derivarono altre invenzioni e miglio- venture, cioè il veronese Sanmicheli, per
i-an)enti, ma egli iiì il fondamento di tut- attestalo altresì di Vasari; egli è vero che
lo. Sanmicheli mutò sistema e intro- non compose libri, ma essi per lui furo-
dusse nuovo n)elodo, inventò il bastione no Verona e Candia, muti veramente, che
triangolare o cinquangolare, cou faccie però insegnarono tutto. Confessò il frau-
piane e fianchi, e con piazze basse che cesedo/vw/c t^/c'/?of^i del 1678, che l'in-
raddoppiano le difese, e non solamente venzione de'bastioni si deve agl'italiani;
che fiancheggiano la COI lina, ma tutta la e il Dizionario matematico d' Ozauam
faccia del baloardo prossimo, e nettino il dichiara che facevansi prima le Torriloti-
fosso, e la strada a[)erta, e lo spallo. L'ar- de o quadre, ma le lunghe guerre che i
cano di quest'arte consisteva nel trovar veneziani ebbero co' turchi, fu cagione;
modo che in ogni punto del recinto fos- che inventassero i primi il modo di forti-
se d\(eso per fianco; poiché facendo il ficar con bastioni. Avendo Sanmicheli
bastione rotondo o quadrato, la fronte i Scanni prima reso inespugnabile Gau-
di esso, cioè quello spazio che resta nel dia co'baslioni, potè /'e//esirt resistere per
triangolo formalo da'tiri laterali, rima- un 4-° di secolo agl'incessanti sforzi del-
neva indifeso. Tal fine si è unicamente la formidabile potenza turchesca, al mo-
ottenulocon l'ingegnosa forma de'baslio- do narrato in quell'articolo. 11 Malici por-
ìùf quale si è poi sempre, e da tutti, e in la per esempio del più grande assedio di
ngni parte adoperata, con modificazioni cui parli la storia, quello sostenuto eroi-
eli verse. Consisteva [)arimenti la forza del- camente dalla famosa Candia. Così tale
Farle, in trovar modo di rendere quasi scrittore senza saperlo e volerlo fece un
continuo il fiancheggiar delle difese, e co- immortale panegirico a Sanmicheli, che
sì terribile che con grandissima dinicollà né a lui, né pressoché a tutti, non era no-
potesse superarsi dagli aggressori. Questo to per l'inventore de'bastioni ei.° intro-
ni conseguì colle piazze laterali scoperte, duttore di quest'arte. Altro vendicatore
che danno modo di fulminar senza in- degl' italiani è il eh. Rambelli, che oltre
termissione, molliplicando gli ordini de' Sanmicheli, celebra Marchi, e Comandi-
cannoniede'[ucili;laddovedelIecasemat- no da Urbino (^.) per la forma de'ba-
te coperte che prima si facevano, breve Ioardi (a lui però insegnala dal concilia-
e di poco frullo era il risultalo. Qoindi dino Centogatti), nelle Lettere intorno
CjCheoggidìdopolanliralliuumeulijdul- invenzioni e scoperte italiane, leti. 5.' e
i
VER
67.' : jirchiteltura militare. I primi au-
tori che parlano di bastioni angolati, os-
serva Mafiei, sono tutti pubblicali dopo
il j55o, nìeutre nel recinto veronese si
hanno più bastioni della moderna ma«
ìera, non solamente eretti assai prima
i tutti i libri di fortificazione moderna,
a prima ancora di Paolo 111 eletto nel
i534, al cui tempo si edificarono! baloar-
di o bastioni di Roma costruiti da Anto-
nio Sangallo, nel giardino Vaticano dal-
la parte di Belvedere bellissimo, quello
superbo fra le porte s. Sebastiano es. Pao-
lo, e l'altro del pari magnìfico the difen-
de la punta meridionale dell'Aventino,
fortificazioni assai slimate per l'epoca in
cui s'ìnnalzarono,essfndo l'arte ancor nel-
l'infanzia, e ciò per munire le Mura di
Boina. In Verona alle nuove mura ."ipo-
se mano nel 1 5 1 7. Fino a quel tempo si
stettero le città co'muri meilali. De'pro-
pugnacoli cominciati qui nell'istesso tem-
po,cliedieder luogo i tedeschi, fa menzio-
ne il Saraìna. Lai." parie the si lavorò,
fu dalla porta del Vescovo a quella di s.
"Giorgio. La polla del Vescovo, co'non»i
de'veneli rettori e di Teodoro Tiivulzio
governatore, porla in fronte fanno iSao.
Nello sles.so hi eresse il bastione prossimo
di Santa Toscana. Sulla muraglia del ca-
ste! s. Felice per di fuori, e sopra i 3 ba-
stioni che seguono, colle armi de'retlori,
si vede quella del doge veneto Grilli, e-
letto nel i523. Su quel di s. Giorgio fu
scolpitoin nicchia un bel Leonealato,con
I' iscrizione di Giovanni Baduari eniie.i
pra< fi'clus miro sii, flio fieri ciirn\'it i5i5.
Sulla porla slessa, che fu l'ultimo lavo-
ro da quella parie, è parimente scolpilo
I 5^5. 1 bastioni di questo tratto son lut-
ti rotondi e con casematte coperte. Inol-
tre neh 52 5 o nel seguente, può creder-
si prendesse congedo da Clemente VII il
Sanmicheli, e ripatrinndo si dedicasse a'
servigi del suo principe naturale, che l'a-
lea i usta n temente desideralo. Fu perciò
impiegalo dalla repubblica di Venezia
subilo nel fortificar Verona, dove la sua
VER 127
invenzione pose in opera, e però del nuo-
vo modo si vedono lutti i bastioni fab-
bricati dopo. Si die' principio alla porta
del Vescovo in qua. Il i.° bastione dello
della Maddalena, sotto il veneto Leone,
qual comparisce nell'alto delle sue fasce,
ha inciso 1527. Non si potrebbe però per
l'istoria delle fortifica/.ioni desiderar me-
glio di questo recinto, in cui si vede lo
spirar della vecchia maniera, e il nascer
della nuova. Malfci tiene duixpie per in-
dubitato,che questo bastione foii i.°rag-
gio della nuova atte; e in esso vedesi per
l'appunto l'aite ancor bambina, e vi si
può riconoscere un i.° sperimento} poi-
ché non è già quali sono gli alili che il
Sanmicheli , ammaestrato dall'operaie
stesso, fece poco dopo; ma è un certo mi-
sto del vecchio modo e del nuovo. Il ba-
stione è assai più piccolo degli altri, pu-
re fu 8s«ai lodato da Francesco M.' I du-
ca d' Libino, nel tempo che dimorò in
Verona qual capitano generale della re-
pubblica. Do[)o «pjesto si sospese da quel-
la parte e si pose mano di qua dal fiume.
Olire i baslioni Acquaro o s. Francesco,
s. Bernardino, s. Zenone, della Catena o
di Spagna, sembrano puiedi Sanmiche-
li anche gli altri. Cominciando ov'e.sce
l'Adige, ili." bastione non ha iscrizione,
n)a il 2." detto del Corno ha il s. Rlarco
nel di fuori, con l'arme de'rappresentanli
veneti di quel tempo e l'anno i53o. La
prossima poi la Nuova co'nomi delle su-
preme tiignilà porla l'annoi 533, e nella
facciala interiore ha da un lato lapide co'
nomi del doge, del pretore, del prefetto,
de! provveditore alle pubbliche fabbri-
the, e quello pure di AJiclinele Michae-
Ho vcronensis archi ledo i535, onoie
grande non comune (tale èil veio cogno-
me suo: il Maflei e altri lo chiamarono
Sanmicheli per conformarsi all'uso, ad e-
sempio di Fracasloro; altri loiimedaSan
JllicItdeJ. Non si terminò di costruire
questa porla , se non 5 anni dopo , e
andò lungo tempo continuando la fab-
brica del recinto, sì per la grandezza e
128 VER VER
«onliiosità dell'opere, come per l'interru- terribile nltezza, come a porla Nuota, al
rione che nasceva dai venir più volle spe- i.° Ca vallerò e sul colle al castello di»,
dito il Sanniicheli in Dalmazia e in Le- Felice, dove le mura che riguardano la
vanta. L'ultimo bastione di Spagna ha campagna sonoaltequanto unagran tor-
nei!' una delle facce bel Leone alalo io re e di fortissima coniposilura. 1 para-
nicchia e l'unno 1547. La porta del Pa- petti sono per lo piìi di 18 e di 20 piedi
Jio andò tanto in lungo, che non fu erel- di muro, con tal declinazione, che vi scor-
ta se non dopo sua morte (iSSg). Delle rono le palle, e tanto massicci i merloni,
3 porte da lui (uchitettate credesi lai." che poco resta da temere alle piazze bas-
posta in opera quella di s. Zenone, il che se; sono per lo più senz'angoli, tondeg-
da altri fu ignorato o taciuto ad arte, giati nell'estremilà e degradali. Le gai-
come altre opere di Verona. Le antiche lerie, e le stanze sotterranee, e le contra-
opere militari della citlù hanno il meri- mine sono pur bellissime. Le porle altre-
to e il pregio d'esser le prime del melo- sì, e gli archi e i ricelti, e quanto accade
do moderno, non che le ultime dell'ante- di veder lavoralo nelle interiori n)ura-
riore. Kon devonsi considerare insieme, glie, nobihnenle è fatto, e con gran pie-
come farebbesi in una regolare fortezza, tre a suo luogo. Della costruzione de'mez-
II doversi slare col recinto Scaligero, l'ir- zi bastioni sui rivi de'fiucni, pel i.**ne
regolarità e la grande estensione del si- die' l'esempio Sanmicheli in quello chia-
to, escludono tal considerazione; e ciò an- nialo s. Francesco, dove una sola faccia
Cora per non essersi posto fine all'impre- e un sol fianco si vede, tirata dalla par-
sa,mentre alla controscarpa e alla strada te dell'Adige una linea retta, che si va a
coperta non si arrivò a metter mano, an- unire coH'angoIo del bastione, con pre-
zi interrotto in più luoghi e dilFerilo il parato piano a 3 pezzi per giuocare so-
]avoro, gran pezzi si lasciarono del vec- pra del parapetto. Ove termina il muro
chio muro. Bisogna solauienle osservare si butta fuori una specie di piccol fianco
a parte a porle i bastioni e le mura, e far che vede i due lati. Nella faccia son due
prima riflessione alla sontuosità della fab- cannoniere che dominano la campagna,
brica, quale spira verauìenle l'antiche In questo bastione vie la banchetta, co-
idee,e presta un mirabilesaggiò della ve- me poi venne da tutti ordinata, sopra la
neta magnificenza. Il muro nelle cortine quale si smonta per due gradini di pie-
è glosso da 14 ai6 piedi, e ne'bastioni è tra. il fianco cade perpendicolare sulla
grosso 24, tulio massiccio e solido, e di cortina.come osservasi nella maggior par-
buon materiale, talché il cannone vi a- te degli altri. La metà di esso è aperto,
vrebbe per certo da lavorare un gran ed ha due cannoniere e merlone , cou
pezzo (procedendo col Mafl'ei , conviene piazza bassa, nella quale si entra per con-
sempre stare alla sua epoca), e tanto più dotto coperto; d' ambo i lati sono due
che i bastioni sono ripieni, e dietro le cor- stanze incavale nel terrapieno per tener
line ci son terrapieni fin di 3o pertiche, le munizioni e ripararvi gli uomini. Vi è
Kon si osservano qui contraforti, neces- pure una discesa per sorlire. Il fianco ri-
sari per regger le mura, come si son poi tiralo, ch'è eguale alla piazza del bastio-
fatli, poiché lavorate in questo modo ab- ne, ha 3 cannoniere nella corona, es'in-
bastanza si reggono per se stesse; quindi curva tondeg^'iando, il che si crede in ven-
è, che dove i propugnacoli sogliono aver zione di Vauban. In giusta distanza è il
corta vita, se non si restaurano o rinno- bastione del Corno d'angolo assai ottu-
vanodi tempo in tempo, duran questi an- so, come porla la linea diritta del reciti -
coia belli e intalli. La fossa è in molli si- lo. Tralascio la descrizione e le sue cau-
li d'ampiezza meraviglioso, e il muro di DOUÌere,CQSÌ degli altri, iucompa'.ibile al-
V K R
la min brevità : Mafiei ne offre pure le
tavole. Nella cortina sinistra rimane il
vecchio muro Scaligero; la destra è di
fabbrica veneta, ed Ita oblique feritoie nel
irapetto per moschetteiia. Seguita la
)rtn Nuova, bella quale apparisce d<illa
la tavola, situata nel mezzo della cor-
lina fra due bastioni: Sanniiclieli die'an-
the ili." esempio di far die la porla ser-
ia insieme di Cavaliero (cioè sovrastata
da edifizio anco per iscuoprire da lonta-
no). Edilizio in quadro, sostenutodentro
da più ordini di pilastroni di pietra, con
ricetti o stanze per le guardie, e con luo-
go per l'artiglieria, saracinesche e altre
difese, tutto con arte e nobiltà somcna.
Le porte e i due prospetti sono d'ordine
dorico: lutto è grave e robusto, come al-
la qualità xiella fabbrica si conveniva. Il
lavoro è rustico, fuorché nelle porle di
mezzo e nelle parti architettoniche. Nel-
l'interno sono due lunghi aditi in volta,
che fanno profondamente discendere a
galleria e stanze sotterranee: l'istesso os-
servasi in tutti i Cavalieri di questo recin-
to. Scale cordonate sono dentro negli an-
goli, che girano artificiosamente, e dan-
no comodo di tirar sopra ciò che si vo-
glia. Il coperto è lutto di pietra viva: al-
tro tetto è sopra per maggior comodo de'
soldati e delle munizioni. Il muro este-
riore, che forma anco parapetto, è gros-
so 24 piedi. Si domina perfettamente l'un
bastione e l'altro, e i terrapieni e la cam-
pagna: due per parte sono le cannoniere
ne'iati, le interiori delle quali radono le
facce de'baloardi. Dall'alto dell'interna
porta si osserva un bel punto di vista. 11
bastione de'Riformati è meno ottuso del-
l'antecedente: il fianco interiore, come ne-
gli altri ancora, è vestilo di grosso mu-
ro, ed è circolare, perciò il contorno su-
periore fu detto Corona, concentrato an-
cora ne'lali. A mezzo della seguente cor-
tina,rimasta da una parte imperfelta, s'al-
za gran Cavaliero, e così nell'altre che
son terminale. L'ingresso è magnifico tra
due gran pilastroni di pietra, e la salita
VOL. ICIY.
VER »a9
comoda. Segue il bastiode di s. Spìrito,
che forse fu d'anteriore lavoro: benché
rotondo, non è niente raen formidabile
de'modernì, perchè avanzato dinanzi al
recinto per una gola. In mezzo alia corti-
na formata dal vecchio muro è la porta
del Palio, i cui prospetti di lutto marmo
sono d' un dorico nobilissimo, come ap-
parisce dalla tavola; nel di fuori le gran-
dissime colonne risaltano per due terzi,
scanalate secondo l'ordine, e tutte d' un
pezzo. Dentro è ampio sito, e dalla par-
te dellp città un'alta loggia, che non in-
vidia l'antiche fabbriche romane. Il di
fuori di essa e il di dentro non ponno più.
facilmente ammirarsi che descriversi: l'o-
pera è rustica e massiccia, ma insieme or-
nata; i pilastri nell'interno sostengouo u-
na cornice di modo particolare, e sopra
di essi da una parte all'altra attraversa-
no archi di pietra Ira'quali è incassata la
volta. Sforza Pallavicino, governatore ge-
nerale dell'armi venete, era tanto inna-
morato di questo edilìzio , che riteneva
non trovarsi il più superbo in Europa.
Vengono successivamente i due baluardi
dis. Dernardinoe di s. Zenone della solila
figura e co' soliti fianchi, in distanza di
giusto tiro, e con Cavaliero in mezzo al-
la cortina. Meglio non poteva farsi, fuor-
ché nel coprire con orecchioni, essendo
situate le canituiiiere in modo , che per
imboccarle sarebbe forza al nemico d^au-
darsi a mettere sotto il fuoco del bastio-
ne adiacente e del Cavaliero, onde sono
coperte abbastanza. Si riconosce qui inol-
tre che erasi fatta la strada coperta, e ac-
comodato lo spalto, anzi vi furono pihe
opere esteriori. Alcuni scrittori antichi,
sogliono accusare i primi fortificatori di
aver fatto i bastioni troppo piccoli^ ma
questo di s. Zenone sarebbe anco in og-
gi applauditissimo : la capitale è di piedi
175, COSI la gola e altrettanto le facce; i
fianchi sono di 29 piedi. Il Cavaliero é
più perfetto degli altri, con ingresso e sa-
lita da un lato, muro grosso come i ba-
sliooi, pietre grandi nel contorno, piazza
9
i3o VER
iiinpia e quadrilunga, ed i sotlei ranei so*
uo diversi dagli alli'i. La porla di s. Ze-
none, sudd, n>agnifìca e iieu archi lettala,
in quadro anch'essa^ sarebbe usservabile
in altte città, ma qui è oiTuscata dall'al-
tre. Le coluniie piatte, cotu partile iu qua>
dri rustici, bizzairautente escono verso la
cima con un nello più ristretto, sopra cui
è capitello composito. La maggior parte
del tratto di questa porta cili'ultimo ba-
stione è rimasto dalla fortilìcazione pre-
cedente, fatta molto avanti il i5oo. Ne'
parapetti delle cortine sono spesse canno-
niere dritte e oblique; qui si vedono re-
spiri e luminari pe'sutlerranei, che girau
sotto da per tutto. Si vuole che lo studio
de'le contromine cominciò dopo che Pie-
tro INavarro, chiamato i nventordelle mi-
ne, conquassò e mandò in aria molte for-
tezze ; ma questi veronesi corridori cou
pozzi e campane una sotto l'altra, e stra-
de Sfgrele, couiC dice il Marchi, che
vanno fatte le contramine, e che si fe>
cero quelle del baioni do di Paolo HI, a
tutte l'imprese che del Navarro in que*
sto geneie si i accontano, sono certaineo-
te anteriori. Il tondo bastione di s. Pru-
colo, oltre a io cannoniere di sopra, hu
due casematte per parte dell'aulico mo-
do, due cannoniere delie quali riescono
sotto il cordone, e due quasi al pian del
fosso. £' notabile nella cortina che tiegui-
ta il vedersi anche in essa la bocca di due
casematte, e qui si riconoscono le finezze
del forlifìcare, che precede il moderno.
Passando avanti irovasi inserito nella cor-
tina un pezzo del muro Scalìgero. Vieu
finalmente il buslione di Spagna^ di super
ba struttura, d'angolo aculo, coinè posto
nei voltar det recinto, e per la sua situa-
zione di figura purliculcue, ma vhe ful-
mina d' ugni parie in più n)udi. Fu lo-
dalo assai dagli scritturi dell'arte. Il Sun-
miclieli, in cui parve esser passata l'ani-
ma di Vilruvio, imparò un mudo prati-
catovi dal veronese Anlìteatro, come im-
parò da' suoi gradi il modo delle piette
•opra il coperto della porta Nuova , al
VER
congiungimento delle quali non può cor-
rere acqua; e dal suo portico esteriore il
gettar archi di pietra sotto la loggia del-
ia porla dèi Palio intrainurandovi la voi»
ta; e come ne impalò il raddoppiar gli
archi sotto i vani, e il fure porle grandi
di 3 soli pezzi, o col cuneo in mezzo, e
il valeisi mollo e in più foggie del rusti-
co, che tanto fa liene nell'opere grandio-
se e severe, nobilitando però con Itelle
parti architettuniclie, e con pulir talvol-
ta a luogo certi piccoli spazi. Nella pie-
na dell'Adige, avvenuta ne'|)rimi del no-
vembre 1719, entrata l'acqua in questa
lussa, corse fino a uscire dall' altro lato,
e fino a tornar nel suo letto, essendone
limasti abbattuti 3 archi del ponte alla
porla di s. Zeno. Tra le opere militari
sommamente maguìfìche , e 'secondo il
tempo dell'erezione anche arlinciose,de-
vonsi comprendere diverse delle seguen-
ti. Il bastione di Campo JMarzo non va
in liuea cogli altri, essendo tia le antiche
l'opera più moderna di \ erona , come
fabbiicalosul finir del secoloXVl. lIMaf-
fei io dice, forse il maggior baloardo del
moudo, riprovalo però per l'eccessiva
grandezza. La capitale è di piedi 49^) ^<*
gola di 610, la faccia deslra di 612, e il
suo fianco di 1 60, la sinistra di 5 1 8, e il
suo fianco dii32, compresi 78 che ne ti-
ra la corda dell'orecchione. Ha il para-
petto di terreno, e benché da una parte
copra il fianco con orecchione, non (a co-
si dall'altra, forse per non esservene bi-
sogno per la vicinanza del fiume , e per
lo battete che vi fu della campagna il po-
tilo allo del Crocefisso. Le piazze basse
hanno mura nobili e più cose osservabi-
li: vi si scende dalla gola per due larghe
strade di facil declivio. 11 muro Scalige-
ro, che procede sino al fiume, duvea col-
le sue torri atterrarsi; vedesi principiala
la cortina, che si ritirava in dentro pie-
gando sulla drilla, oude proseguendo ta-
glierebbe io spazio ove nel 1 ." quarto del
secolo passato si fabbricò la Fiera di rnu-
10. Segue il bastione delle Maddalene, già
VER
descritto qual primogeiiito ói tutti gli au-
golai'i. La porla del Vescovo a mezzo la
cortina, benché sia l'iafei-iore tra le ve-
H'onesìjè però molto nobile, ornata e bea
pensata. Da essa alia porta di s. Giorgio
I bastioni sono tutti rotondi, ma così
fraudi e massicci, e così ben muniti, che
>eu meritano essere osservati. Ne sia sag-
lio quello di s. Toscana, che ha io cau-
loniere in giro, cavate nel murogrossis-
timo , che fa parapetto con due feritoie
oblique a lato di ciascuna per atoschet-
li, e con tromba, che assai s' allarga nel
di fuori, per poter ferire a piacere. Sui
fianchi ha le casematte, e le cannoniere
vengono a radere il f'usso. ^ul colle resta
il muro Scaligero colie sue torri, ma fuo-
-ri di esso nell'alto si sporge il bastione di
-«. Zeno in monte, ìndi l'altro di s. Felt-
i-^. 11 Castello, eh' è fondato in parte sul
masso, seguendo la necessità della aituu-
■xione, consiste nella parte di fuori in uu
grandissimo tenaglione, furmato da mu-
ra lerribdi di cui poche sono Teguaii. Ha
porte di sortita, e modi vari di difesa, e
casematte di grandissima opera. Venen-
do dalla città al Castello ai monta »ulla
piazza del terrapieno per bella porta la-
terale, ornata di colonne doriche con fa-
sce rozze. Proseguendo il recinto si tro-
va in poca distanza il bastione della Da-
cola,co»ì detto perchèera (piivi una por-
ta, che apparisce ancora nel di fuori, su-
Stenuto dinanzi ad essa con vulte di ter-
reno. Dal bastione al ca>tello di s. Pietro
slendesi una traversa di grosso muro, che
mostra nella cima come faceva difesa di
qua e di là. Passando al bastione delle
Boccare,coȓ detto per le gran bocche che
sono nel suolo della sua piazza ; esso è
mollo diverso dagli allii, giacché non
pieno ma vuoto, con muro grosso 25 pie-
di e corridore in cima pe' moschettieri.
Scendendo nella incomparabile casamat-
ta si trova uno de'piìi nobili edilìzi ch'ab-
bia forse fatto vedere ne'secoli moderni
l'architettura. Erano le casematte stanze
soilerrauee in volta coq cauuoDicie, per
V£R i3i
lo più ne'fianchi de'baslioui, e solevano
tener luogo di piazze basse. Dopo il nuo-
vo modo dal Sanmicheli introdotto, fu-
rono fieramente riprovate dagl'ingegne-
ri italiani, perchè con tutti i respiri e fa-
ri, il fumo e il rimboutbo le rendevano
ben tosto impraticabili: ma avea trova-
to modo di renderle praticabili chi ta
presente edificò. La porta è larga i4 pie-
di, ed alta 20. Tuttu lo spazio del bastia*
ne è abbracciato da uu sotterraneo solo,
che tira da uu muro all'altro in diame-
tri piedi 10 5. Il pilaatroue rotondo che sta
nel mezzo, ha di diametro piedi 24 t^ OQ'
ce 6. Da queato si spicca la volta, che gi«
ra tutta attorno, e cu'colai ineute si esleu*.
de in larghezza di ^o piedi, alta da ter-
ra nel mezzo piedi 24- La grazia e la
maestria con cui tutta questa volta cam-
mina in cerchio, il che è di molta dilG-
coltà, e la perfezione e cuune>sione di tut-
ta l'opera nun ai può e»primere in breve.
Pareimpossibiie, nel mirarla, dice il Maf-
fei, che in così largo spazio possa reggefr
SI con !>ì poca curvatura, e tanto più per-
ché non imposta perpendicolarmente sul
muro della circonferenza, ma vi si ap-
poggia lu angolo solamente di 4^ gradi;
con tutto que!>tu nou avea mai fatta la
minima fessura, né perduto un mattoue
dopo le pioggie e il gelo di 200 e tanti
anni. Aggiungasi la meraviglia de' fori,
poiché avendo ne'Iali due cannoniere per
parte, sopra queste sono ailrellanle am-
pie aperture semio vali, che corrispondo^
no ai vampo de' pezzi; e nel colmo del-
l'arco n'ha altre 4 intere e veramente o>
vali, perchè più strette dalla parte inter-
na nel procedere al centro con sommo
artifizio. L'asse di queste aperture è luu-
gopiedii8,e il diametro piccolo è di pie-
di 1 i. Gli urli sono contoruati nel di so-
pra di gran pietra per durevule/.za e pei'
ornamento; e in quelle che rispondono
alla parie ulta della piazza, sopra l'estre-
mità e grosso muro, che s' alza fino ai
suolo superiore. In questa casamatta dun-
que uuu si patirebbero griux^oinodi a^-
i32 VER
posti alle altre, giacché l'ampiezza tiel si-
to, la grandezza delle 8 aperture sì oppor-
tunamente situate, e la gran porta clie
mette non in andito, ma all'aperto cie-
lo, dissiperebbero in gran parte , e ren-
derebbero tollerabile lo strepito e il fu-
mo. Vi si ha lume quanto in un cortile,
e sarebbe perciò la più bella cavalleriz-
za coperta del mondo. Ne duole il non
poter celebrare l'ignoto architetto d'im-
inortal memoria ben degno: la quantità
d'uomini eccellenti in ogni professione,
che allor fioriva, faceva Irasandare an-
che le cose grandi. Non resta che il ba-
stione di s. Giorgio, vuoto parimente, e
con parapetto in cima al muro , e dalle
sue fessure non si temevano palle, poiché
iu poca distanza vi è il lìutne. La prossi-
ma porta, detta dal bastione di s. Gior-
gio, non rimase terminata verso il di den-
tro, ma fu pur lavoro di bravo architet-
to: il suo prospetto di bianco marmo é
grave, puro e molto ben divisato, d'or-
dine tra toscano e dorico. M'accorgo d'es-
sermi alquanto diffuso in questo estratto,
ma la città per antonomasia detta delle,
fortificazioni, lo meritava; anco perchè
da essa ne derivò all'architettura milita-
re il suo perfezionamento e vanto all' I-
talia, per opera del genio e del potente
ingegno d'un illustre veronese; ed altresì
per rendere un omaggio alla gloriosa re-
pubblica di Venezia, che della sua fedele
Verona fece un fortissimo propugnacolo,
come pure fu una delle gemme più ful-
gide di sua corona. Tali erano le mura,
le porte,le fortificazioni veronesi nel 1780.
Dopo tanto lasso di tempo, dopo tante
vicende politice, probabilmente occorse-
ro variazioni, sebbene ninna avvertenza
ne trovo nella citata edizione del 1826.
Certamente dagl'imperanti austriaci Ve-
rona ricevè nuove formidabili fortifica-
zioni, delle quali vado a dirne alcunché.
Verona è piazza forte, singolarmente per
le nuove fortificazioni aggiunte dagli au-
striaci. Trovo nel Dizionario geografi'
co universale ^'ww^vt&io iu Venezia: » Tra
VER
le fabbriche militari di Sanmicheli, sin-
golarissimo e fortissimo ingegno, grande
SI nell'architettura militare e sì nella ci-
vile, che lasciò alla sua patria, sono de-
gni di nota la maggior parte de'baloar-
di e delle mura che cingono la città, mi-
seramente abbattute neh 801 perla pa-
ce di Luneville(de'9 febbraio fra la Fran-
cia, l'imperatore Francesco II, ed i prin-
cipi dell'impero), e le 4 porle, Nuova, di
Vicenza, di Brescia, e del Pallio, la qual
ultima viea appellata miracolo di robu-
stezza e di eleganza". Narra il cav. Mu-
tiuelli, che non cessando Verona, assai di -
vota all'Austria, validamente munita, e
superba per l'antiche sue porte, conside-
rate fra le più belle d'Europa, di accre-
scere anche perdi lei parte le militari o-
pere, oihiva al termine del i84o, com-
piuta sopra la piazza della Bra grandio-
sa fabbrica , bella creazione della mente
dell'architetto Barbieri, la quale innalzan-
dosi tra il romano Anfiteatro, la pia bel-
la cosa del inondo, anche conte ora si tro-
va, e il palazzo della Comune , e piace-
volmente armonizzando per le sue gigan-
tesche colonne e per il magnifico suo fron-
tone colla severità del i .° edilizio, e colla
ricchezza del 2.°, veniva destinata a sede
della principal guardia militare della cit-
tà ; laonde la fabbrica stupenda prese il
Dome di Palazzo della gran guardia, iVi
cui a' 9 dicembre presero solennemente
pussessu e a bandiere spiegate le soldate-
sche. La spesa dell'edilizio amcnontò a
1 58, ODO lire, e le due ale in corso di ese-
cuzione, a tale epoca, a 2 i 2,000; doven-
do il comune occupare il piano superio-
re pel proprio ulìizio. — Non lascio per
altro di notare che sulle fabbriche nuo-
ve della Bra ha sta mpato pensieri e pro-
poste ben altre il celebre Gaetano Pina-
li, già consigliere d'appello, uomo eru-
ditissimo, morto da circa un quarto di
secolo, intelligente soprammodo e studio-
so d'architettura, al quale sono dovuti
tanto gli studi e le proposte fatte per la
licosti'uzioue dull'Aico dei Gali, demo»
VER
ìlio nel y.g novembre i8o4, e pei" la fab-
brica cbe si avrebbe dovuto sostituire
alla (.leniolila chiesa di s. Giinitiiano uel-
ia piazza di s. Marco in ì^eneun (/'.) ;
quanto tutte le illustrazioni alle tavole
delle fabbriche del Saninichieii, opera in
loglio riprodotta dalla tipografia Anto-
nelli. Al Pinali la città di Vicenza fece
coniare una medaglia per ringraziamen-
to di alquanti disegni originali di l^al-
ladio, ch'egli le diede in dono, come do-
nò a Verona la bellissima statua romana
dell'oratore Orleusio. — Il prof.Giovanni
Parati, coli' odierna pianta di Verona^
pubblicò con tale titolo un articolo nel*
\' Album di Romani. 1 5, p. 1 22: ecco quan-
to dice delle attuali fortificazioni.» Que-
sta cospicua città, dopo il 1823 fu profon-
da raeu te studiata dall' Austria, la qua le nel
rammemorare rinlluenza che poteva a-
vere io tutte le guerre d'Italia, compre-
se la suprema e veramente unica sua mi-
litare importanza. Per la qual cosa i te-
deschi onde aver il duplice vantaggio del-
la difesa e della oil'esa simultanee e libere
(l'esperienza sta per farsene mentre seri*
vo),s'acci userò bentosto a ridurla secondo
il terribile sistema di Carnot, qual misto
di fortezza e di campo trincerato (che nel-
la piantasi vede delineato presso \\ Cam-
po Marzio). Sei bastioni in pianura sulla
destra del fiume furono formati d' un
doppio muro parallelo, ma in tal guisa
fatto ed innalzalo da lasciar libera usci-
ta pe' fianchi a numerosi corpi di trup-
pa, che schierati nel letto del fosso pei*
una lunga e facile controscarpa, potesse-
ro a un bisogno uscire con cavalleria e
artiglieria ordinate per respingere l'eser-
cito nemico. Il vetustissimo Castello, i
•ette baloardi del medio evo, i fortini,!
torrioni, le cortine de'monti che le stan-
ino a ridosso, ed i molti propugnacoli che
da luogo a luogo sorgono tutto all'intor-
DO nel recinto delle mura, vennero an-
che questi restaurati, atfortifìcati e mu-
niti d'ogni sorta di opere, di batterie e
munizioni. Né tulle que&le furtiflcazioni
VER i33
e difese furono bastanti per rendere sazio
e tianquillo l'animo tilul>ante della de-
crepita oligarchia austrìaca (la sua pub-
blicazione porta la data de' 10 giugno
I 848 1 ), che anzi avvezza da secoli a di-
videre in categorie gli uomini, ed a rin-
negare la vita progressiva dello spirito u-
mano, onde renilersi vìemmaggìorraenle
temuta, imperturbabile e sicura, ordinò
che s'innalzassero ancora più innanzi nel-
la campagna de'saldi trincieramenti rin-
forzati da mezzi addizionali e da altre o-
pere gagliarde, fatte tutte ed ideate se-
condo il principio delle torri Massimi-
liane. Però alla vista di queste barriere
formidabili, al cospetto di sì studiate e
munite fortificazioni s' arresterà forse il
magnanimo, l'intrepido, l'armi-potentis-
snno Monarca Suhalpirio? No; ma il co-
raggio ed il valore, la previdenza e la fer-
mezza di questo Re Salvatore e delle po-
derose e prodi sue milizie, a cui ia disci-
plina e la virtìi militare non vennero mai
meno, sormonteranno gli ostacoli, trion-
feranno delle diHìcoltà che la natura e
l'arte gli hannocontrapposto. Dappoiché
per l'intera liberazione patria dal giogo
stianiero e per l'italiana indipendenza é
stata snudata da Carlo Alberto la spada
ec." Qual si fu il successo di questa divi-
nazione d'allora, l'accennai a suo luo-
go ; quale della presente franco-sarda
vedremo. Ci disse poi VOxservalove Ro'
mano (\e\ i85i, a p. gSS, facendo la
corrispondenza del Cattolico parlare
un viaggiatore reduce dal Tirolo, di
cui restò edificato per la religione e la
fedeltà, e da Trento meravigliato per
non rinvenirvi un pubblico monumen-
to che testimoniasse all'universale la ce-
lebralissima adunanza dell' ultimo ecu-
menico concilio. » Da Trento passai a
Verona, la città delle fortificazioni, che
volli vedere, per quanto era permesso, per
intero. Ei mipareesserecosìbene ordina-
le,che per superarle sarà mestieri di sagri-
fìcare molti battaglioni, e alcun v'ha che
pensa che in oggi sieoo imprendibili.
1^4 VER
Vidi il forte s. Lucio , e il luogo dove i
▼ostri piemontesi inutilmente fecero pro-
va del loro valore. Giunsi in Verona die
erano anror fi esche le gioie e feste fatte
nll'imperatore". Leggo nella Civiltà Cat-
tolica del 1 857, 3/ serie, t. 5, p. i r 2: Le
forlificarioni che si costruiscono a Vero-
lia.renderannoqnesta città la piazza d'ar
mi più Torte d'Itaha, e contribuiranno ad
una pace solida e duratura (forse ciò dis-
se nel senso del motto antico: si vi.i pa-
rem , pam hellitm). E nella serie 4-"j l-
T, p, 598, iSe^ 5 marzo i85g. » L' Au-
»l ria, secondo i calcoli esposti i» modo S'osai
parlicolareg£;ialo neW Indépendance Bel-
fie lìti' IO febbraio, col solo mettere sul
piede di guerra l'esercito che ella già tie-
ne, può disporre, per sua difesa, di nien-
temeno che 600,000 uoniini, col corre-
do di I 344 cannoni; aggiungendovi il
"contingente del 1859, essa conterebbe
olire a 685,ooo guerrieri , divisi in 4
grandi eserciti o 12 corpi ben armati e
pronti alle mosse. A questo s' aggiunge
che le sue possessioni alemanne sono di-
fese da fortezze, quali sono Uasfadt, Ulm,
Ingolstadt e il campo trincerato di Linz ;
che ha nell'alta Italia il campo trinceralo
di Verona, a cui furono aggiunli, dopo il
j85o, nove folli staccati che ne fanno
un baluardo inespugnabile; Mantova, Pe-
schiera, Piacenza, Ferrara, ed altre assai
munizioni di gran forza; e però quando
essa lasciasse i primi impeti degli assali-
lori frangersi contro quelle rocche, ognu-
no vede quanto incerta sarebbe per loro
la sorte dell'armi e dubbia la vittoria
(allude alle insistenti voci di guerra, ed
«'timori di nuo»i sovvertimenti politici,
che turbarono al cominciar del i85f)
tulio il regno Lombardo-Veneto, anzi d
vesto d'Italia e d'Europa; per dirsi vo-
lere di forza il Piemonte aggregarsi tal
reame, e secondarlo in quell'impresa la
Francia e fors'anco la Russia). Nel 1857
colla destinazione dell' arciduca gover-
natore generale del Lombardo-Veneto,
ee»sò Verona d'essere la sede del gover*
VER
no generale' civile e militare del regno
Lombardo- Veneto. Nel febbraio 1859
poi, per l'accennate voci bellicose, il con-
te Francesco Gyulai ristabilì il suo quar-
tiere generale a Verona del suo corpo
d'armata. Imperocché Verona per la sua
postura strategica la fa essere quasi chia-
ve d'entrala d'Alemagna in Italia.
Si distingue Verona non solamente per
l'architettura militare, ma anco per la ci-
vile. In questa, oltre Sanmicheli, 1' orna-
rono di fabbricati Palladio, Sansovino e
altri valenti architetti; e per la copia de-
gli edilìzi in marmo, appunto fu pur det-
ta città marmoren. Il più magnifico pa-
lazzo è quello di Canossa, degno d'esser
ronsideiato in ogni sua parie, ossia per
la nobiltà del prospetto e dell'ingresso e
delle stanze, ossia per l'opportunità delle
cucine e delle dispense sotterra, e de'mez-
zanini tra l'uno de'piani nobili e l'altro;
in que'modi tanto poi abbracciati in al-
cune altre città, si vede in questo come
dal Sanmicheli ebbero cominciamento.
La sala è lunga nientemeno di piedi ve-
lonesi 54 e larga 38. Non venne da quel
saggio architetto la bizzarria della stalla,
fitta poi nel secolo XVII con 38 colon-
ne di pietra, ed altrettante statue, in vece
dell'usate poste di legno. Tutto il fregio
nella sala lo dipinse il veronese Giacomo
Ligozzi, e due camere terrene de'concit-
ladini Tullio o Bernardo India. Fu più
volte abitato da re e da imperatori. Il
palazzo de'conti Bevilacqua ( nel quale
secondo WCBnceW'wv'x, Memorie delle sa-
gre Teste de' ss. Pietro e Paolo, [ì. 71,
si custodiva la Spada di s. Paolo, la qua-
le fu poi trasferita nella chiesa de'frati mi-
nori di Carotta o Arcarotla fra'limili del-
la chiesa parrocchiatesuburbana di Quia*
7ano, come si legge nella vita mss. di s.
Martino, che si conservava nelle libreria
Saibante in Verona stessa, scritta nel se-
colo XV; di che feci ricordo nel voi. XC,
p. 391 ), ha ornatissima facciata, che su-
pera le altre nella ricchezza e profusione
di ornati, ma rimasta imperfetta, poiché
VER
doveva continuare per quanto abbraccia
il rimanente del fabbricato. Il sito dei
Corso, ove sorge, rende a proposito la con-
tinuata ringhiera dì molto uso. La corni-
ce è alquanto licenziosa. Delle colonne di
sopra, alcune hanno i canali diritti e al-
tre torti, le qiinli ultime scanalature gi-
rano più di 3 W'Ile. Il prezioso museo
che per due secoli gli acquistò tanta ce-
lebrila, non esiste più; la sua bella Ve-
nere, il suo Pane, il Bacco, i suoi busti di
Impeialuri romani, la sua bella Livia so-
no passati in Baviera; l'Augusto e il Ca«
racnlla ritornati da Parigi non fecero che
traversar Verona, per arricchire del pari
la gliptoleca di Monaco sua capitale. Il
palazzo Pellegrini a s. Benedetto, si ar-
gomenta del Sanmicheli dal tempo e
dalla maniera : bellissima tra le oltre par-
li è la grande altezza, della quale fu per
altro un ripiego dell'architetto , per far
lucida l'entrata, quale per aver poco silo
in fronte a motivo della vicinanza delie
piazze, non si potè fare che assai bislunga.
La scala segreta a chiocciola in ristrettis-
simo spazio, forse non si vide mai la più
comoda; elfetto della linea spirale ineii
tortuosa e più prolungata, e insieme dei
gradini tenuti anche nell'angolo interno
di sufficiente larghezza. II palazzo già La-
vezola, poi de'coiiti PoQìpei alla Vittoria,
fu singolarmente lodato ilal Bibbiena ,
quando fu a Verona [)el teatro. Il palaz-
zo de'Verza ha il sotloportico aperto che
serve di via coperta all'uso di Padova, ed
è osservabile quanta grazia porti il pog-
ginolo per esser fatto in proporzione giu-
sta,quando in oggi, ove si pongono balau-
stri, per lo più si guasta. In questo e nel-
l'antecedente le scanalature non sono in
tutto il rigore delle regole del dorico, ma
queste sono minuzie. Il palazzo de'conti
Mdlfei gode il raro vantaggio del sito ,
occupando la froote delia piazza grande.
E ben diviso e nobilmente ornato anche
l'interno. La scala, che dalle cantine s'al-
za (Ino all'ultima 9oaamità,per nou per-
dere sito fu fatta a chiocciola, ma spazio-
VER i35
sa e nobile, e tutta in aria. Nel pianlerreuo
è giudiziosamente cavalo il comodo per
4botteghe, senza guastar punto il decoro
né l' apparenza. Sul tetto anticamente
era un giardino , che a piacere può ri-
mettersi, li palazzo della Bra dovea ser-
vir per uso del provveditor generale di
Terraferma, il quale magistrato straor-
dinario della veneta repubblica soleva
risiedere in Verona. Fu cominciato con
gran sontuosità, coroeapparisce da quan-
to fu eseguito, e dovea avere i5 fine-
stroni in facciata. Ben divisato è in esso
il comparto del fregio dorico che sopra le
colonne benché doppie fa riuscire i tri-
solchi in modo, che si poteva far fine
senza spezzar nulla nell'angolo. De' di-
scorsi palazzi, il Ma (Tei offre i prospetti
nelle tavole, avvertendo di non credersi
angusti, poiché supplisce il fondo ampia-
mente alla poca fronte, poiché la molta
popolazione,al tempo in cui furono eret-
ti, rendeva diOìcile il poter sulle strade no-
bili aver molto sito. Vi sono altri palazzi.
Quello della prossima accademia coi gran
salone e col vestibolo d'ordine jonico,si
attribuisce aCurtoni o Fontana. Dai non
esser bastato l'assegnamento venne il di-
fetto di non alzare i laterali al pari del
gran colonnato. Per quel sito avea dise-
gnato un palazzo il l^alladio, come può
vedersi nelle sue opere stampale, che a-
vea alcuna similitudine colla detta fab-
brica, ed in cui l'altezza della sala dovea
arrivare fin sotto al tetto. Le porte dei
due palazzi Pretorio e Prefettizio sono
dei Sanmiciieli. La junica.del palazzo del
Podestà è pregiudicala dall'essersi alzata
alcpianlo il piano della piazza nei pavi-
mento. Ma qui debbo notare col cav. Mu-
linelli , che nel i84o erano prossime a
componimento le sale del vecchio palaz»
zo della Comune, destinate a sede dell'ac-
cademia di pittura, della Libreria, e del-
la comunale Pinacoteca, alle quali saie si
giunge per un'assai ampia e magnifica
scaia. vSi valutava la spesa ascendere a
lire 160,000. Degno d'esser veduto è il
Ì36 VER
cortile del palazzo de' conti Verità alle
Sliiiunale, posto dinanzi alla casa e con
bella porta. Vanno pure notuiniiti i pa-
lazzi Dalla Torre a s. Fermo, quello dei
conti Allegri per la sala quadrata , am-
pia e luminosa cou volta ben pitturala,
decorata da ben intesi ornati. Il palazzo
Murari, dipinto da Domenico Riccio det-
lo Brasa sorci veronese (cioè perchè rio-
tagliatore suo padre, come dissi altrove,
scopri un segreto per far perire i sorci):
nel prospetto e sopra il fiume si distinse
ne' chiaroscuri e nel colorito per la no-
biltà de' pensieri, l'inlelligeuza e la bel*
lezza de'nudì,e tra le altre cose nelle bat-
taglie de' Tritoni e Cavalli marini da
una parte, e de'Lapiti e Centauri dal-
l'altra, dove par che s'odano i gridi delle
rapite donne, e che siano spiccati e tondi
i corpi e i vasi. Il lungo fregio con va-
i'ie specie d'animali, lo dimostrano quasi
unicamente pittore animalista. Il mede-
simo Domenico nel palazzo Uidolfi a s.
Pietro in Carnario, dipinse mirabilmen-
te a fresco il famoso fregio con figure ai
naturale. Belli sono i quadri nelle stanze
terrene, e tra gli altri d'Anselmo Cancri
il ritrovamento di Mosè bambino, sup-
plita l'ampiezza del quadro con eruditi
e pittoreschi pensieri degni di somma
lode. Nel detto fregio del Drusasorci, ma-
gnifica è la bellezza e la proprietà del
soggetto che rappresentò, cioè la solenne
Cm'alcata di Clemente VII e di Carlo
V in Bologna , dopo la funzione della
Coronazione clelt Imperatore , discorsa
e descritta in que' due articoli e in altri
relativi. Tale [)iltura è una storia veri-
dica di quella funzione assai più espres-
siva d'ogni libro , facendo vedere quali
persone e personaggi intervennero) l'or-
dine con cui procederono, gli abili, il mo-
do, e le vere sembianze e ritratti de' più
degni. L'istesso argomento però fu espres-
to allora ip altri fregi, cioè dal veronese
Ligozzi in casa Fumanelli a s. Moria in
Organo, e did concittadino Paolo Fari-
uulu (uucUe mchilcllu e iuta^liulure wX
VER
acquaforte; era discendente dal famoso
Farinata degli Uberti. In alcuni suoi
quadri vedesi dipinta una hunaca, forse
od imitazione del gran Paolo Veronese,
per dimostrare che ancor esso portava
la casa in capo onde cozzare co' sover-
chiatori ) in casa Lisca a s. Darnaso. Ma
il Brusasorci fu mandai^) appositamente
a Bologna a ritrarre lutto dal vero, e l'e-
segui con tanta diligenza ch'è stimato il
suo capolavoro, per la moltitudine delle
figure ben distribuite, e varie nel movi-
mento; gli uomini , i cavalli, la varietà
de' vestiti, la maestosa pompa, lo splendo-
re, la gioia che anima lutti i volti, renda-
no imponente lo speltacolo, che tu anco
r ultimo di tal genere. Del merito delle
3 rappresentazioni, loro descrizioni e in-
cisioni, può vedersi il eh. cav. Giordani :
Della dimora e venuta iti Bologna di
Clemente V li e Carlo V^ nota 44^» ^
p. 166 e 167 delle Notizie d'opere che
figurano, gloriosi fatti di Carlo F . Ol-
tre tale eruditissima opera , mi pregio
possedere: La cavalcala di Clemente
ni e Carlo V della sala Ridolfi^dipia-
ta dal Brusasorci, incisa a contorno ia
otto tavole dal celebre agostino Come-
rio, Verona presso Fri Ioni e compagni ,
con cenni descrittivi ad ogni tavola pub-
blicati nella tipografìa Tonimasi. Que-
sta più recente incisione (1' altra fu nei
1791 fatta eseguire dal cardinal Carrara
per opera del Fdidori , sopra disegno di
Giovanni Benini veronese) è in figure di
maggior grandezza della precedente, e
dà quindi più precisa idea de'ritratti di
ciascun personaggio in essa pittura al na-
turale rappresentati. L'Algarolli chiama
il Brusasorci pillor degno in verità di
maggior rumore e fama, ch'egli non ha
per avventura conseguito. Quanto al-
l'incisore e pittore Comerio di Locate nel
Comasco, in Verona cllìgiò gli apparta-
menti del conte Erbisti, del marchese l'ia-
demoiite, dc'Fracasloro e di altri; dii^egnò
e incise, senza tradire l'originale, la ce-
lebrala Cavalcala, muveudu in llccoaro
VER
ne! 1 829. Senza dire di alili palazzi, nn-
clie iDoderni, in Verona 1' arcltilettura
seppe dar pregio grande anche alle ca-
se piccole, come il casino Guarienti nella
contrada di s. Fielro ìnCarnario. — Tra
Icmoltissiuiee mirabili pittnre pubbliche
è privale che decorano Verona, primeg-
giano quelle ilei somnio veronese Paolo
Cidiari dello il Jeronese, benché vasto
lealrodi sua gloria fu ed è P'enezia (A'.),
come de'pur veronesi Domenico Morone
e Francesco suo figlio, Pietro Morone al-
lievo di Paolo Veronese (non si devono
confondere con Gio. Ballista Morone di
Albino nel Bergamasco, eccellente pitto-
re e stupendo ritrattista ), Paolo Cavaz-
xola, Francesco da'Libri, suo figlio Giro-
lamo grande nell'arte e Francesco figlio
di questi, Gio. Francesco Carollo(divei*-
so da Giovanni produttore valente di me-
daglie in gesso), Domenico Riccio , suo
fratello Gio. Callista e Felice figlio del
I .", lutti denominati Brusasorci, Boni<-
facio da Verona, e di altri assai veronesi
e di alili luoghi, che resero anco in que-
sto celebre Verona nell'esercizio d'un'ar-
le cos'i bella e nobile. De' pittori e delle
pilture,deglisculloriedellesculture vero-
nesi, col laudalo marchese Ma Ilei parle-
rò dicendo delleprincipali chiese e degli
uomini illustri fioriti in questa città, non
polendo garantire, quanto alle pitture e
sculture se tutti esistano, dopo il volger
di tanti anni e di tante vicende; così de-
vesi avvertire de'musei e delle gallerie che
descrive,edi cui eccone un cenno d'indi-
cazione, riserbandomi parlare del Museo
d'Iscrizioni , ragionando delle cospicue
antichità di Verona. — In altri tempi furo-
no famosi in Verona i musei e le galle-
rie, parlicolarnienle per collezioni di me-
daglie e pitture quelli di Marc' Antonio
da Monte, del conte Girolamo Canossa,
di Cesare Nichesola, del conte Agostino
Giusti, dì casa Muselli per rarissimi qua-
dri celebratissimo, di INicolò Cusani, d'A n-
tonio Curloni, e più altri, sino all'ulti-
luo Gio. Bellino Cignaruli morto net
VER 137
1770. Tulli benemeriti dell'ornamen-
to della patria, e perciò illustri, per
averne con nobilissimi spiriti curato la
reputazione e il lustro, a vantaggio e
presidio altresì della scienza e dell' ar-
te. 11 museo raccolto 200 anni innan-
zi al MalFei, dal genio del conte Ma-
rio Bevilacqua, a suo tempo si conser-
vava ottimamente custodito nella sua
casa. Occupava una lunga sala destinata
ad uso di galleria, e due contigue stanze,
il lutto ben disposto, Tra le pitture era-
vi il Paradiso del Tintorello, pili felice-
mente ideato da quello espresso nella sa-
la del gran Consiglio di Venezia; la Ve-
nere con amorino di Paolo Veronese; e
quadri del Carolo e de' Brusasorci. Tra
i disegni , superava ogni altro uno di
Raifaello. Non mancava di ampio meda-
gliere, e di pregevole libreria e con mss.,
oltre un ragguardevole archivio. Tra i
marmi si distinguevano 5 insigni statue,
busti ed altre sculture ; non essendo a
me dato farne in breve la descrizione ,
così dell'altre o[>ere d'arte, mancandomi
io spazio. Esibisce Malfei alcune tavola
delle sculture di questue altri musei, an-
che in bronzo, li museo Moscardo lo (ur-
Uiò avanti la metà del Secolo XVII il
conte Lodovico Moscardo , e si rese fa-
moso per l'Europa, la cui illustrazione fu
pubblicata; la rciccolla essendo uuiver-
.sale può classificarsi. In molti quadri di
autori insigni, di ritratti d'uomini illustri,
di disegni in quantità grandissima , di
stampe scelte di celebri pitture.di figure
di metallo in notabilissima copia e di va-
rie maniere di buoni maestri, di modelli
del Saiisovino e di altri tali, di varie cu-
riosità di lavori singolari. In una stanza
grandissima , collezione di cose naturali
egregiamente disposte, nella più parte
provenienti dal rinomato museo Calceo-
jario. Serie di gemme e di marmi, di mi-
niere e dì minerali, coralli, piante, erbe,
legni, amianto, calamita, terre, sali, bal-
sami, gomme, petrificazionì, testacei, ani-
mali strani, mostri, scherzi della natura
r38 VER
e copiosi oggetti il' India. DI anticliilà ,
nriiueggiavano idoli e allie figurine di
rneliillo, amuleti , voli, lucerne, anel-
li, vasi, utensili, vetri, cose egizie, due
imporlaiilissime tavolette di bronzo in-
cise nell'epoca di Tiberio, contenenti due
jstrunienli di patronato e clientela tra due
città d' Africa e un personaggio di Ro-
ma. Alquanti mss. di vario genere, mas-
sime di memorie patrie. Scrigno di me-
daglie celebralo dal Vaillant, ricco di co-
se singolari, di metallo, d'argento e alcu-
na d'oro, non poche greche e diversi me-
daglioni. Raccolta di monete, princi-
piando da Carlo Magno. Medaghe mo-
derne d' uomini illustri e d'altri. Gem-
ine intagliate e cammei. L'erudito conte
Gomberlo Giusti riunì una quadreria
sceltissima, con opere di Paolo, di Tizia-
no, de'Drusasorci, dell'Orbttto , di Leo-
nardo da Vinci ec. Disegni singolari e
sculture, anticaglie diverse di vetro , di
terra, di metalli, di maru)ì. Scrigno co-
pioso di medaglie colla compita serie Im-
peratoria di vari metalli e alcune rare ,
oltre diversi simili medaglioni, colla de-
scrizione di molte. Il celebre prelato cau.
Giuseppe Bianchini possedeva f|uantilà
■grande di nobili arnesi da galleria , ere-
ditati daililluslre zio, o da lui acquista-
li, però buona parte donali in Roma. Con-
sistevano in miscellanee erudite di pietre,
di metallo e d'altre materie; opere di
biavi artefici, di disegni, figure e rami
perfettamente intagliati, ed anticaglie cri-
sliane. Copia di gemme e pietre intu-
gliate, e di quelle in ispecie con nomi e
parole incise. Il capo principale della rac-
colta essendo le medaglie ed i medaglio-
ni, Mafifei fece osservazioni riferenilone
alcune, ed offrendone tavole: olire di me-
tallo, argento e oro, anche uniche o ra-
re, ve u' erano molle di piombo antico,
eziandio greche. La galleria e museo di
Giovanni Saibante si formarono dal suo
«mora per acquisto a qualunque prezzo
(licose rare,precipuamente inss.,strumeD-
M matematici e particolari, armi strane e
VER
antiche,sìngo!ari per forma, materia e la-
voro in copia grande, e ogni sorte di ar-
ne'ìi da galleria. 11 suo nobile genio pose
insieme ampia e numerosissima hbreria,
per giovare eziandio agli studiosi di buoa
gusto, compiacendosi anzitutto d'incettar
lesti a penna, e vi riuscì con tal fortima ,
che gli venne dato raccogliere piùdi i 3oo
mss., anche paliiie perciò di sommo pre-
gio per Verona, oltre 80 codici greci il
cui catalogo riferisce MafFei. Di più, te-
ste antiche e moderne di marmo, e si-
mili busti, ed alti e bassi rilievi; paesag-
gi ben dipinti; medaglie d' uomini illu-
sila ; numero grandissimo di figure mo-
derne di bronzo; cose impietrile, galan-
terie cinesi, gemme, pietre rare, e miscee
d'ogni fatta. Benché il museo Trevisani
non appartenesse veramente a Verona,
non volle l'autore lasciar di farne onorala
menzione, per custodirsi allora nel palaz-
zo vescovile, e per benignità dell'dlustre
possessore aperto sempre alla colta cu-
riosità de'foraslieri. Questa famosa rac-
colta era proprietà di Francesco II Tre-
visan in quel tempo vescovo di Verona,
e da lui formata , altra possedendone
nella sua patria Venezia. Si componeva
principalmente in gran numero di busti
marmorei, che adornavano due camero-
ni e una galleria; in una stimabile rac-
colta di quadri e urne di marmo, e an-
tichi vasi e figure di metallo, e strumen-
ti; singolarmente due grandi armadi di
mss., tra'quali non pochi per ogni conto
pregevoli. D. Domenico Vallarsi riunì
varie erudite curiosità, buon numero di
pietre intagliate, medaglie, iscrizioni e al-
tro, ed un bel n)a|)pumondu cinese. 11 d.'
Bastiano Rotari po»e insieme rara e am-
pia raccolta di cose impietrite d'ogni ma-
niera, e di testacei, per gli sludi naturali,
quasi tutto trovalo nel Veronese; oltre
quantità grande di disegni e stampe scel-
te, di uomini insigni. La galleria Maifei
conteneva alquanti quadri di buoni pen-
nelli, fra'quali di Paolo, di Carolo, ed un
soUiiisù dell'eccellenle Felice Brusasoici
V E R
ton 01 n.Ttissiiua cornice, olire alili dipinli
e uno lodevole di Giovanni Cignaroli pur
veronese. Meritò l'nntica staliHi greca di
Serapide l'incisione in tavola, e per tale
la riconoI)be il sommo Canova. A II re
sculture, anche in bronzo, molle iscrizio-
ni ed una in bronzo, e molli bassirilievi
specialmente greci, destinali tnlli al pub-
blico museo, che dovea compiersi, sicco-
me pezzi per lo più scelti, dislinguend-jsi
vari marmi figurati;, eziandio cristiani,
ehe descrive Martei. Irnpronli figulini
fle'vasellai, col tempo segtialo per con-
solati; alcuni monumenti etruschi, serie
di slatuine di metallo, ma veramente an-
tiche, mollo comune essendo l'inganno,
in questo genere,di credere antico il mo-
derno, benché se ne fece pompa colle
stampe. Anco queste statuine Uìeritarono
la descrizione di MalFei. Miscea d'arnesi
nntichi, medaglie d'ogni specie, samari-
lane, fenicie, di Sidone e Tiro, efrusche,
puniche d'Africa, e di Sirilia, e di Malia,
egizie, gaditane, ispaniche, alctme delle
quali ellìgiale in una tavola e illustrale,
siccome pregevoli e rare, mollo curiose
non pubblicale prima. Piccola serie d'an-
tiche monete di Pv.oma. Medaglie conso-
lari in abbondanza, alcune differenti dal-
le conosciute , ed imperatorie. Curiosa
raccolta in metallo di medaglie piccole
del secolo alto, non più grandi di quelle
d'argento. Alcuni medaglioni. Bellissimo
studio di gemme intagliate, d' incavo e
a rilievo, ma realmente antiche, anche
in questo spessissimo si suppone antichi
i moderni lavori, i qtiali però non hanno
inai il campo lucido e netto, come quei
de'romani e de'greci. Monete de'mezza-
ni tempi e degli inferiori, diVerona in
gran numero , la più antica delle qtiali
porla Verona Civilas, e la più recente
Perona Cù'ilas Metropolls, ambo d'ar-
gento. Alquante medaglie moderne, co-
me sogliono chiamarsi le lavorate dai
i4oo in poi, singolarmente d'uomini il-
lustri veronesi, pubblicate nella 2.' par-
te della Verona illustrata. Il n>ednglio-
VLR iSj)
ne del fiimoso Ci-escenzio Numenfano ,
che rinnovo prima in Roma il nome di
console, e pieno di spirito romano assun-
se il nome d'Imperatore e di Cesare Au-
gusto, e di Padre della patria , come si
trae da tal numisma, fatto eseguire dai
suoi partigiani, esprimendolo declamante
a cavallo un'allocuzione alTesercilo. Cre-
scenzio avendo aspirato , anzi usurpato
l'impero, con diversa lezione del MafFei,
qui ripetei ò, occupò Castel .t. Angelo ^
che per lui prese il suo nome, travagliò
]*apa Giovanni XV detto XVI, fece in-
trudere nella cattedra di s. Pietro l'an-
tipapa Giovanni XVI detto A^/^//, con-
tro il Papa Gregorio i^, laonde Crescen-
zio nel 998 fu fililo morire da Gitone in
imperatore. Da (piesto importantissimo
medaglione, Mnffei ne trae argomento ,
come le belle arti in Italia non manca-
rono mai del tutto. Inoltre nel museo
Maffei era no alcune cose natura li, alquan-
ti pesci grandi impietriti, trovali in una
montagna veronese; delle nooslre de'mar-
mi veronesi. Diverse prime slampe, spe-
cialmente greche, in uno alle poche pri-
mitive falle in maiuscolo: l'enumera Maf-
fei , la più antica essendo impressa nel
1481, anche in ebraico e dichiarata la
più antica, ed in ruteno o serviano. Al-
quanti mss. greci e latini, di cui l'autore
dà contezza. Riguardano Verona: Rao-
colfe d'antiche iscrizioni (i'\ Feliciano, e
di Fra Giocondo. Sermoni ed Epistole:
di Raterio. Epistole del ven. Paolo Maf-
fei, dello il beato Paolo da Verona. Stif
dio genealogico di Francesco del Bene
sopra le famiglie diVerona. Elogi o Vi-
te d'uomini illustri, specialmente vero-
nesi, di Francesco Pola. Municipalia
decreta^ cioè utilissima raccolta e com-
pendio delle parti del consiglio di Verona
dal i4o5 al 1627, fatta da Bartolomeo
Monselice. Alquanti rotoli de'tempi lon-
gobardi, scritti in corsivo antico. Uno dei
pochi esemplari della bolla del concilio
fìorentùio, latina e greca, colla soscrizio-
ne in cinabro dell' imperatore Giovanni
i4o V F. R
Paleologo, e tìi 32 vescovi greci. Cinque
papiri preziosi. Quantità di buone pit-
ture non mancavano in alcune altre ca-
se , benché le più insigni gallerie a
ten>po del Mafl'ei erano giù distrutte.
Pregevole raccolta si trovava in casa
de' Fattori, primeggiando due quadri di
Tiziano e di Domenico Brusasorci. In
casa de'marchesi Glierardini, tra molte
pitture, 1 4 pezzi si conservavano di Ales-
sandro Turchi, detto Orbello perchè na*
to da un povero cieco, o perchè egli era
losco, comesi scorge nel suo ritratto in
casa Yianelli a Verona. In casa de'conti
Sereghi a s. Bastiano, de'conti Maffei a'
Leoni, de'conti Pozzi a s. Maria in Orga-
no, de'marchesi Sagramosi, de'marchesi
Canossa, ed in piìi altre eranvi non po-
che pitture di molta stima. Le case de'
conti Turchia s. Nicolò, e de'conti Giu-
sti a'ss. Apostoli, erano piene di fatiche
de'piii ammirati tra'moderni artisti. Co-
sì nella deliziosa casa de'conti Chiodi, do-
ve nella gran sala terrena molto dipinse-
ro il veneto Pietro Muttonì detto della
r'erc/i/f?, pel suo amore agli antichi e pei'
la sua abilità ne'restauri di tele antiche;
del Carpioni e del Falcieri. — Le bibliote-
che principali di Verona ora sono 3, la
comunale, quelladel capitolo ricchissima
per codici mss., come dirò parlando di
esso, e quella del seminario vescovile, la
quale va ogni giorno aumentandosi per
cura de'zelanti suoi rettori. Utili precetti
fornisce Maifei sugli edifizi delle librerie.
Di recente venne pubblicato: Storia del-
la hiblioteca comunale di f'^erona, che
dinanzi al corpo municipale e la giun-
ta ad essa preposta lesse il sacerdote
Cesare Cavaltoni bibliotecario il giorno
i5 dicembre xò'^'], Veronal 858, dalla ti-
pografìa di A. Frizierio. Del medesimo
autore: Relazione d'un legato per la bi-
blioteca comunale di Verona, iviiSSg,
stamperia Vicentini e Franchini. — Non
tnancono in Verona edilizi anteriori al
bando dato poi alla maniera della goti-
ca, ed a quel lisorgimeulo dell'aili che
VER
si attribuisce al i4oo, i quali cneritanO
distinta osservazione. La fabbrica della
gran torre cominciò nel 1 1 72, e l'altezza
si pretende non inferiore a quella di qua-
lunque altra delle piìi rinomate, benché
il non esser più questa isolata, le abbia
tolta in gran parte la nobiltà della sua
apparenza : chi per trigonometria 1' ha
scandagliata, la dice alla piedi 3 10 di '
questa misura; la sommità è nobilmente
divisata e ornata. Leggo nelle Campane
di Cancellieri, che nella Cronaca di Pier
Zagata si ha , essersi fatto el rengo per
Zan-Francesco da Legnago a' i 3 feb-
braio i394- Nella campana più grossa,
niesser Andrea Grilli', allora podestà di
Verona, e poi doge, fece scolpire questi
\ei'Sì. Supplicium ponendo lìeis^ moneO'
qne monendos, - liane miserani in sor*
teni ne mala Fata Irahant. Jacopo Riz-
zoni nella continuazione della Cronaca
soggiunge: A'aS a^vWeiSi^ fa vesetà el
lìengo ...et pesò 1/^,000 libbre, et li san
scolpidi su questi due versi, essendo po-
destà A. G. et la prima volta che sono
fu a la festa de s. Zen de marzo. Avver-
te l'editore Biancolini, che poi ììt\i55j
fu rifatta la campana da maestro Ales*
Sandro, con questo tetrastico. Aere ego:
praeslantntn Venctuni Campana cano-
ros - Arteque Alexandri perjlua fendo
sonos y - Altisonans populo cano so-
lemnia Divnni -Sacra, Reis poenas, lae-
litiam Potribus. Lo stesso Biancolini nel-
la C/'0«<7ca, prova che fin dal I 294 vi era
in questa torre anche la a.' campana,
chiamata la Marangona, con cui si suo-
nava per norma dei lavoranti, e dei ma"
r<j/jgo;}/(falegname)roradi terza, di nona,
di mezzogiorno,la mezzanotte,erAveMa-
ria; e ne'giorni festivi alle ore 2 -a, per dar
segno a'pistori,a'molinai, e ad altri vendi-
tori di cose necessarie, di poter ripigliare
le loro vendile e i loro lavori. Collo stes-
so nome di Marangona è chiamata una
delle campane delta basilica di s. Marco
di Venezia. Dissi che Verona aveva la
fiera. Le memorie oe parlano sia dol se-
I
VER
colo IV. Cadeva ogni anno a*i2 aprile,
e tenevasi in piazza tli s. Zeno, con ca-
selli di legno. Questi si abbruciarono nel
1409. Ma nllura, e sin dal 12 i3,era pas-
sata da s. Zeno in Mercato Nuovo, e da
questo in Campo Marzo dove al 29 set-
tembre ergevansi temporarie botteghe.
Nel i632 fu tenuta in Bra due volte al-
l'anno 25 aprile, e 26 ottobre per i5
giorni. Ma anche qui l'incendio nel 1 7 1 2
consumò in una notte non solamente le
merci, ma tutte le botteghe, quali al
tempo d'ogni fiera costruivansi di legno
nella piazza deliaBra,ciò che fece conosce-
re quanto fosse meglio fabbricare in altro
sito una fiera di muro. Superate le dif-
ficoltà, quanto al sito, nel 1718 si tornò
a Campo Marzo, dove a spese de' nego-
zianti s'alzarono 124 botteghe di muro,
che servirono sino al 1794 in cui mancò
la fiera, e furono a poco a poco demo-
lite, né v'ebbe più fiera sino al 1821,
e allora tornò in Cra con botteghe di le-
gno, dove un secolo prima n'era avve-
nuto l'incendio. Ora Campo Marzo è
quasi tutto occupato per per usi milita-
ri, che lo tolsero alla gioventù pei giuo-
chi prediletti in questa città della palla
a tamburino, mandata e rimandata per
aria, delle palle al moglio, e dei zuccoi,
trocco da terra, giuochi ch'erano molto
opportuni per addestrare il corpo e te-
ner i giovani occupati e lontani dai vizi.
La dogana di Verona è un monumento
di nobile e semplice architettura, co-
struito verso la metà del secolo passato,
opera dell'architetto co. Alessandro Pom-
pei, al quale son pur dovute le fabbriche
dei Pompei agli Illasi^ e del museo pres-
so il teatro Filarmonico di Verona.
— Il conte Paolino Mastai Ferretti,
Notizie storiche dell' accademie d' Eu-
ropa, a p. 71, racconta che Verona
ebbe un' antichissima accademia fon-
data nel 1460 dall'imperatore Fede-
rico III, ed era celebre nella perquisizio-
ne degli arcani medico filosofici. Ebbe
poi quella ùe Filarmonici t,a cui donò lut-
VER i4t
ti ì suoi libri Alberto Lavezola Maffei, fon-
duta nel 1543 per la musica, alla quale
nel 1 547 si uni quella degV Incatenali y ed
oltre la musica, s'insegnava filosofia, ma-
tematica e lettere greche, e fu una del-
le accademie illustri. Al presente Verona
ha 3 società accademiche, le due prime
per la musica, con accademici che s'ap-
pellano Ànfioni-Filocoreiy e Terpan-
dri.- la 3." serve alla lettura, e chiama-
si Letteraria. Inoltre vi è l'accademia
di pittura ; una sezione dell' Istituto di
scienze, lettere e arti stabilita nel 1 8 1 o, e
l'accademia A' Agricoltura ^ Arti e Coni'
mercio, la quale pubblicava un giornale
d'industria e agricoltura; mentre il Po-
ligrafo trattava di scienze, lettere e ar-
ti: pubblica vasi ancora un giornale di far-
macia chimica'medica;e col 1 853 la Gaz-
zetta di Ferona divenne ufliciale, come
le altre due di Venezia e Milano, pel re-
gno Lombardo- Veneto. Verso il 1 832 uu
cittadino unì in sua casa tutti gli studen-
ti, i cpiali recavausi a leggere le loro pro-
duzioni due volte il mese. Quindi si vol-
le istituire un gabinetto di lettura eccle-
siastica. Il marchese Madei narra , che
l'accademia filarmonica quando era com-
posta di dilettanti di musica, tolse ad im-
presa una Sirena, ma fu mal servita da*
pittori, che secondo il volgar uso la rap-
presentai'ono mezza donna e mezzo pe-
sce, con due lunghe e squammose code,
quasi di delfino; la qual figura presso gli
antichi indicava Anfitiire. Le Sirene al-
l'incontro, erano mezze donne e mezzi
uccelli, cioè con ali, coda, piedi e gambe
da uccello, come le descrissi nel volume
LXVH, p. 234. L'accademia filarmoni-
ca nel principio del secolo XVII eresse
il gran salone e il vestibolo, di cui feci
più sopra menzione, ed avea intenzione
di edificare anche un gran teatro, ma al-
l'uso antico, come si facevano ancora in
quel tempo; cioè con gran semicerchio di
gradi e logge sopra, tutto di legno, ma
urnatissimo, comeappar dal modello che
a suo tempo esisteva. — PochiaoDÌ avanti
14'» VER
alla pubblicazione della Verona illustra-
la, vennero gli accadeii>ici in detibeiazio-
ne di eseguire finalmente il proponiineu»
to degli avi loro, ma con fabbrica analo-
ga a'iempi e agli usi coirenli. Pertanto
si chiamò da Bologna sua patria Fran-
cesco Galli du Bibbiena (valente arcbi-
tello teatrale e dipintore rinomato di tice-
Diche decorazioni, anzi fu invitato a pro-
posizione del Mttllei, essendosi distinto
nell'ere/ione del teatro di Vienna, d'or-
dine di Leopoldo i,il suo figlio Giusep-
pe I avendogli couuuessoahri edifìzi), col
disegno del (pjale i\ fabbricò ti teatro, e
riuscì tale d'aver allora pochi che il pa-
reggiassero, quanto alia perfezione della
struttura; come ninno cerlauìente l'egua-
gliava nella nobiltà degli annessi che ha
dinanzi (considerato unode'più belli d'I-
talia, e ben superiore al Ttalro Alibcrt
èli Roma, óaìoì disegnato nel 17 10, il più
vasto di quella metropoli e il 1 .° nel qua-
le si eseguirono »j>ettacoli d'opere regie
ed eroiche). Giusta è la proporzione e al-
la città adattata, benché l'altezza e gli
crnamenli lo facciano parere assai più.
grande che non è. La nobii fronte della
scena, colle due aperture laterali e la se-
parazione di essa dall'uditorio, sono cose
essenziali per la bellezza e per la giusta
conformazione d'un vero teatro, non do-
lendo niunodegli uditori esseroffeso dcd-
lo strepito dell'orchestra, e molto meno
\eder gli allori di fianco; e dovendo tra
l'uditorio e la scena esser le porte d'in-
gresso. Per es.se iu Grecia enlravano nel-
la platea, della orchestra dagli antichi, i
sonatori ed i ballerini; ma presso i roma-
ni che portarono i balli sulla scena , vi
entravano i senatori e l'altre persone di
uaaggior conto, che nella platea sedeva-
ito. Difetto vieu però ad essere ancora la
gran porla, che si suole ruettere nel mez-
zo edirinipeltu alla scena, ch'era disegna-
ta dal Bibbiena, con che si rompe la eoo-
tinuazione delle logge o palchelli, quali
con ispondono agli antichi gradi, e si pre-
giudica kllu voce; iuvece, ivi si fecero due
VER .
porte quasi occulte. 1 corridori sono co-
modi e larghi, e così le 4 scale di pietra,
che ne'(noderui teatri dell'epoca in discor-
so sogliono essere incomode e strette, es-
sendo in questo veronese pronta l'uscita
per altiettanle porle. La voce vi giuoca
ottimamente, aiulaiutone forse il buon ef-
fetto dall'aver t'architello ordinato due
sollitti, altro di sottili tavole e traforato,
altro due braccia più allo per cammi-
narvi sopra, il che viene a corrisponde-
te alla cassa d'un islrumento. Sul palco
dietro le scene sono a m pi reposilorii , mot •
lo opportuni, e nel muro ultimo si fece
in mezzo un graud'arco, serrato da sot-
tile muraglia, atterrando la quale, resta
un fondo arbitrario per qualunque ap-
parenza si bramasse mostrare in lonla-
uanza, o per fir montar cavalli, ed altro
che si volesse. Le figure del sipario rap-
presentavano le 3 Muse che presiedono al-
laTragedia,alla Commedia e alla Musica.
In allo in greco si pose ti molto di Pla-
tone: Al dilelto td al giovamento, cioè
come quel Hiosofo intendeva per udgliu-
rare i costumi, che dovrebb'esser il fine
de' poeti drammatici. Oltre il decoroso
teatro per le rappresenlunze notturne, ne
avea pure uno diurno, ma imparo dal
Giornale di Roma dei «8 56 a p. 443) che
a' 6 maggio dandosi nella sua arena la
replica ót\ì' Assalto alla torre di Mala-
A'o^(che descrissi nell'arlicoloTuncm.v),
giandespellacolo allestito con molto sfar-
zo dalla valente compagnia Giardini; la
rappresentazione, onorala da numeroso
concorso, progredì regolarmente fino al-
la sua scena finale, quando un globetto
del fuoco d'artifìcio che simulava una
granata, nel descrivere la parabola,appic-
cò il fuoco alla cima d'una quinta, il qua-
le propagossi al tetto ed al sottoposto tea-
tro in legno con tale rapidità e veemen-
za da render vano ogni soccorso, sicché
in breve ora tulio l'edilizio venne ridot-
to in cenere, senza però vittime umane.
Forse Sisara ricostruito. — L'enciclopedi-
co MalVci; pai Uudu dc'giaidiui di Veruua,
VER
ria insegnamerilicìa artista. Descrive quel-
lo de'conti Giusti, eretto nel declinar del
«ecolo XVIj perciò mollo differente da'
moderni, tuttavia bello e delizioso, cioè
con idea italiana quando tra gli uoaiìai
insigni si computavano anche i bravi ar-
chitetti di giardini. Quindi biasima il si-
stema de'suoi tempii Bei giardinetti con
ameni annessi e nobili casini aveano pu-
re i conti Zenobj nobili veneti, sul fianco
della collina di s. Pietro; ed i conti Ga-
Zola deliziosi orti con passeggi coperti.
Questa maguiHca città sidistiiigue an-
che ne'numerosi ediHzi sagri, non contan-
do meno di 53 chiese^ e parecchi ora lo-
rii che poi noterò. La cattedrale basilica
è dedicata a Dio sotto il titolo dell' Au-
Dunziazione di Maria Vergine, secondo
la proposizione concisloriule, di antica e
gotica struttura, bellissimo monumento
di lai genere, chiamata anche il Duomo.
Il Madei la dice cattedrale moderna, per-
chè vuoisi che l'antica fosse s. Stefano, di
cui più sotto, lodando la porta, nelT in
terno la sveltezza delle colonne che di-
stinguono le navate, con modo tenuto
dall'architetto per non ingombrare, e le
belle volte pochissimo arcuate e incrocia-
le da cordone di bella pietra lavorato va-
gamente, ed a suo tempo stolidamente
imbiancato. E' la grande porla di mar-
mo rosso veronese, innanzi alla quale al-
quanto di sito è coperto: tal uso solten-
tiò ne' secoli inferiori agli antichi vesti-
boli e portici che si facevano avanti Iti
basiliche, principalmente pe'pubblici pe-
nitenti, quali stavano fuori assai teutpo
prima che venissero ammessi. Non è for-
se diderenle cosa l'arco altissimo su due
colonne : i due grifi alati, sui quali posa-
no te colonne che sostengono lo sporto,
vengono da costume preso dagli egizi,
i quali leoni, sfingi e altri animali e mo-
«tri figuravano avanti le porte de'lempli,
quasi a custodia, come notai in più luo-
ghi. Bizzarre sono le figure lavorale a
bassorilievo in dura pietra da'lali, per-
che le più grandi lappreiculuuo due pa-
VER 143
ladini di Carlo Magno, Orlando che si
riconosce dal nome scolpitodella sua spa-
da, duriudarda non durlindana, e Oli-
viero che suole accompagnarsi con lui, il
quale tiene una mazza ferrata con cate-
na. Tralascio 1' erudi^^ioni colle quali il
gran veronese illustra ogni suo dello, al-
Irimenli dovrei essere troppo prolisso, ed
anco per non ripetere il dello idlrove. Va-
ri pezzi d' antiche pietre furono usati iu
questa fabbrica, di porfido e di granito.
Sotto l'altare della cappella della Madoa-
ua è un'arca sepolcrale con iscrizione ro-
mana, fattone poi uso per un vescovo di
Verona , cioè per l' ossa di s. Teodoro.
Tra le memorie che in questo tempio si
conservano, insigne e lunga è l'iscrizio-
ne scolpita neir846 del suo arcidiacono
Pacifico. Si vedono poi quelle de' vesco-
vi, Nolkerio o Noterio del 928, e Bonio-
contro sepultu in terra presso la porta
grande nel 1298. In quesla chiesa fu te-
nuto un concilio (che dal i ." agosto i 1 84
durava ancora al 4 novembre, e dove
fu sancita la costituzione contro ì catari
palerini, e poveri di Lione), di che in fi-
ne, da Papa Lucio III, morto in Verona
a' 20 novembre vi restò sepolto in arca
di pietra accanto l'altare maggiore; ma
riuscendo questa d'impedimento, quando
a tempo del vescovo Giberti si fabbricò
in più nobil forma il coro e la tribuna,
fu levata, e invece di collocarla altrove
cospicuamente, fu cacciata sotterra all'al-
tare, figurale sopra del pavimento le chia-
vi pontificie, coll'iscrizione stampata fe-
delmente neir Antichità Veronesi del
Panvinio. Ma quella ch'era sull'arca, e
che variamente è stata pubblicala e nel-
la quale credette il Pagi all'anno l l85,
non trovarsi altro che in due distici, fu
ricopiata con tutta diligenza dal notaio
Agostino Caprini l'islesso giorno che fu
sotterrata, senza il nome del mese e al-
cuni numeri perchè corrosi. Dalla tabel-
la degli anniversari del duomo, appare
che quel di Lucio III cade a'20 novem-
bre. Nella. sua biografìa, col Novaes, Sto-
144 VER
r inde Ponte flcìjQ rautorilà di allri sclit-
loii, lo dissi moiloa'25, e nel riprodur-
re l'iscrizione, da Novaes confrontata an-
co in opere di veronesi, notai esservi al-
cuna ditferenza nell'epitaflio posteriore,
li iporteròquello della Ferona illustrala^
acciò si vedano le varianti. Luca dcdit
lucein libi Luci, Ponlificatunt • Oslia^
Papaluin Roma, Ferona mori. - Imma
Verona dcdit lucis libi gaudia, Roma •
Exiliuin, curas Ostia, Luca mori. Sog-
giunge Maffei: »» Ha inoltre questa chie-
sa il pregio d'essere stata a' 1 3 settembre
I 187 dedicata personalmente dal Sooi-
nio Pontefice Urbano IH, che a Vero-
na (trovavasi), e probabilmente in essa
fu eletto". Non probabilmente, ma posi-
tivamente ivi lo fu ai5 novembre I i85,
perchè non vacò la Sede apostolica, seb-
bene altri pretendano che lo fu sino a'y
dicembre,come riferirò alla sua volta con
prove contrarie. Entrando per la porla
grande, ili." quadro a dritta è del vero-
nese Antonio Balestra; nel 1.° l'Adora*
zionede'Magi, lodato dal Vasari, in mez-
zo è del veronese Liberale, nel rimanen-
te è del concittadino Giolfino; il 3.° al-
tare si fa del sullodato Morone. Nella cap-
pella delSagramentOjlaCrocefissionecon
rilievi e dorature fu lavorata da Giaco-
mo Bellini. Il coro con sua tribuna fu
dipinto a fresco dal veronese f^-ancesco
Torbido detto il Moro, cioè alcune sto-
rie della ss. Vergine, tra cui ha ili." luo-
go la sua Assunzione, e cos'i nel di fuo-
ri, il Crocefisso di metallo è opera molto
stimata di Battista da Verona, encomiato
da Vasari. All'altare de'Malfei lavorò il
veronese Gio. Maria Falconetto, che poi
si die' all'architettura. All'organo operò
Felice Brusasorci eccellentemente. Nella
cappella de'Malaspini furono antiche pit-
ture poi abolite. In sagrestia vi è bell'o-
pera di Claudio Ridolii da Verona, ove
aprì scuola. Ne'seguenti altari erano bel-
l'opere antiche; ora son due quadri de'
veronesi Sante Prunati e del liglio Mi-
chelangelo. L'ullitua pula da (jucsla par-
VER
te è delle insigni faticlie di Tiziano.! I mo-
numento prossimo di Galesio Nichesola
fu opera del S<insovino;e il busto di mar-
mo posto a mg."^ Bianchini, con testa so-
mìgliantissiuìa e ben condotta, è di Giu-
seppe Schiavi. Neli83g fu cominciato a
pubblicarsi in Verona dalla tipografia
Sanvido: Atlante Mariano, ossia origi-
ne dell' immagini miracolose della B.
Vergine Maria venerate in tutte le par'
tidel mondo, redatto dal gesuita p. Gii'
glielmo Gumppenberg , pubblicato per
cura dell'editore Giambattista Maggia,
recato in italiano ed aggiuntevi le ultime
immagini prodigiose fino al secolo XfX
da Agostino Zanella sacerdote verone-
se, a beneficio del pio istituto de' sordi-
muti in Ferona. Nel l. i si descrivono
quelle di Verona e del Veronese, co-
minciando a p. 5c) coir immagine mi-
racolosa della B. Vergine Maria, La
3Iadonna del Popolo, clie si venera
nella cattedrale di Verona. Egli dice :
La chiesa maggiore di Verona, che mae-
stosamente presso la riva dell' Adige
s'innalza, là dove il più da vicino allea-
mene colline passando, quasi bacia loro
il verdeggiante e fioritissimo piede, dai
quali principii, a poco a poco crescendo,
sia a tanta grandezza pervenuta, non è
facile dimostrarlo, a cagione di sua an-
tichità, che si fa montare almeno fino ai
tempo del vescovo Sigisberto del y/fS cir-
ca. In questa illustre basilica il culto a
Maria è antico quanto essa, ed ivi dal
I 286 per decreto dell'arciprete e capito-
lo, e consenso del vescovo, si cominciò in
ciascun sabato a celebrare a suo onore »
soieimeinente una messa , e tosto il pa< JH
triarca d'Aquileia llaimondo, e il cardi-
nal Beruiudo Laiiguisello vesoovodi Por-
lo e legato apostolico, concessero ognu-
no 4o giorni d'indulgenza a chi v'inter-
venisse. Con questo eccitamento di divo-
zione al popolo, già nel i32( trovasi e-
retta nella cattedrale una numerosa so-
cietà o compagnia di di vote persone d'o-
gni ordine e se:>$o, solluriuvocazionc del-
I
VER
la Madre di Dio nell'altare di s. Teodo-
ro vescovo, ivi esercitandosi in pie pra-
tiche e sostenendosi il sodalizio, nelle spe-
se ilelia cappella in nnoalle suppellettili
sagie, perle oblazioni deTedelijCollequa-
ii eziandio soccoireva i poveri, dotava le
eilelle, suffragava i defunti anco con mes-
se. La confraternita benché divenuta
grande e rinomata, in processo di tempo
raffreddato il fervore, ed insorti dispa-
reri, i confratelli si divisero, passando gli
uni allo spedale della Fratta, altri alla
chiesetta di s. Maria del Duomo e spe-
dale antico del Mercà Nuovo, altri in vi-
cino luogo. Intanto il vescovo Memo a-
vendo concesso il padronato della cap-
pella di s. Teodoro al suo vicario cnn.
Antonio Malaspina, q'.iesti nel i44o l'ab-
bellì e vi aggiunse il tìtolo del dottore s.
Girolamo, e quindi si riaccese ne' fedeli
la divozione alla ss. Immagine, collocala
sull'altare, per le strepitose grazie che ne
riportavano, i veronesi abituatialla divo-
zione alla B. Vergine, fino dali." vesco-
vo s. Euprepio che l'introdusse, secon-
do la tradizione. Per la copia de'miraco-
li e la bellezza dell'immagine, s' invocò
co'nomi di Maria dtlle Grazie e di^l/rt-
ria Graziosa. A lei divoto il vescovo Su-
sinatense F. Maria Fortunato , luogote-
nente del vescovo cardinal Condulmer,
nel «4^2 gli riuscì riunire l'antico soda-
lizio delia cattedrale con quello di s. Ma-
ria del Duomo, insieme alle loro rendi-
te, e allora prese da ciò il nome di s. Ma-
ria Novella. Fu quindi arricclìito di pri-
vilegi e di tesori spirituali, il che contri-
buì al suo ingrandimento, onde nel 1 5o5
potè con grandissima spesa interamente
rinnovare la cappella, e poi neli6i6 Pao-
lo V accordò agli ascritti l'indulgenza ple-
naria. La peste del iG3o rese quasi de-
serta la conipagnia, ma neli6351e pre-
diche fatte nella cattedrale da fr. Grego-
rio Sfondrat^cappuccino avendo prouìos-
so la divozione a Maria, una moltitudi-
ne di persone volle far parte del sodalizio
e perfezionò quindi la cappella nobilmeu-
VOL. xciv.
V E R i43
le, seguendo la solenne coronazione del-
la ss. Immagine a'i5 aprile, portandosi
processionalmente in trionfo per la città,
coir intervento dell' arciconfralernita di
s. Diagio, ed in questa lieta occasione si
oggiunse il titolo di Madonna del Popo-
lo, dal vescovo Giustiniani. A perpetuar-
lo, il sodalizio, si aggregò a quello della
celebre Madonna del Popolo di Roma,
colla compartecipazione dell'indulgenze.
Ne'tempi di calamità, con fiducia e suc-
cesso, sempre il popolo a lei ricorse, ogni
5o anni celebrandosi la memoria dell'in-
coronazione. Sì riportano le iscrizioni e-
sistenti nella cappella. L'Ughelli, Italia
sacra, t. 5, p. Gj5: J^eronenscs Episco-
pi, dice la cattedrale basilica, i?. Mariae
Plrgini Asswnptae dedicala est. liana
clini Dianae Ephcsinae lemplunifuisse
ffnidain scribimt, quod postea Carolmn
Magniim,postsuhaclani Peronam K'elu-
siate deforma Inni vel restilnisse,^'el ex~
aediflcasse narrant anno 778 , perciò
sonovi le suddescrille figure di quell'im-
peratore, e de'fralelli Orlando e Olivie-
ro figli d'una figlia di lìerta madre di Car-
lo IMagno. Porro templiwi palet in lon-
gitudine pedes ferme 210, latiUtdo 80
spa tinnì aequat. Aliare majus siinni est
in medio chori,orienleni versus, cum ihro'
no Episcopi instar pontifìcii sacelli fa-
ticanae hasilicae. AUareni deceni in hoc
tempio sunt magnopere exornata , ac
tanti aediftcii maf estale digna. Ibi pia-
ranohiliiunveronensiuni visuntur sepul-
chra.Bina itevi sacrari a templi exislunt^
ac mirifice exornala,alLcrum canonico-
rum, minorum altcruni sacerdotum. Di-
latar haec basilica plurib US Sancloruut
llpsains,thecis argenteis,pretìosisqueva-
sis inclusis : ibidem f acent cor por a ss.
P'eronensium Episcoporuni Theodori,et
AnnoniSf ac ossa s. Agalline virginis et
mar/yris, et Spina decenticultu asscrva-
tur, qua ss. Firmi elRusticicapiia abscis-
sa f nere. j>fella cattedrale vi è la cura d'a-
nime amministrata da due cappellani cu-
ra.ti;però il fonte batlesiniale è nella prossi-
IO
i46 VER
ma chiesa ili s. Ciò. Ballisla,dettas.Giovan-
Ili In Fonte. Seri ve MaCFei, uscendo per la
porlicella della cattedrale, ch'è verso l'al-
tare grande,si trova un avanzo della chie-
sa anteriore alla presente basilica, che a-
veva il pavimento assai più basso, e se ne
•vedono ancora alquante piccole colonne.
Di questa è da credere intendessero l'A-
nonimo ritmico, e l'autore dell' epitaHìo
di Pacifico, quando nominano la chiesa
della Madre di Dio, onde poi fu dello il
duomo s. Maria Matricolare. Uscendo a
dirìttasulla strada, v'ha sulla piccola por-
la un antico ambone di marmo greco,
pulpito che stava accanto l'altare per leg-
gervi il diacono l'Epistola ed il Vangelo.
Vi è scolpita a grosso rilievo la ss. Ver-
gine, auniuiziata dall'Angelo, senza nim-
bo e in piedi non essendosi usato dagli
ebrei d'inginocchiarsi. Quindi trovasi a-
diacente le della chiesa di s. Giovanni in
FontejOratorio delia cattedrale. Nel mezzo
sorge il batlisterio antico sopra 2 gradini,
consistente in un recipiente otlangolo di
marmo veronese la cui circonferenza è pie-
di 28 opal mi romn ni archi tei tonici42,tut-
to di un pezzo : nel suo centro è altro pic-
colo recipiente a 4 nicchie rotonde. Le 8
faccia Sono lavorate a rilievo molto ope-
rosamente, e di non disprezzabile manie-
ra. Sugli angoli tramezzano separando
colonne scanalale, ma sempre variamen-
te con linee e figure diverse: i capilelli
e le mensole che giran sopra e d'uitorno
danno qualche saggio d' architettura, e
6on pur tulle d'opera diversa. Il i.°qua-
dro ha la ss. Vergine Annunziala in pie-
di, levala da sedere, col lavoro in mano
e nimbo alia testa lavorato: l'Angelo ha
giglio in mano e niml)o liscio; donne a
due portiere in atto di meraviglia. Nelle
analoghe descrizioni che seguono, non
senza interesse, non posso seguire il .Maf-
fei. Dirò solo, che il 2." quadro lia la
Visitazione e la Natività; il 3." l'Angelo
che avvisa i pastori del nato Messia; il
4."la venuta de'Mngi; il 5. "Erode che or-
dina la strage de'bambini ; il 6." l'esccu-
VER
rione di tal comando; il 7." l'Angelo che
invita Giuseppe alla fuga inEgilto; l'S."
il battesimo del Salvatore. Tale cristiana
antichità è veramente delle notabili.Quc
sto battisterioper tradizione vulgare sa-
rebbe stato tempio di Marie, ma non pa-
re: l'antica forma non è conservala. Vi
è la pala del veronese Farinaio. Il capi-
tolo della basilica cattedrale si compone
di 3 dignità, la i." l'arciprete, le altre due
il preposto e l'arcidiacono; di io canonici,
colle prebende teologale e penitenziale; di
24 mansionari e cappellani corali, e del
collegio di 24 accoliti, aggiiujgendo l'ul-
tima proposizione concistorale, quorum
nonnulli particìpantes, alti \'ero pri^'ad
nuncupantar. Benedetto XIV col breve
Praeclara decora, de'ig gennaio 1748
decorò il capitolo di particolari onorifi-
cenze, concedendo ai canonici, u.y«m scO'
tulac, sive palniulae, vulgo bugia, ad
instar Episcoporum, lain in niissis pri-
vatisi quani in solenmihus cimi canlu,
sive in eadcni^sive in aliis ipsius civila-
tis et dioecesis l'cronensis, alquc alia-
rum etiani dioccesurn Ecclcsiis in per-
pcluuin concedimus et elarginius. Di piii
accordò a' canonici due volle la settima-
na, che in qualunque altare celebrassero
la messa pe'clefimli, fosse privilegialo. Ce-
lebrandosi nell' oratorio d' Angiari, di
proprietà del capitolo, per chi l'ascolta
nelle fesle valga per soddisfaziotie del
precelto. Gregorio XVI col breve >SVz-
croruni insignium,òe3i marzo i83i,
Bull. Rom. t. iq, p. i5: Coiicessio inda-
menfoinm magis insigniuni prò canoni-
ci sEccleu'ac catliedralis Ter oncnsis Sic-
come godevftno d' aniico teujpo il privi-
legio dato dilli» s. S*ii.\c^ dellii cappa uta-
gna di lana color paonazzo, e queslu riu-
scendo incomoda neh' estate, accorilo
l'indullo, sta tis per annnin dielns jani
inde eis tril'utain, postìiac acstivo tem-
pore sericani possint defivre. Vi so-
no vari libri clie trutlano delle prero-
gative e de' privilegi del capitolo cat-
Icdralc, come ; Noti-Je speUanU al cu-
VER
piloto di Verona : De' privilegi ed e-
scnzione del capitolo di t^erona: Nuo-
i'a difesa di tre documenti Verone-
si. Narra V Ughelli, che a suo tempo
sopra a 200 erano i sagri ministri del-
la cattedrale, i canonici nobili e dotti
2 I colle 3 nominate dignità, e quella pu-
re del tesoriere rinnovata nel i4^4 *^^^
vescovo Barbaro, da presentarsi dal ca-
pitolo e da conferirsi dal vescovo. La di-
gnità del preposto averla ripristinata il
vescovo Gì berti nel 1 532, e da conceder-
si dal capitolo mediante presentazione;
e che quella dell'arcidiacouo, esistente a'
tempi di Carlo Magno, poi soppressa,
reintegrò Papa Sisto IV nel i^jS. Il ca-
nonico teologo dovea insegnare in tutto
l'anno la teologia. Esservi 4 mansionari,
80 cappellani, 24 accoliti, 80 chierici
privaios, 7 servienti, 4 ostiari e sacerdo-
ti maestri delle ceremonie. Poi dice: /-'e-
ronensem Capiloluin^ honesluin niagis
quom opulenluniy inter caelera Italiae
noùiliora capitala insigne habetur^ et
singularihus praerogativis exornatutn.
Passa ad enumerarle, ed iu,ripeto, riferi-
rò ragionando de' vescovi, colle notizie
de' quali si compeuelraiio. Rileva il me-
desimo Ughellijche da questo capitolo u-
sciruno i cardinali, già stati canonici, Au-
nibaldi da Ceccano, Landolfo Marra-
mauro, Lucido Conti, Gabriele Condul-
mieri, poi Eugenio IV, Giovanni Michie-
ii, Bernardino MaOfei, ec. Inoltre riporta
la serie degli arcipreti cominciando dal-
i'8oo, continuata dal Coleli sinoal iyo8
coH 52 dignitari. Di altre serie delle di-
gnità del capitolo farò parola nel pro-
gresso dell' articolo. Trovo nelle 3Jerno-
rie ecclesiastiche di Garan)pi, nella dis-
sertazione sopra la vita canonica, che
in Verona sembra che fino dair8 1 3 pen-
sasse il vescovo Kotaldo ad asseiinareC/e-
ricis s. Matris Ecclesiaedonins nostrae^
tamrreshy teris ,quaniquc etDiaconibus ,
atqne Subdiaconibus, univcrsoqne gra-
da ordinit, Dco ibidem deservicntium,
alcune case, dove potessero vivere iusie-
VER
i47
me, e così rendere meglio alla chiesa il
divoto servigio: in has enini casas^etin
hoc loco volunius, utsit Scola Sacerdo-
tuni, ubi sua stipendia passini hahere.
Continuò in appresso questa Scuola de'
Sacerdoti, poiché cosi per molto tempo
chiamossi quest' illustre capitolo, come
rilevasi da vari monumenti cle'secoli IX,
XeXIpressol'Ughelli; ma nel secolo XII
era forse decaduta alquanto dalla cano-
nica osservanza. Infatti nel i i5y, furono
da Papa Adriano IV i canonici ammo-
niti, quatenus oumes de uno cellario in-
siniul in uno refectorio coniederent, et
in communi dormitorio dormientes, in
capitalo convenirent quolidie. Ciò si leg-
ge nel Campi neh' Istoria ecclesiastica
di Piacenza. In questo inoltre trovasi,
che nel 1202 i canonici di Verona rin-
novarono di proposilo questo convitto,
del quale il cardinale Gherardo Sessio
legato di Lombardia fece espresso co*
mando nel 121 1. Di che, e delle pre*
rogative dell'insigne capitolo, può veder-
si il veronese p. Girolamo Lombardi ge-
suita, nelle ricordate Notizie, da lui de-
dicale a Benedetto XIV e stampate in
Roma nel 1752; le quali si ponno ri-
guardare come suppleu)enlo dell'erudito
Bianculini. E qui dirò di lui, che la re-
pubblica veneta grata all'assistenza che
prestò in Roma per l'affare del patriar-
cato d'Aquileia, lo «olle riconoscere con
una medaglia d'oro. Seguendo il MalTeì,
egli dice molto distinto essere tra' capi-
toli il veronese e di speciale dignità, for-
mandosi di 21 prebende, delle quali io
per sacerdoti, 4 per diaconi, e 4 per sud-
diaconi; e 100 anni innanzi non meno
di 1 70 ecclesiastici servivano e ufficiava-
no la cattedrale; ma poi la dispersione
de' capitali e de' documenti, ed alti . vi-
cende, ne diminuirono il numero e le
rendite. I canonici del coro non canta-
no, e intervengono solamente a mattu-
tino, messa e vespero, supplendo nell'al-
tre ore mansionari e cappellani. Godono
uel dir messa l' uso del canone, ed eb-
i48 VER
beio, come dissi, anche l'uso della bugia.
Il capitolo in aUii tempi godeva giu-
risdizioni, e giudicava anche criminal-
mente quelli del suo corpo, e i subor-
dinati e i coloni, e per le cause loro eleg-
geva uno de' giudici di collegio, che sie-
tievain palazzo.Gode inoltre tali ecclesia-
stiche giurisdizioni, che viene ad essere
ordinario di più chiese parrocchiali e
d'oratorii, e delle monache di s. Mi-
chele in Campagna; e in delti luoghi
e chiese (che si ponno vedere annoverate
dal Moscardo nel libro 5, ed una nel Pa-
dovano) fa la sue visite ed esercita il suo
diritto. Dà altresì le bolle de'suoi bene-
fizi, e raccomanda, benché da qualche
tempo più non presenti. Con esempio u-
nico nella cristianità è in possesso da più
secoli del privilegio d'essere immedia-
tamente sottoposto al metropolitano. Il
JVlaffei, che ciò riferisce (essendo poi
da Benedetto XIV il capitolo stato as-
soggettalo ol vescovo, come dirò), pas-
sa a descrivere la biblioteca e l'archi-
vio, ed i preziosissimi codici manoscrit-
ti, che possiede il capitolo cattedrale, l^rin-
cipia col notare, che nel secolo XV no-
bile biblioteca si trovava nella badia di s.
Zenone, ma che al presente insignissimi
avanzi se ne conservano solamente nella
capitolare. J.*rimo raccoglitore di questi
codici fu il suddetto arcidiacono Pacifico
nel IX secolo, credulo fondatore di que-
sta biblioteca, e certo poi donatore ad
essa di oltre 200 codici rarissimi, come
consta dal suo epitaffio. Nel principio del
secolo XI due canonici diRatisbona trova-
rono in Verona l'esposizione del salmo xv
di 8. Ambrogio, che non avea Milano.
Portatosi nel i43i in Verona Ambrogio
camaldolese a vedere la biblioteca della
maggior chiesa, la qualificò celebcrri-
ììin, trovandovi libri iV ammirabile and-
rliiii), ad essa in seguilo procurati anche
da Paolo Dionisi, Adamo Fumiani ePie*
tro Zini. In essa rinvenne Guarino i Ser-
moni di s. Zenone, e Pastrengo l'Epistole
di s. Cipriano, codice scrillo più di 1 000
VER
anni avanti, poi donato da'canonici a s.
Carlo Borromeo. Di qua venne forse quel
codice millenario nel museo Madei di
Roma, dal quale trasse il Sirmondo le /
soscrizioni del concilio di Calcedonia: for-
se era nello slesso luogo quella professio- a
ne di fede de' pclagiani, stampata dal p.. ||
Garnerio, trovata dal Sirmondo in un
codice veronese. Lasciò scritto il Panvi-
nio, credere che questa fosse la più famo-
sa librerìa del mondo, ed allora non ne re-
stavano che vestigi. Dunque non esage-
rò nel celebrarne le reliquie il MafTei nel-
la prefazione al Cassiodoro, come altri
dissero; mentre dopo l'invenzione dell'ar-
te della stampa, ninno ne fece uso, tran-
ne il codice di s. Cipriano, anzi non ne
fecero memoria Libardi e Torresani, e
non ne ragionò l'Ughelli, a cui ogni pic-
cola notizia fu suggerita, ed il quale so-
pra ogni cosa spettante al capitolo tanto
si dilhise. Neppure nominò questi mss.
capitolari il p. Moulfaucou nel Diario
Italico, ed il p. Mabillon asserisce nel
Museum Italicum, che avendone fatta ri-
cerca alla canonica, gli fu risposto, nien-
te più rimanere dell' antica biblioteca.
Ciò avvenne principalmente perchè nel-
r inondazione dell'Adige anteriore al
iG3o, ed in quel contagio (descritto dal
medico Francesco Pona che ne andò sal-
vo) si riposero e quasi nascosero i codici,
restando occulti, massime per la morte
de 'canonici custodi della libreria capito-
lare. A ciò riparò il can, Carinelli nel-
r anno 17 13, che li scoperse, onde il
Maffoi ne diede succinta notizia, die iu
compendierò, trasandandone gì' indivi-
duali pregi, di que' solamente che :per
le loro qualità egli conobbe apparte-
nere a remotissima antichità, che ren-
de prezioso e rarissimo ogni mss. anche
nelle più celebri liiblioteche. Salterio co'
Cantici, latino e greco. Libri de' Re, de-
scrizione Cosmografica di Giulio Cesare,
e registro delle Provincie ron)ane. E vange-
lario in membrana purpurea con lettere
d'argento e oro. S. Ilario, De IVinilulc.
VER
S. Ilario sopra i Salmi. Alquante opere
polemiche di s. Girolamo. Raccolta di
•vari opuscoli, tra' quali 25 di «.Girola-
mo, e alcuni col suo nome. Epistole e o-
puscoli di s. Girolamo in numero di io4'
Sei codici co' commenti di s. Girolamo
ui Profeti. Vari monumenti ecclesiastici,
a' quali s. Girolamo e Gennadio, De
ris ìllustribus j frammento di catalo-
go Pontificale inclusive a Vigilio; docu-
menti riguardanti Acacio; vita di Papa
s. Simmaco. Sei libri, Z7e civitatc Dei, e
altre opere di s. Agostino. I Morali, il Pa-
storale, l'Omelie su Ezechiele, i Dialoghi
di s. Gregorio I. Complessioni di Cassiotlo-
ro, pubblicate da MalFei. Recognizioni di
s. Clemente. Dialoghi e vita di s. Paolo,
di s. Girolamo. Opere di Sulpizio Severo,
scritte in Verona nel Si'j da Ursicino
lettore di questa chiesa. Difesa de'TreCa-
pitoli di Facondo Errauniese, e libro con-
tro Muziano. S. Isidoro, De sumi/io hono.
Raccolta di monumenti spettanti a con-
cilii. ConcilioEfesinOje Romano del yGy
pubblicalo dal Cenni. Concilio Calcedo-
nese. Due raccolte di canoni di Cresconio
africano. Suniinarinni Caiionnin. Colle-
zione di canoni di Teodosio diacono e al
tro. Difesa di Papa Formoso e altro. Li-
bro Penitenziale. L' Epistole canoniche.
Alcuino, Esposizione del Vangelo di s.
Luca esugli Alti. Commenti dellas. Scrit-
tura. Glosse suir Esodo, forse dell' arci-
diacono l\icifico. Sermoni, Orazioni, O-
melie. Regota di s. Benedetto. Orcio Epi-
scoporum Roinae inclusive a s. Paolo I.
Pili Lezionari e Sermoni. Hoiniliaruin
Capituli Ecclesiae f^eronensis per anni
circiduììt. Breviario Mozarabico, forse
già usato dalla chiesa di Toledo o altra
di Spagna. Sacramentario. Martirologio
di Reda. Atti de' Martiri dell'ultimo Iri-
Bìiestre dell'anno.Intorno a ^o codici per
uso di Chiesa, Ordine Uomano, Ordine
Veronese ili Stefano sacerdote e cantore
intitolato 6'^/y55(i/7/, Liturgici, Lezionarii,
AnlifonariijResponsorialicoitCalendario,
Iodi con note musiche, Sequeoziaiio, O-
VER i49
razioni matlutinali e vesperlinali, della
quali molte pubblicò il b. cardinal Toiu-
masi, Messale grande e magnifico per lu
chiesa di Verona, fatto tra il 983 e il
99G. De dlvinis Ofjìciis, che pare del
1 200. Statuto di Verona del 1 228, e al-
tro. Scoperta nel 1 7 1 3 questa nobile ca-
va di mss., poco stettero studiosi ed eru-
diti soggetti della canonica stessa e farne
uso. Mg."^ Bianchini pubblicò parte del-
l'Ordine Romano e la vita di s. Simma-
co; il can. Campagnola l'antico Statuto;
altri doveano pubblicare diversi codici.
Furono eziandio stampati gli atti de' ss.
Fermo e Rustico, la vita di s. Zenone,
piìi osservazioni di s. Ilario. Per la Bi»
blìotheca Feronensis Jìlanu^cripta, e-
rano preparale altre cose non pubblica-
te, che enumera Mall'ei, dovendosi collo-
care nobilmente tutto questo tesoro nel-
la nuova fabbrica, allora (juasi termina-
ta, per opportunamente servire di cospi-
cua libreria, la quale di fatto accresciu-
ta dai doni de'detti Gariuelii e MalFei e
dal Torelli e da'canonici Muselli e Giau-
iacopo Dionisi, fu resa di pubblico dirit-
to nel 1781.1 codici tutti fvuono descrit-
ti dal canonico Agostino Rez/.ani. Nel
1797 furono da'francesi levati e portati
a Parigi i più preziosi, poscia nel 18 16
restituiti. Se ne ha l'elenco neU'/;//mHrt-
rio statistico del IMainardi del detto an-
no. Finalmente sono famose le scoperte
fatte in giurisprudenza e letteratura sui
codici rescritti di essa biblioteca, ed il
celebre Mai diede notizia di uno nella
prefazione alla sua edizione di Mila-
no : F^irgilii interpretes vcLeres. I nsi-
gne è parimenti in questa canonica l'Ar-
chivio, perchè vi si custodiscono pres-
so a 3o,ooo rotoli, e perchè le car-
te anteriori al 1000, che altrove sono
molto rare, qui si contano a centinaia.
D' antichissimi documenti sono egual-
mente ricchi gli archivi di s. Maria in
Organo e di s. Zenone. Episcopciles rte-
des prope cathedraleni sitae. In questo
palazzo vescovile la bella statua colus-
i5o VER
sale die si presenta nel cortile è d'Aìes-
sandro Vittoria. Una camera terrena fu
dipinta da Paolo Veronese ne' suoi pri-
Di'anni. Nella cappella vecchia le storie
sagre in piccole figure, sono di Liberale.
IS'el gran salone si vede la serie de'ritrat-
ti de' vescovi veronesi; sopra i co figure
al naturale di Domenico Brusasorci, do-
v' è da notare la bella avvertenza d'a-
ver fatto Siagrio in atto di leggere una
lettera, perchè lettera abbiamoalle slam-
pe a lui scritta da s. Ambrogio: del mede-
simo sono i bei paesi sotto, nello stesso
salone, ed ognuno perciò lo crederebbe
paesista. Inoltre ivi egli figurò il trionfo
di Pompeo.
Le chiese parrocchiali di Verona,
compresa la cattedrale sono i5, le qua-
li hanno ciascuna il battisterio e un qual-
che oratorio o chiesa sussidiaria. Le in-
dicazioni che vado a riferire sulle loro
pitture, le ricavo dal Malìei, ma non mi
è dato assicurare se tutte ancora esisto-
no; cos'i di quant'altro dirò con esso quan-
to agli edifizi e loro monumenti. Ma e-
gll meglio scrisse pel riguardante, che pel
studioso lettore: con poche altre parole,
questo avrebbe più appagalo. Servirà a
darne un'idea,ev'intreccierò altre nozioni.
Lacatledraleoltrelachiesa di s.Giovanni
in Fonte, ha l'oratorio di s. Pietro in Mo-
nasteroequellodi s. Giovannialla Pigna.
— La 2." parrocchia è di s. Eufemia. Era
degli agostiniani, compresi nella genera-
le soppressione fatta dal governo itali-
co, come di altri religiosi che dirò. En-
trando perla porla grandejnel Lealtà re al-
la dritta la pittura è diGiacomo Ligozzi, il
prossimo di Domcnicoljrusasorci. Passan-
do avanti la Vergine con s. Agostino ed
altri Santi, e poc'oltre s. Carlo con altri,
molto spiccano colle fatiche del Ridolfì.
In mezzo a questo è tavola del Giolfino,
sulla quale è beli' opera di Battista del
Moro. De' 4 che seguono, 3 ne ha Feli-
ce Brusasorci, ed uno il fioretto da Bre-
scia, Nel coro in faccia dipinse Bernardi-
no India; nella cappella dell'Angelo Raf-
V EU
faele, il Carolo, dove singolarmente si
loda il laterale sinistro : in quella dì s.
Antonio dipinse Giulio Carpioni. All'al-
tare circondato ampiamente intorno da
lavori del Caroto, la pala e la lunetta so-
pra sono opere applaudile di Bartolomeo
Farfusola discepolo di Felice Brusasorci.
All' altare del Crocefisso le figure sulla
pietra di paragone sono del Prunati. Nel-
la stanza o ca[)pella presso il chiostro,
bel quadro del Balestra. Sopra la porta
laterale della chiesa per di fuori credesi
dipingesse V antico Stefano veronese fio-
rito nel i4oo. BaW yj dante Mariano
apprendo che quivi si venerano due im-
magini miracolose della'B. Vergine. E la
I .' la Madonna della Salale, sopra mol-
te altre antichissima, che scolpita in pie-
tra si venerava nel sotterraneo dell'anti-
ca chiesa parrocchiale di s. Matteo apo-
stolo Concortine fino dal looo, data nel
loo5 a' benedettini di Pomposa. 1 par-
rocchiani invocatone il patrocinio, rice-
verono innumerevoli grazie, e la preser-
vazione dal morbo nelle pestilenze del
iS'ji e del i63o. Poscia nel 1747 fu
tolta dalla cripta e trasportata nella chie-
sa in apposito altare, per maggior decen-
za e comodo de' fedeli dtvoti. Soppressa
la chiesa dal governo italico a'2 i aprile
1 8o7,econcenlrata in questa parrocchia,
solennemente in s.Eufemia fu trasferita la
ss. Immagine, ove puree dispensalrice di
grazie, ed imperversando il cholera fu e
sposta alla venerazione de'cittadini, e solo
5 parrocchiani perirono. I Papi conces-
sero indulgenze al sodalizio istituito in
suo onore. L'altra prodigiosa immagine
è quella della Madonnadclla Pietà. Nel
principio del secolo IX per servire a Dio,
lungi dagli strepiti del mondo si ritirarono
Benigno e Caro di santa vita in solitario
luogo presso a Malcesine, ameno paese
del Veronese in riva al lago di Garda.
Dovendosi trasportare il corpo di s. Ze-
none vescovo e martire, prolettore di Ve-
rona, dall'umile chicsctla in cui giacev
alia maestosa basilica fabbt icata in od
1
VER
re del suo uonie, per religioso rispetto e
tituoie uiunode' veionesi osava disten-
der la mano a quel sagro tesoro. Il per-
chè Rolaldo vescovo di Verona fece ve»
«ire in città i due santi eremiti, come so-
li reputali degni di toccare e recare al-
trove quelle beate reliquie. Laonde tra-
sportarono il venerando corpo al nuovo
tempio, e poscia tornarono nella lorocel-
letta. Ora è fama, che essi nel tempo che
loro sopravanzava dall'orazione, con in-
gegnoso lavoro componessero di paniiili-
ni servili all'incruento sagrificio, un'im-
magine di Maria Addolorata sostenente
sulle ginocchia lo spento corpo del suo
Unigenito. Per 4 secoli possederono il sa-
gro simulacro gli agostiniani del castello
di Montorio, presso alla città, nella chie-
sa di s. Agostino da loro edificata nel
I "243, e tenuto in gran divozione dal po-
polo. Chiamati a Verona dal vescovo
Manfredogli agostiniani nel 1262, e cou-
cesic» loro la chiesa di s. Eufemia, in essa
trasportarono la ss. Immagine. Pe'raira-
coli operati da questa B. Verginea van-
taggio de' pii ricorrenti, con plauso uni-
versale fu solennemente ornata d'un pre-
zioso diadema dal capitolo de'monsigno-
ri canonici della cattedrale. Nella parroc-
chia di s. Eufemia è la chiesa di s. Gio-
vanni in Foro, e l' oratorio di s. Salvar
vecchio. — 3." Parrocchia di s. Anasta-
sia. Lachiesa,giàde'domenicani,è una di
quelle edificate ne'secoli di mezzo, poi-
ché con buona simmetria s'incominciò la
fabbrica nel principio del i3oo, e corri-
sponde alla magnificenza che per l'affluen-
za delle ricchezze regnava in Italia a que*
tempi. La facciata dovea essere istoriata
in gran parte con quadri di basso rilie-
vo, di che si vede il 1." presso la porta.
Sono notabili i portoni della Bra, sebbe-
ne alquanto posteriori per essere i gran-
di archi non di sesto gotico, ma di ben
condotto giro. Entrando nel tempio sì
presenta subito a destra un superbo de-
posilo eretto in onore di Giano Fregoso
nel 1 5ti5 dal iiAìo Ercole. Le statue so-
VER i5t
no eccellente lavoro di Danese Cattaneo
di Carrara, e cosi le belle colonne e il di-
segno. Nel mezzo è la figura di Cristo ri*
sorto, ed il Vasari afferma, che questa
cappella si stimavo fra le più rare che fos-
sero in Italia. De'gobbi che sostengono i
pili dell'acqua santa, si crede che l'uno sia
fattura di Gabriel Caliari padre di Paolo.
Nell'altare contiguo grandemente lodasi
Francesco INIorone; nel susseguente l'altro
pittore FrancescoCaroto; nell'altro Felice
Brusasorci die incominciò le pitture, ter«
minate dall'Orbelto. Da questo lato, rini*
petto la sagrestia è ancora un'opera del
Morone assai distinta. La cappella Pelle-
grini fu istoriata a mezzo rilievonel prin-
cipio del i4oo. All'altare maggiore ser-
vedi mensa grandissimo pezzo di tnarmo
rosso e vi è intagliato in lettere del 1 3oo,
come fu dono di Bonaventura Giudice
da Garda, insieme con tavola che avrà
servito di pala. La moderna è del vero-
nese Felice Torelli. Nella cappella del
Rosario, a cui si die'mano nel £58 3, no-
bile per architettura, per le 4 colonne,
e per le statue, specialmente de'4 bam-
bini sulla balaustrata, opere di forestie-
ri, gli Angeli sono deirOrbetto, la lunet-
ta sopra dell'altro veronese Marc'Anto-
nio Bassetti, la Flagellazione del Ridolfi.
Neil' altare che viene appresso la tavola
è del Giolfino, e cosi quella di s. Era-
smo, Si può rammentare anche il monu-
mento laterale all'altare grande di Cor-
tesia Sarego fatto nel 1432 tutto di pie-
tra, riprovando MafFei l'esser stato colo-
rito: molto bene, e cougran manifattu-
ra, è finto un padiglione che sporge iu
fuori e cuopre. Il cavallo ha il frequen-
tissimo errore nel metter molto innanzi
idue piedi dell'istesso lato, e posare sfor-
zatamenle sugli altri due, il che pareche
nel loro moto progressivo i quadrupedi
non possano fare. Vedonsi a Venezia in si-
mil positura i 4 cavalli di bronzo, e quel-
lo di Colleoui, ed anco di questi MalFei
con erudizione censura le mosse, lodan-
do invece il cavallo di Marc' Aurelio del
i53 VER
Campiduglio tli Roma. Nel refeltorio il
Fariiiuto dipinse una grande opera. Ri-
cavo dall' Adanle Mariano che la Ma-
donna del ss. Rosario fu portata in que-
sta chiesa nel i34o, qual divoto on)ag-
gio di Taddea Caiiaresé, moglie di Mar-
tino li Scaligero principe di Verona. A
questa veneiali^ima Immagine, espressa
con Gesù fra le braccia, in mezzo a s.
Domenico ed a s. Pietro Martire di Ve-
rona, accorse piangendo, e recandovi i
suoi voli il popolo veronese nel i63o,
dal crudel morbo di quella pestilenza
afilillo«e distrutto; e per Tinlercessione
di Lei essendo stata la città liberata dal
fiero flagello, fu promesso, e stabilito
con voto, di visitarla con pubblica annua
processione, e di offrirle alcun dono.
Nella parrocchia di s. Anastasia è l'orato-
l'io di s. Maria in Chiavica. Essa ha mol-
le pitture a fresco del veronese Michelan-
gelo Aliprandi,e (juadri del Farinaio, di
Pascpiale, del Caroti e dell' Orbelto. —
4." l'arrocchia de' ss. Apostoli. In que-
bla chiesa sono pitture de' veronesi San-
to Creara) Felice Rrusasorci, Erman-
no Ligozzi, Prunaio, Simone Brenlana,
de' Mévis fiamminghi, ed in sagrestia
bel quadro di Battista del Moro. In
questa parrocchia, oltre l'oratorio de'ss.
Apostoli, èia chiesa di s. Lorenzo, ove è
UD lodalo dipinto di Domenico Brusasor-
ci al I. "altare; altro dell'Orbetto ama»
no manca. — 5."" Parrocchia di s. Luca.
Vi sono statue d' Angelo Marinali e di
Giuseppe Schiavi ; quadri di Giacomo
Ligozzi, deirOrhello, del Torbido e del
Ridoin ; ukoderni del Dorigni, del Pru-
nati, d'Antonio Calza e Alessandro Mar-
chesini pur veronesi. In questa parroc-
chia avvi ancora l'oratorio di s. Luca, e
la chiesa e l'oratorio di s. Toinmaso di
Cuntorbery, giù de' carmelitani scalzi.
Tali religiosi avevano due chiese in
Verona. L'altare maggiore della pri-
ma sarebbe più beilo, se il p. Pozzo
gesuita di cui è disegno, avesse potu-
to assistere u avellerlo io opera. Quel*
VER
lo di s. Teresa posa alla moderna, no-
bilitato principalmente dall' essere tut-
to di verde antico. Quello di s, Gio-
vanni della Croce è singolare per biz-
zarria del disegno e per la vaghezza de'
marmi. UlMalFei per ciò non lo stima re-
lativo al sogijelto. Egli parla delle seguen-
ti pilìurechcsi vedono ancora, in s. Tom-
maso de' carmelitani. Felice Brusasorci
dipinse all'aitar maggiore, nella cappel-
la a destra Santo Creara : seguono due
del Farinaio. La Maddalena è delT Or-
belto, r Aniiiniziata del Balestra, il s.
Hocco e il quadro in sagrestia di Fran-
cesco Caroti. La 2.*, denominata chiesa
nuova, ha il i." quadro del Balestra, al
2.°allare d'Antonio Bellucci, al 3. "di San-
to Prunati.Di queste due chiese, quella di
s. Tommaso Cantauriense era de' cartne-
litani calzali; quella di s. Teresa presso
Porla Stoppa o del Palio, dei carmeli-
tani scalzi (ino dal 1660. La prima di
s. Tommaso era succursale di s. Paolo,
avanti la sop[)ressione; ora è divenuti»
parrocchia; ed in questo convento di s.
Tommaso vivevano i due padri Scolali,
pro-zii del più volte mentovato mio ami-
co cav.Scolari.il p.GiroIamolMaria ed il p.
Giuseppe Maria che sostennero tulli due
le conclusioni di teologia in Genova nal
I 74^><^'^''''^''*'"'o le lesi loro quello al san-
loPadre BenedetloXlV,queslo all'arcive-
scovo Giuseppe Saporiti di Genova. Il p.
Girolamo fu provinciale delt'oriline nel
1766; il [>. Giusep[)e lasciò liadotle in
volgare alquante lellere di s. Giiolanio e
di s. Bernardo, e di lui il suddetto cav.
Scolari diede a stampa i La vita di s,
Paola, madre della vergine Euslochio,
traila dal libro J£I delle Lellere di s.
Girolamo, recala in ilaliano nel 1 777,
Venezia tipografia Martiiiengo i8j6 in
8.° La seconda di. s. Teresa, cult' annes-
so convento era, ed è allualmente, la
succursale della parrocchia di s. Luca.
S. Tommaso è chiesa che intrapresa sul
disegnodi Sanmichieli rimase incompiu-
ta ed hu buoui dipitkli di Bru$u&orcì,Or->
VER
bello, Baleslra, Caroli, Farinaio e Toi-
bitlo. S. Teresa è chiesa ricca di marmi
con pregiali dipinti di I\I»riiri, Tedeschi,
Jjell.ici, Prunalij Balestra, dal Moro ed
Aliprandi.E" già inteso, che i carmelitani
di s. Tomiuaso s'intitolavano dell'antica
osservanza : mentre s. Teresa la tenne per
ristabilita nell'ordine degli scalzi, che le
valse tanto di fatiche e di gloria; e che
i carmelitani calzali avevano chiesa e
convento alla sinistra dell' Ailige in Ve-
ronelta presso il ponte delle Navi; nien-
Ire gli scalzi l'avevano ed hanno lullora
a destra. — 6." Parrocchia di s. Zeno
o Zenone Maggiore. Di questa insigne
basilica e celebre badia, mentovata sin-
golarmente da Dante nel suo poenia, e
che passò in commenda al principio del
secolo XI V, s'ignora con sicurezza il tem-
po della fondazione e della fabbrica, non
essendo ad antico e sincero nionumento
appoggiala la volgare voce che l'altii-
btiisce a' longobardi, od a Pipino re d'I-
talia figlio di Carlo Magno. L'anonimo
Pipìniano non nomina veruna chiesa di
s. Zenone ; ma sibbene tra le chiese o fon-
daledall'arcidiacono Pacifico, morto ver-
so r 846, o rinnovale, la Zenoniana si
annovera prima di tutte nella sua lapi-
de, onde potrebbesi sospettare che a lui
si dovesse attribuire l'erezione della pre-
sente. Nel secolo X la fabbrica era anco-
ra imperfetta, ovvero era stata n>altral-
lata dagli uogheri nel 9^4) perchè scrive
neir Apologetico il vescovo Ralerio, co-
me r imperatore Ottone I partendo da
Verona, gli lasciò del denaro, perchè do-
vesse terminar la basilica di s. Zenone.
Nel 1045 l'abbate Alberigo fece comin-
ciare il campanile, (ino alla metà, quale
poi fu proseguilo, nel 1178 alzato e per-
fezionato, essendo la chiesa 4» anni in-
nanzi stata rinnovata anch'essa e ingran-
dita, come si ha du due iscrizioni. Opera
di maestro INIarlino, come da iscrizione,
fu la parie alta e l'ornameiitodel campa-
nile. L» facciata esterna nella [)arte infe-
riore è coiiipartila tu quadri di lucido
VER i53
marmo istoriati, e con vari ornamenti di
architettura dislinli. Il disegno è golfis-
«imo, aveuito sfol[)ito i bassi rilievi un
Guglielmo ed y\n iVicoIa, il che si trae
dalle epigrafi ivi incise. »Sei quadri a niaii
sinistra ra|)preseiitai)o la Creazione, e lu
cacciala dal Paradiso terrestre de* nostri
proto-genitori: ne' due più bassi vedesi
uomo a cavallo che va a caccia con cla-
miile e stalle. Fu interpretato, con versi
sollo, che sia Teodorico, e si sia voluto
alludere all'opinione volgare che gli spi-
riti infernali gli somministrassero cavalli
e cani. Dall'altra parte in 8 comparti-
menti è la storia di Gesù Cristo. La Ver-
gine A nii-mziata a sedere, il Presepio con
due animali, s. Giuseppe di mezza età,
Pastore con pedo ritorlo nella cima, E-
rode sedente, i Magi a parlamento seco.
Nella Cattura del Salvatore, Pietro tagli;»
r orecchio a Malco, ed ha una chiave
pendente al braccio. La Crocefissione con
4 chiodi e con suppedaneo, senza corona
di spine: in fondo si vedono due abbat-
timenti, un a cavallo con aste o lance,
altro a piedi; fuori da un lato donna in
piedi col nome sopra fllataliana, forse
persona illustre che concorse alla spesa.
Su d'ogni quadro è la spiegazione, a si-
nistra co' nomi, a dritta con esametro
leonino, cioè rimalo. Sollo l'arco che co-
pre il davanti della porla, le colonne del
(piale posano su due leoni, è im bassorilie-
vo che figura i legali di quel principe ve-
nuti a cercar di Zenone; indi in piccoli ri-
partimenti altri falli e miracoli secondo
le volgari tradizioni e leggende,comequel-
la del non potersi cuocere il pesce ruba-
to. Nel pie di questo sporto sono i 1 2 mesi
bizzarramente figurati. Marzo è il primo,
e Mag2;io,per denotare l'allegria delta pri-
mavera, si ia|i|)resenta per uomo coro-
nato che dà fiato a due slruujenli in for-
ma di corni. Alla sommila di quest'arco
si vede una gran mano in alto di bene-
dizione latina, figurando Dio Padre. Nel-
V occhio o finestra rotonda nell'alto sul-
la porla, che dà lume alla chiesa, per
i54 VER
r avanti molto oscura, l' Ingegnoso ar-
tefice Ciiololo con bizzarro disegno lo
fece in forma della rota della fortima,
con 6 figure intorno all' ultimo giro;
altri siede, altri ascende, altri precipi-
ta capitombolo. Le figure d' animali e
di mostri in bassorilievo, tenute da al-
cuni in questa fiicciata e in altre vecchie
fabbriche per geroglifici significativi, al-
tro non sono che bizzarrie e ornamenti.
L'imposte di legno sono coperte di pez-
zi di bronzo figurati, di maniera affatto
barbara, mostrandosi con fantocci strani
storie del vecchio e nuovo Testamento
in molti quadretti, e anche miracoli di
8. Zenone. Alla Crocefissione si, vedono
laterali il sole e la luna, per denotare l'o-
scurità che patirono, e sono in figura
cV uomo e donna, continuando gli arte-
fici r uso preso da' gentili. Entrati nella
chiesa subito a dritta si vede gran vaso
oltangolato, tutto d'un pezzo, che servi
già per uso de' battesimi, col piccolo re-
cipiente in mezzo e 3 nicchie pel batte-
simo d' immersione, e ne fu scultore il
ricordalo Brioloto, come dall' iscrizione
curiosa pel dettato, misto di metrico, rit-
mico e leonino, con sensi rotti e tronchi.
Questo battiSterio sembra indicare che
ancoanticamentequesla chiesa fosse par-
rocchia, eziandio per recarvisi il sabato
santo i canonici della cattedrale ad am-
ministrarvi il battesimo d'imnicrsione, i
quali nel i 194 ^' mandarono a supplir-
li due cappellani. Di più una Croce sta-
zionale esistente nella medesima ricorda
inoltre ch'essa era una delle chiese sta-
bilite per le stazioni pasquali; altre es-
sendone nelle chiese del Crocefisso e di s.
Anastasia. Anticamente pare che innan-
zi il tempio fosse il $o\\lo fonte, per la-
varsi le mani e il volto prima d'entrar-
vi; però nell* orlo d' un tal vaso, presso
il Orutero si legge in greco: non lavar
la fai! in solamente-, inai peccati anco-
ra. A quelle fontane successero i pili del-
l'acquu santa. Avvalora la congettura,
che per tal uso anco questa chiesa aves<
VER
se il suo fonte, la bellissima vasca di por-
fido delta \a coppa, notabile per grandez-
za, trasportata in un' angusta stanza do-
po r ingresso. E' questo vaso rotondo e
grosso, ben incavato, d'8 piedi veronesi
di diametro. Il piedestallo è pure un al-
tro gran pezzo di porfido. Prima stava
lateralmente nella piazza eh' è avanti la
basilica. L' interna forma della chiesa
ha il pavimento basso e gradini da'quali
si discende, e dalla parte di là si sale al
luogo che dov'ea servir tutto di presbi-
terio. Singolare è la forma dei pilastri e
delle colonne, per le quali si distinguono
le 3 navate; le muraglie non ebbero in-
tonacatura alcuna; le finestre girano in-
torno quasi in forma di balaustrata, ma
con dar poco lume secondo l'uso antico,
onde poi fu fatta la memorata rotonda
finestra sulla porta. Non vi era in origi-
ne che un altare solo, come in tutte le
chiese avanti il secolo XIII, secondo Maf-
fei. La mensa dell'altare è d'un pezzo di
marmo veronese, lungo piedi i3 e largo
6: il tabernacolo è adorno di rare pietre.
A man destra è sepolto in cassa di mar-
mo il celebre cardinal Adelardo Catta-
neo di Lendinara, vescovo di Verona.
Dopo r ingresso a sinistra si vedono di
pietra le statue del Salvatore co'Xll A-
postoli al naturale, e verso l'altare gran-
de quella di s. Zenone in cattedra , mag-
gior del vero, tuttoché la pittura fattavi
sopra le faccia creder di legno. Non man-
ca in quelle degli Apostoli qualche buo-
na intenzione, benché l'imbrattamento
de' colori quasi le occulti; e benché l'ar-
tefice non ardisse di spiccar le braccia e
le mani dal corpo, temendo forse non fos-
sero sicure isolandole, onde le tenne at-
taccate a maniera di bassorilievo, il (|(ial
mododi farecontinuò assai tempo. Quan-
to alle pitture, la maggior tavola divisa
in pili sparti(nenti è opera di Andrea
Maiitegna: i due laterali ragionevoli con
istorieevangelichesonodel veronese Mar-
c' Antonio Scalabrini, di cui è pure mi
gran quadro nel refettorio del monaste-
I
VER
ro ; poi una tavola tlelT altro veronese
Diouisio Biittnglia, ed altra del conoìtta-
timo India colla figura di s. Zenone da
piede creduta d' Orlando Fiacco o Fiac-
co veronese. In questa chiesa si venera
la miracolosa immagine della Dladonna
della Pielà. Narra V Atlante Mariano,
lìnchè r antichissima chiesa di s. Procolo
era parrocchia, vi si teneva in somma
venerazione. Correndo il 1694 pregiu-
dizievole siccità desolava la provincia ve-
ronese, quando nel giorno di s. Bartolo-
meo fu esposta la ss. Immagine per 9
giorni all' altare maggiore, sopra un e-
niinente pallio e con altri addobbi, e da
tutte parli accorsero divoli a supplicarla
del bisogno, ed ottennero la sospirata
pioggia e abbondaiilissima: altrettanto
avvenne a'22 aprile iyo6. Allorquando
armate alemanne e francesi danneggiava-
no gravemente il territorio veronese, ces-
sarono per l'invocato palrocinio.Nel I 7 32
faceva strage un morbo appiccatosi a
bovi, e poco appresso la siccità rovina-
va le campagne: si portò in processione
solennissima la venerabile bnmagine a
spese della città, con l'intervento di tut-
te le università artistiche e confraterni-
te, insieme al clero secolare e regolare.
Fu esposta nel principale aliare, e il fre-
quentissimo popolo ottenne consolazio-
ne subitanea, poiché cantate le litanie
di penitenza, nel d'i seguente intuonò so-
lenne l'inno di ringraziamento Te Deiun.
Indi a'2 I giugno 1787 si celebrò un tri-
duo alla ss. Immagine per la cessazione
tlelle tempeste e pioggie che avevano prò-
ciotto lo spaventevole traripamenlo del-
l'Adige; ed il medesimo avvenne poi nel
1745 e I 749- Allorché il governo ita-
lico, con decreto prefettizio de' 17 aprile
1806 ordinò la concentrazionedelle par-
rocchie, la chiesa di s. Procolo si chiuse,
e venne destinata la basilica di s. Ze-
no maggiore, dichiarata parrocchia seco-
lare, con curato col titolo d'aiciprele ab-
l)ale. Fu allora che i parrocchiani di s.
l'rocolo, di volissimi della Madouua della
VER i55
Pietà, ottennero di trasferirne il sagro si-
mulacro nella basilica con solenne pro-
cessione. In due intercolonni laterali aU
r eftigie vi sono quelle di s. Giuseppe
e di s. Toscana. Parlando Maffei del-
la chiesa di s. Procolo, prossima a que-
sta basilica, dice che tra le statuette
eh' erano suir altare, quella di s. Dioni-
gi con pianeta greca avea in mano un li-
brOj e non la testa come si prese a far poi
per denotare il suo martirio. La gran
mensa era di verde antico lunga 12 pal-
mi j e quasi 6 larga. Nella confessione o
sotterraneo conservavasi bella e antica la-
pide, dichiarante che ivi fu posto il cor-
po di s. Procolo vescovo di Verona, in-
sieme con reliquie d' altri santi , ed in
lastra d'africano era scritto che il cor-
podi s. Procolo si scuoprl nel i4o8. A.-
vea il cimiterio , e discesi molti scali-
ni trovavasi una cameretta di pietra ,
sostenuto il soffitto da 4 colonne disu-
guali. La cassa di pietra in mezzo servì di
sepolcro a persona di conto, ma da gran
tempo non era vi nulla. Famosissimo chia-
ma Malfei tal monumento, per venir co-
munemente creduto del re d' Italia Pi-
pino. L'opinione ch'ei fabbricasse la vi-
cina basilica di s. Zenone, die' forse prin-
cipio a tal credenza, autorizzata poi da
scrittori, ed anco dalCoinzio negli Anna-
li di Francia^e dal Mabillon negli An-
nali Benedettini. Ma veramente , conti-
nua Maifei, non si ha di ciò verun fonda-
mento,perchè Pipino morìa Mdatio , e
l'arco non ha, né ebbe mai lettere o Vi-
gura alcuna , per cui s' indicasse chi vi
fosse sepolto. Egualmente dalla soppres-
sa di s. Procolo, furono trasportate nel
sotterraneo della basilica le sagre reliquie
de' vari vescovi e santi, ch'erano in
quella chiesa; e con esse vi si trasferirono
ancora l'interessanti lapidi, che neaveano
relazione. Ma principalmente nella cry-
pta vi riposa il corpo di s. Zeno o Zeno-
ne vescovo e martire, prolettore di Ve-
rona, con decente magnificenza colloca-
lo. Dice il Maflei, calando per nobile scala
156 VER
nel sotterraneo, sostenuto tla colonne, si
vei-lrà la grande arca di marmo in cui
sono le reliquie del santo, una carta ori-
ginale dell'ByG facendo menzione del suo
corpo, che riposa sepolto ir» questo mo-
nastero. Ora conviene che dia contezza
del libro che mi sta davanti: Notizia
storica sulrinvcniineiilo della sagra spo-
glia del glorioso martire e protettore dì
f^erona s. Zenone, pubblicata con au-
torizzazione ed approvazione di que-
sta i'escoi'ile curia j unitamente alla vita
dell'illustre f'^escovo, ed accenni intorno
a'ss, eremili Ben igno e Caro, che so li del s.
Martire, nella di lui traslazione,poterO'
no levare le sagre ossa. Verona, tipogra-
fìa di Pietro Ijisesli i838. Il d/ Giusep-
pe Bennassuti veronese, autore del li-
bro, questo dedicò al conte Giovanni Gi-
rolamo Orti Manara podestà di Verona,
sì per le sue virtù e sì perchè contribuì
all'invenzione del venerabile monumen-
to, che racchiude le s*. Ossa dell' inclito
avvocato di Verona. Volato al cielo s. Ze-
none, ebbe onorata tomba non lungi dal-
la città nel medesimo tempio da lui eret-
to e consagrato, nel quale soleva eserci-
tare il suo ministero e piesso a cui abi-
tava, come dirò [)iù avanti. Tale chiesa
per lungo tempo si chiamò 1' oratorio di
s. Zeno, ed è opinione di molti vedersene
le vestigia nel monastero Zenoniano; al-
tri pei ò pretendono essere l'altra che in
onore del santo fu edificala vicino al Ca-
stel Vecchio. Dal cadere del IV secolo
giacquero nelToralorio le spogjiedi s. Ze-
no sino alla loro invenzione n^l' 807 ai
20 maggio, in memoria della quale tras-
lazione la s. Chiesa di Verona ne cele-
bra l'anniversario a' 20 maggio con di-
vota processione. Il solenne trasporlo dal-
l'oratorio nella basilica fu breve, poiché
pare che Ojsse ddatalo e amplialo, col-
l'ai^guMita della sotterranea basilica, con-
Irdjufiidovi il vescovo Uolaidojl'iircidia-
cono raciHco, il re d'Italia i.'q)ui(i, con
pie e ricclic ollcrte, e poi colle continue
uLJjlaiìuuidc'rcdeii fu Icrminulu il lem-
VER
pio sontuosissimo di s. Zeno Maggiore,
eretto in gran parte sulla basilica sot-
terranea. Il vescovo Rotaldo nella trasla-
zione del glorioso s. Zeno , miracolosa*
mente avvenuta neir8o7,e fatta per suo
volere e divina ispirazione da' ss. ere-
miti Benigno e Caro, che soli poterono
levarne le sagre spoglie, inutilmente pri-
ma tentalo xla altri, collocò il s. Corpo
sotterra nella marmorea cassa, da ulti-
mo discoperta, dove rimase fino al goi ,
nel (jual anno la calata degli ungheri iu
Italia pose a soqquadro le città tutte e
Sopra ogni altra Verona; per cui ragio-
nevolmente temendosi che ne' ladronec-
ci e nelle distruzioni recate ovunque da
queste predatrici genti potesse il s. Cor-
po venire involato o distrutto, si traspor-
tò nella cattedrale antica di s. Maria
Matricolare. In fatti quanto saggia si fos-
se tale previdenza, si conobbe allorché
arsero que' barbari i sobborghi di s.
Zeno, di s. Stefano e di s. Giorgio, i qua-
li tutti preda alle fiamme caddero iu to-
tale disfacimento. Sedati i tumulti , si
trasportò la s. Spoglia, dopo però supe-
rata grave opposizio,«ie dal lato de'cano-
nici che volevano conservarne il posses-
so, nella propria basilica, e fu riposta nel-
l'avello in cui prima giacevasi { ignora-
sene l'epoca, ma si conosce già in segui-
to il trasporto delle ss. Ossa dal duomo
a s. Zeno nel 9?.2, perchè in tal anno il
vescovo Nolcherio con testamento lasciò
le sue f icoltà a' canonici coli' obbligo di
dare annualmente uiu* libbra d' argento
alla chiesa di s. Zeno, ubi corpus s. Zie-
nonis hunialuni qniescit ) e tiove si rin-
venne a's-z marzo I 838, cioè nella cripta
della basilica a lui intitolata, precisamen-
te sotto l'altare nell'arca, alla sola pro-
fondità di nìezzo piede dal piano dell'al-
tare stesso, in una cassa di bianchissimo
marmo greco, con un mucchio di sagre
ceneri, avanzo della fragii sostanza che
le ss. Ossa copriva, raccolte da' due ve-
nerandi eren»iti nel i." avello, ed ivi nel-
la traslazione riposte. Si riuvenue pure
VER
alcun brano di vesti ponlificali tli color
paonazzo. Erroneamente lasciò scritto Io
storico veronese Carli, che nel io52 Val-
terio vescovo di Verona regalò ad Ulnia,
hcredesi sua patria, j7co/y;o di s. Zenone,
allegando la testimonianza dello storico
contemporaneo al dono Ermanno Con-
tratto; mentre questi solo disse delle
reliquie, le quali reliquie in fatti man-
cano al s. Corpo, poiché delle mani e
de' piedi è adatto privo , come si vede
dalla tavola posta a lato del frontispizio
del libro di cui ragiono, ove viene espres-
so come si trovò e come ora giace. Il d.'
Bennassuti appoggia la sua narrazione
aWaSloria della li aslazione tradotta dal
latino da Marco da s. Agata veronese, ri-
ferita dal Biancolini nelle Notizie, e ripe-
te che lo scbelelrodel santo, nel suo tra-
sferimento, venne deposto nell' avello in
cui tuttora giace; die nelqoi da questo
levalo , per la venuta degli unglieri , e
trasportato a s. IMaria Matricolare, da es-
sa si riportò nel monumento medesimo,
e poi non si mulo pili luogo, né fu mos-
so. Riporta pure la storia della trasla-
zione, che Rotaldo e il re Pipino recan-
dosi alla chiesa di s. Zeno, e parlando
de'suoi miracoli, veduti da loro e utlili
da altri, convennero che tanto tesoro sta-
va umilmente posto, e doversi per de-
cenza sublimarlo in piìi alto luogo; e sic*
come la chiesa ove si custodiva era pic-
cola, si dovesse ampliare; laonde poi fe-
cero edificare una chiesa sollerranea con
colonne e pavimento pure di pietra , ed
nn avello di marmo polito per sepoltura
del corpo di s. Zeno. Questo racconto
corrisponde a quello di Giovanni Man-
sionario, parlando della traslazione del
corpo di s. Zeno, e della fondazione della
sotterranea basilica Zenuniana fatta da
Pipino e Rotaldo, e al riferito dal Bian-
colini nella Disseriazione de' i'escovi e
governalori di Ferona. Non vi ha dub-
biOjChe l'avello é il medesimo esistente,
ed è quello ove i ss. Eremiti deposero le
ss. Ossa nella i." traslazione. Altra prò-
'>7
VER
va adduce Io storico, nel supplicare all'al-
to della traslazione re Pipino il vescovo
Rotaldo a concedergli porzione del s.
Corpo, il quale però solo gli diede poca
cenere della carne e alcuna particola
delle vesti, e tutto il l'esto sigillò col suo
anello dentro un sncchetto, il quale fu
posto colle ss. Ossa nella cassa preparata.
I monaci custodi della basilica promos-
sero per precauzione il trasporto alla cat-
tedrale, per la poca profondità del luogo
ove giacevano, sia per le devastazioni de-
gli unglieri, e sia per premunirsi in quei
uìiseri tempi da'molti rapitori de'ss. Cor-
pi, allora non esistendo l'altare che lo
sovrasta , il sarcofago di marmo rosso
dietro di esso, che poteva tar supporre
ivi esistere, né i cancelli da cui è ciicon-
dalo; cose tulle aggiunte più tardi e for-
se al lenipo degli Scaligeri, il sarcofago es-
sendo stato disfallo nel i838. l'ero l'al-
tare é meno antico delle superstiti infer-
riate, perché eretto sul capo del s. Marti-
re e coiisagrato a'26 settembre i4^^^> ^'
poca in cui si riconobbe la sua esistenza.
Per l'inondazione fatale dell'Adige, per-
dutisi nel 1 ySy molti rari documenti
della cancelleria vescovile, situala ne'lo-
cali terreni dell'episcopio prossimi al fiu-
me, si perdette ancora la memoria del ve-
ro silo in cui era il s. Corpo, e si pensò
giacesse nel n»onumento supcriore, dietro
l'aliare edificato solo per indicarlo. Wella
visita del 1 674 poi si riconobbe la sua esi-
stenza, per asserzione de' monaci. Final-
mente nel i838 volendosi procedere ad
una legale verifica , la commissione ad
hoc isliluila a'20 oprile, nella cripta ri-
mosso il mausoleo di marmo rosso, dis-
fallo l'altare, sodo di esso si rinvenne il
sospirato corpo di s. Zenone, con quelle
particolarità espresse nel processo verba-
le. Ora, riservandomi riparlare di s. Ze-
none nella serie de'vescovi, e di aggiunge-
re poi altre parole sui ss. Eremiti, trovo
opportuno a schiarimento del narrato il
rilerire in breve quanto ne ba scritto il
cav. Mulinelli negli Annali delle Pro-
ìSS VER
vince T'^enelc , pubblicali nel 1 843. Bella
e graiule provo ili pallia carila e insieme
di religione offiì Verona, quando i snoi
sacerdoti Fasoli e Pacherà rinvenivano
a*22 marzo i838 io una cassa di mar-
mo greco , nella crypta della basilica di
s, Zenone, le reliquie del corpo di lui, a
ciòmossi pel gran desiderio di far più vivo
il cullo al loro prolellore. Neldocuiuen-
lo riporta la descrizione come si Irovò
attraverso l'aliare l'arca, la sua n)isura,e
le parti del s. Corpo enumerate e pari-
menti tuisu. ale, come sta scritto nel pro-
cesso ve» baie de'i 6 luglio. Dal giorno 20
oprile, in cui vi accedette la commissione
per verificare la precedente apertura fat-
ta del santo avello de' lodali Fasoli e Pa-
clìerìi, fino a' 16 luglio 1 838 non fu ope-
ralo più nulla, e ciò a motivo dell'aspet-
tar le lettere de' vescovi di Cesena e di
Rotemburgo, a'quali il vescovo di Vero-
na mg/ Grasser avea fallo richiedere
notizie delle reliquie di s. Zeno. Si trae
dalle lettere di risposta, che olhe il Mu-
linelli, in una a quelle di dello prelato,
che questi interpellò a' 6 maggio i838 il
\escovo di Cesena , e l'i i quello di Ro-
leroburgo, sulle reliquie di s. Zenone e-
sislenli in Cesena e Ulma. Dalla rispo-
sta ili Cesena si ha , che ivi nella chie-
sa al Santo intitolata , si venera un os-
so di una gamba, detto tibia, benché
il Manzoni; Caesenae cronologia Jnli-
stites, scriveva brachium. Da quella di
Roleuiburgosiha,cheal riferire deglisto-
liei e di Ermanno Contralto, e dalle me-
morie del l^ archi vio,,y.Zc/jo/»'.y reliquias
(noivnilli diclini corpus s. Zenonis) an-
no io52 a Pf'allhero (ab imp. Conrado
II, anno io36 Episcopo, Fcronae de-
signato ualione sK<e<>'0 ) Vlninni fuissc
tleportatus in Ecclesiani s. Crucis ibi-
dem delalasy ac in capella s. Ulderici ,
huic Ecclesiae adjuncla, luniulatas, i-
hiqne pluriniis claruisse miraculis. VI-
cjuilesord. Teutonici ini lio saecnliXIJI
Llnìoniintrodiicli circa an. i St^j noiutni
aediJicarunlEcclcsiain, In ìiunc trasla-
VER
ta.1 f lasse s. Zenonis relir/uias per\>etu-
sia inscriptio teslaliir, quae olini ad la-
tus altaris cjiis Ecclesiae sequentis tc-
noris fiat. Istud altare consccratwnac
ss. Trinilalis, s. Mariae Firginis,s.An-
nae, s. J. Baplistac, s. Georgio mari, et
s. Zenoni episcopo et confessori , ciijiis
reliquiae hic in choro habcnlur in de-
xtra muri parte. Jiivalescentis in Ger-
mania illius , sic dictae, nforniationis
Lulheri, imprimis cives TJlmemes exi-
ster e fillio rcs et asseclae. Hinc anno
1 53 I pulsis ex urbe calholicis reliquiae
et imagines Sanctorum ex templi cjc-
ctae , hinc ideniqiie distractae , imo el
quamplurimae penilus dclctae sunt.
Ordinis Teutonici ecclesia et domus
lune lemporis quideiii pernianserunt
intaclae, asl in sequ€nti<! belli Smalcal-
dici, et sic die li lricenalis(i 6 1 8 4^^ mo-
tibus , variisque casibus et ipsi equilcs
Teutonici Ulma bis exacti, posleaquc
reduces et ipsi, quid de s. Zenonis reli-
qtiiis actiini ignorantur. Hoc tanluui
constai, eosdeni equiles^ ciim de noi'O
anno 1700 suani construerent Ecclc-
siam, solertissima inquisitione dehisre-
liqiiiis instiluta,ac perscrutatis omnibus
veteris Ecclesiae parlibusnihil reliquia-
rum s. Zenonis invenisse. An, ulintnii-
coriitn infeslationibus sublraherent, cas
alluni in loc.iim transtnlerint,vel ita ab-
scondcrint, ut inveniri amplius non po-
tuerint, dubiiim esl.Nostris temporibus
('i 8 1 8j Ecclesia ordinis Teutonici pcni-
tusfuit dcslriicla,acsolo acquala, quin,
qiiod magnopere dolendum, de reliqnUs
s. Zenonis aliquid innolucril. Dopo ta-
li risposte, in Verona si prese la delibe-
razione di collocare le rinvenute reliquie
in un nuovo e magnifico avello, quindi
si celebrò l'invenzione, tanto solenne per
la chiesa veronese, in maniera da mante-
nerne lungamente la memoria, e da ma-
nifestare lu letizia non ordinaria e della
tlioccsi e <lellu cillìi. Dignitosamente per-
tanto abbellita la basilica, si esposero in
essa da'iG a tulio il 25 agosto 1839 alla
VEE
venerazione pubblica le reliquie di s. Ze-
none, recandosi a visitarle processional-
mente le parrocchie tutte delia citlà e
de' sobborghi. Stabilito poi che i tre ul-
timi dì dovessero essere festivi, si chia-
filavano per accrescerne ed onorarne la
santa allegrezza il cardinal Monico pa-
triarca di Venezia, e i vescovi di Manto-
va e di Treviso, adìnchè essi celebrassero
a vicenda pontificalmente le messe. Re-
citata finalmente dal cardinale nell'ulti-
IMO giorno un'omelia in onore del San-
to, si trassero poi nuovamente con pom-
pa indicibile e con pur indicil>ile concor-
so di popolo, le venerabili spoglie di lui
per le magnifiche e ridenti contrade di
quella Verona, di cui Zenone ne'caldi ed
ofietluosi suoi sermoni, avea avuto sem-
pre altamente a compiacersi e lodarsi.
Ma si riprenda il Malici. Usciti dalla ba-
silica di s. Zenone, ed entrando nel pros-
simo chiostro; si vede a destra il sepolcro
d'UbertinoScaligero piiore del monaste-
ro.Ravvisasi tosto l'aulico delle colonnet-
te, e del luogo da lavarsi pe' monaci. Vi
è un'iscrizione in versi deirabl)ale Albe-
rigo, che fece fare la sepoltura pe' .suoi
monaci, l' istesso che nel \o^5 principiò
il campanile. Altra lapide del ii23 fa
memoria del chiostro restaurato, ed al-
tre cose falle da Gaudio o Gaudioso, che
par fosse abbate. Dietro un cortiletto
vedesi nel muro pietra del 1212, con
memoria in 7 distici di varie opere falle
da lliprando abbate. Altra senza tempo
già usata per gradino, in un portichello
(levala poi e messa in posto non suo, do-
ve può esser cagione d'errore), insegna
the Benfatto monaco avea creilo una
chiesa a s. Cenedello. Entrandosi in quel-
l'oscuro luogo eh' è presso la porticella
per cui si è passati dal tempio nel chio-
slro , si vede un avanzo di antichissinia
chiesa, eoo 4 colonne che sostengono la
volta, non compagne, ne in grossezza né
per lavoro, e con informi e dispaialissin)i
capitelli, trarrebbe potersi credere che fos-
sero presi qua e là, e fatti supplire alla
VER 1 59
meglio in tempo che la fede non fosse an-
cora universale e del tutto trionfante, e
però non mollo dopo l'età del Santo.
Quivi dunque ragionevolmente può so-
spettarsi che riposasse da prima il corpo
suo, e di questa chiesa intende parlare s.
Gregorio I ne'suoi Dialoghi. Tutti i ve-
ronesi hanno creduto sempre che lai chiesa
fosse quella presso il Castel Vecchio, che si
chiamava s. Zeno in Orador (Oratorio);
ina la sua struttura non dimostra antichi-
tà così rimota. Si ha inoltre dalla storia
della traslazione del corpo di s. Zenone,
come l'antica chiesa era quasi nell'isles-
so silo della presente basilica, poiché vi
si legge che s'intraprese il nuovo edifizio
per dilatar T angusliq del primo, e per
collocar le reliquie più nobilmetite; vi si
legge ancora che nel far la traslazione si
portarono prima le ss. Ossa con sagra
pompa, non per buon tratto di strada ,
come sarebbe stalo necessario se si fos^^e
portalo da s. Zeno iuOralorio, ma intor-
no alla chiesa. Uscendo fuori, trovasi u-
na torre che formava una buona parie
del palazzo, qual servì alcun tempo a've-
scovi, e dove poi soggiornarono più vol-
tenelXleXll secolo gl'imperatori quan-
do venivano a Verona. Più diplomi pe-
rò si trovano dati in tal luogo, come di
Federico i nel i 184 se ne registra nel-
Y Amichila Estensi ^ che comincia colle
parole: Cani Federìcus Ronianorum Ini-
per atorq noci Feronam in Palatio s. Ze-
ìionis Clini maxima Curia essct, ec. E nel
fine: Aduni in Verona in Palalio s. Ze-
nonis. Del monastero di s. Zenone aviò
molivo di riparlarne in occasione di epi-
scopali rappi^i o di controversie col ca-
pitolo o col vescovo diocesano. L'Ughelli
a p. 664 mollo riferisce dell'abbazia di
s. Zenone, il cui abbate avea giurisdizio-
ne separala dall'ordinario. Anch'egli cre-
de la basilica rinnovala da' fondamenti
da Pipino, e arricchita di rendile, e che
niorlo in Milano, fu trasportalo nel vi-
cino cimitero e poi trasferito in Francia,
restandovi il solo sepolcro^il che non am-
i6o VER
meUe MafTei, come dissi. Enumera i cor-
pi santi e le reliquie di molti santi che
si venerano nella basilica di s.Zenone. Ra-
giona delle immunità e privilegi concessi
da're longobardi, dagl' imperatori e dai
Papi, alia basilica e al monastero. Ri-
porta la serie degli abl)ati benedettini ,
cominciando da Adeodato nel 74^) ^^"'6
rilevasi da un diploma che riprodusse
attribuito a Carlomanno fratello di Carlo
Magno, il che n)ostra il monastero molto
più antico della chiesa. La serie degli
abbati claustrali si compie con Pietro
Paolo de Capelli» i3c)i, abbate 44-°> ^'
quali Papa Bonifacio IX nel i4o2 sosti-
tuì gli abbati commendatari, e pel i.°
Pietro Milio o Emili di Brescia, il 3.° fu
il cardinal Antonio Corraro, il 6." il car-
dinal Battista Zeno, dopo il quale di fre*
quelite, per le pingui rendite, furono in-
vestiti della comntenda altri cardinali :
tieir Italia sacra 1' ultimo abbate com-
mendatario registrato è Vincenzo Moli-
no nel i665. Aggiungerò che la badia
sino al 1773 rimase sollo la commenda,
[uenlre la chiesa e il chiostro continua-
rono a rimanere in mano de'monaci be-
nedettini fino alla loro soppressione. Sic-
come questa parrocchia ha per oratorio
s. Zeno, sarà quello in cui Madei disse
esservi pitture di Domenico e di Felice
Brusasorci, Non devesi affatto confonde-
re cou s. Zeno in Monte (già stanza fi-
no al 18 IO de' padri somaschi, che vi
tenevano un celebre collegio di nobili,
di che tuttora non rimane più traccia
che di convento derelilto), di cui il Maf-
fei liferisce i di[)inti di Felice, dell' altro
veronese Pasquale Ottiny^ altro famoso
di Ridolfi , ed altro lodalissimo suU* or-
gano di detto Domenico. Narra il d.'^Ben-
nassuli, the i due eremiti più volle nomi-
nati, Jjenigno e Caro, erano uomini d'au-
stera e santa vita pervenuti dalla Spagna
e ritirati in una grotta delle roccia del
Monte Baldo che guarda il lago di Gar-
da, sul villaggio di Cassone, dove per la
loro costaule pcrnjaueura e vivere eseia-
V E R
piare, la pleiade! popolo di que'dintornr
fece per essi costiuireunachiesinaintito-"
lata a s. Zeno in Monte che tuttora esi-
ste, e nella quale i virtuosi eremiti assi-
duamente orando passarono i loro J^ior-
ni,edin cui conservansi ancora alcune
cose ad essi appartenenti. Questo santua-
rio è in venerazione non solo degli abi-
tanti de'viciui paesi, ma già altresì dei
pellegrini di lontanissime parti. Quei
delle circostanti terre continuano a re-
carvisi a piedi nudi ad implorare il di-
vino aiuto per l'intercessione de'ss. Ere-
miti, i quali morendo santamente furono
onore volutente sepolti nella chiesa par-
rocchiale di Maicesine, ove ancora si ve-
nerano le loro sante reliquie. Inoltre la
parrocchia di s. Zeno ha per sussidiaria
la chiesa di s. Bernardino de'miuori os-
servanti. AlSaninicheli spiacque assai che
in questa chiesa non venisse interamente
eseguila secondo la sua idea la celebre
cappella Pellegrini, la quale però conilot-
ta neli7q5 all'originaria sua perfezione
a cura del cav. Giuliari e da esso descritta
in un suo hbrodeliS iG.qode meritameu-
te di altissima rinomanza. È in forma di
piccolo tempietto rotondo d' ordine co-
rintio, compartito in 4 ricetti [)er 3 al-
tari e per la porta, e in (piattro nicchie
preparate a statue: le sagre mense, i pie-
distalli, i frontespizi, le cornici, e gli ar-
chi stessi ed i vani giran tutti a tondo
perfetto. Per finimento del i.** piano è
una balaustrata, ma qui comincia il gua-
stamento o sia 1' iuipoverimento per altri
fattovi, osserva Mallei. Da 4 aperture, di-
stinte ciascuna per due colonne, si ha il
lume: la cupola è ben girata , ma dovea
esser divisata con altri ornamenti : delie
8 colonne grandi, 4 hanno i canali drit-
ti, e 4 K[)i>'ali ; tulli nella 3.' parte da [)ie-
di lasciati pieni, come usarono molte vol-
te gli antichi, percliè la colonnrt fosse meu
sottoposta ad esser offesa. Gli stipiti a
lutti gli angoli sono intagliali a rilievo
di fogliami, d'uccelli e d' altre bizzarrie
cosj vagameDlc e cun lauta Iluczza , che
VER
né per disegno, uè per maestria dì lavo»o
può vedersi cosa più bella: vi spicca an~
cora la perfezione dellii pietra, perchè es-
sendovi foglie assai slaccale , che paion
naturali, non se u'è sminuzzato un ato-
mo: la pietra è veronese, chiamata bron-
zino, e stimabile per ogni conto. Questa
cappella, fabbricata sui disegni di Sanmi-
cheti per una dama di casa Pellegrini, è
più conosciuta a Verona sotto il nome di
Cappella de Guarescìu\ di tanta bellez-
Ka negli ornamenti, di tale eleganza nel-
l'insieme, che tutti la dicono un capola-
voro d' architettura. Abbiamo su di es-
sa il sopraccennalo libro: Michele San-
micheli, Cappella della famiglia Pel-
legrini esistente nella chiesa di s. Ber-
nardino^ pubblicala eilluslrata dalcon-
te Giuliari, Verona 1816 con 3o tavole
incise da Mei coli, in essa dipingerà, nel
l." altare l'india e Pasquale. Nella chie-
sa non più esistono gli alfresciii descrit-
ti dal Vasari. La pala dell'ultare grande
è di Francesco Morone, quella che rap-
presenta la Natività è delle più stimale
(.lell'lndia. Nella cappella a destra, entran-
do, la tavola è del Morone, l'aflìesco del
GiolfìuOtI medesimi operarono nella cap-
pella della Croce, dove bel quadro fu già
di Paolo: nel sinistro lato lavorarono gli
^Itri veronesi Carolo e Antonio Badili
the tra' pittori suoi concittadini intro-
dusse morbidezza, franchezza di pennello
ed espressione d'affetti, la quale gentile
maniera insegnò al suo nipote i^aolo Ca-
lieri, di cui subito conobbe l'immenso
ingegno. Sotto la chiesa di s. Bernardino
i i' oratorio di s. Maria del Pianto. —
7.' Parrocchia della ss. Trinità, che ha
la cappella della Madonna Lauretana ,
di cui farò parola nella g.' parrocchia, e
per oratorio le Stimmate. Cravi contiguo
il monastero de' benedettini, che gode-
vano pingue abbazia. La chiesa possiede
quelle ss. Reliquie che enumera l'Cghel-
li, insigni e copiose. — S."* Parrocchia di
(.Fermo Minore in Biaida, con oratorio
omonimo. Ha per chiesa sussidiaria a.
VOL, XCIY.
VER 16'
Pietro io Cak'narìo, che ha tàvola delRi-
dolB , di cui è anche la porticelta del ta-
bernacolo; altra di Felice Brusasorci, al-
tra del Creara. I Santi Coronati patte-
cipano del modo di Tiziano. Ali' altare
grande erano opere antiche, e poi vi fu
posta gran tavola del veronese Simeone
Brentana. Vi è un oratorio denominato
del Cristo. — g.' Parrocchia di s. Nicolò
già de'chierici regolari teatini. Mollo va-
ga è la chiesa, architettata da Lelio Pel-
lesini, e bellissimo è d corintio de' suoi
capitelli: il tabernacolo fu disegno del
celebre teatino p. d. Camillo Guarini
nemico delle linee rette; gli Angeli gran-
di sono del Marinali. Negli altari fauno
bella mostra i marmi veronesi; quel dei-
Immacolata Concezione fu disegno di
Francesco Marchesini ; quello del Croce-
fìsso di Marco Tomezoli. Quanto alla
pitture, al manco lato è un'opera del Ba-^
lesira, altra del Brentana, altra dell'Or-
betto, ma non delle migliori, ed altra del
cav. Antonio Giarola dello Coppa pur
veronese: dall'altro lato, del c»v. Gioi
Battista Barca: s. Gaetano è del Preti Ca-
labi ese.Alcuni de' quadri in atto son di
valenti uomini ; le statue nella più par-
te sono de' 3 Marinali. M' istruisce 1' A-
dante Mariano che in questa chiesa si
venera la miracolosa imm.igine delia Ma-
donna della Ghiaia detta della Gia-
ra. La chiesa sul)urbana di s. Maria del-
la Ghiaia , detta così dal terreno areno-
so in cui è fabbricata ( in cui la i.' pala
con altri quadri è del Moretto, l'altra di
Giulio Carpioni il vecchio, e due beli' o-
pere di Pasquale)jfu prima posseduta da'
religiosi umiliati (flu dal 1 1 yS, ed atten-
devano all'arte della lana), l'ordine dei
quali essendo già soppresso in Verona j
venne occupata da'chierici regolari leali»
ni , de' quali il p. d. Luigi Novarino di
gran pietà e dottrina, adlnchè in quel
tempo la divozione della ss. Vergine tito-
lare vieppiù si accendesse, fece edificare
da un lato della chiesa istessa una cappella
della rnedesima forma e grandezza delU
1 1
i62 VER
santa Casa di Nazaret, eJ ivi nieclesimo,
per opera di peritissimo scultore, fece for-
mare un simulacro eguale afTatto a quel-
lo che nel celebre tempio di Loreto si
Tenera da'fedeji. Essendo pertanto la sa-
gra effigie decorosamente collocata nel-
l'appena costrutta cappella lidi 25 mar-
zo 1648, con applauso universale de* ci-
tadini veronesi, cominciò tosto a sfolgo-
rare per benefizi e per grazie a' suppli-
canti largamente dispensate; le quali co-
se tutte pervenute a notìzia del capitolo
ValicaììOy fu per suo decreto di corone
d'oro regalato il simulacro della B. Ver-
gine e del divino Infante a' 3 dicembre
1709. Chiusa in seguito questa chiesa e
«oppresso l'ordine de'teatìni in Verona,
fu atterrala la divota cappella, i cui sas-
si e le pietre, portatevi da nubili donzel-
le , servirono in appresso a costruire la
cappella della Madonna Laurelana , e-
gualmente eseguita sullo slesso modello
di quella di Loreto; e la ss. Immagine
invece fu posta iu un altare della chiesa
di s. Nicolò, ed in appresso in uua somi-
gliante cappella, ma non delie slesse mi-
sure,che a lato di questa medesima chie-
sa si fece fabbricare. Questa parrocchia
ha l'oratorio di s. Nicolò, e la chiesa di 8.
Maria della Scala per sussidiaria, giù de'
religiosi servi di Maria, che fa vedere a
sinistra delia porta due opere del Barca.
L'immagine prodigiosa della Madonna
della Scala d'antico pennello, e luleral-
menle sotto di essa genuflessi Alberto II
e Martino II signori di Verona, che han-
no la figura della scala sulle velli, preci-
samente sul petto. I 4 Santi da'Iati sono
di Francesco Benaglia veronese, f<i Iti nel
1476. S. Orsola culla sua schiera delle
ss. Vergini, è di Felice Brusasorci, come
ancora l'Asitunzìone all'altare grande : i
due frameizo di INicolò Giolfino. Nel de
Siro lato viene prima il dipinto di Fran-
cesco Caroto, poi quello di Liberale, indi
altro del Giolfino, e per ultimo quello di
Coppa. Della miracolosa immagine della
Aladonna della Scala, ecco quanto ne
VER
scrisse V .4 dante Mariano. Essendo Ve-
rona in potere di Can Grande della Sca-
la, una memorabile avventura colmò tut-
ti di stupore. Il p. Pietro da Tuderlo gè*
nerale de* servili nel (324si recò a Ve-
rona per istituirvi un convento, a tale
effetto essendosi fatto precedere da fr.
Francesco PatrÌ£Ì da Siena, piissimo e
prudente; quindi la B. Vergine venne a
favorire il santo proponimento. Imperoc-
ché, spossato Can Grande dalle continue
guerre, cadde mortalmente infermo, e
consigliato da fr. Francesco volò alla ss.
Vergine l'erezione d'un tempio, in una
delle case già da lui abitate. Nel 1329
per ardente volere di Can Grande fu tan-
to condotta innanzi la fabbrica, che si ven-
ne a dipingere sul muro l'immagine del-
la B. Vergine, ed appena terminata, e-
gli restò perfettamente guarito con islu-
pore de'medici che lo riputavano ormai
incurabile. Il popolo gridò al miracolo,
che attribuì alla nuova ss. Immagine; ciò
avvenne a' 3 novembre di dello anno ,
secondo alcuni scrittori, in cui con infini-
to concorso di veronesi fu incominciata
e celebrare, ed a tenere io somma vene-
razione la ss. Immagine pegli ammirabili
prodigi che operava a'suoi divoli. Quin-
di a Lei, prima d'intraprendere alcuna
guerra, ricorrevano i principi Scaligeri,
e riportale vittorie Lei ringraziavano, e
conquistate città al suo patrocinio ralTi-
davano, appendendo quali trofei alle sue
pareti gli stendardi tolti a'nemici,iu ar-
gomento di di vota gratitudine. Le benefi-
cenze (le'Scaligeri avendo arricchito lem-
pio e convento de'serviti, gli derivò il ti-
tolo di S. Maria dilla Scala. Imitando-
ne r ossequio il popolo veronese, istituì
una pia congregazione per incremento al
cullo della ss. Vergine, che presto enu-
merò 16,000 confratelli,! quali si^dedi-
carono eziandio a sollevare i poveri, a tu-
mulare i defunti, a suffragarli, e ad altre
pietose opere. Infinile furono le grazie
concesse dalla Madre di Dio a' ricorren-
ti, come si prova anche dalle tabelle vo-
VER
live dipinte. Oltre la chiesa di s. Maria
della Scala, vi è pure rotatorio del suo
noQie. — IO." Parrocchia di s. Fermo
Maggiore. Ebbe contiguo un monastero
anticamente di benedettini, da'quali pas-
to a'francescani, e nella soppressione il
chiostro fu cambiato in usi profani. In
questa chiesa si tengono di Stefano antico
pittore veronese, i Profeti e 1' altre figu-
re che sono intorno al pidpito. La tavola
della prossima cappella e 1' altra di Ih
della sagrestia di Francesco Torbido, la
susseguente degli Aligeri di Ballista del
Moro. Quella che segue è di Paolo, lavo-
rata in giovanile età, e la prossima all'al-
tare maggiore altri la vuole di Domenico
Brusnsorci, ed altri di Battista del Moro.
Dall'altro lato la Nascita del .Salvatore è
deirOi bello , dove alla culla si vede s.
Girolamo genuflesso, licenze artistiche
per soddisfare alla divozione de'commit-
tenti. Nella cappella della Madonna lavo-
rò la bellissima paia Francesco Caroto
nel 1 528, sembrando le figuredi rilievo.
11 laterale a destra è del Barca, il sinistro
del Coppa. Oltre la porta è una pala di
Ciò. Battista del Moro, che va a paro
con l'opere più celebrate. Appresso è un
deposilo, da' lati del quale dipinse Pisa-
nello ; e sopra l'arco della porta ignota e
molto antica mano. Il prossimo altare fu
dipinto dall'altro veronese Francesco
Monsignori. In questa chiesa^ detta pure
de' ss. Fermo e Rustico, si conserva il
monumento nobilissimo di Giovanni Sca-
ligero , che fu coperto da un artificioso
padiglione di pietra : le statuette intor-
no all'arca hanno buone piegature di
manti, e la figura di luì giacente, col capo
quasi per naturale elfetto in corpo mor-
to graziosamente inclinato, perchè chi è
in terra ne veda il volto; ha delle parti
assai lodevoli, benché lavorata nel 1 35g,
cioè4o anni avanti che maneggiasse scal-
pello il Brunellesco, di cui dice il Baldi-
oucci, che restituì il già perduto essere
all' arte della scoltura. Ciie il luonu-
tnealo sia di quel tempo, Io dimostra l'i-
VER i63
scrizione esibila da MalTei. Non si ha in
quest'opera il nome dello scultore, ma
ben si ha sotto la statua sedente di s.
Procolo, fatta nel 1 892 per Giovanni ve-
ronese figlio del maestro Bigino. Inoltre
del principio del i4oo si ha in questa
chiesa alquante statue al monumento de'
Brenzoni, che meritano lode; e perchè
non si potrebbe riconoscerlo, è bene l'av-
vertire, come ora fa la figura d'altare ; e
la ragione si è perchè essendo stato uso
in Verona ne'più sontuosi sepolcri delle
chiese di rappresentarvi il Redentore ri-
sorto dalla tomba, come mistero per cri-
stiano monumento molto a proposito; e
Tenendo a restar situatala sua figura nel
mezzo, tali monumenti, ovvero depositi,
o furono credutilo con aggiungervi la sa-
gra mensa fu stimato bene di farli di-
venire altari. Il Vasari però chiamò que-
sto medesimo, sepoltura della resurre-
zione del Signore fatta di scoltura , e
secondo que' tempi molto bella. Nella
stessa chiesa è distintissima e degna di
memoria l'urna sepolcrale poggiata sul
dorso di due torelli che la città fece scol-
pire in marmo rosso di Verona ad ono-
re del famosissimo Torello Saraìna, che
ne' primi anni del secolo XVI moriva,
e divise gli onori del principato coli' al-
tro veronese Onofrio Panvinio agosti-
niano, nel campo della romana e del-
la veronese archeologia. In s. Fermo
altra opera di scoltura si trova mollo
meglio condotta, cioè un Cristo depo-
sto dalla Croce con più figure, che re-
sta ora nascosta sotto un altare pres-
so la sagrestia. Benché sia della stes-
sa età, mostra intelligenza grande, ben
espresse le ossature, ben prese le propor-
zioni; ma poco si può godere, perchè tan-
to questa, come la sopraddetta, seconda
la fatale usata sciocchezza, sono state di-
pinte, con che fanno piuttosto orrore che
rechino diletto. In questo secolo fiorì U
scollura in Verona, perchè di buon gusto
e d'antico modo furono lavorate le sta-
tue degli uomini illustri che sono iu piai-
.64 VER
»8, e fli guslo oltimo e di somma perfe-
zione riuscirono le opere tulle del vero-
nese Girolamo Campagna , allievo del
concittadino Cattaneo, non meno in me-
tallo che in marmo, e non meno in ton-
do che in basso rilievo: non solo Verona,
ma ornò di belle opere Venezia e Pado-
va, e nel palazzo d' Urbino è sua la sta-
tua del duca Federico; poco a lui poste-
riore fu il veronese Gio. Battista, e nel
decorso secolo si distinse Giovanni Schia*
vi. Degna di visita è la chiesa sotterra-
nea di s. Fermo maggiore , dalla quale
8Ì denominò negli antichi tempi la porta
della città ch'era prossima, e nella quale
fin da'tempi di Desiderio re de'longobar-
di, si custodisce e si venera il sagro de-
posito delle ossa de'ss. Fermo e Rustico
martiri ; ed a canto si vede un' opera di
Creara. Pretendono i beigamaschi pos-
seder nella cattedrale tali reliquie, di che
dirò altre parole parlando ile' vescovi.
Nella parrocchia vi è l'oratorio di s. Fer-
mo Maggiore, e la chiesa sussidiaria di s.
Maria antica con oratorio omonimo. Im-
pugna Mailei che Papa Alessandro III
nel 1177 solennemente consagrasse l'ai
tare di s. IMaria Antica, coli' intervento
di I Scardinali, e del marchese della Mar-
ca Veronese, come pretendeva una lapi«
de. Fu poi consagrata la chiesa 100 an-
ni dopo da Gotifredo patriarca d'Aqui-
lein,come attesta altra iscrizione. Fuori
di questa chiesa e nel cimiterio suo eb-
bero .sepoltura la maggior parte degli
Scaligeri, che di Verona e di molte altre
citlà furono signori, alla nobiltà de'quali
monumenlì non si troveranno forse gli
eguali di que'tempi, opina Matì'ei. In ter-
ra e me7,zo sepolte son prima 3 arche di
marmo veronese, quali non si sa per chi
di tale casa servissero, poiché non hanno
Ucrizione alcuna; ben hanno l'arme so-
pra i coperchi, e in mezzo di uno si ve-
de Ih Scala con Aquila sopra, onde s' in-
tende il verso di Dante : E 'n su la Sca-
la porla il santo ucctllo. Su gli an-
goli haDoo quel rilevaaieuto che si of-
VER
serva in molte delle anliclie, onde si
può riconoscere quanto durasse l'imila'-
zione delle opere romane: una di esse è
grandissima, e tutta lavorata e fìgurata.
Altra ve u'ha presso la chiesa, posterior-
mente segnala del nomee dell'arma d'al-
tra famiglia: questa è nobilmente collo-
cala , e Unge esser coperta da un padi-
glione formato da 6 gran lastre di mar-
mo, che si uniscon nella cima in un pic-
cot quadro con palla sopra, e posano sui
traversi di sollo per via di piccolissimo
incastro molto artificiosamente. Abbia-
mo dal Moscardo come in questa fu col-
locato Mastino I,che nel 1261 fu eletto
capitano generale del popolo in vita; ti-
tolo corrispondente appunto a quel d'im-
peratore in Roma, al dir di Malfai, e col
quale Mastino 1 o coperse o si fece stra-
da al dominio: l'istesso storico recita l'i-
scrizione, della quale ora non si trova ve-
stigio alcuno. Sopra la porta della chiesa
è l'arca di Can Grande 1 colla sua figu-
ra, che mostra giacer sopra un Ietto , e
nella cima del lutto la'sua statua ammala
a cavallo con visiera calata, ma ricaden-
dogli il cimiero dietro le spalle, coperto
tutto di maglia il cavallo ancora: le co-
lonne e i capitelli sono assai ragionevoli.
Morì Can Grande I nel 1828. Il mau-
soleo ch'è suir angolo dalla parte della
piazza tiene l'ossa di Mastino II, che mo-
ti nel i35o , e di cui dice l' iscrizione:
I\lc Doniiimm Ferona suum,me Brixia
v'ulit , - Pannaque citin Lucca , cunt
Feltro Marchia tota (fra Feltro e Fel-
tro). Quest'edilìzio è sontuoso e ammira-
bile, perchè posa tutto su 4 colonne ar-
chitravate in distanza di 9 piedi. Sopra
i traversi posa un grandissimo e grosso
quadro di verde antico, che forma il pia-
no sopra del quale è collocata in mezzo
l'arca del defunto. Altre 4 colonne so-
stentano la volta, che fa coperto, e il fa-
stìgio cu'suoi ornamenti: nell'ultima ci-
ma si vede la statua equestre di Manti-
nò II, grande al naturale. Intorno è no-
bil lecJQlo di pietra e di /erro, con 4 p>-
VER
laslrì e slaltie negli angoli. Cansignorio,
che moiì nel 1875, volle prima pi cpa-
rarsi il sepolcro, ed avanzare in ciò la
lagnificenza degli anteriori. Non può
■rtatuente esser più superbo, supposta
l'angustia grande del sito. Ha 6 (acce, ed
è sostenuto da 6 colonne , che reggon
prima un piano di bel marmo antico, so-
pra il quale sta la grand'arca tutta isto-
riata. L'essersi serviti nell'uno e nell'al-
tro di questi mausolei di due si gran pez-
zi di preziosi marmi ed antichi, non tanto
fu per magnificenza, mentre restano co-
perti e quasi nascosti , quanto per sicu-
rezza, attesa la maggior durezza e consi-
stenza de' marmi orientali e oltremarini.
1 capitelli hanno la i.^ mano di belle fo-
glie corintie, ma si devia nel rimanente.
Sei altre colonne reggono r altissimo fa-
stìgio, nella cima del quale fa bella mo-
stra lo Scaligero a cavallo. Il tutto è
così operosamente ornato e con tanta
spesa lavorato, che di maniera goti-
ca , come suol chiamarsi , didicilmente
si troverà cosa più nobile e più bella. L'i-
scrizione è intorno nel fregio, ed è già sta-
ta pubblicata con l'altre da diversi scrit-
toti veronesi, ma senza aver avvertito,
dice il Maffei, che altra ve n' ha nel i.°e
più basso listello col nome dell'artefice.
Hoc opus sculpsity et fedi Uonìnus de
Campi^liono Mediolanensis dioecesis.
Serra intorno un recinto di marmo rosso
pure in sessangolo con 6 pilastri, sopra
quali i soliti tabernacoli quadrati, con ista-
lue di Santi che fecero professione d' ar-
mi. E notabile anche il serraglio e can-
cello di ferro con l'armi della Scala, per-
chè lavorato con tal vaghezza di disegno
a Gorame, che poco di più potrebbesi a-
speltare dalla bizzarria moderna.- — 1 1.'
l'arrocchia di s. Stefano, con oratorio di
tal nome.Quest'antichissima chiesa era iu
essere fin nel Y secolo, benché in altra
forma, avendola fatta atterrare il re Teo-
dorico. Grandi argomenti ci sono per
credere che fosse un tempo la cattedrale
di Verooa, Iq essa è preziosa e mollo aa-
VER i65
lica lapide, da cui s'impara quanti antichi
e santi vescovi veronesi fossero qui sepol-
ti, e qnant'allre reliquie riposte. La bella
tavola nel coro, la cupolètta e i suoi late-
rali, il quadro con l'adorazione de' Magi^
e le figure di chiaroscuro sulla porta di
fianco, son di Domenico Brusasorci. Nel»
la cappella degl' Innocenti la pala è di
Pasquale ; bellissima la Strage, e così gli
angolari. li laterale co'Santi vescovi del
Bassetti; la storia de'ss. Quaranta marti-
ri deirOrbetto. A sinistra dell'aitar gran-
de dipinse Nicolò Giolfino. Sopra la por-
to operò Battista del Moro, e così il chia-
roscuro da quel lato. L'jftlare co'ss. Pie-
tro e Andrea è del Caroto. L'ultimo del
Marchesini. Il penultimo dal lato destro
è d'Orazio Farinati , il susseguente di
Santo Prunati. Nel sotterraneo sono aU
quante colonne di marmi stranieri, eoa
capitelli di pietra veronese variamente e
barbaramente lavorati, ed alcune arche
grandissime, quali servirono prima per
gentili, come qualche avanzo d'iscrizioni
tiiBnife'>ta, e saranno state [)oi adoperate
pe'Sanli veronesi. Sopra tutto è degna
d' osservazione la gran cattedra rozza e
schietta di pietra , che quivi si conserva
ancora, e sopra la quale avranno seduta
gli antichi pastori veronesi. Con singoiar
cura e venerazioneconservavanogià i cri-
stiani le sedi de'loro primi vescovi, come
si trae dal Buonarroti nelle Osservazio'
ni sui vasi di t'erro. Nelle pietre della fac-
ciata furono scolpite quantitàdi memorie
per lo più del secolo XIII. Della parroc-
chia di s. Stefano è sussidiaria la chiesa
di s. Giorgio, con omonimo oratorio. La
chiesa (in da'tempi de're longobardi era
ufììziata nobilmente. Ambigua fra ilSan-
micheli e il Sansovìno n'è la facciata:
bellissimo è 1' altare maggiore d* ordi-
ne composito, attaccato al muro, e che
gira però insieme col frontespizio secondo
che fa la nicchia con molta maestria. Fu
opera di Bernardino Brugnoh figlio d'una
sorella del Sanmicheli; il medesimo mi-
se mano tic' campanili di s. Giorgio a
i66 VER
del duomo, guastati prima da chi volle
cambiniue il moclo e il disegno sontuosa-
nienleideato dal Sanmicheli:»» dappoiché,
osserva Maflei, sì dilettano queste parti
grandemente d'alzare alle stelle cosi fat-
ti edifizi, da'quali vien poi talvolta in al
euni siti resa la ciltàinabitabile, per l'u-
so straordinario e instancabile,checontro
ogni carità e senza frutto alcuno qui ne
y'iea fatto". In s. Giorgio il Sanmicheli
trovò anche modo di fortificar talmente
i lati, che potè impervi la cupola, il che
niun altro ardiva di fare. Questo tempio
per conto di pitture è una galleria , alla
quale non sarà si facile che altra possa
paragonarsi. Nel i." ingresso dà nell' oc
chio, benché in tanta distanza, la superba
tavola ch'è nell'altare grande, col Santo
che vien fuori della tela; ma facendo
principio a man destra entrando , la i.'
pala è del veronese Francesco Montemez-
Zani ; la 2.^ del concittadino Pasquale Ot-
tini, lavorala sul gusto di Tiziano; la 3.*
è di Domenico Tintoretto; la 4-' di Fe-
lice Brusasorci co'ss. Michele, Raffaele e
Gabriele: Angeli non furono mai fatti,
che paressero Angeli. La susseguente è
una delle più belle coseche uscissero mai
dal pennello di Paolo : per li professori
vi è da osservare una giornata , rileva
Maffei. Le figure adiacenti, come altresì
le dirimpetto, sono dell'India. L'Annun-
ziata fuori della maggior cappella è del
Caroto. Passando all'altare grande, si ve-
drà un portento dell'arte nel martirio di
s. Giorgio di Paolo, e le riflessioni che si
potrebbero qui farvi, darebbero materia
quasi a un trattato. 11 laterale a mano si-
nistra, che rappresenta il miracolo delle
turbe pasciute dal Salvatore nel deserto,
è di Paolo Farinati : l'altro a destra, che
figura gli Ebrei nei raccogliere la man-
na, è di Felice, ma supplito dopo la sua
morte^ e terminalo da Pasquale. Pochi
quadri sì troveranno che arrivino come
questi a 24 piedi veronesi di lunghezza
e a 23 d'altezza, e pochi parimenti che
abbiano sì gran numero di figure lavo-
VER
rateda così eccellenti pennelli :ponnodirsi
due poemi per la quantità e varietà delle
cose che contengono. Proseguendo dall'al-
tro lato, lai.' tavola è del Moretto, e l'or-
gano dentro e fuori del Romanino, cele-
bri pittori bresciani. La seguente è di Gi-
rolamo da'Libri fatta nel i52g. La 3.' di
Francesco Caroto, fuorché l'ovato eh' è
opera bellissima di Domenico Brusasor-
ci. La 4" è di Sigismondo Stefani pur
veronese. Nell'ultima torna a figurare il
Caroto. Il battesimo del Salvatore sulla
porla è del Tintoretto. Nell'ailezza di s.
Giorgio si trovarono molte lapide roma-
ne figurate e scritte. L'iscrizioni cristia-
ne sono del tempo di Liutprando. Oltre
le pitture che l'adornano di rara anti-
chità, è osservabile precipuamente una
gran coppa di pietra, la quale a similitu-
dine di quella discorsa di s. Zenone, stet-
te già dinanzi la chiesa. Anticametilecol
titolo di s. Giorgio, e nominata nell' epi-
pitaffio dell'arcidiacono Pacifico, eravi u-
na collegiata di sacerdoti, poi chiesa di s.
Elena, presso al chiostro canonicale. Vi
si vede lunga iscrizione marmorea del
I r4o, della cou^agrazione dell'altare fat-
ta dal patriarca d'Aquileia Pellegrino,
dopo la profanazione del precedente; al-
tra è in memoria delle ss. Reliquie; e nel
sotterraneo vi è nobilissimo pavimento a
musaico di bel disegno e variato; laonde
si puòdeduie quanto nobile fosse questa
chiesa. — 12.' Parrocchia di s. Maria in
Organo, con oratorio dello stesso nomi-,
già de'monaci Olivetani. Usuo monastero
deve reputarsi più antico di quello di s.
Zeno , sebbene taluni lo dicano fondato
neil'845: fu ampliato da' re longobardi
Liutprando nel 718 e Ildebrando nel
742, percui è chiaro che preesisteva. Nel-
la sua origine fu abitato da'monaci bene-
dettini, in seguito dagli Olivetani, ed oggi
lo è d<)lie suore minime della Carità. La
denominazione in Organo o Organis de
rivo a questa chiesa forse per sorgervi
vicino l'arsenale de' veronesi, secondo
JDiaucoIini^da cui prese il nome la contva-
VER
(la e lo comunicò alla chiesa fabbricata-
vi. Questo monastero apparteneva alla
giurisdizione del patriarca d' Aquileia
da tempo remotissimo e già lo era nel-
1*87 I , e continuò ad esserlo sino aliySS
epoca della morte dell* ultimo patriarca
Delfino. D'allora in poi principiò la sua
dipendenza dall' ordinaria giurisdizione
de'vescovi di Verona. La dipendenza dal
patriarca d' Aquileia fu comprovata nei
I i3 t , probiibilmenle nel rinnovarsi la
facciata della chiesa , dall'iscrizione nel
i633 trpsferita sull' ultimo pilastro del
tempio a sinistra dell'ingresso, in occasio-
ne di nuovo ristauro, ed allora fu aggiun-
ta l'indicazione, che vi è scolpila di sot-
to. Avea il monastero dipendenti dalla
Mia giurisdizione altri monasteri , chiese
e pievanie. Il piùantico abbate che si co-
nosca è Feroce del 575.Ebbe successori si-
no al 14^3 circa, intorno il qual anno l'ab-
bazia divenne commenda ; ma passati "i i
{limi il monastero ne fu svincolato, e fu
allora che a'benedeltini cassinesi sotten-
trarono gli Olivetani, a'quali ne fece spon-
tanea cessione il cardinal Antonio Cor-
raro abbate commendatario, con appro-
vazione nel i444^^' Fapa Eugenio IV,
e d'allora in poi vi furono gli Olivetani ,
con libera e assoluta amministrazione.
Tra essi fiorì il monaco o laico oli vetano
Giovanni veronese , non solo eccellente
nelle cose sue, ma perchè a'iavori di tar-
sia diede nuovo essere, non avendo la-
vorato col nero e bianco solamente, co-
me gli altri avanti di lui, ma trovato il
modo di dar vari colori a' legni con tin-
te bollite e con olii penetrativi, e di lu-
meggiare ed ombreggiare, e di fare il vi-
cino e il lontano, come nella pittura: mol-
te fatture son di lui rimaste a Roma, e
nel monastero di Monte Olivelo; ma quel-
le che lasciò in Verona così d' intarsiatu-
re, come d'intagliare di rilievo,mostrano
fin dove iu così fatti lavori arrivar possa
l'ingegno, e si ponno dire uniche in tal
genere. I lavori di tarsia, specie di mu-
saico fallo con logui di vari colori com-
V E R 167
messi, li slnnò Vasari poco durevoli; in-
vece esclama Matfei : « Che direbbe ora
vedendo queste manifatture dopo 23o
anni conservatissime? poiché il coro di s.
Maria in Organo fu lavorato nel i499-
Veggansi i suoi lavori nella sagrestia , e
osservisi in chiesa il grandissimo candel-
liere di noce per piantarvi il cereo, dove
gl'intagli specialmente de* 3 festoni eoa
frutti e foglie che ricadono, son così na-
turali, che superano ogni credenza ". La
facciala di s. Maria in Organo, che San-
micheli avea divisato bellissima, è d'ordi-
ne corintio, fu principiata dopo sua mor-
te, ma rimase nel suo principio , almeno
sino all'epoca di Maffei. Le belle tavole ,
che ne decoravano l'interno, di Girolamo
da'Libri, del Caroto, del Morone e di al-
tri, furono levate perchè erano antiche.
La pala suprema posta nel passato secolo
è del romano Giacinto Brandi. I superbi
quadri laterali di Paolo Farinati; la volta
par del Libri; nell'esteriore vi è del Fari-
nato del Torbido e di altri. Nella cap-
pella a destra la bell'opera di Lazzaro
risuscitato, e la maggior parte dall' altro
lato, è di Domenico Drusasorci, e così fuo-
ri in alto: la tavola è del Brenlana , e
nel 2.° altare è di Luca Giordani loda-
tissima : laterali, dalla parte del Vangelo
del Brentana, da quella dell'Epistola di
Giovanni Murari. Scesì i gradini, la 1.*
tavola è di Felice Torelli, come il prece-
dente veronese, la 2.^ del Palma, l'ultima
del Balestra. Dall'altra parte, dirimpetto
a questa, è un'opera del veneto Pittoni,
e le due colonne son d'africano. La pros-
sima o è di Tiziano, o ne pare : la se-
guente è del Balestra. Il s. Michele Ar-
cangelo fu lavoro del Farinaio. Nella cap-
pella che viene appresso, la tavola è del
Guercino; in quella che rimane, sì vede
un'opera del Brentana; e sui muri intor-
no, com'anche sopra fuori , sono fatiche
di Giolfìno con belle espressioni. Le co-
lonne di quest' altare sono di così bel
inarmo, eh 'è difficile trovarsi neppur nel-
l'opere degli aalichi. E del veronese nii-
,63 VER
Schio di brenlonìco, e son dell'islessa bel-
lezza le colonne e il parapetto nella cap-
pelia del Sagiatrieiilo, e quelle della "ì*
«cesi i gradini: inerilan tutte d'essere di-
siintamente osservate, per poter dire d'a-
ver veduto fin dove può arrivare la va-
ghezza, il lustro e i bizzarri accidenti d'un
marmo. In sagrestia è una pala dell' Or*
kelto. Di s. Maria in Organoèsussìdiaria
la chiesa di s. Giovanni in Valle, con ora-
torto di simil titolo. Questa chiesa è an*
lica, e nel suo sotterraneo son due orchi
o casse sepolcrali di ntarrao greco, chia*
tuate sarcofagi dagli antichi, molto beo
conservate, e niente inferiori alle più bel-
le, che nella Roma sotlerranea$ì vedono
efllgiate. Servirono per cristiani di gran
condizione e di tempo ancora roaiano, o
poco inferiore; ma il non esserci scolpi-
ta parola alcuna fa ignorare ì nomi loro.
1d fronte alla più grande, ch'è tutta isto-
l'iata, come vedesi dalla tavola prodotto
da MolTei, sta nel mezzo il Salvatore con
volume spiegalo in mano sopra un moa-
le, da cui sgorgano 4 capì d'acqua, che fi-
gurano i 4 fiunti del f^aradiso terrestre.
A dritta è s. Pietro, a sinistra s. Paolo. Da
un lato si rappresenta la Samaritana, ia-
fli uno de'miracoli del Salvatore; dall'al-
tro In risanata dal flusso, indi Giuda che
bacia il Salvatore. Dietro son colonie e
ornamenti d'architettura. Sui fianchi è
da una parte Adamo ed Eva col serpe ,
dall'altra uomo sedente ricevente doni,
iòrse Giuseppe co'fratelli. !Vla io fronte al
monumento è altra fascia metà piìi bas-
sa, parimente figurata. Nel mezzo è la
Croce in fondo liscio, dalle parli sono uo-
mini nudi che sembrano tener il quadrp.
Le storie sono dell'antico e del nuovo
Testamento. Da un lato è Daniele co'leoni,
indi uomo e cnne,che pu,ù credersi Tobia:
dall'altro Mos^ che riceve le tavole della
legge, ìndi ara con fuoco acceso, e innan-
zi a un edifizìo Serpe ches'.ilzn, e uomo
diquachegli porge qualche cosa alla boc-
ca, foise allude al genio che assaggia l'o-
^?Jniippi. Su questo tpoi^umento *\ pos^e
VER
altra pietra con figure di due corpi, che
hanno nimbo dietro al capo, obito mona-
stico e libro sotto le maui. Forse vi fu
collocata quando nel fine del secolo XIV
insorse la popolare credenza d'ivi conser-
varsi le reliquie di due Apostoli, ma vi
fu scolpito un vecchio e un giovane, ed
un fanciullo in fondo. L'altro pilo, per la
maniera alquanto migliore, si fa credere
anterior di tempo, ed ha la sua tavola. Ila
nel mezzo un tondo quasi in forma di con-
chiglia, e dentro due busti d'uon)o in to-
ga con volume, e di donna, forse la mo-
glie. Sotto si vedono pecore con due pa-
stori. Dalle parli sono scanalature ondeg-
giate e sull'estremità s. Pietro e s. Paolq
palliati colle chiavi e la spada , forse di
lavoro meno antico, fi MalTcì illustra i
due monumenti con analoghe erudizioni
archeologiche, per me non necessiarie. — ■
1 3." Parrocchia de'ss. Nazario e Celso, che
ha pure oiatorio omonimo. La chiesa col
monastero de'ss. Nazario e Celso era de*
benedettini, del tempio antichissimo so-
lo restandone una reliquia, non giù pres-
to Ih presente chiesa, u)a tutta incavala
cogli scalpelli nella gialliccia e non dura
pietia, o sia tufo del colle, sul quale i mo-
naci a veano possessione. Si può veder qui-
vi, salendo pochi passi, una stanza qua-
drata, tutta lavorala nel masso, con sof-
fitto spianato; indi eutraudo , quasi ia
piccola grolla, conservato ancora sì rico-
noscerà il pìccolo presbiterio, vedendosi
la linea di pietra in terra; e nel tufo, che
fa parete, l'incavo del cancello che lo ser-
rava. In faccia è una nicchia, e laterali
due ricetti, l'uno de'quali però era sialo
distrutto. Dal presbiterio in giù si ddata^
e si prolungava aucor più, ma ne fu buo-
na parte tagliata per far luogo a fabbri-r
che. Leggesi negli alti de'ss. Fermo e Riv
slieo, Come in tempo di quella persecu,-
zione, s. Procolo vescovo di Veroua sta-
va con pochi cristiani nascosto in luogo
solitario poco lontano dalle muia della
cillà. Congeltiu-a molto ragionevole può
fi^r ci'cd.c^e questa spelonca, che allora
VER V£R .69
era fuori, e che dovea reslnr coperta eia «ano ncqiin da vasi nel fiume. In giti [»oi
bosco, il «Mo iiascotiiliglio. Anche l'aver- dove la chiesa s'allarga da una pai le, par
ìà (ialla servir di chiesa, è cosa vei osimi- sia figuralo il monte Oreb, donde Mosè
le, e che ìncuininciasse prima che la fé- fece scaturire l'acqua, e uomini che la
de fusse trionfante, e il crisliano cullo guardiiiocon meraviglia, e vadanoa pren-
{)ern»esso. Ogni parete si vede pitturata, dernc; ma poco si distingue. Il pavimen-
sn<altato prima a lui fine il tufo per rag- to era a musaico, e ne riruane gran par-
guagliarlu. La maniera è rozza, e sotto la te, ma senza cosa notabile. Tale è la de-
prima stubilitnra altra anteriore se ne scrizione fatta al tempo suo dal dotlis-
scuopre in alcuni luoghi, ch'era dipinta «imo marche^-e IMalfei. Arroge la recente
parimente, ma peggio ancora, vedendo- testimonianza del citato autore dell' ar-
ai facce col fondo di bianco di calcina licolo /'ero//a, presso il t. 6, p. 5g, del-
traltc'ggiatu a tocchi, e quasi a macchie. V Album di Roma. » La più illustre an-
La parie di sopra, che vien discendendo ticliilà cristiana di Verona, ed anzi di tut-
e quasi secondiiiuio il monte, è occupata te le provincia venete, è la chiesa <li s,
da una figura del Salvatore, sedente so- Wazario, che può rimontare al VI seco-
pra un trono cun la mano in benedizio» lo. Le grotte che vi sono in vicinanza
ne, e con suppedaneo: di qua e di là son servirono di ritiro a'piimitivi cristiani, e
due piccoli fondi con entro figura umana, possono dirsi le Catacombe Veronesi",
che secondo l'uso antico rappresentano il Nella chiesa parrocchiale Maffei descrin-
soie e la luna. In fronte della piccola tri- se le seguenti pitture. La tavola grande
buna o nicchia si vede s. Michele in pie- del coro è di Libri: tuttoii limanenle neU
di con due grandi ali e col diadeu)ao nini' le volte e ne'Iaterali è del Farinaio. ìVel
bo in capo, e grossa palla sulla sinistra prossinioallare,dov'èilSagiamento,co«D-
in cui è scritto il suo nome. Qualche al- parisce un'opera del balestra. La gran
tro nome o parola si vede presso le figu- cappella di s. Biagio fu principiata nel
le sempre col punto alto, e a mezzo del- 1 4^9»^ ^' si cantò messa a'3 1 luglio 149» •
la lettera, iccondo l'uso delle lapidi an- Le pitture sono di quel tempo. La tavo-
liche. Sulla nicchia è dipinta una città, la dell'altare è di Francesco ;Monsignori:
non Gerusalemme, come scrìssero alcu- le [)itlure laterali delle pareli si credono
ni, ma propriamente Verona, di cui con- di Gio. Maria Falconetto. La nicchia a
corda col sigillo antico e colla iconogra- luano dritta, che ha scolpilo l'annoi 493.,
fia di Verona, che a' veronesi pervenne ha una tavola che pare anteriore a cpiel
dal celebre loro vescovo Ualerio morto tempo, col nome dell' autore per altro
nelle Fiandre nel 974, nell'età di 80 ignoto, Girolamo Moceto. La cupola è
anni. Dalle parti Angelo e Vergine An- molto notabile. Parlando il bellori del-
nunziala in piedi. Sotto «. Nazario e l'incomparabile cupola del Coreggio in
s. Celso con nin)bo, e 1' aureola nell' u- Pcirrna , riprese il Vasari , perchè come
no, e corona nell' altro in mano. Nel- troppo parziale de'fiorentini seccamente
le pareti i XII Apostoli, 6 per parte, sen- ne ragionò, mentreafFerma che altra non
za simboli : il i." a dritta è s. Pietro col se n'eia veduta dipinta, né altro sottinsù
nome sotto. Nell'incavatura o ricetto, che avanti di lui. Invece osserva ilMaftei.che
sussiste a dritta, si vede in alto una gran questa de'ss. Nazario e Celso fu senza dub-
niano, per la (piale era uso figurare Dio bio anteriore di molto, e polerisi credere
Padre, che non si rappresentava in figu- veramente la prima. Narra il Uidolfi del-
ra d'uomo, e nel muro il battesimo *el la meraviglia che desiò in Venezia il sof-
Salvatore: Angelo che tiene losciugatoioj fitto di Paolo della chiesa di s. Sebastiar
ilue piccole figure 4'uoajini W(|enti ver- no, quando si scopi), per non essersi piìj
r7o VER
•velluto simil cosa ne'cieli dellecìjiese. Ria
1.1 cupola del lempio veronese in discor.
«o fu dipinta tiiHa dentro il secolo XV,
Itenrliè poi il lempo e forse l'acqua assai
1;» danneggiarono. Rappresenta un'archi*
lettura distribuita dtd basso all'alto in 3
ordini, e divisa in compartimenti, ognun
de'quali ha una figura al nattirale, più
piccole, com'è di dovere, essendo l'ulti-
me: nel mezzo è un tondo che contiene
una gloria , ed è cinto da cornice , che
sfonda e va in su molto bene. A man si-
nistra è una cappelletta con più cose del
Palma giovine. Uscendo fuori, ali." al-
tare vi è opera di Domenico Brusasorci,
dove appar manifesta l'origine dello sti-
le di Felice suo figlio, che altri scrisse fos-
seda luipresoinFirenze. Il seguentequa-
dro è del Fiacco , l' altro del Carpioni
vecchio. Appresso è una rara fatica del
l'adili, dove spicca appunto il carattere
della scuola Veronese. Passando all'altra
parte, r ultima pala è di Bernardino In-
dia. La prossima colla bella lunetta so-
pra è del Farinaio. Seguono i dipinti del
Brentana, poi di Stefani, indi del Cancri,
r finalmente in capo bella fatica del Fiac-
co. Sull'organo dipinse Domenico Bru-
sasorci: in sagrestia è qualche cosa del
Farinato, come nel refettorio di Paolo,
ma non vi è più la sua famosa Cena; ben-
sì nel 2.° chiostro bella testa si vede di
sua mano, che altri crede in figura di s.
P.Tolo essere il suo ritratto. Ove si tiene
il capitolo della dottrina, bell'opera an-
tica è sul muro. Nella strada che va ver-
so la porta , bella Nunziata si vede del
Farinato, e alcuni chiaroscuri. Neil' A-
tlantc Mariano trovo il decretodid. Lui-
gi Selvatico abbate de'ss. Nazarioe Cel-
so del 1710, oltre quello del doge Corner,
di permissione all'erezione della chieset-
ta , jier liporvi la miracolosa immagine
della Madonna di Campofìore, in Cam-
po Marzo , nel recinto della parrocchia,
e per celebrarvi la sola ». Messa , senza
pregiudizio del jin parrocchiale. Della
«tessa parrocchia è sussidiaria la chiesa
VER
di s. Maria del Paradiso, che ha pure o*
ratorio con egual vocabolo, già df' reli-
giosi servili. Vi si trovano pitture di Pao-
lo, d'Orazio Farinato, di Marco del Mo-
ro e di Felice Brusasorci, non che la pro-
digiosa immagi ne della M^c^OH/ia^^e"/ P/X-
r^r//>o. Dappoiché si racconta lìaWAllan'
te Mariano, essere sì grande la fama di
santità goduta nel secolo XV dall'ordi-
ne de'servi di Maria, che i veronesi nel
1470 assegnarono loro la chiesa di s. A-
pollinare in uno de'sobborghi, e le vicine
case già ad uso di spedale onde erigervi
un convento, il quale gli abitanti del luo-
go in riverenza alla Madre di Dio, deno-
minarono s. Maria del Paradiso. Pacifi-
co e breve fu però il soggiorno in esso
de'religiosi, giacché la guerra della lega
diCambray depriujendoi veneziani, que-
sti ordinarono tosto l'abbaltinienlo de'
sobborghi di Verona, acciò non servisse-
ro utilmente a'ilemici. Laonde i servi di
Maria furono costretti nel 1 5 1 5 a ritirar-
si nella città, ove soccorsi dalla pietà de*
fedeli costruirono nuova chiesa e conven-
to, che dal nome de'diroccali chiamaro-
no s. Maria del Paradiso, ch'era pure il
nome d'una prodigiosa immagine della
B. Vergine, che dalla precedente a que-
sta chiesa trasportarono, ed ove ancora
continuò a fare strepitosi miracoli, il più
clamoroso essendoavvenuto nel i63o con
liberare Verona dal flerissiiuo morbo pe-
stifero che la disertava; e per la quanti-
tà delle grazie continuate ad elargire a'
divoti, fu in ap[)resso appellata Madre
delle. Grazie. Dalla narrazione apparisce
eziandìo, che a'2 aprile i63o nella chie- JH
sa comparve un'immagine della B. Ver- "B
gine,Ia qunle esposta alla venerazione de*
fedeli, sfolgorò grazie e benefizi, e colle
ricche oblazioni s'innalzò un magnifico
altare per la sua custodia. — ••4-' Pai'i'oc-
chia di s. Paolo di Campo Marzo, con o-
ratorio d'egual nome. Nell'altare mag-
giore dipinse il Libri, in 3 pale il Fari-
nato, in quello dell' Immacolata Conce-
jiione Domenico Brusasorci, nella Dopo-
VER
sizione dalla Croce il Farinaio, nel pros-
simo altare il Ridolfi , e nella cappella
presso la sagrestia vi è opera insigne di
Paolo Caliari, co' muri tutti del Farina -
lo, benché mal ridotti. Nella parrocchia
è la chiesa sussidiaria di s. Giacomo di
Galizia , con oratorio dello stesso lito-
Io. — 15.' Parrocchia di s. Tommaso A-
poslolo, col suo oratorio omonimo, pres-
so la piazza. L'interno della chiesa sa-
rebbe un bell'esempio d'architettura ec-
clesiastica, se il modello dato dal Sanmi-
cheli fosse stalo eseguito del tutto, e non
solamente nella parte superiore. Ivi è quel
grande sepolto, presso le ceneri de' suoi
antenati, poiché tale ediflzioè rifabbrica
dell' antico. Questa chiesa vanta due ta-
vole del Bassetti, piti una dell'Orbetto e
una del Fiidolfj : nella nicchia sopra la
porta al di fuori, malamente fu osato ri-
toccare la pittura di Domenico Brusasor-
ci. Ne'sobborghi di Verona sono altre 3
parrocchie, e nel resto delia diocesi ve ne
sono altre 238 distribuite in 46 vicarie.
W Atlante Mariano àesci'ìve le prodigio-
si immagini della B. Vergine esistenti ne'
sobborghi e nella diocesi; il MafTei rileva
i pregi artistici ove sono in dette chiese
e nell'altre di Verona. Si hanno di Gio.
Battista Biancolini, Notizie {storiche del-
le Chiese di Verona, ivi 1749. lof^i 4-
L'Ughelli descrive le antiche badie di
Verona, cioè di s. Zenone, de'ss. Fermo
e Rustico Minore in Braida, della ss. Tri-
nità, e de'ss. Nazario e Celso, tulle del-
l'ordine di s. Benedetto, insieme a quel-
le suburbane e della diocesi. Quindi con
interessante statistica nomina ed enume-
ra 49 chiese parrocchiali di Verona, del-
le quali 7 in cura di religiosi; 20 chiese,
conventi e monasteri regolari in città e 3
nel suburbio; 16 chiese di monache in cit-
tà; 18 semplici chiese in città ei2nel sub-
urbio; 18 spedali in città e 3 nel subur-
bio; io luoghi pii In città con monasteri
di monache; 3 1 oralorii di pie congrega-
zioni o confraternite in città; 2 oralorii
nel suburbio; 36 parrocchie nella dioce-
V E R 171
si 0 arclpretali. Si legge nell'ultima pro-
posizione concistoriale, esservi nella città
sex viroriim, et quatuor ììtnlierum mo-
nasteria, nonnulla laicoruni sodalitia,
orphanotrophilun, bina ospitalia,ptoco-
trophinm, brephotrophium, nions pietà-
lis et seminarinm. Riserbandomi di par-
lare più sotto di tali pie e benendie isti-
tuzioni , dirò intanto che i regolari esi-
stenti in Verona sono i ministri degl'in-
fermi o crociferi, i filippini, i minori os-
servanti, i minori osservanti riformati, i
cappuccini, i benfratelli, i gesuiti, i mis-
sionari. Sono le religiose, quelle della s.
Famiglia mìnime della Carità, le Clarisse,
le figlie della Carità o canossiane, le suo-
re della Misericordia, le figlie dell'lmma-
colataConcezione. Fuori di Verona, i cap-
puccini hanno convento a Villafranca, le
canossiane hanno casa in LonatOj le suo-
re della Misericordia in Zevio. In Desen-
zane è un monastero d'orsoline, ed in Lo-
nato vi sono pure l'ancelle della Carità.
Quanto a'cappuocini, restituiti a Verona
nel 1 835, nel convento pressoCampoMar-
zo eretto di pianta dalla liberalità de've-
ronesi; più di recente la religione e mu-
nificenza del fu marchese Bonifazio di Ca-
nossa costruì e provvide interamente il
nominato altro sagro ricetto a Villafran-
ca, grossa borgata un i o miglia da Vei'O-
na , del quale già erano in possesso nel
lB39,pel loro santissimo vivere di evan-
gelica povertà sprezzatrice delle monda-
ne cose. Riferisce il Maffei, che in Vero-
na dopo il rispettabile capitolo cattedra-
le, vi è altro corpo ecclesiastico molto co-
spicuo fijrmalo dalla Congregazione del
Clero intrinseco, che comprende lutti i
parrochi di città, ed ha sotto di se due
chiese, nelle quali pur dà le bolle, e go-
deva anche temporali giurisdizioni. Avea
parte dopo il capitolo nelle elezioni ca-
noniche de' vescovi, come può vedersi in
quella di Bonincootro nel 1295, di cui «i
sono conservati gli atti prodotti dall' U-
ghelli, ne' quali appare ancora come il
clero diocesano formava un' altra con-
ìyl
VER
gregazìone., che votava dopo quella del-
l'urbano. Le chiese di città erano alti e
volle provvedute di molto onorevole ren-
dila; ma ora, benché rimangano sull' ì-
stes^io piede nell'aggravio, sou venute io
gran parte quasi al niente, per essersi an-
dati disperdendo i livelli; il che più di-
sordini forza è che produca nell'ecclesia-
stica disciplina. Né a questo danno sup-
pliscono più i lasciti o legati de' cittadi-
ni , quali da gran tempo non più alle
parrocchie, né a'Iuoghi pii,nè agli ospi-
tali, ma solevansi solamente disporre a
favore de' regolari. Tra le abbazie com-
mendate insigne sopra tutte era quelle di
s. Zenone, che passata in commenda, de*
tratta la mensa de'monaci, quando i be-
ni erano ben diletti e l'entrale correva-
no a giusto prezzo, si calcolava la rendi-
ta deli' abbate commendatRrio 'a ducati
I 5,000. Possedeva più giurisdizioni spi-
rituali e temporali, teneva cancellerie, e
ne' suoi beneHzi di cittù e fuori avea la
presentazione e la nomina. Le cause ci-
'vili de'suoi erano giudicale dal commis-
sario deputalo dall' abbate, e 1' appella-
zione spellava a'rettori imiti. Pingui ab-
bazie erano ancora, tra le altre, quelle di
s. Maria della Chiara e delta Trinità, il
monastero di s. Maria in Organo e quel-
lo ^e\%. Nazario e Celso, con giurisdizio-
ne sopra alcune chiese e parrocchie, con-
cedendo gli abbati le bolle agli esa urinati
e giudicati degni dal vescovo. Tanto i be-
nefizi di città quanto quelli del territo-
rio per giustizia naturale e per volontà
del princi|)e, abbastanza dichiarata nella
raccomandazione benignamente promes»
sa per quelli diesi conferiscono alla s.Se-
dejcome si tia dalla i .' bolla d'oro del do-
ge Michele sSteno , e ancora per decreti
pontificiijindicati uit\\' Italia sacra,fi'\ deb-
bono conferire a' veronesi. Il elevo per
raniminislrazione ordinaria ed economi-
ca veniva rappresentato da 4 sindaci, cioè
uncanonico, un arciprete di cillà,un arci-
prete di fuori, ed un monaco. — Ora n ra-
gionare della beueOceuza e istruzione pub-
VER
bllca In Verona, procederò con un au!o>
revole libro, aggiungendovi altri analo-
ghi cenni. L'importantissimo e pregevo-
le libro intitolato: Stato della Beneficen-
za e delta Istruzione in Verona i838.
Cenni storico-statistici dell' ah. Gio. Bat-
tista Carlo conte Giuliuri. Omaggio a
Ferdinando imperatorie re, Verona dal-
la tipografìa provinciale di Paolo Liban-
ti a beneficio degli asili di carità per l'in-
fanzia. In 4 quadri sono descritti gli sta-
bilimenti privati e pubblici, e associazio-
ni di beneficenza e istruzione esistenti ia
Verona neh 838, divisi in titolo e sede,
descrivendosi in breve la storia, lo scopo,
i metodi di ciascuno, il numero degl' in-
dividui beneficali specificati per sesso, la
rendita o spesa annua d'ognuno. I. Qua-
dro: Stabilimenti e associazioni di bene.->
iicen%a. =z Con ricOi'ero.=:z i . Civico spe^
</rt/e<z.?.y^/i/o/i?b.ApertoaltroveDcli5i5,
dopo varie vicende fu trasportato nel
i8ia nel soppresso monastero di s. An-
tonio. Accoglie gratuitamente gl'infermi
poveri della città, e con dozzina quelli an-
cora della provincia, o che appartengo-
no ad altri istituti di beneficenza, le guar-
die dell'i, r. finanza ec. 1 letti sono circa
3oo, cioè per gli uomini i 2Q, per le don-
ne 180. Net corso d'un anno entrarono
nell'ospedale uomini 838, donne 58o. Lo
spedale de'Aizz/, e la sala per le Parto-
r/e«/( sono compresi in questo stabilimen-
to, retto da un proprio direttore medi-
co, e da un amministratore. Le rendite
annue patrimoniali (compreso il generoso
legato de'conìugi Trevisani di lireaustria-
che 630,000), sommano a lirei 1 1,000;
la comuneaggiunge intornoa lire22,ooo,
Gl'individuibenelìcali sono: maschi 838,
femmine 58o. L'edifizio è magnifico. — '
2. Casa di Ricovero a s, Caterina. Isti-
tuita nel 1812 in mezzo alle calamità e
alle miserie, dalla spontanea benelioen-
za de'cittadini per soccorrere i poveri in-
ca[)aci di lavoro, di (pialunque sesso ed e-
là. Nel 1819 ne accoglieva 600 con lir«
170,000 di spesa. Uopo l'eredità (\t[^
VER
la benefaltrice Trevisani, ascesa a lire
1,499,000, venne unito al ricovero l'o-
sp««lale de Cronici, e neh 838 ve n'era-
no i4o: i vecchi impotenti 100, le donne
|8o, le fanciulle 45». Dal 1816 ali 834 '*
somma cleli'eietlilào legatidevolutiaque-
stopioluogo ascendeva a lire 2,024,^80.
Beneficati: maschi 1 70, femmine 166. —
3. Civica casa cV Industria alla ss. Trini-
tà. Neli8i2 fu aperta per cura del mu-
nicipio, aggiuntovi nel I 83o un ramo cor-
rezionale; tornò poi nel 1837 sulle prime
fornie, anzi le migliorò d'assai. Piìx arti
vi sono introdotte: vi lavorano a convit-
to 80 individui maschi; da fuori ne ven-
gono a opera 3o, e donne 20. Una com-
missione dirige questo industriale istitu-
to, composta d'un presidente e 5 membri.
La comune sopperisce alle spese, col soc-
corso di lire 6,000 , che vengono dalla
casa di ricovero. Beneficati: maschi 1 10,
femmine 20. — 4- -^^Hoa' vecchi par -
rochi e sacerdoti al seminario. Fotìòazìo-
ne della benefica Trevisani, fatta nel 1 833
in una casa al Seminario: in mancanza di
questi il reddito si devolve a benefìcio de'
chierici poveri accolti nel seminario me-
desimo. Beneficati 2. — 5, Ritiro delle
Convertite a s. Silvestro. Devesi allo ze-
lo della contessa INlaria Gavardi Sagra-
0)050, e di altre pie dame ospitaliere, che
con raccolte limosina lo fondarono nel
1 807, ad oggetto di rimettere sul sentie-
ro della virtù le donne traviate. Divide-
si lo stabilimento in due sezioni: l'una di-
tesi di prova, e conta 3 giovani: l'altra
di ravvedimento, e ne ha 19. Nel i8i5
l'imperatore Francesco I cedette alle pie
dame a temporaneo uso l'antico mona-
stero di s. Silvestro. Il sacerdote M. An>
tonio Marchi per assicurare viemmeglio
un'opera, alimentata fin allora da sola
spontanea carità, e dotarla di certo red-
dito, neh 832 comprò il suddetto mona-
stero per lire 24}00o,e nel 1 835-38 eresse
un grandioso palazzo disgiunto dal luogo
stesso, avendovi speso sino ah 838 circa
Iirei8o,oo0je stava sul compiersi, eoa
VER 173
animo dì rivolgere il ricavato dagli af-
fitti a soccorso dell'opera. Dal 1820 al
i838 entrarono nello stabilimento 202
donne, delle quali collocale in diversi mu-
di 181, e di queste maritate 80, con ot-
tima riuscita dì quasi tutte. Il ritiro è go-
vernato da una signora presidente e da
due altre assistenti: vi è pure un sacer-
dote direttore, con la sorveglianza d'una
commissione presieduta da mg.' vescovo.
Beneficate 22. = Senza ricovero. =■ 6.
Commissione centrale di pubblica bene-
ficenza. Fu organizzata nel 1816, mg.
vescovo n'è il presidente, un vice-presi-
dente e 6 membri ; dirige la pia casa di
ricovero, e secondo i governativi regola-
menti ha l'obbligo di una generale sor-
veglianza anchesugli oggetti an>niinistra-
livi tanto della detta pia casa, che delle
coniniissarie ó\ pubblica beneficenza. Si
occupa ancora nel raccogliere limusine
da'cittadini a sussidio de'poveri delle di-
verse contrade, a'quali con circolare tlcl
16 giugno 1837 pensò anche devolvere
pure tutte quelle elemosine, prodotti, e
risorse eventuali cUe prima era slata a-
strelta impiegare per la pia casa. Dal 1816
al 1834 distribuiva lire 1 59,244 ^ ^^"^
39,800 famiglie, soccorrendo i37,3o3
poveri. — 7. Commissione di soccorso
agli orfani rimasti dal cholera, e per
gli asili all'infamia. Dopo il cholera nel
I 836 una società di ben 5o delle più di-
stinte signore veronesi fece una colletta
di volontarie soscrizìoni pel soccorso de'
poveri orfanelli superstiti, depositandone
la somma nelle mani di mg.' vescovo. Si
formò a llora una commissione, presiden-
te tal prelato, membri 2 sacerdoti e 4 no-
bili signori. Nel 1837 per collocaujento
degli orfani, sussidii straordinari di legna
e polenta, e fondazione di 2 case d'asilo
per l'infanzia, furono spese lire io,24g.
II preventivo del 1 838, coll'apertura d'u-
ua terza casa di asilo, sommava a lire
I 7,902, — 8. Società di sussidii pe'sa-
cerdoti infermi. Si ordinò nel 1823. I so-
cii ael 1 838 erano 1 00 e pagavano auuue
174 VER
lireio:o4: ogni sacerdote infermo licere
per 3 mesi lireniS al giorno. La socie-
tà acquistò nel i835 un'edicola nel pa-
trio cimiterio a comune sepolcro. — g.
Spedalieri notturni. Il sacerdote Pietro
Leonardi sin dal i 797 avea istituito que-
sta pia unione di sacerdoti e laici pel soc-
corso degl'infermi all'ospedale civile.
Sciolta quasi, fu rimessa in vigore nel 1829
mercè i zelanti impulsi e l'esempio del ve-
scovo mg."^ Grasser. Ogni notte un sa-
cerdote, un chierico, e 2 laici fanno la ve-
glia , indi anche nel giorno si recano a
confortare que'malali. — io. Pia opera
di carità. Antica fondazione per soccor-
rere i poveri infermi nelle loro case coti
medicine e assistenza medica. A tale sco-
po ella stipendia io medici e io chirur-
ghi distribuiti nelle varie parti della cit-
ta. E governata dal direttore e ammini-
stratore del civico spedale. Possiede fon-
di propri, la rendita annua è di circa lire
10,000. Nel 1887 spese per onorari a'
medici lire 5,o5o, per medicinali lire
1 0,000; la comune supplisce al deficit. Le
medicine furono somministrate a 4)3oo
circa inférmi poveri. — 11. Convnissa-
rie di pubblica beneficenza. Sono molli
legati pii l'amministrazione de'quali è de-
voluta in gran parte alla Commissione di
pubblica beneficenza y che ne distribuì-
«ce i redditi secondo la volontà de'testa-
tori a'parrochi in soccorso de'loro pove-
ri.— 1 1. Patri moni a' chierici poveri. Per
legati Trevisani, Busti, Molin, Bonzani-
Ili e altri vennero stabiliti 18 patrimoni
perpetui a favore de'chierici poveri. Be-
neficali 18. — 13. Doli a povere e oneste
donzelle. Vengono in gran parte dalle
suddette coramissnrie , e da diversi altri
pii istituti. Ogni anno la casa di ricovero
ne deve 84, lo spedale civico 1 5, e pel le-
gato del celebre Antonio M. Lorgna al-
tre 12, il capitolo canonicale 3, lu cassa
della dottrina cristiana 5, la compagnia
«lei Siinlissiino in s. Eufemia 1 8, s. Tont-
maso 3,s. Anastasia 2, la compagnia del
Sautissimu di s. Giovauui ìd Vaile 3. lu
VER
tulle sommano 1 4^1 doti, dalle 1 8 lire al-
le i og. — 1 4. Pie unionidf gli artisti. Nel-
le calamità del cholera, per opera del sa-
cerdote Giuseppe Turri nel i836 si for-
marono le pie unioni i\e barbieri,de snr-
tori, óe fabbri-ferrai e de' tessitori. Ol-
tre a'religiosi atti a che s'impegnano i so-
di, si aiutano in caso di malattia con una
lira al giorno, e si provvedono di lavoro
dove ne fossero mancanti. Vennero pò-
scia a loro esempio le altre pie unioni de-
gli orfani (sic) e argentieri, de pizzica-
gnoli, (ìe calzolai, iW muratori, degli o-
stif defalegnami, de' cocchieri e d'altri,
che senza speciale obbligazione prestano
però soccorsi a'poveri della loro arte. Cia-
scuna pia unione ha un protettore scel-
to tra'nobili, e un sacerdote. Sono una
specie dell'utilissime e antiche università
artistiche. — 15. Pia unione della dottrina
cristiana a carcerati. Quest'antica com-
pagnia composta di 12 individui, ha li-
cenza di recarsi ogni festa alle carceri po-
litiche e criminali, e alla civica casa d'in-
dustria. Distribuisce a que'poveri, dopo
le istruzioni e i conforti spirituali, anche
temporali soccorsi: dona a ciascimo due
pani e una cartuccia di tabacco. Si pren-
de poi cura di essi quando escono di car-
cere. Non ebbe ancora alcun fondo, s'aiu-
ta per via di liraosine. — 1 6. Nuovo Mon-
te di pietà, e Cassa di risparmio a s. Be-
nedetto. 11 Monte di pietà esisteva già sin
dali490. Riordinato poi neliGSg creb-
be tanto, che nel 1797 possedeva un ca-
pitale d' un milione circa di lire italiane.
Spogliato d'ogni suo avere per le vicen-
de politiche di que'terapi, fu riaperto col
dono di lire 60,000 dal municipio nel
1820, presente l' imperatore Francesco
I,acui l'opera di tanto pubblico bene ve-
niva intitolala. Si pensò poi di aggiun-
gervi la cassa di risparmio, come una sor-
gente di denaro e una dote al monte, e
come una istituzione assai vantaggiosa
per avvezzare i cittadini alla domestica
economia. Ambedue le pie opere son(»
rette da uu dircUore. Nel i8;25 eulru-
i
VER
lono p<'gni 8,789 , del valore d'i lire
1 37,751: 43. Nel 1837 ne entrarono
135,701, del valore di lirej, 42 7, 43 2:7 5.
JVelIa cassa di rìsparcnio nel iH'25 si fe-
cero 533 investite del valore di lire
63,8i4:o6j nel 1837 se ne fecero 43 r del
valore di lire 276,482:47. — 17. Mini-
stri degl'infermi a s. Antonio. I lunghi
e caldi voli del veronese d. Cesare Bre-
sciani , che si ofTr'ì con altri sacerdoti e
laici di trapiantare in Verona il pietoso
istituto di s. Camillo, a bene dell' ospe-
dale e del ricovero, furono compiuti po-
co dopo ili 838, per la favorevole acco-
glienza che ottennero presso l'una e l'ai-
ira autorità. — H. Stabilimenti e Jsso-
dazioni di beneficenza. =z Per le clas-
si povere. =:z i8. Casa degli esposti in
s. Stefano. Ebbe origine nel 1426, e si
eresse a pubblico stabilimento nel 1821.
Raccoglie e mantiene i figli illegittimi o
nbbandonali pel corso di 12 aimi. Negli 8
nuni 18 14-21, vennero annualmente al-
la casa 336 bambini, de' quali 100 nati
nel Tirolo; nel 1837 nella sola provincia
di Verona 369. Il sacerdote Moschini la-
sciò a questa casa nel 1 83 i liie 200,000
da impiegarsi nell'erezione d'un più va-
sto ospizio che nel 1 838 si slava edifican-
do. La rendita era di lirei35,ooo cir-
ca : l'erario soniministra annua somma
determinata. La comune paga lire 5ooo
circa annue pe' figli illegittimi di madri
conosciute e povere. Lo stabilimento è
governato da un direttore medico; vi è
un amministratore, una priora per l'in-
terna sorveglianza, un calechista,ec. Am-
messi air istruzione e beneficati: maschi
i6oo,femminei5o8. — \o. Orfanotrofio
maschile e casa di educazione pe' giova-
ni artigiani nel ricovero. Nel 1 8 1 2 erasi
istituito un orfanotrofio maschile annes-
so alla suddetta casa degli esposti, con
parte delle cui rendite doveva essere so-
stenuto. In seguito per difetto di locale,
gli orfani vennero messi a dozzina nella
casa di ricovero, aggiunti agli altri gio-
vani luiìieiabili quivi raccolti. Ciesciulo
VER 17'
cos'i li numero di questi, parve bene allo
zelo del sacerdote d. Cesare Bresciani di
separarli dalla massa degli altri ricove-
rati; il perchè edificò in gran parte a sue
spese, con 16,000 lire circa, ne'recinti del
pio istituto, un'apposita casa intitolata a
s. Luigi Gonzaga nel 1828-3 1, dove aves-
sero comoda stanza. Ad apprendere le ar-
ti vanno al giorno allogali in diverse bot-
teghe per la città , tornando a casa pel
pranzo^ e alla sera. Scuole interne li am-
maestrano nella dottrina cristiana, negli
studi elementari e nel disegno. La came-
ra di commercio mantiene in questa ca-
sa i figli d'artigiani poveri, premiando o-
gni anno quello che più si distingue nel-
l'aite e insieme nel buon costume con li-
re 3oo: dali8i6 ah 834 tlitt^'e per essi
all'istituto lire 283,265, d'ordinario an-
nue lire 8,000. La rendita figura nella
complessiva somma segnata più sopra al
n. 2. Direttrice di questo pio istituto è
la Commissione centrale di beneficenza.
I maschi beneficati sono ì^o. — r20. Or-
f inotro fio femminile a s. Francesca di
Cittadella. L' antico isliluto detto le
Franci'schim: fu aperto sino al 1 548 per
le fanciulle povere e mendiche. Nel 1812
gli furono aggiunte le rendite i]e derelit-
ti e de' mendicanti, per cui nel 1 838 som-
mavano a lire 4i>ooo. Vi è un direttore
onorario, un amministratore, un catechi-
sta; oltre la superiora, e maestre per l'in-
terna disciplina ed istruzione. Beneficate
femmine l 1 2. — 2 i . Casa di educazio-
ne pe' giovani d' ottimo ingegno a s. Car-
lo. Questa nuova e preclarissima istitu-
zione ebbe regolare principio nel 1 83 2 per
opera del sacerdote professore del semi-
nario d. Nicola Mazza. Raccoglie i giova-
ni forniti d'ottimo ingegno, al che uni-
scano buoni costumi e buona indoIe,i qua-
li per mancanza di mezzi non verrebbe-
ro coltivati ed educati. A questi però vien
data educazione, e liberissimi nella scel-
ta di qualunque carriera, sono in quella
che vogliono percorrere sempre condotti
e (uaoteauli siao al suo perfetto compi-
iy6 VER
mento. ì giovani di questo convitto fre-
c]iienlano le scuole tiel seuiiuano, « nel
1 838 la teologica 2, la filosofica 8, il gin-
nasio 88, la 3." elementare 20. NeliBSg
l'islituloteclovea stabilire una casa anche
e l'adova, dove sotto la custodia d'alcu-
ni de'suoi sacerdoti possano i giovani, che
lo vogliano, fare il corso dell'università.
Anche a Venezia mandò alcun altro per
lo studio delle belle arti e che mostrava
glande altitudine, con animo ili mante-
nerlo poscia a Pioma. Questa casa si reg-
ge sulla carila de' benevoli concittadini,
die non sanno né ponno però riOularU
uiai al d. Mazza. Il sacerdote F. Aiberti-
i»i gli forniva gratuitameute il locale, col
vicino oratorio. 0. Mazza venne dall'itn-
peralore decoralo della grande medaglia
d'oro con catena a' i4 settembre 1 838. 11
cav. MuUntìW, Annali delleProvince Ve-
nde^ scriveva nel iSjS, avere la carila
del Mazza aperto un'altra casa per colo-
io de'suoiioo e più giovanetti che, libe-
ra a ciascuno di essi la scelta dello stato,
inleiulono di proGllare degl'insegnamen-
ti di quello studio, tenendoli così disuni-
ti dall'altra scolaresca, aflìnchè maggior-
utente i>i inantenga intatta la purità de'
loro costumi; né ciò è bastante al bene»
merito sacerdote: egli ogni anno redime
tutti que'suoi allievi che sono chiamati
alla sorte militare. — 22. Gineceo Icopc'
dico o isliliizioiie dì educazione dome sti-
ra per le fanciulle a s. Paolo di Campo
Marzo. Fondato dal medesimo encomia-
to prof. d. Wicola Mazza nel 1828. llac-
toglie quel le giova net te pò vere e innocen-
ti , che non potendo aver collocamento
negli altri pubblici istituti, prive di soc-
corsi, crescerebbero senza coltura, espo-
ste a pericolare. L'educazione civile di
(|ueÀte non niira ad altro che a t'ormai le
l>rave e buone doime di famiglia. Al qiial
line, anziché tenerle tutte raccolte in cor-
po in un solo ospizio, l'istitutore le ha
con nuovo metodo distribuite in varie ca-
se vicine divise in tanti piccoli droppelli,
go»eraale da due uiutitUe Ucllc MaininUf
VER
e sotto- Mamma, costituendo com ciascu-
no una famiglia particolare, in tutto se-
parata dall'altra. Una casa è assegnata per
la scuola, alla quale concorrono le gio-
vani delle diverse famiglie, ritornando
alla propria per desinare. Di recente e-
ravi stata istituita uwa floreria ricca de'
migliori stromenli pe'piìilìni lavori. Una
infermeria si preparava destinata non so-
lo a'bisogni dell'istituto, ma ancora [>er
avvezzare alcune giovani che vi sentisse-
ro vocazione a divenir vigili e sperte in-
fermiere , da poter in seguilo chiamate
prestar gratuiti soccorsi anche nell'allrui
case. L'opera è diretta dallo slesso prof,
d. Mazza , e dal suo allievo prof. d. L.
Dusi. Due nobili signore ne sono le pro-
tettrici. Anche questo dispendioso istitu-
to non avea che un esiguo patrimonio;
miracolosa carità però lo inantenne,e sem-
pre più lo fa prosperare. Erano l'educa-
trici 25, le beneficate femmine 226. Tro-
vo poi nel Mulinelli, ben a ragione loda-
ta Verona, come città che più di qualsi-
voglia altra si dislingue per private be-
neficenze. Guidato dallo spirito del Ca-
lasanzio, uniformaiulosi però alla condi-
tione de' tetnpi , il sacerdote Mazza ali-
menta e ammaestra in molli belli e ac-
conci lavori più di 200 fanciulle povera
e abbandonale, non raccolte in forma di
monastero o conservatorio, ma in diverse
case in forma di famiglia, e fa nudrire nel
modo stesso ed «ducarealtrovepiùdiioo
miserabili fanciullelti (allude alla prece-
dente casa di educazione). Nel voi. L XXX,
p. 322, tomai a celebrare il genovese sa-
cerdote Olivieri, il quale riscatta le po-
vere fanciulle nere, quindi l'adida ne'mo-
nasleri e altre case pie per farle educare
cristiane, e che nel regno Lombardo- Ve-
neto ne avea collocale 38, e tra queste si
devono noverare le seguenti. Pubblicò la
Gazzella di / e/icz'Vz, e riprodusse il n.
I US LÌtì Giornale di /io//?fldel i853.»Nott
vi ha forse nelle nostre contrade angolo
così refiiolo, dove la soavissima voce del-
la beuclìccuzu uuu abbia UilTuso il auiue
VER
fjel ()io sacerdote Mazza di Verona, il qua-
le tol prezzo inestimabile de'suoi sudori,
porge doppio e greiluito alimento a ben
piti di 4oo tra giovanetti e fanciulle, che
iiitn furono dall.i fortuna sorrisi, i quali
senza l'incessanti e paterne cure di quel-
l'angelo (li carità, languirebbero nell' i-
gnoranza e nell'abbandono, balestrati
quelli all'aratro o alle officine, e queste a
vender l'opera loro, e forse l* innocenza
nelle splendid»; case dell'opulenza. Ma non
è solo sopra le cillà lombardo-venete e
al vicino Tirolo, che discenda l'influsso
operoso delia sua beneficenza; che anco
sulle lontanissime rive del Nilo, e degli
adusti deserti dell' Africa, benedetto ri-
suona il suo nome, da che giunsero dal-
l'Egitto parecchi giovanetti arabi e 3 fan-
ciulle more, già schiave, destinati quelli
e queste a ricevere una composta educa-
zione in grembo alla religione e alla ci-
viltà. Imitatore del mirabile zelo dell'O-
livieri, il p. Geremia Bertocci da Livor-
no, missionario per 17 anni nell'Egitto,
dopo 40 giorni giunse dal Cairo a Pado-
va a 15 luglio, conducendo seco una co-
mitiva di 3o piccoli arabi, tra cui 16 fan-
ciulle more già schiave comprate, 4 S'o*
vanelli pur mori egualmente comprati,
ed un metliccio, diretti lutti a Verona
Dell'istituto del sullodatod. Mazza ad ap-
prendervi le prime idee di religione e di
. dirozzamento,di cui erano quasi del tut*
io ignari, massime quelli che fino allora
aveanogemutosotto il giogo spietato del-
la schiavitù. 11 viaggio dal Cairo a Vero-
na della piccola carovana africana, destò
amn)irazione e stupore nelle cillà e terre
per dove passò. E veramente spettaco-
lo commovente e pietoso doveva esser
quello di vedere un ministro della religio-
ne, abbronzato e riarso da'cocenti soli del-
l'Africa, vestito de'panni della povertà e
della penitenza, togliere all'ignoranza e
all' abbrutimento ben 3o tenerelle esi-
stenze, a 20 delle quali era stato pur al-
lora, a prezzo d'oro, donata la libertà, il
moggiore de'beui, che possa dar la for-
voi. ICIY.
VER »77
(ima. Assicura quel padre che in più luo^
ghi, come a Malta ed a Livorno, fu d'uo-
po ricorrere alla forza armata, perchè fos-
se lasciato libero il passo a que' viaggia-
tori; tanta era la folla del popolo, che si
accalcava sui loro passi: e la commossa
voce degli abitanti non facea che invoca-
re le celesti benedizioni dell'umanità. Noi
pertanto invochiamo riconoscente e vera
gratitudine al sacerdote Mazza, e copio-
sa indefettibile ricompensa a tutti colo»
ro che in qualuu(jue modo concoVrono
sia colle sostanze, sia con l'ingegno, sia
colle materiali prestazioni, ad un'opera
di tanta carità e di tanto decoro". Rac-
contò poi la Bilancia, foglio di Verona,
e ripetè il n.i8 dello stesso Giornale dì
Roma del i854, che a' 6 gennaio nella
chiesa di s. l'aolo di Campo Marzo in Ve-
rona fu compiuta un' assai di vota e com-
movente funzione. Quindici giovanetle
delle tribù dell'Africa centrale ricevette-
ro in quel di il sagro battesimo per le
mani di mg."^ Giovanni Neuschel arcive-
scovo di Teodosiopoli, già vescovo di l*ar-
ma. Ad un'altra furono fatte le sole sa-
gre ceremonie , avendo già ella innanzi
ricevuto il battesimo, perchè presada gra-
ve malattia corse pericolo di vita. Nel me-
desimo tempo che mg.' Neuschel lavava
nell'acque battesimali queste giovanette,
il parroco dis. Stefano battezzava 4 g>o?
vanetti nativi anch'essi dell'Africa, ed uà
turco, che vennero anco ammessi dipoi
alla mensa eucaristica. Si gli uni che le
altre vengono mantenute nel collegiodaU
l'ottimo e zelantissimo sacerdote d. Nico-
la Mazza. Questi poveri fanciulli ricevo-
no in Verona uua cristiana educazione,
fino a che cresciuti in età possano essere
mandati alla loro patria, e quivi insegna-
re a'ioro fratelli le scienze, ed i lavori da
essi appresi in Europa. » Cosi d. Nicola
Mazza, il quale ne'suoi due collegi, l'unc^
pe'raaschi, l'altro per le femmine, man-
tiene ed educa alla pietà, alle scienze ed
al lavoro ben 5oo persone, in grandissi-
ma parte della nostra città e proTÌncia»
12
lyS VER
concorse anclie colle sue forze a dilatare
la religioue, ed a spandere frale nazioni
barbare dell' Africa la crÌ!>riana civil-
tà". — 23. Le Figlie della Carità de' sì.
Giuseppe e Fidenzio. Nuovo ordine reli-
gioso, fondalo dalla marchesa Maddale-
na di Canossa, alla quale l' imperatore
Francesco 1 nel 1 8 1 5concesse in dono l'ex
monastero de'ss. Giuseppe eFidenzio.do-
ve se ne fece l'erezione canonica nel 1 8 1 g.
Le figlie della Carila {^\n\.a\e articolodie-
di up cenno dell'istituzione, sparsa nella
Lombardia e nel Veneto, essendomi pro-
posto qui trattarne come notai in altri
luoghi, però dicendone confermate le re*
gole da Leone XII, qui aggiungo col bre-
ve iS'iiVoZ'/^jde'aS dicembre 1828, Bull.
Rom. coni. 1. 1 7, p. 427, ove sono ripor-
tale interamente le regole stesse, e si dice
cheristituto/nato in Verona privatamen-
te, si dilatò prima in Venezia, o\e fxnco
ne ragionai, poi in Milano ed in Bergn-
mo. Dirò pure, che Gregorio XVI col bre-
ve Clini siciil JVobis, de' IO luglio 1 832,
Bull. Boni. coni. 1. 19, p. 121, concesse
indulgenze alle figlie della Carità, viven-
te la fondatrice Canossa dal Papa gran-
demente ammirata^ alle case da essa a-
perte in Verona, Venezia, Milano, Ber-
gamo) allora avevano due case a Mila-
no, altre a Venezia, a Trento, a Cremo-
na, a Bergamo, a Brescia. I rami di ca-
rità in che si occupano sono: 1. Istruzio-
ne, educazione e custodia delle fanciulle,
giovani e donne povere: col tenere scuola
ogni giorno da roane a sera per le fan-
ciulle povere, neh 838 essendo 100; col-
l'istruire ogni di dalle 2 alle 3 le povere
giovani artigiane, che allora erano 160;
coll'istruire le donne povere due volte per
settimana dalie 3 alle 4» Q quell'epoca
giungendo u 60; col tener ogni festa do-
po le funzioni parrocchiali raccolte legio-
vani fino alla sera, in numero di 3oo a
della epoca. 2. Assistenza alle scuole del-
la dottrina cristiana della parrocchia me-
nandovi le giuvani allieve. 3. Visita dcl-
l'inferuie airos|)edale. 4- Educazione ìq<
VER
ternad'alcune giovani dicampngna man-
date loro tla'parrochi, per allevarle in gui-
sa da divenir poscia maestre ne' paesi. 5.
Istruzione ed educazione delle sorde-mu-
te (come rilevai nel voi. LXVII, p. 223),
della cui scuola nel n. 40 parlerò. 6. Ri-
cevono neir istituto le signore, anche «e
lor piace a convivere dentro, ne' io gi'H'-
ni degli esercizi spirituali ogni anno, e nel
giorno del mensile ritiro. Erano l'educa-
trici 28, le ammesse all'istruzione 320.
Noterò, chedell'istituto delle figlie della
Carila dette Canossiane, è protettore il
cardinal Fabio M." Asquini d' Udine, nS'
toin Fagagna. Abbiamoli! d. Cesare Bre-
sciani, Elogio della marchesa Madda-
lena di Canossa fondatriee delle figlie
della Carità, Verona dalla tipografia Li-
banti 1 835. Già l'annalista cav. Mutinel-
li avea celebralo Maddalena Maria di Ca-
nossa, cattolica e saggia quanto la pur he-
nemeritagrancontessaMalilde marchesa-
na di Toscana, óa cui ella in retta linea
discendeva (sidla quale di recente scrisse
il p.ab. d. Luigi Tosti : La Contessa Mar
tilde e i Romani Pontefici, Firenze 1 8 %i)',
nonché il p. Bresciani: La Conlessa Ma^
tilde di Canossa, presso la Civiltà Cai'
tolica, serie 3.*, t. 7, p. 5i e seg., t. 8,
p. 54 e seg., l. 9, p. 60 e seg., t. 10, p.
3o e seg. Questi narra, che la presente
famiglia de'marchesi di Canossa scemle
per diritta linea dal polente A Itone di To-
scana, il quale nel goo su ampio scoglio
edificò la rocca di Canossa a mezzodì del-
la città di Reggio. Egli fu padre di Te-
daldo avo di Bonil'azioe proavo della grau
contessa Matilde. L'odierna famiglia pos-
siede ancora ricche e vaste possessioni, e
palazzi nel M.uilovano e nel Veronese,
Nel pahizzodi Veiona, opera insigne del
più a»aestoso architetto del secolo XVI,
qual fu Sanmicheli, l'ora defunto marche-
6e Bonifazio nella sua giovinezza vi accol-
se tre imperatori, INiipoleone 1, Francesco
I, e Alessandro I, il quale prendeva indi-
cibile diletto nell' abitarlo, da dove pa-^
sctva l'occhio di piacevoli piospelli, che
A
VER
th quel belvedere si olTrooo svanatissimi
e lieti alla vista, in riva all'Adige), vera-
(Dente religiosa e ad Italia benefica, ac-
quistato a Verona il njonasterode'ss. Giu-
ȓeppe e Fidenzio, ed a Venezia l'antico
di s. Lucia, fondò rislituto secondo quel-
lo delle figlie della Carità di Francia, già
opera di s. Vincenzo de Paoli, ma nella
pratica attemperalo a'sislemi e alle abi-
tudini italiane, approvato con sovrana ri-
soluzione de'i8 febbraio 1 8 ig. Principal
•scopo delle figlie della Carità, egli dice,
è il perfezionarsi nello spiiito di amore
.verso Dio e verso il prossimo, onde con
tale spirito istituite, maggiormente ren-
dersi utili alla società, e massime a quel-
la pai te di essa cbe più trovasi bisogno-
sa. In conseguenza dunque di questo no-
bilissimo principio , diretto ad ottenere
nella massa del popolo quel migliora-
mento, che il voto de'buoni va continua-
mente desiderando, non solamente le ra-
gazze povere, ma eziandio le femmine e-
gualmente povere , e le campagnole in
que'sagri ricinti gratuitamente ricevono
le massime fondaiuenlali della religione,
della morale e della ci viltà, eammaestra-
roenlo nel leggere e nello scrivere e in
qualsivoglia donnesco lavoro. Agevolato
in questa guisa alle poverette il mezzo di
procacciarsi un'onorata sussistenza, pro-
pagati per le prime fra la minutaglia del-
le città, propagati per le seconde anche
nelle più lontane e umili ville i sani prin-
cipii dì educazione e di religiosa istruzio-
ne avuti dairislituto, all'oggetto poi di
maggiormente assodarli nel popolo ven-
gono accolte dalle figlie della Carità per
alcuni giorni dell'anno quelle dame che,
seguendo le orme sanie di tante virtuo-
se, bramano di farlo; per animar quelle
dame a invigilar 1' ordine nelle loro fa-
miglie, e l'educazione de' domestici, per
animarle a sostenere e a proleggere nel-
k loro ville quanto per l'istruzione e pel
buon costuma delle contadinelle avesse-
ro operalo le povere campagnole uscite
dall'istituto, ili aggiunta a tulle queste
VER 1-79
generose e proficue opere , spinte le fi-
gliedella Carità da uneccessivoamorepel
prossimo, escono sugli albori da'cbioslri
per affrontareil sucidume ed il puzzo de-
gli ospedali , per visitar ivi e soccorrere
l'inferme, per confortarle nel momento
della morte , per istruirle ove risaninow
Professano le figlie della Carità in forma
semplice isoliti 3 voti, i quali durano fio»
che rimangono nell'istituto, e non tolgo-
no que'ciyili diritti che potessero compe-
tere alle figlie. Vivono esse vita perfetta*
mente comune, vestono semplicemente
di color fosco e modeste, unico adorna-
mento loro è un'immagine della ss. Ver-
gine pendente dal collo. Della società, fi-
nalmente, queste figlie non abbisognano,
né alla società nulla chiedono, tulio in*
vece, sostanze, opera e vita danno alla
società, quindi senza niun peso e alla co*
perla la società stessa infiniti vantaggi
riceve da esse. Ormai io debbo comincia*
re a parlare d'un aureo libro, anco per
quanto dice delle canossiane. La Filari»
tropia della Fede o la vita della C/iie*
sa in f'erona in questi ultimi tempi, de-
scritta da Luigi Schlor dottore in teo-
logia e sacerdote secolare, Vienna i 83g,
per Mayer. Lo ammiro in un dotto e pre-i
gevolissìmo estratto, e traduzione dal te*
desco, con opportune osservazioni di G.
INI. presso gli annali delle scienze reli'
giose, 1. 1 I, p. iGr, e reputo indispensa-
bile di premettere breve digressione. E-
gli è condizione lamentabile e ingiusta
della nostra Italia, meraviglioso, raro 0
cospicuo complesso di celesti doni, i qua-
li tirando a se ogni fatta di stranieri, doq
pochi di essi maligni, sconoscenti, men-
daci, con improntitudine enorme e calun"
niosa osano deprimerla, vilipenderla, bef'
feggiarla, con falsissime declamazioni nel*
l'insulse descrizioni che pretendono fare
de'viaggij vasto argomento sarebbe l'im-
pugnarli, facile il conquiderli, ma non è
questo il luogo, ed allri viltoriosamenltf
scesero nell'aringo, come l'autore dell'en •
comialoestiallo, per rilevare quanta lo-'
i8o VER
de si menti il verace e i^irluoso aleman'
no, il quale con nobile intendimento, ne)
prendere a subbietto delle sue conside-
razioni una sola città della privilegiala
Italia, l'illustre Verona; e di questa con
calde e soavissime tinte tratteggiandone
il quadro, tutto spira fede, costumatezza,
religione, carità, beneficenza. Inoltre egli
in più luoglu dimostra saggiamente, co-
me il giusto suo scopo mirasse a più ele-
valo e vasto segno, e come nell'intesse-
re questosplendido elogio alla diletta Ve-
rona, volesse che i forastieri,e specialmen-
te i suoi tedeschi, imparassero quindi a
meglio giudicare e apprezzare in genera-
le la condizione religiosa e morale d'Ita-
lia tutta. Imperocché que'singolari pregi
e quelle opere SI laudevoli di Veiona,son
figlie di quel mirabile spirilo di fede che
non ivi solo alligna e fruttinca, ma sì per
tutta Italia è largamente diiTu^o (massi-
ine nel tempo in cui scriveva l'egregio e
veritiero alemanno), e vi germina frutti
di vita eterna. Sul mal vezzo degli oltra-
montani di biasimar a torto l'Italia, e sul-
le negligenti ed erronee guide per cono-
scerla, anzi pregiudizievoli alla stessa Ve-
rona, inveì pure il marchese Maffei nel-
V appendice al t. 4tlella T'erona illustra-
ta, ove tra le oltre cose leggo queste pra-
tiche verità, che dipingono pure l'odier-
na epoca.» Che povere idee, che misere
fantasie, qual somma ignoranza non han-
no spesso fatta conoscere molti di colo-
ro, che pretendendo d'informar bastan-
temente di tante e tante città , osarono
d'intraprendere un così vasto assunto e
così difficile, e che ricerca prudenza som-
ma, raro discernimento, saper non comu-
ne, e cognizioni diversissime ed infinite.
1 camerieri dell'osterie, ed altre persone
di simil conto (come i sedicenti Ciceroni
o servi di piazza) sono state ad alcuni il
primo fonte per farsi autori I parendo lo-
rod'aver riportato il primo premio,quan-
do con freddure ridicole hanno cercato
d'avvilire ogni cosa, e sopra tutto procu-
ralo di far comparire come geule sloli-
VER
da gl'italiani (peggio e peggio ancora), in
che veramenlegliacutiuomini hanno fat-
to conoscere d'aver per l'appunto colto
nel segno, e scoperto e penetrato a me-
raviglia il loro debole". Quindi il MafTei
deplora il Piaggio d'Italia descritto da
Misson, col quale e altri simili libri ri-
stampati sogliono gli oltramontani in-
caulamente venire a visitare l'Italia, eoa
incredibiledannodiquesta, non meno che
di Verona, sulla quale rimarca gli spro-
positi francamente sentenziati; I' astio e
l'imperizia del Misson spiccando di più
parlando di Vicenza e di Fadova, per cui
avverte la fiorita e nubii giovenlù d'o-
gni nazione che passa in Italia, a non a-
ver fede a libri così miserabili, e di ricor-
darsi the in oggi (lySo ... che direbbe
dell'età presente? e di quanto recente-
mente, con fantastico cumulo d'oltrag-
gi e slacciale falsità insulsamente scris-
se di una lìorna il francese Amadeo A-
chard, il quale non meritando se non di-
sprezzo, fu poderosamente con patrio de-
coro confutato con parecchi ragionati ar-
ticoli nell'Eptacordo di Roma, anno iv
dal n. 23 e seguenti, dal facondo e pa-
ziente Lodovico Trombetti! ) la sfronta-
tezza della stampa è meravigliosa, talché
serviranno ben presto principalmente a
seminar nei mondo la falsità e la scioc-
chezza, come il libro pubblicato a Leida
in francese: Jl curioso Antiquario, che
di Verona scrisse poche linee di favolosi
errori. Un Cluverio però che tutta l'esa-
minò e frequentò più volle, molto tliver-
samente giudica la bella penisola, alfer-
mando: Tanto essere delle città d'Italia
lo splendore, la bellezza e la inagniji-
cenza, che in tutto il mondo nulla si tro-
vi da porre in paragone. Di Verona poi
disse quel dottissimo, come iu più cose
uguaglia Venezia, Roma e Napoli. Op-
portunamente soggiunge MalFei. m Ma
un'allraavvertenzasia lecito di dareanco-
ra, per la somma estimazione che a mol-
ti signori dì gran condizione e di nobile
talento si dee. Qual profitto può mai ri«
VER
cnTare da un viaggio, e qual Dolizia può
inni acquistai' d'uri paese, chi senza aver-
ne la lingua, senza fre<[uentai'rie lecon-
versazioiii, e senza praticarne gli abitato-
ri, si sta continuamente co'suoi, e si con-
tenta di vedere alcune muraglie e alcune
pitture? Tanto più poi se, direttore aves-
se per sorte al fianco, il cui studio , per
luotivo principalmente di religione, con-
sistesse tutto nel discreditare ogni cosa, e
iiell'imprimergli de'costumi italiani, e di
quanto in Italia si fa, un'orribile stravol-
ta idea". Molti moderni, col Misson, ridi-
colosnmente scrissero: la cosa sopra tnt-
l'altre notabile in Verona, è la Moietta
che si tiene in s. Maria in Organo! Con-
viene sapere , dice MafFei , che in detta
chiesa tra le divole figure v'è una statua
di legno del Salvatore, esprimente il so-
lenne e trionfale suo ingresso in Gerusa-
lemme tra gli Hostinna è le Palme so-
pra il giumento (del quale nel 2." de' ri-
cordati articoli nominai chi ne scrisse, e
qui aggiungo: Gregorio Strigeoito, Asi-
nus, et Ecjuiis Chrisli; iteni Bos et Asi'
nns circa C/im/»//;, LipsiaeiGig. Leon
della Piose, Jcsu Christi regius ingres-
sus in Urbcni Ilierosolyinani^ Londini
174O' ^ '" ^'^'o •l' benedire il popolo;
scultura d'un converso di quel monaste-
ro, molto riputato in simili lavori al suo
tempo, e per l'eseuiplare e santa sua vita,
le sue opere si riguardarono quali reli-
quie. Pochi anni avanti all' epoca in cui
compose l'opera il MafFei, nell'abbellirsi
la chiesa con nuove pale, la statua rimase
nascosta nella sua nicchia, e coper ta dal-
la nuova tavola dell'altare. Quindi, e per-
chè deridere i veronesi, nel rappresenta-
re una sagra storia onde onorare Gesù
Cristo, quasi come venerassero l'asino,con
calunnia già imputata anticamente agli
ebrei e agli stessi cristiani, mentre in tan-
ti monumenti espressero le arti il Salva-
tore cavalcare un asino, anche de'primi-
tivicristianijComenelmonunaeutodiGiu-
nio Basso (della basilica Vaticana, che ve-
do nella Kasoh'òi ^SacraruniVaùcanae
VER {\Si
Basilicae Cryptartim Monumenta, del
Dionisi, il qual Basso fu prefetto di Roma
nel IV secolo di nostra era)? Il Misson e
seguaciaggiunsero alla favola sciocca, con
gratuitamente asserire pure, credersi da'
veronesi, che il giumento di cui si servi
il Salvatore venisse a morire in Verona,
e fossero le sue reliquie dentro la sua sta-
tua riposte! Poscia l'inglese Wight nelle
sue Osservazioni al viaggio in Italia, osò
narrare: Come L'asino fu mandato via dal
convento tre volle, e che altreltantedi sua
volontà ritornò! Conservarsi con gran ve-
nerazione, come miracoloso, e portarsi
in processione due volte l'anno; il che è
falsissimo, essendosi confuso il rispettoche
deesi alla figura del Salvatore , come si
dasse al giumento da lui cavalcato. Per
ultimo, rimarca MafFei, gli errori in cui
caddero a nuoraScotto,Mabillon, Montfau-
can , Àddison , parlando di Verona. Al-
trimenti feceil vero e fedele storico Schlor,
il quale con grande attenzione osservò e
studiò Verona, nel lungo tempo che vi
soggiornò , come dichiara nel proemio.
»» La vita, tutto carità e religione, di que-
sta città, non sa tenersi dal pubblicare con
le stampe il risultamento delle sue doU
cìssimesperienze, avvisando avervi in Ve-
rona di molte cose, atte a religioso altrui
eccitamento, e degne di essere con rico-
noscenza imitate. I molti ed eccellenti or-
dini ed istituti religiosi rivolli per la più
parte alla educaziotie e addottrinamento
delia gioventù, i quali nel volgere di po-
chi anni o risursero dalle rovine d'un'eta
disertatrice, u al tutto novellamente ger-
mogliarono e crebbero in questi ultimi
tempi a Verona: la liberalità singolaris-
sima onde nobili e cittadini gareggiano
tra sé pel decoro de'sagri templi e pel so-
stentamento de'poverelli:Ia splendida son-
tuosità e la si convenevole celebrazione
del divin culto per cui mezzo il clero sot-
to il reggimento d' un egregio pastore
(mg.' Grasser) governa e move con soa-
ve e meravigliosa efficacia gli animi del
popolo: lo spirito prevaleate di amore e
i82 VER VER
carila fralelle vole che lega tra loro le pei- lisso , fgli diiaque trovando un largo o
80116 di più allo slato con le inferiori, ferace campo'negli ordini ed isliluli reli-
que'chesopraslan»ioco'subalterni,espau- giosi di vario genere, i quali s'adoprano
de sulla vita dell'universale un'innocen- indefessi in prò del popolo di Verona, clie
te giocondità; tutlo questo, io dico, è te- n' è degno, ammira eziandio la celebre
«limonio eloquentissinio della possanza istituzione delle figlie della Carità ossia Is
della fede, clie dee riscuotere meraviglia C(r//io*i/a/ie,cominciando dal celebrare la
da ognuno! S\, la fede, non la (ìlantro- fondatrice n)arcl>esa Canossa. Ornata es-
pia, la fede della Chiesa è quella che in sa al pari di pietà che di finissimo inlen»
Verona genera tanto di buono adi gran- dimenio, pensando con allo rammarico
de. Tulle le opere di beneficenza son qui la morale corruttela deli* età nostra, di
opere della fede: quinci elle hanno il pri- che vedeva sapientemente star le radici
ino vigoroso germoglio, quinci il saluta- nella giovanile educazione negletta o per-
le alimento e sviluppo, e il nobile e puro vertita, concepì il generoso divisa mento
ioroindirizzamenlo:qùiuci ricevono quel- di fondare una società di religiose donne,
lu forma indubitatamentereligiosa,equel- le quali si logliessero a fine di lor voca'
l'attività ond'elle in umile silenzio, ma zioue il venir piantando ne'cuori della te*
perciò stesso più potentemente, influisco- nera gioventù l'amore e l'osservanza de'
no, con la retta istituzione della umani- civili ecristiani doveri, e facessero in ispe-
tà, sul suo spirituale e civile ben essere, eie opera di coltivare la classe inferiore
Uè qui si ha in costume di menar gran del popolo. Da sì nobili pensieri anima-
rumore del bene che si opera, e prornub ta, si parti nel 1808 dal paterno palazzo
garlo quasi a suon di tromba al comune; di Verona, e pigliate a fitto alcune case
e da ciò venne all'autore stesso cagione in altro canto della città, ivi in povero
di gran dilBcoUà e fatica a poter racco- arnese gillòle fondamenta di quest'ope-
gliere mercè d' osservazioni e inchieste ra di salute. E presto le riuscì di aver sta-
quello ch'egli si fa a descrivere in queste bile albergo nell'ampio monastero de'ss^
carteintornoalla vita religiosa di Verona. Giuseppe e Fidenzio , dove quel tenero
Che i veronesi poco o niente si travaglia- arboscello di religione e carità eh' ella
no dell'onore del mondo, siccome quelli piantòdisua mano, benedicendolo Iddio,
che l'onor di Dio sinceramente ricerca- crebbe in piccol tempo silfittlamenle che
DO. Per amor di Dio, ,illa maggior glo- di presente accoglie e protegge all'ombra
ria del Signore e di sua s. Chiesa! Ta\e sua una molliludine d'unin)e virtuose.
è il parlare che loro suona in bocca! Ma Quindi narra, come alla santa donna si
se questa cristiana modestia si merita u- fecero compagne altre animose coopera-
gni maggior venerazione, non perciò dee trici alla mngnanima impresa, e dolce
raltenere lo scrittore sì che non tragga ei $[)eltacolo si fu il vedere accorrere con
in palese que'lesorì spirituali che Vero- lieta gara gran numero di fonciidle per
na si serba ascosi, mollo più che la co- ricevere il puscolo dell'istruzione, accolte
Doscenza loro potrà eziandio conferire a caran)ente dalla Canossa come figlie, di-
far che altri sappia più giustamente ap- venendone madre; le rivestì, ammaestrò,
prezzare lo stato religioso d'Italia in gè- corresse e animò. Dopo Venezia, l'islitu-
uerale". Tullociò premesso, e laleessen- lo si propagò, pel manifestalo desiderio
do pure il mio intendimento, per quan- imperiale, a pubblico giovamento, nel
to dovi ò dire col benemerito Schlòr, che i82oa Cremona, nel i8'23 a Milano, nel
niiedifica, come l'esenìpluri opere che il- 1828 a Trento, oltre a Bergamo e poi n
lustra movono il mio animo a riverenza Brescia; restando in Verona la direzione
pe'verouesi e mi rendono alquanto prò- generale dell'ordine oveebbe cuna, ma o-
VER
gni casa è governala da superiora trien-
nale, eletta dalle suore a pluralità di suf-
fragi. Il noviziato dura 3 anni, altro ne
dee percorrere per la vestizione, ed uni."
pe'voti: restate altri 6 mesi sotto il gover-
no della maestra delle novizie, infine ri-
cevono dalla superiora la medaglia del-
l'istituto. Tutto in loro spira semplicità e
povertà. Indi descrive gli uHìzi esercitati
dalle suore, le loro molteplici curt^, che
«i estendono anche alle feste, conducendo
le fanciidle alla messa, al catechismo, alla
dottrina cristiana, e trattenendole nell'i-
stituto in piacevoli ammaestramenti e tra*
stulli: nel carnevale procurano alle fan-
ciulle innocenti ricreamenti, tenendole
lontane dall'allegrezze mondane. Accol-
gono nelle loro case le pentite donne, eoa
mirabile successo; né dimenticano l' in-
ferme, recandosi nell'ospedale a spargere
il balsamo della consolazione, e le prepa-
rano a morire nel bacio di Dio. Hanno
eziandio una scuola di sorde-mute, e pa-
recchie ne ricevono e alimentano presso
di loro. Le sante loro industrie si esten-
dono alle campagne, frequentando ì ru-
sticani luoghi delle fanciulle, che di buona
indole tosto ricevono i beni della coltu-
ra religiosa e civile; ricevendole ancora
con tenuissima pensione a convitto, in
breve riuscendo maestre idonee per le
scuole elementari ne'propri villaggi, di-
venendo altrettante operose fighe della
rarità, con immenso vantaggio della so-
cietà. Tutte a tutti , penetrano ancora
nelle faiuigliede'ricchi, per le quali apro-
no nelle loro case pio riliraiienlo. — 24.
y4sili di carità per l'infanzia a s. Zeno,
olla Cattedrale, a s. Maria in Organo.
Istituiti nel 1837 e governati dalla Cotn-
minsìone di soccorso per gli orfani ri-
masti dal cholera, il viceré arciduca Ra-
nieri se ne dichiarò prolettore. Le disci-
pline che danno regola a questi usili, la re-
ligione posta a base e anima di tutta l'o-
pera, il leutperato sistema d'insegnamen-
to adottato, la direzione ch'éatlidata ad
?ccle$iuslici di conosciuta probità e fede,
VER i83
coll'approvazione e vigile sorveglianza di
mg."" vescovo, sono fatti che devono dif-
ferenziare la veronese istituzione da quel-
le piantale in estranei paesi, il che espres-
samente nota il benemerito conte d. Giu-
llari, per cui aggiunge : Valgano a tran-
(piillare i soverchiamente paurosi d'ogni
novità, e a turar la bocca, s'è possibile,
a'malìgni. Ogni asilo ha due sale per la
separazione de' sessi, con 4 maestre, un
sacerdote ispettore, un economo. In ogni
parrocchia vi è un promotore di carità,
per Io più sacerdote. Nel i838 presso a
5oo azionisti provvedevano la commis-
sione per le spese. Le 3 scuole costavano
annue lire I 1,107. L'educatrici erano 1 3,
gli ammessi all'istruzione, 200 maschi e
173 femmine. — 2 5. Scuola di carità
per gli artisti a* Colombini. Aperta dal sa-
cerdote d. Antonio Frovolo nel suo pri-
valo istituto, si fa ogni giorno dalle 2 ore
alle 3 pomeridiane, somministrando an-
che gr<^//?, carta, libri, penne ec. Educa-
tori 3, ammessi all'istruzione maschi 60.
r=: Per le classi miste. ■=. 26. Imperia-
le regio Liceo maschile a s. Anastasia.
Ebbe principio nel 1807, quindi lo spirito
di disciplina morale e religiosa che prese
dopo il 1 8 1 4j sotto i benefici auspicii del-
l'imperatore Francesco i , soddisfece a'
voti de'cittadini che amano la religione e
la coltura studiosa. Il conviltu avea 90
alunni, de'quali 35 godevano posto gra-
tuito: 35 paga vano solo la metà della doz-
zina, ch'è di lire 700; beneficenza sovra-
na accordata a'Iìgli di coloro che \w.nft si
meritarono dello stalo. Vi sono annesse
le scuole del corso fìlosotìco, e del ginna-
sio, frequentato ancora dagli esterni, il
regio delegato é presidente di lutto l'isti-
tuto, e superiori interni al convitto sono
il provveditore e il censore. Lo stabili-
mento é a carico dell'i, r. erario per lire
g4,ooo. Corso filosofico alunni 1 8o,ginna-
siale 246, educatori 20. — 27. Imperiai
regio collegio delle fa. mtdleagli Angeli.
Per decreto reale fu aperto nel 1 8 1 2, mi-
gliorato iu seguilo dall'ìmpcraloie Fiau-
i84 VER
Cesco I, clie vi slabiTi ^5 posti gtaluili e
25 a mezza pensione. Quanto ricliiedesi
ad una signorile e ben intesa educazione,
tulio si Uova in <|Ueslo collegio, retto da
una direttrice, col magistero di approva-
le istilutrici. Vi è preside il regio delega-
to , e sorvegliatori doe scelti tra' nobili
della città. L'i. r. erario versa per questo
istituto annue lire 86,85o. Educatori 6,
educatrici 1 5, ammessi all'istruzione 8o.
11 cav. Mulinelli dice insegnarsi il legge-
re, lo scrivere, i principii della religione,
della morale e della storia, il disegno, il
cucire e il ricamo. Stabilita la pensione
in lire 6oo, a un centinaio le piazze, 25
gratuite, 25 per sola metà pe'fìgli di uo-
mini che nell'armi, nelle civili ammitii-
slrazioni, nelle scienze e nelle arti avesse-
ro renduto lunghi e utili servigi allo sta-
to. — 28. Seminario a s. Maria in Or-
gano. Il vescovo cardinal Agostino Va-
lerio o Valter nel 1567 ne poneva altro-
"ve le fondamenta. Lo traslocò nel 1695
dove ora esiste il vescovo Leoni, amplia-
to in seguito da'vescovi Barbarìgo e Mo-
rosini, e ridotto quasi a compimento da'
vescovi Liruli e Grasser. E com posto d'un
convitto di 92 chiericij d'un altro detto
di postulanti in numero di 100; e di un
3.° totalmente separato detto di nobili o
collegio vescovile con 66 ammessi. Tut-
ti frequentano le medesime scuole, che
SODO ancora aperte agli esterni. I chierici
interni ed esterni erano neh 838 dai 53.
Corso teologico, alunni iio; filosofico,
i2o;g»nnasiale, 4oo; 3." elementare, 60.
Gode alcune rendite proprie, che sebbe-
ne non lo obblighino che a sole 4 pensio-
ni gratuite, vanno però ripartite a bene-
ficare da'3o a'4o alunni. All'istituto pre-
siede mg.*^ vescovo, con due canonici; ha
uo rettore, 3 vice-rettori, un prefetto de-
gli studi, un economo. Educatori 25, am-
messi all'istruzione o beneficali 690. Si
tenga presente che io procedo sempre col-
le cifre dei i838. L'edifizio è ampio e ben
ordinato, con romana magnificenza e con
molta esattezza la voratu> disegno d'archi
VER
leltl veneziani. — 29. Collegio degli Jc->
ro//7/. Nel i44o '*^ fondò Eugenio IV Pa-
pa, stato canonico di Verona e zio del ve-
scovo d'allora cardinal Conduluiero, a be-
nefizio di 24 chierici addetti ai servizio
della cattedrale. Gli accoliti al presente
vivono nelle loro famiglie, ricevendo un
annuo assegno: frequentano le scuole del
seminario, oltre alcune proprie, come di
canto Gregoriano e ceremonìe siigre. So-
no diretti da due canonici e da un mae-
stro. Il collegio ila un'entrata propria. E-
ducatori 2, accoliti 22. — 3o. Dottrina
Cristiana. Lo zelo che dimostrarono senj-
pre i vescovi veronesi nel promuovere l'o-
pera della dotti ina crislian.t, tlopo il bel-
l'ordine in che l'avea posta il vescovo Gi-
berti,inossealc<mi pii successori, dal 1 635
al 1664, a dotarla d'annua rendita, che
viene impiegata in assegni agli operai, iti
premi, in soccorso a'()overi infermi con-
fiatelli e consorelle, in iloti a povere gio-
vani le piùddigeirti nel fiequentar la dot»
Irina. Scrisse il lodato d. Schlòr. Esem-
plare è l'ardore onde e clero e nobili e
cittadini si faticano per (|uella. Fino da
antica età i vescovi di Verona drizzaro-
no con grande industria i'aninto a que-
sto rauto di religioso ammaestramento,
sia coik savi ordinamenti e calile esorta-
zioni, sia colla presenza di lor persona, e
pigliandone essi stessi il reggimento, han-
no stabilite e promosse le sagre cateche-
si. Obbielto in vero da non si poter mai
Iroppo comfnendarp, dal cui fatale tra-
sandamento, o dalla deplorabile poca sti-
ma in che si liene procede in ispavente-
vole modo la crassa ignoranza d' oggidì
in fatto di religione! Certo la Chiesa e
la ci vii società avransempreobblighi im-
mortali a quel santissimo cardinale Car-
lo Borromeo, il quale primamente ebbe
istituito nella sua Milano quello ragù-
uarsi de'fanciulli ed adulti d'ambo i ses-
si nelle chiese i di festivi per esservi elu-
dili n'e'divini misteri e nella morale evan-
gelica. E Mdano lodcvolcjjente si lenna
poi fedele alla piissimu costumanza, la
VER
quale indi si propagò in altri luoghi cl'I-
lolia (il tlolto editore can. Aristide Sala,
dopo aver in Mdano nel 1857 pubblica-
to i Oociiineiili circa Li vita dì s. Car-
lo, ivi neh 858 lia contìiiciato la stampa
tlclla Fila (li s. Carlo corredata di dis-
icrtazioid : le due prime di <piesle sono
dite Irattalelli intorno alle Scuole della
dottrina cristiana, e h' Catechismi in es-
sa prescritti, itell'fircidi(jcesi di Milano.
Originata 1' utilissima istituzione da sì
gran sanlOj a cui (u tanto prediletta, in
e!>se trattasi de' mezzi di rimetterla nel
pristino vigor»-; a'tempi riuscirà opportu-
na, e riuscuà di giovamento universale
di (pianti amano sì rilevante materia,
fpial è la cristiana istruzione de'faiiciulli,
avenilo per maestro s. Carlo, e conoscere
la pratica da lui introdotta nelt'avveii*
turata sua arcidiocesi). Anzi torna accon-
ciò il notare, come rilevai nel voi. LXIII,
p. 62 e 63, parlando delle scuole della
dottrina cristiana nella domenica, perfe-
zionate da s. Carlo, che le scuole della
domenica usale e cotanto magnilicateda'
protestanti, singolarmente in Inghilterra,
dove bau nome di Sabbatk-schools ^ o
Suiidajschools, sono in fine tolte di get-
to da così fdtta istituzione già tanto pri-
nia fiorente nella Chiesa romana. Papa
Paolo V procurò di favorirla erigendone!
1607 nella basilica Vaticana la confra-
ternita della Dollrìna Cristiana, cui ar-
ricchì di singolari privilegi. Or neliG4i
volle Verona associare alla romana una
consimile corporazione da lei formata al
uiedesimo inlendiraento;e questa si èquel-
ia che in seguito venula a tanto maggior
numero ed ampiezza , e recata ad urdi-
iialiìtsimo stato, grandemente al presen-
te fiorisce. I suoi regolamenti, la cui pri-
ma origine risale al vescovo cardinal' Va-
lerio sul ileclinardel secolo XVI, poscia
di mano in mano migliorati, vennero nei
i83i e seguenti anni , come poi meglio
dirò,pubblicati colle stampe da mg. "^Gras-
ser, accrescendoli assai acconciati a'gravi
bisogni dell' età nostra. E vi Iraluce iu
VER 185
vero per entro tanta sapienza e accorgi-
mento, che ponno servire di sicura nor-
uia a qualunque altra città divisasse in-
trodurre questa preziosa e utilissima isti-
tuzione. Sopiintenduno a silFalta opera
in tutta Verona due sacerdoti deputali
dal vescovo, a' quali assistono 6 promo-
vitori, 3 ecclesiastici e 3 laici della pili
chinra nobiltà. Ogni distinta scuola par-
rocchiale ha tlue persone ragguardevoli
a visitatori o visitatrici, secondo il sesso
cui la classe ap[)artiene: le quali si pren-
dono prossimamenle in cura ciascuna
scuola, assegnandole vari ullicìali a con-
servare il buon ordine, ad istruire, a rac-
cogliere le limosine, a visitar gì' infermi
e ad ogni altro udizio richiesto. La coo-
perazione di tanti signori di gran nome
reca a quest' opera cristiana un grande
incremento di decoro, siccome pure ren-
de al sacerdote che catechizza piìienica-
ce e agevole il ministero suo, e serve al-
la gioventù, per suo eterno bene, ad im-
parare la sublimissima, la più necessaria
delle scienze , che per isvenlura dell' o-
dierna società, tra lo splendore degl'inge-
gni umani, è miseramente tra.sctu'ata! Bel-
la infatti e a vedere la compostezza del
portamento, l'alacrità dell'animo, l'or-
dine meraviglioso che governa ed avvi-
va queste catechetiche adunanze di uo-
mini e donne: le quali l'une dall'altre,
secondo il sesso, affatto divise, e partite
ciast^una in 3 diverse classi di fanciulli,
di pili adulti, e di persone provette, si as-
sembrano, traendovi gran gente, ogni do-
menica e dì festivo nelle chiese parroc-
chiali. Ivi ogni classe, giusta l'età -e capa-
cità sua propria, vien coltivata coti santi
eddetlevoli esercizi, attissimi ad illustra-
re le menti eziandio de'più rozzi coU' e-
terne verità splendide della fede, e met-
tere ne'Ioro cuori amore della santa leg-
ge di Cristo. I piccoli premi the in ogni
tornata, dopo lo scambievole disputar di
due fanciulli, si dispensano al vincitore;
e assai più. le solenni e rigorose prove o
dispule che con tanto apparato di pom-
i86 VER
pa si tengono in sul finir dell'anno, fan-
no cliene'giovanili petti mantengiisiseni'
pre acceso uno spirito di lodevole emu-
lazione. Posseggo i seguenti 4 opuscoli, il
cui solo titolo conferma quanto di sopra
accennai : Regole per la congregazione
della Dottrina Cristiana nella città e
diocesi di P'erona, promulgate da mg."
cardinal Agostino Valerio vescovo di
della città nel i Sgo y rivedute ed amplia-
te da'vescovi della medesima inig.i Mar-
co Giustiniani nel i6:\.6, Sebastiano Pi-
sani nel 1 669, Gio. Francesco Barba-
rigo nel 1703, e Giovanni Bragadino
ìielijSi. Novellamente riformate, e a-
datiate agli usi de' nostri tempi, per or-
dine di mg.'' Giuseppe Grasser vescovo
di Verona,Wì per Valentino Crescini ti-
pografo vescovile i83i. Dichiarazione
più copiosa della Dottrina Cristiana
composta per ordine della sa. me. di Pa-
pa Clemente Vili dal ven. cardinal Ro-
berto Bellarmino^ ristampatacon qual-
che piccolo cangiamento , e con giunte
d'ordine di mg.' Giuseppe Grasser ve-
scovo di Verona, ad uso della sua città
e diocesi, Verona dalla stamperia Toni-
masi 1 832. Dottrina Cristiana breve da
farsi imparare a mente, ck'è la prima
parte della istruzione composta dal ven.
servo di Dio il cardinal Roberto Bel-
larmino , per comando di S. S. Papa
Clemente Vllf, ristampala con giunte
d'ordine di mg.' Giuseppe Grasser per
la grazia di Dio e della s. Sede aposto-
lica vescovo di Ferona^ad uso della sua
città e diocesi, Vevowa per Valentino Cre-
scini tipografo vescovile i833. Introdu-
zione alla Dottrina Cristiana del ven.
cardinal Bellarmino , ristampala con
giunte per ordine di mg.' Giuseppe Gras-
ser vescovo di Verona, ad uso della cit-
tà e sua diocesi, per li fanciulli non at-
ti per anco allo studio della breve Dot-
trina Cristiana, Verona per Valentino
Crescini tipografo vescovile 1 834- — 3i.
Congregazione de' Sacerdoti alle Slini-
«mre.NeliBjS l'arciprete d. iNicola Gal-
VER
vani aveva aperte alcune scuole di cari-
tà pe'giovani; occupato in altre pie ope-
re invitò a pigliarne cura il sacerdote d.
Gaspare Bertoni, dandogli a tal uopo in
dono la chiesa delle Stimmate coli'onnes-
60 monastero delle Terese. Questo vene-
rando prete cede il monastero alle sorel-
le della sagra Famiglia, ne edificò un
altro presso alla chiesa stessa delle Stim-
mate, dove istituì uua specie di congre-
gazione di chierici regolari , che tra le
molte opere di carità, a questa singolar-
mente provvedono della cristiana e let-
teraria educazione della gioventù. Fan-
uo l'intero ginnasio, e la 2.' e 3.' scuola
elementare. Educatori 16, ammessi all'i-
struzione i5o. L'ammiratore della reli-
giosa Verona d. Schior, dice che tali pa-
recchi ecclesiastici piissimi e in parte ben
agiati, raccoltisi insieme da io anni per
la propria perfezione, con un vivere e o-
perarcomuiie a modo di persone da chio-
stro, e insieme attendere, secondo l'op-
portunità e la facoltà loro, alla salute de-
gli altri; benché si prefissero precipua-
mente la ritiratezza e il nascondersi altrui ,
nondimeno il buon odore delle loro vir-
tù e l'eOìcacia del zelo loro è tale, che tut-
ta la città, popolo e clero gli ama e vene-
ra quali preti santi. Il superiore d. Ber-
toni, amabile e onorando vecchio, assai
versato nelle scienze teologiche, e special-
mentenel governo dell'anime, era per co-
sì dire l'oracolo pe' cittiidini, e pe' fore-
stieri che a lui da lontano ricorrevano a
consultarlo in delle materie. Il suo senno
e pietà sapeva con soavità mista a fer-
mezza condurre la comunità, che un so-
lo spirito gli animava tutti. Conversando
con loro, trovi che ciascuno nel pensare,
ue'sentitnenti del cuore, nell'esterior por-
tamento fa riti-atto fedele dell' altro. Se
vuoi sapere che co^a principalmente si
renda in loro notevole, gli è umilia, c«-
rità, tratto alfabilissirno. Vivono poveri
e mortificali. Semplicissima è la stanza
e ogni lor masserizia, da per lutto però
regnando dilettevole nettezza. La picco*
I
V ER-
Ih chiesa, già appailenenle a'francescani,
da loro restaurala, sempre riluce per raou-
dezza. Essi vi predicano ogni settimana,
e vi odono le confessioni de'soli uomini.
Non acceltano doni, e tanto rigoroso di-
sinteresse li rende rispettabili a lutti. L'e-
dificante scrittore tedesco , non dubita
qualificarli: perla nascosta del clero ve-
ronese. Nella loro casa tengono una scuo-
ia o ginnasio pubblico, ove gratuitamen-
te insegnano a buon numero dì giova*
netti scelti per onestà di costumi. — 32.
Le Figlie di Gesti a s. Cosimo e a s.
Biagio. Nuovo istituto eretto nel 1B09
daUucerdoted.PietroLeonurdi,nel 1816
approvalo dall' imperatore Francesco I,
ed encomiato in più rescritti puntificii.
Ila case filiali a Modena e a Ueggio, esi
dedicano alla educazione delle giovani. A
f. Cosimo, dov'è il centro dell'istituto, ol-
tre un convitto di i5 alunne, con istru-
zione più elevata negli studi e ne'Iavuri,
vi è una scuola per 65 civili esterne. A
i. Biagio poi scuola peri 70 fanciulle po-
vere, con soccorso alle più bisognose di
vitto e di vesti. Neh 838 erano l'educa-
trici 18, l'amntessea istiuzionei 5o. An-
che di queste figlie di Gesù intesse l'elo-
gio d. ScUlòr,conie benenterilo della cri-
stiana educazione. Fermano propriamen-
te un ordine religioso, senza però solen-
ni voti perpetui; unicamente dojtu la lo-
ro probazione o prova riimovano ogni
due anni promessa a Dio e all'istituto di
vivere in esso ubbidienti, caste e povere,
senza rinunziare tuttavia i diritti di pro-
prietà. Al termine di ogni biennio sono
libere dall'obbligazione contralta, finché
compililo anni lian .sicurtà di riujianere
nella congregazione per tutta la vita, sol
che tengansi fedeli alla vocazione. Altea-
dono alla propria perfezione, e insieme a
giovare il prossimo non pur colla pre-
ghiera e l'esempio, ma singolarmente al'
levando le puveie ragazze nel vivere co-
stumato e cristiano, e diconsi Figlie di
Gesù per le scuole di carità ossìa gru-
liiile, E siccome haunu scuole iu casa e
VER 187
in vàrie parti della città, si partono in due
classi le interne e le esterne. Le prime re-
stano nella comune dimora, ove curano
l'interna scuola o convitto in cui ricevo-
no fanciulle agiate , e ragguardevoli de-
cadute; ed ivi con pensione intera o di-
mezzata, e anco gratuitamente, con ogni
studio l'educano. Le figlie di Gesù ester*
ne, dopo aver soddisfatto iu comune col*
l'altre suore a'consueti esercizi di pietà,
escono a due o a tre la mattina, e distri-
buendosi nell'esterne scuole pe' diversi
canti delta città, ivi si restano tutto il di
a loro udicio, e in sulla sera si restitui-
scono airistituto. Queste esterne, tranne
necessità o convenienza, non ponno an-
dare in altri luoghi. Le loro scuole sono
utlimainenle disposte e governate. Oltre
i lavori confacenti al sesso, insegnano le
cose elementari: la religione, la pietà, la
morale ne hanno la priucipalissima par-
te. Ogni mese almeno accompagnano le
fanciulle nelle parrocchie a ricevei e i san-
ti sagiainenti,e inciascuna festaalla mes-
sa eal catechismo, riportandole alla scuo-
la, ove nel giardino o altro luogo le trat-
tengono sino a sera per ricrearle onesta-
ntenle. Modesto è il vestire, verecondo il
portamento, castigato il parlare colle sco-
lare. Dura l'educazioneallefanciulle, fin-
ché sonoatte aentrare al servigio in buo-
ne case, o convenientemente allogarsi. —
33. Le Figlie del Cuor di Grsìi. An-
na Brunetti di Venezia cominciò l'istitu-
tu neli8io nella parrocchia di s. Stefa-
no, da dove neh 835 fu trapiantalo nel-
l'antico monastero delle Maddalene, do-
ve s'aprirono scuole gratuite alle pove-
re. Educatrici 3o, femmine ammesse al-
l'istruzione 5o (temo errate le cifre). —
34. LeSorelle della sagraFainiglia,al'
le Terese e as. Domenico. Le fondò Leo-
poldina Naudet nel 18 16, con approva-
zione sovrana e pontificia neh 833 (cioè
di Gregorio XVI col breve Eu est mi-
serrima noslrorum temporum conditio,
de'20 dicembre, Bull. Rom. coni, t.i^,
p. 299» avendone pretiedeotemeule fatte
i88 VER
esaminare le regole Pio VIIeLeooeXII:
già ne diedi contezza nel voi. LXVII, p.
323). Di questo novello ordine,priocipia-
to con faustissimi auspìcii, se ne deside-
rò la diiriisioue in altre città, come uno
de' più adatti a fornire la più completa
educazione alle nobili donzelle. Per que«
ste è in Verona un convitto a s. Teresa
eoo 24 alunne, un altro per le cittadine
a s. Domenico con i 7 alunne. Le sorelle
della s. Famiglia fanno anche lu scuola
a I 00 fanciulle esleiiie, istruiscono le gio-
vani della parrocchia avanti la cresin)a
e iu couuinione, danno ricetto alle gio-
vani signore per gli esercizi spirituali o-
gni anno in s. Domenico; raccolgono le
(anciulle al dopo pranzo delle feste. E-
ducatrici 60, ammesse all'istruzione 141.
Largamente ragiona di quest'istituto d.
Schlòr , premettendo la biografia della
fondatrice, la cui vita olire s'i bella prova
di quelle vie adorabili onde la divina
provvidenza conduce l'anime elette a*
grandi suoi fini. Traendo origine da illu-
stre famiglia francese di Soissons, si Ira-
sferldessacon Francesco di Lorena quan-
do mutò quella ducea colla Toscana, e il
suo figlio Leopoldo 1 la levò al s. fonte
e le impose il proprio nome. Questo segui
a Vienna quanilo divenne imperatore,
dopo aver ella pcr<lulo i genitori, ed esse-
re stata educata ne' monasteri di Tosca-
na e di Soissons. iS'ella corte fu assegna-
la educatrice e maestra nell'idioma fran-
cese de'giovanetti imperlali; e ne' 1 o anni
che vi rimase seppe ivi pure servire Dio
esemplarmente. Ritiratasi a Praga col-
Pai ciduchessa Marianna, ivi giunti i trap-
pisti d'ambo i sessi fuggenti dalla rivolu-
zionata Francia , consideratido essa la
compostezza e serenità dell'animo delle
religiose, sentendosi disposta alla vita con-
templativa, deliberò di farsi Irappense
nella casa loro assegnata nelle vicinanze
di l'rHga,ma la corte e il nunzio aposto-
lico l'impedirono. Predominala dalla vo-
cazione leligiosa, nel 1799 si recò in di-
Tersecillà d'Italia, quaudulutli gl'i&lilu-
VER
li versavano In desolanti calamità per le
vicende politiche. Finalmente un pio sa-
cerdote la confortò a passare a Verona,
come luogo più d' ogni altro acconcio a
fondare una religiosa comunità, secondo
lo spirito e il disegno da lei concepito. Vi si
portò nel 1807 quando un fatai colpo ster-
minava gli antichi ordini religiosi , e si
sii inse in santa amistà colla pia marche>a
di Canossa. Divisasi nel i8 17, entrò nella
casa a s. Teresa per darvi principio e for-
ma alla sua religiosa congregazione, po«
co dopo la cui approvazione di Gre-
gorio XVI santamente ella mon. Le a-
vea imposto il nome di Sagra Famiglia
per la tenera divozione che nudriva a
Gesù, Maria e Giuseppe, e perchè voleva
che r operoso silenzio della sagra Fami-
glia, fosse alle religiose sue bello esem-
plare, in cui tenendo fisso lo sguardo, di
mezzo alla vita attiva mai non perdesse-
ro di veduta le cose del cielo. Molti e sa-
vi ordinamenti ella fece al conseguimen-
to dell'alto suo fine. Statuì che le gio-
vani da ammettersi fossero di vita irre-
prensibile, pie, fornite di buon giudizio,
docili, atte ad insegnare, di ferma sanità,
di maniere dolci e affabili, nella civile e
cristiana educazione sperimentate. Ri-
chiese da esse di lunghe prove; e prima
uno spazio detto di postulato, poscia un
noviziato per due anni, al cui termine el-
le fanno i voti semplici e pigliano l'abi-
to dell'istituto, restando coAallri 7 anni
innanzi i voti solenni. Ciascuna deve a-
ver la dote, e il viver delle suore è in tul-
io comune, il reggimento di tutte le cose
dell'istituto dee dipendere dalla superiora
residente in Verona^ eletta a vita. Per l'e-
ducazione l'istituto insegna, oltre le cose
religiose, la storia sagra e profana, gram-
matica italina, stile epistolare, calligrafia,
aritmetica, geografia,liiigi>elrancc8e e ale-
manna, il disegno, la pittura e ogni manie-
ra di donnesco lavoro. Di tuttociò si pren-
dono cura le religiose, non comportando
l'istituto maei»liecstranee,pel sicuro man
leuimculo deU'inuuccQza e pietà dell' e-
VER
ducande. La danza e la musica essendo e-
scluse come pericolose. Oltre al convillo
delle nobili donzelle, altio ve n'alia per
quelle di civili e agiale famìglie, le quali
con minor spesa vi apprendono ad esser
savie e cristiane goveruatrici di loro cn>
se. Contìgue al chiostro sono le scuole
pubbliche, aperte graluilaraenle alle gio-
vani, ove una proporzionata educazione
va di pari col zelo della pìeià cristiana e
della vi rtù. — 35. Le Sorelle Minime di
Maria y4 ildoloraia a s. Maria in Orga-
no. Nel 1822 l'istituì la nobile Teodora
Campostrini, approvale dal sovrano nel
1829, e dal Papa nel 1 833(GregorioXVI
col breve Qiiaw(]iiam religiosas, de' 26
aprile, 5w//. Reni, cont., t.19, p. i2 2,ove
sono pure riportali gli statuti). Faceva-
no la scuola all' estere giovani, le dispo-
nevano a' ss. Sagranienlì, nelle fcNle le
raccolgono all'oratorio la mattina, e alia
ricreazione nel dopo pranzo. Educatrici
IO, ammesse all'istruzione i5o.Dice di
più d. Schlor. Le costituzioni ritraggono
assaissimo dallo spirito di s. Francesco di
Sales, hanno clausura e voli solenni. Si
occupano principalmente della vita spiri-
tuale e interna, congiungendo insieme la
cura dell' educazione delle giovanelte ,
in bene delle quali tengono aperta un'e-
sterna scuola. E qui l'autore fa al-
cune gravi osservazioni, le quali si pon-
no applicare anche al generale. E per-
chè, egli dice, in Veiona dove fi tiene
peculiarmente rivolta la mira all'edu-
cazione della gioventù, non si ristoraro-
no gli antichi ordini di religiose, di che
molli ivi erano un tempo (basta leggei ne
il novero ricordalo, dell' Ùghelli), le or-
soline, le salesiane, le beuedetline,le quali
lanlo ben meritarono per secoli in que-
sta parte? Gli ordini antichi hanno una
regola non solo approvata, ma conferma-
ta da lunga esperienza, e godono il teso-
ro de' ricchi meriti de' loro istitutori, e
delle sanie anime che vi fiorirono, i quali
di continuo sui loro istituti invocano le
benedizioni del ciclo. Agli alti sensi di
VER «8.1
pietà de' veronesi non isfuggì tale vero;
e non è per verun modo amor leggero di
novità, quello che gli ha mossi e condot-
ti a tanle istituzioni novelle. Loro disegno
8i fu attemperarsi, il più die potevano,
alle condizioni dell'età nostra, la quale si
lascia più facilmente tirare e prendere a
ciòth'è nuovo, che non al vecchio o anti-
co. Quantunque debbansi avere in altis-
sima riverenza gli ordini antichi, che ras-
sembrano nella vita religiosa a quell' an-
nose quercie che han le radici profonda-
mente fitte nel suolo (risplendenti dal-
l'aureola d'infinite benemerenze colla so-
cietà universale), nondimeno non può
negarsi, ciò che la storia ne insegna, aver
ogni periodo della Chiesa sortilo e quasi
ingeneralo un suo propizio mezzo di salu-
te contro quel male particolare che il
travagliò. L?ionde non è ragione da riget-
tare, per dir così a priori, verun novello
istituto. Imperocché quantunque l'essen-
za degli ordini religiosi dimori nell'osser-
vanza de' consigli evangelici, la quale è
da per tulio la slessa, resta tuttavia lar-
go campo ad una varietà di forme (come
pure nella scelta de' mezzi e nell'esecu-
zione dell'opere), che dalle peculiari ne-
cessità e tentlenze del tempo, come di per
se, si derivano. » L'età nostra domanda
dalle religiose comunità una lai modera-
zione e pieghevolezza, the affissando sot-
tilmente l'occhio nell'indoledella gene-
razione presente, vogliano con libertà di
spirito accomodai eì a ciò che il tempo of-
feiisce di veramente buono ed innocuo;
mentre dall'altro canto con risoluta fer-
mezza, scevra tuttavia da modi aspri e
buibanzosij faccian contrasto a tuttociò
th'è male ed allo a corrompere. Ufìicio
per verità difìicile, se altro ve n'ha, a cui
trattar degnamente richiedesi nullame-
no la scienza de' santi, che la conoscen-
za de' tempi 1 " — 36. Scuola di Cari-
la a s. Giorgio. Nel 1828 l'opri lo ze-
lo di d. Alessandro Ferrais a bene delie
giovanelte povere di quella contrada, ed
erano nel iS38 da i3o, olire da circa
igo VER
3o educate nella casa a dozzina, dirette
da lina superiora e 3 maestre patentate.
— 87. Le. Serve di Maria alla Calte-
fìrale.Lefonób nel 1829 la contessa Giu-
lia OUolini, die insieme ad altre pie
donne apr\ una scuola di carità per le
fanciulle: le accompagna all'oratorio, le
dispone a ricevere i ss. Sagramenli, le
raccoglie e custodisce al dopo pranzo delle
feste. — 38. Scuola eli Carila a s. Ma-
ria in Organo. L'arciprete di s. Stefano
d. Gaetano IMarlinelli avea chiamate da
Deseuzano le Sorelle Signori, perchè in
unione ad altre pie vergini aprissero una
scuola a vantaggio delle fanciulle povere
della sua parrocchia. Poco dopo l'istitu-
zione di (juesta scuola in s. Stefano, per
difetto di luoghi convenienti, dovette es-
sere nel 1887 traslocata a s. Maria in Or-
gano. Le sorelle Signori hanno un inter-
no convittodi I2alunnc, poi scuola al-
l'eslerno di 28 fanciulle; raccolgono an-
ch'esse le giovani alla festa. Erano nel
i838 educatrici 7, ammesse all'istruzio-
ne 4o. — 3g. Scuola pc' Sordi-Muti a*
Colombini. Allievo del eh. d. Giuseppe
Venturi, l'altro sacerdote d. Antonio
Provolo, dopo l'esercizio d'alcuni anni
che insegnava privatamente a'sordi-niU'
//, divisò istituire una puhhiica scuola in
soccorso di c]uest' infelici. Ehbe la chiesa
di 8. Maria del Pianto, detta i Colombi^
ni, con una casa annessa, dove associatisi
i]i\e altri sacerdoti, stabilì la pietosa e pa-
zientissima istituzione nel 1 882. Avverte
il eh. conte Giuliari, che nel ]838 sta-
vasi per fare acquisto d'un orto ed' un
altro locale contiguo, troppo necessario
per accogliervi i)uon numero di giovani
sordi-muti, alcuno avendone già raccolto
nella propria casa. Gli nitri intervengono
.solonilascuohi.il consigliocomunale,nel-
l'agosto di detto anno, persuaso altamen-
te di questa bencnca o[)era, anche da'
pubblici saggi che ne diede T istitutore,
che giunse con nuovo ingegnoso trovalo
persino a [av parlare ecantare i suoi «I-
hevi, la volle soccorrere col dono di lire
VER
12,000. E con ciòintese a compiere il be-
nefico voto dell'imperatore Ferdinando?,
che le sue fedeli città lo accogliessero non
con la festa di soli dispendiosi spettacoli,
ma con opere di pubblico bene, quindi
fu ottimo intendimento dell'ab. Giuliari,
di offrirgli l'imponente e mirabile qua-
dro di quelle che fiorivano in Verona, in
questo forse a niuna seconda. A delta epo-
ca gli educatori erano 3, gli animesi al-
l'istruzione 1 5 maschi. Il cav. Mutinelli
celebrando l' istituzione pia e perspicace
del sacerdote Provolo, morto a'4 novem-
bre 18425 aiutato dalle largizioni de'suoi
concittadini, cui la religione, l' umanità
in generale e gli sventurati in particola-
re benedicono; tutto intento a scior la
lingua a' sordo-muti ; e ciò col far porre,
quando intuonavn la voce, sul proprio
petto la mano del sordo-mulo, avendosi
già osservato che quanto più si aveva re-
sa pieghevole ed esercitata la lingua del-
l'infelice, tanto più andava migliorandosi
in lui la condizione dell'udito. Avendo
sempre vagheggiato 1' argomento, oltre
il riferito e indicato nel citato articolo,
benché pure in altri luoghi ragionai degli
stabilimenti i\e Sordo- Muli, dirò che si
è stampato: Jl primo istitutore de Sor-
do-Muti, parole del cav. direttore ab-
bate Gio. Ballista Coslardi, lette in oc-
casione del pubblico saggio degliallievi
dell'i, r. Istituto Lombardo- Feneto de'
Sordo-Muti, al chiudersi dell'anno ^co-
/<j.s7;coi 858, Milano i. r. stamperia 1 858.
E la Civiltà Cattolica, serie 4''> *• 2, p-
347 dà contezza de' Cenni suW Istituto
di^ Sordi- Muti dello Stalo Pontifìcio, r-
sistenle in Roma presso le Terme Diocle-
ziane, Ruma i858; e del Regolamenln
interno dell' Istituto de' Sordi- Muti in
Roma, ivi i858. — ^o. Scuola per le
Sorde- Mute a ss. Giuseppe e Fidenzio.
Ebbe principio nel 1882 sotto la dire-
zione del sullotlalo d. Antonio Provolo;
ne presero poi cura le canosse figlie dellti
Carità, come accennai nel n." 28. Alcune
pi.e duine provvedono al inantenimcnlo
VER
delle 8 povere allogate a con villo in una
. vicina casa, cioè quanle etano nel 1 838,
I alla quale epoca due erano l'educa-
trici e 17 le ammesse all'islruzione. =
III. Slabilimcnti di sola islruzione. =z
^K, 4i' Iiiiperiali regie saiolc elcmcnlori
^m maggiori maschili a casa Pellegrini. I-
sliluite nel 1821, un anno dopo conla-
vano 349 alunni, indi crebbe il numero
quasi del doppio. Sono divisi in 4 da'si,
oltre alla scuola di disegno, e quella per
gli artisti la domenica in numero di 1 Sy.
Vi è un direttore, un catechista, e 9 isti-
tutori. Questo e il seguente istituto so-
no stipendiati dalla sovrana munificeu-
«a. La comune aggiunge lire 6,356, pel
(ìlio de'locali. Nel i838 erano gli educa-
tori I i,i maschi ammessi all'istruzione
628. — 4^' Imperiali regie scuole eie-
menta ri maggiori femminili a' ss. Apo-
stoli. Aperte nel 1828, divise pur queste
in 4 classi, le dirige un ispettore e un ca-
techista, e nel I 838 coniavano 2 educa-
tori, 4 educatrici, e 2o3 femmine am-
messe air islruzione. — • 43. Scuole ele-
mentari minori maschili a ss. Naza-
rio, Stefano, Bernardino e Luca. A
n)iiggior comodo de' giovauelti degli e-
sliemi lati della città furono istituite, e
sono a carico del comune. E' qui com-
presa la scuola elementare israelitica. E-
ducalori 7, maschi ammessi all'istruzio-
ne 25o.— 44- Ginnasio Comunale a
s. Sebastiano. Dopo la soppressione de'
gesuiti seguitarono pur tuttavia le scuole
in questa loro casa stipcodìate dal comu-
ne. Ristabilito il benemerito ordine da
Pio VII, sino dal i83o il municipio invi-
tò i medesimi gesuiti, siccome celebri e-
ducalori della giovenlù, a ripigliarne la
direzione, indi a' 20 settembre i838, il
consiglio comunale deliberò la cessione
del ginnasio a'gesui li, assegnando 84,000
lire pel restauro della casa, e lire 4^00
d annua dote. A tale epoca erano gli e-
ducatori 8, gli ammessi all' islruziono
192. Il Malfei racconta, ch'era magnili-
':a r idea della facciala della chieda di s.
VER ifjc
Sebasliano de* gesuiti ; essere del loro p.
Pozzi il disegno del sontuoso aliare mag-
giore, del Marinali vicentino la grande
statua nel n»ezzo, ma delle 8 colonne di
rosso di Francia, commendate dal nome,
due rimangono nascoste. Dtdie due co-
lonne dell' altare di s. Sebasliano, del ve-
ronese mischio di brenlonico, si conosce
facilmente come Verona non manca di
marmo eguale per ogni conto alla bellez-
za de' marmi antichi. Avverte il INIulFei,
che non sono di muro le parti architetto-
niche del tempio, benché tali compari-
vano per esseie imbrattate da'muralori
con quella tinta, essendo tulle di buona
pietra. La pala di s. Ignazio, la disse del
Balestra, la prossima del Ciguani, il s.
Francesco Saverio sentbrare flel Ccippa,
il 8. Sebastiano è beli' opera del Crenla-
na. Opera stimala era quivi, anche pri-
ma fatta in tavola nel i5o7 ùa Bartolo-
meo Montagna, che altri dice veronese,
altri vicentino. 11 soUìltu è di due forestie-
ri. De'<|uadri incassali nel muro in allo,
principiando a dritta dell'altare graiide,
e proseguendo intorno, gli autori a tem-
po del Malfei erano cos'i disposti: lìide-
stra,Drentana, Giù. Ballista bellotti, Car-
lo Salis, Torelli, Tiepolo, Odoardo Peri-
ni, Torelli di nuovo. Santo Prunati, Do-
rigiù. Di questo sonoancora tulli i chiaro-
scuri sollo, e del Balestra è il bel quadro
sulla porla. Allorché il dotlod.vSchlor det-
tava il suo magnifico scritto intorno a
Verona, quivi era di fresco, dopo s'i lun-
ga stagione, tornata ad avere stanza la
veneranda compagnia di Gesù. Perciò e-
gli volle offrire ancora a lei una pagina,
calda di religioso affetto, in cui ramme-
mora come ne' pelli de' buoni veronesi
vivesse da gran pezza accesissiaio il ile-
siderio di riaver la compagnia tra loro;
e come alfine, perla pia laighezza del no-
bile e saulo sacerdote d. Pietro Albertini
ciò ai fosse recalo in opera nel 1837 con
somma letizia del clero, della nobiltà e
del popolo tulio, tenerissimi de' gesuiti.
Poscia pubblicò la Gazzetta di T'erona^
192 VER VER
e riprotlosse n p. 100^ il Giornale di e il lavorare occupa lutto il leu»po loro,
Roma del i85i.»» Verona apre il cuore iì che nulla ne rimane all' ozio e a'giuo-
a liete speranze. I rr. pp. della Compa- chi pregiudizievoli : nelle feste passano
gnia di Gesù il dì 2 5 correnle ottobre buono spazio del giorno nella chiesa, e il
hanno istituito il noviziato in questa cit- resto spendono in ricreazioni innocenti,
tà (ossia casa di probazione), nei conven- e ciò sempre sotto 1' occhio de' religiosi
lo di s. Giorgio, eh"" è propt ietà ilei rev. maestri e maestre, i quali non che punto
d. Alessandro Ferrais, rettore della cine- ttnbare quel loro fanciullesco sollazzarsi,
sa, a cui è quello attiguo. Tutti quelli, con savie industriosi modi il fanno loro
che non hanno le traveggole agli occhi, più grato. Eziandio nelle pubbliche sc\io-
the giudicano con cognizione di causa, e le d' insegnamento, le (|'.iali son pure ila
senza lasciarci trasportar da passioni, ne ecclesiastici governale, non s'iia miuovsol-
godono in sommo grado, e pregano il lecitudine del buon costumeepielàdei^Ii
Ì5Ìgnore che l'inclita Compagnia, uno scolari, che della diligenza e avanzamen-
de' principali propugnacoli di s. Chiesa, to loro negli sludi, De'privati istituti poi
possa fra breve ricondursi ne' suoi pri- hawene molti chea prima condizione
mieri stabilimenti. Fiallanto sia lode al- dell' ammeltei vi i fanciulli richiedono in
l'ottimo rettore sunnominato, che, come essi una provata savia condotta, e quindi
nel 1848 quando fu iniquamentedisper- stampano quasi di per se questo bel di-
sa la Compagnia di Gesù, a braccia aper- stinti vo sulla gioventù che li frequenta,
te, e di lutto cuore, accolse i rr. padri, e la quale sente in tal guisa spronarsi a vir-
a quantipotèdie'alloggio inquelconven- luosa etnulazione. » Sì : ima vita tuli.»
lo, così ora aggiunse ivi loro tanlodi luo- confoime a'piincipii della cristiana fede,
go da poter essi piantare una casa prov- è lo scopo principalissiuio cui qui si mira
visoria di noviziato ". — /\.5. Scuola di e .s' agogna nel collivamento della gio-
pillili a alla Gallina. E' diretta dall'ac- venlù. berciò fin dall' età puerile s' av-
cadetuia di pittura, fondata dalla repub- viano i fanciulli alle pratiche di divozio-
blica veneta nel 1 764. Agli alunni vengo- ne, alla preghiera, all' usar frequente al-
no dati4premi, ed unodi lire 24operun le chiese, e innanzi tutto ai confessarsi
quadro di concorso. La conìuiie soccorre spesso; anzi per la più parte de' giova-
questa scuola con annue lire 290:72. E- netti si celebrano ogni festa nelle varie
rano neh838 gli educatori 21, gli am- congregazioni ed oratorii i divini uflizi
messi all'istruzione 20. Ecco poi come con appropriata pompa e divozione. lu
r accmato vagheggiatore di Verona d. questi oratorii e mercè de' catechismi
Schlòrdescrivcreducazionedellaverone- della dottrina cristiana sì eccellenlemen-
fee gioventù. Forma in Verona anzi tulio te condotti, a'quali tanti e sì ragguarde-
il punto luminoso de'molteplici sforzi che voli laici studiano di cooperare, la gio*
ivi si fanno di cristiana filantropia l'è- venlù ammaestrasi nei miglior modonel-
Uucazione della gioventù, la quale è qua- le cose di religione, e difendesi da (|ueiri«
si esclusivamente aflidala alle mani del gnoranza, la quale altrettanto che il ba-
derò e delle congregazioni religiose. L'è- gliore di sapienza fallace, è madre feconda
ducazione, le scuole e le altre varie isti- di miscredenza e di vizio. E quando anco-
tuzioni quivi non sono ristrette al suoeiu- ra in tra v venga che le i)ollenti passioni e le
dimenio; ma invece la tendenza loro è di* occasioni reespengano poscia in parecchi
retta a formare nomini utili o dabbene al- questo spirito di religione, resta tuttavia
lu Chiesa e allo Stalo. I fanciulli, special- per consueto I' esteriore almeno di lei,
mente della gente povera, stanno quasi restano (juelle divote pratiche cui l'ani-
tuUo il dì nella scuola, ove l'apprendere ino si assuefece da' primi aani, ed iu
VER
ispecie la conf«ssione,inercè la quale age-
vole è il rilevarsi a bontà di vita". Gran-
de è adunque il vantaggio dell* insegna-
re, come in Verona si fa, hi religione e la
pietà non in modo puramente teoretico,
nia eziandio praticamente, e che questo
insegnamento si continui sempre di poi
anche all'età virile. Itnperocchè gl'istitu-
ti de* così delti oratorii e della dottrina
cristiana, le religiose confraterni te, le spe-
ciali feste delle varie compagnie, oorpora-
rioni e collegi, dal popolo più volgare in-
fjnoa'grandijSono mezzi eUlcacissimi on-
de eccitare i vari ordini a certi esercizi
di pietà, e stringerli fra se in dolce con-
cordia; mentre d' altro lato porgono al
clero bella occasione d' indirizzare a'fe-
deli, giusta la condizione e il bisogno di
ciascuno, la parola di salute. Ciò che a
scienza profana s'appartiene, in Verona
se ne insegna meno, ma la s'insegna più
solidamente. Si veglia più distréttamen-
te che altrove sulla lettura de'libri. wAlla
pubblica moralità gli ecclesiastici e singo-
larmente i parrochi ha n l'occhio sempre
inteso: i concubinati sono prestamente di-
sciolti, o sanati con maritaggi : giovani e
donne di vita vagabonda e scorretta sono
consegnati al clero perchè li rimetta in
iria; i poveri sovvenuti abbastanza d'aiu-
ti, la cui convenevole partizione è in ma-
no similmente al clero; ma al tempo me-
desimo confortati e stretti ni lavoro, al
frequentar delle chiese, al buon alleva -
mento de' figli. L' autorità civile opera
d'amichevole intelligenza con la eccle-
siastica ; e guarda ue'confini della decen-
za i pubblici interteuimenti, a'quali Ve-
rona non è d'altro canto soverchiamente
inchinevole". Dunque mi sarà lecito ap-
plicarle l'aureo molto della Ciiùltà Cat-
tolica : Beala!} populus, cuius Domi-
lìus Deus eius. L'istituto del benefico d.
Mazza dall'egregio Schiòr si quaWlìcò del-
la provvidenza, opera puramente fonda-
ta da Dio e sorretta da Dio; la pili bel-
la e la pili sublime di che Ferona ah-
hia in rispetto religioso a gloriarsi ;
VOI. xciv.
VER 195
splendido argomento della forza mira-
bile della fede. Egli tocco da tenera pie-
tà verso i fanciulli poveri, tra' quali si
trovano sovente degli assai buoni inge-
gni, perchè Dio sparge i suoi doni senza
distinzione di ceti, li raccolse, mantenne
e istruì, per loro accattando la sussisten-
za. Ebbe da virtuosa donna una casa e
vi allocò il suo nascente istituto d'educa-
zione. Or la fiducia illimitala ch'egli,
non altiimente che il vicentino s. Gaeta-
no, ripose nella divina Provvidenza, ope-
rò sì che mai smarrì d'animo, benché
dovesse provvedere a'bisogni di 3oo gio-
vanetti. Egli però diceva, nella semplici-
tà della viva sua fede: // ricettare i po-
veri fanciulli, guest' e opera mia; ma il
sostentarli, e- cosa, 0 mio buon Dio, die
tocca a voi. Fu per questo, ch'egli era a
Verona cagion di meraviglia e di venera*
zione. Faceva applicare i suoi allievi agli
studi nelle scuole pubbliche del semina-
rio, per l'umane lettere e per la filosofìa;
indi gli avviava alle belle arti, sia alla teo'
logia, sia alla medicina, sia alla giu-
risprudenza, lasciando loro in tulio libe-
ra r elezione dello stato. ]Nè minore fu
la paterna sollecitudine per le ragazze
indigenti, facendole esercitare da discre-
te donne ne' lavori propri del sesso, e
specialmente istruendole nel governo pra-
ticoedomestico della casa ; quelle di mag'
gior capacità ammaestrandole a cose più
diincili, di lavori e mestieri; il tutto ac-
compagnando colle pratiche religiose, a-
vendo a cooperatori zelanti ecclesiastici.
:= IV. Scuole private a mercede. = i ."
Elementari maschili. Da maestri paten-
tati, in ciascuna scuola deve essere uu sa-
cerdote che ne diriga l'insegnamento re-
ligioso. Nel i838 erano gli educatori 5o,
gli ammessi all'istruzione 6S2 maschi. 2.°
Elementari femminili. Da maestre pa-
tentate, con un sacerdote catechista. E-
ducalrici 87, ammesse all'istruzione 8 10
(ttìMXì'iae. 3." Ginnasiali. I maestri sono
obbligati a condurre i loro alunni per
gli esami semestrali al regio o al comu-
i3
194 VER
naie ginnasio. Educatori -'), ammessi al -
l'isti uzione 1 8 maschi. 4" Ripftitoridifi-
losojia^ fisica e. matematica. Erano due
e ripetevano a' giovani e spiegavano le
lezioni del corso filosofico. 5.° Privatisti
del corso legale. Per grazia sovrana ad
alcuni giovani si concede percorrere il
corso legale della università nella pro-
pria patria sotto la guida di privati mae-
stri. A Verona due ebbero la patente, di-
stribuendosi fra loro le materie dell' in-
segnamento, sì che r uno tratti le filo-
sofiche politiche, e l' altro le positive-
giuridiche. Gli esami però debbono farsi
aM'universilà. Maestri 2, e i 2 studenti.
6." Maestri di belle arti. Maestri in iscul
tura 2, e in pittura io; d' ornato 5. Stu-
denti e dilettanti sopra i6o. Da qualche
anno è istituita una pubblica esposizio-
ne. Anche la musica è coltivala congran-
de autore io Verona. De'maestii di pia-
no-forte se ne contano io, con 2 3o sco-
lari: i dilettanti saranno fra tutti ben
8oo, cioè uomini 3oo, donne 5oo, con
circa looo piano-forti. Suonatori d'altri
stromenli, artisti e maestri 5o, dilettan-
ti 320. Quanto a musica vocale artisti
5o, dilettanti loo. = //. Quadro: E
ducazione cristiana della gioventù, ve-
ronese, cioè delle scuole della dottrina
cristiana. Si suddivide nelle i5 parroc-
chie, nelle chiese sussidiarie e negli ora-
loriicheenumerai superiormente, e in di-
versi istituti, parimetjti descritti. I ma-
schi e le femmine che la ricevono sono
classificati avanti e dopo la comunione,
col numero loro complessivo, e quello dei-
la popolazione nel i838 ascendente a
51,570, divisa per parrocchie. = ///.
Quadro: Ricreazioni cristiane ne' giorni
di festa pe' giovani e le giovani. In ogni dì
festivo dopo le sagre funzioni pomeridia-
ne della parrocchia, i giovani di ciascun
oratorio, accoa)puguati dal direttore sa-
cerdote, e da'chiertci assistenti, sono con-
dotti in gran parte i\\ Campo Fiore, o in
qualche orto, n comune sollazzo. Nella
iuveraale stagione hanno anche la sera
VER
trattenimenti di giuochi, o recite, o can-
to. Il numero de'giovani che intervengo-
no a queste diurne e serali ricreazioni è
un 3.° circa minore di quello notato nel
^."quadro. Anche rullunogiornodicar-
nevale si passa da* giovani degli oratori!
in allegrezza innocente: vengoiiocondot-
ti da'4oa'70 per ciascun oratorio in qual-
che suburbaua villa, dove hanno pranzi
e giuochi. Le giovani raccolgoosi in 7 isti-
tuti femminili, pure al dopo pranzo del-
le feste, dove in mezzo a onesti e lieti ri-
creamenti, ricevono dalle buone religio-
se cosà pei' via di familiare conversazio-
ne ottimi esempi e consìgli di virtuosa
vita, e in un di civile coltura. Il numero
delle giovani racculte è anche maggiore
negli ultimi giorni di carnevale. A me pa-
re che questo sia il luogo per far cenno
di quanto altro scrisse d. Schiòr, dell'i-
stituzione pel buon coltivamento de'gio-
vanetti, detta degli oratorii, la quale già
introdotta da s. Filippo Neri , non pure
sta in fiore in Verona presso la congre-
gazione de'pp. filippini, egli dice, ma e-
ziandio in tutte le parrocchie, e io alcuna
altra chiesa della città; e pel gran van-
taggio che se ne ritraeva si andava dila-
tando eziandio ne' luoghi e villaggi de'
dintorni. Dopo averne descritta l'iiulole,
{eleggi, i divoti esercizi, le opportune ri-
creazionie gli effetti meravigliosi che ne
derivano, conclude in questa forma.» Per
le cose or narrate, non è possibile a
disconoscere il grande utile che gli ora-
torii dtlla gioventù, sotto il governo di
zelanti sacerdoti, partoriscono alia socie-
tà cristiana e civile, come pur la sperien-
za il pone fuor d'ogni dubbiezza. Peroc-
ché gli allievi degli oratorii si distinguo-
no da per tutto d'infra gli altri per la so-
da conoscenza che hanno della religione,
per la costumata loro condotta e la pie-
tà, pregi cui per consueto serbano ezian-
dio maturando negli anni. E frutto di ta-
li istituzioni tener lontano ne' dì festivi
r ozio , i giuochi ed i sollazzi coi rompi-
lori dell'auiiua, le male compuguie, ed
VER
alhj guasti che troppo spesso e assai per
fempo all'età giovanile sì appiccano. Sen-
za che, viene in questa guisa allevandosi
una scelta mano di giovani, i quali ser-
von d'esempio ngli altri, e a bella imitazio-
ne gl'mtlucono". == IF. Quadro: Rias-
suntivo generale dimostrante lo stato at-
tuale della istruzione in Verona, i . Sono
notati gli studenti secondo le diverse ma-
terie dell'insegnamento, comprese le fem-
inine, e secondo la diversa maniera de-
gl'istituti: numero degli educatori e del-
l'educatrici, e numero totale degli stu-
denti d'ambo i sessi. 2. Lo stato attuale
della beneficenza. 3. La spesa annua per
le opere di beneficenza e istruzione; cioè
per la beneficenza sola lire 4^6,6 1 4; per
la beneficenza e l'istruzione lire 487,286;
per l'istruzione sola lire 53,22 1 : totale
lire 997, 1 2 I . I santi e leggiadri futli fin
qui narrati, co' quali i benemeriti sa-
cerdoti Giuliari veronese eSchlor tede-
sco intrecciarono, quasi come tanti elet-
tissimi fiori, olezzanti edificazione, per
trari)e imitazione, un non caduco ser-
to a fregiarne Verona, insieme olfrono
q chiunque del vero bene degli uomini si
fa sollecito, materia di gravissime con-
siderazioni. L' alemanno scrittore, che
SI alto allogò i suoi pensieri, sul finir dei
suo libro disse più cose in onore e con-
forto dell'Italia, e quasi restringendo in
un tutto il nerbo delle cose discorse, sem-
bra intenda dare una profonda lezione
alta sua Germania, e cerchi riscuoterla e
destarlaallarimembranzade'religio^ìsuoi
bisogni, massime sulla giovanile educa-
zione cristiana, da cui solo la Chiesa e la
patria ponno promettersi santi e idonei
ministri, e cittadini religiosi e dabbene.
» Da quanto siamo iti narrando,allri ver-
rà di buon grado nella credenza, che il
popolo di Verona va di ciò debitore in
grandissima parte al suo clero".
Disliiiguesi ed è rinomata Verona an-
che per le superstiti antichità, meravi-
gUosi avanzi di sua vetusta grandezza,
che lioprav vissero airiogiuiiu de'secoli,
VER 195
deplorando MalFei la perdita cleirantica
teatro, i cui grandiosi avanzi negli ultimi
anni furono disotterrati, e probabilmen-
te l'avrà pure celebrato nel suo libro,
De teatri antichi e moderni ttrattalOyV e'
rona i 753,pressoAgoslinoCa vattoni; non
che il palazzo del re Teodorico, la sepol-
tura del reAlboino, eie pitture nominate
da Raterio nel X secolo. Anche dell'altro
insigne veronese Onofrio Panviniosi ha,
Antiqiùtatum Fe/'0/ie«*/*«w,lypisFram-
botti, Patavii 1647. Comincerò col Maf-
fei dal Museo d'iscrizioni, le quali tra tut-
te le spoglie rimasteci dall'antichità, so*
no quelle che più insegnano, siccome as-
sai più parlano di tutte le altre; laonde
nìun genere di monumenti meriterebbe
più d'essere conservato e custodito, ben*
che nitin altro è stato più miserabilmea-
te dissipato e negletto, e ciò per non a-
ver pregio se non dall'erudizione e pres-
so i dotti. Giacenti qua e là abbandona-
te, ed a tuttoesposte, fatalmente sono sta*
le dalla gente comune per diversi usi a-
doprate come l'altre pietre, singolarmen-
te nelle fabbriche, infinite essendo le get-
tate ne'foiidamenti, o sottratte in altro
modo e consunte. Si trovò però in Ve-
rona ne'primi del secolo passalo chi cu*
rò la conservazione delle lapide che vi ri-
mangono, e di raccoglierne molte disper*
se in remoti luoghi, acciò si potessero go-
dere e studiare. Per assicurarle, invece dì
cacciarle in esilio con altre antichità, nel*
le ville, come biasimò Plinio, s'incastra*
rono e fermarono io muro, ed in edifizio
di pubblica ragione per la loro sicura con-
servazione. Non potea per tal fine miglior
sito desiderarsi del recinto oh' è dinanzi
all'accademia filarmonica. Colle iscrizio-
ni, vi si accoppiarono pure i bassirilievi
per nobilitarne la raccolta. Moltosi distin*
sero tra gli altri, per quantità d'iscrizio-
ni e bassirilievi offerti, il marchese Ora*
zio Sagramoso, i conti Torri e il conte
Daniele Lisca. Oltre i veronesi, vi con-
tribuirono diversi patrizi veneti, con sin-
golari monumenti greci, alcuni contri-
196 VER
buendo pure nella spesa della collocaxio-
ne. Sì disposero per classi , cominciando
la I .' serie colle greche. Madei ne rimar-
ca i pregi, descrive i bassirilievi e l'illu-
stra anco con (avole. Delle latine sono la
I.* classe le votive. Vengono appresso
l'imperatorie, seguono le militari, indi le
notabili per dignità e magistrati ; poscia
alquante spettanti a giuochi e spettaco-
li, e per fine le sepolcrali, mischiate in o-
gni parte a bassirilievi attinenti. Oe'mu-
sei di privata proprietà, insieme alle gal-
lerie, più sopra ne parlai. D'avanzi di ma-
gnificenze romane Verona ne ha conserva-
to maggior copia di qualunque altra città,
eccettuando Roma. La collina di s. Pietro
è tutta sparsa di pezzi e,di vestigi d'anti-
che fabbriche, nta i disegni pubblicati in
altri tempi, con sontuosi prospetti rap-
presentando meravigliosi edifizi, princi-
palmente col nome dì Naumachia, sono
capricci e ideali invenzioni. Conservate
lapide assicurano che in Verona fu il
Campidoglio, e da uno scrittore deliSoo,
che così chiamavasi ancora quel sito , ci
insegna che dal Campidoglio veronese fu
prioja occupata la piìi alta parte del col-
le; cioè da edifizio che comprendeva più
cose e diverse, come in Roma, quasi un
castello formando. Alcune lapide hanno
indicalo, che nella sommità vi fosse pure
un tempio. Nel sito medesimo fu poi il
palazzo edificato a Verona e abitato da
Teodorico, 1.° fondatore del regno d'I-
talia. In esso fece parimenteresidenza A.U
boino i.°re de'longobardi, che nell'istes-
80 luogo ucciso fu anche sepolto. Quivi
nel 902 fu preso da' soldati d i Beren-
gario I l'imperatore Lodovico 111 (o
IV ), che altresì vi dimorava per l' a-
menità e fortezza del luogo. Ma gli an-
tichi avanzi sono sparsi dal basso al-
Talto, che senza dubbio sono tutti o del
Campidoglio o del regio palazzo. La co-
sta a' tempi romani ebbe ancora sul
sinistro fianco un sontuoso teatro. Degli
antichi archi de'ponli [>arlai in principio
«altrove. Opere di raurai-(;ticolute,avaD-
VER
zi d'antichi e anche superbì edifizi non
mancano in varie parti. Fra gli edifizi
che occupavano il colle, non è inverosi-
mile fossero terme, cioè bagni pubblici:
alcun fonticello sanissimo che ne zauipil-
la ancora, ossia a tempo del MafTei; il fiu-
me vivo che scorre a piedi; alcuni tubi
di metallo trovati già in poca distanza ;
l'apparenza di camerette, e l'essersi let-
to in Giovanni Diacono dal Panviuio ,
che Teodorico fece terme, e riparò in
questo luogo un acquedotto, ponno for-
tificare tal congettura. Ma teatro fu an-
cora nella sinistra parte di questo colle,
colla solita industria degli antichi di va-
lersi con molto risparmio di spesa del pie
d'alcuna collina, collocandovi sopra la
gradazione dell'uditorio. Di questo tea-
tro cadde una parte verso la une del IX
secolo; per la qual cosa il re Berengario
I neir895 lasciò un rescritto pubblicato
dal Saraina, in cui si dice, ch'essendo pre-
cipitata per la gran vecchiezza del mezzo
Circo, che soggiace al castello, con morte
di presso a 4o persone, e con ruina di
alquante case, si permette d'atterrare
preventivamente e disfare questi edifici
pubblici che fossero pericolanti, e con ter-
rore del popolo. Il nome di mezzo Circo
dato in quel tempo oscuro, indica il se-
micerchio de'gradi per gli spettatori. Ne-
gli ultimi anni dello stesso Berengario I,
il veronese Giovanni vescovo di Pavia
donò all'oratorio di s. Siro, da lai quivi
edificato, alquanti /Ircovali ed Arcavo-
liti ad esso vicini, donati a lui dall' im-
peratore Berengario l,con che intese ar-
chi e portici stati già del teatro. Alcuni
più considerabili avanzi erano nella ca-
sa sulla piazzetta del Redentore , cioè
pezzi grandi di 3 archi simili in parie a
quelli dell'Arena; per questi è che disse
il Palladio, parlando del teatro di Veru-
na,come nel basso fecero tanto grossi i pi-
lastri, quanto era il vano. Esistono pure
altre reliquie del teatro, che per la gran
trasformazione seguita in tutto il silo,
sembrava impossibile al Malici polcisc-
VER
ne cavare la precisa pianta, la quale pe-
lò pe' memorali scavi si sarà formata. I
dotti francesi, nell'opere d'antichità, dau"
no per esempio di colonne doriche senza
base, il teatro di Marcello in Roma e quel
di Verona. Fra le meraviglie che sussi-
^slono in Italia della romana magnificen-
^ba, il grande Anfiteatro di Verona è fur-
^■«e la più bella e la più grande, e se non
la più antica, certo almeno la meglio con-
*ervata,anzi l'unico che si conservi intatto,
meno il recinto di cui non resta che pic-
cola parte, esagerandosi niente meno ca-
pace di 5o,ooo e più persone secondo al-
cuni, o più probabilmente di 1/^,000 al
dire di Saraina. Infinite volte descritto,
malgrado le ricerche de' dotti , 1' epoca
della sua origine e fondazione è incerta;
non si hanno indizi, e neppur fondate
congetture : solo si sa non esser egli più
antico d' Augusto, né più moderno di
Traiano, per quanto dissi nel ragionare
degli Anfiteatri e del loro uso, nel voi.
LXKllI, p. 240 e seg. Perchè prima dei
Cesari , edifizi di tal genere non furono
mai fabbricati, per quanto consta dalle
storie; e a' tempi di Traiano si trova
menzionalo quest' Anfiteatro da Plinio il
Giovane, '\\ quale da alcuni si crede con-
temporaneo di queir imperatore. Tulle
le indagini degli eruditi non giunsero a
scuoprire più in là, e lo slesso veronese
MadeijChe vi spese intorno non poco tem-
po e dottrina, non diede che vaghe ed
incerte supposizioni, quasi attribuendone
l'erezione a Domiziano o a Nerva, od al-
lo stesso Traiano, come gli attribuiscono
alcuni, ma non pare per quanto dirò con
esso. Del pari è ignoto il nome dell' ar-
chitetto, non potendosi dar fondamento
alla volgar tradizione che vuole farne au-
tore Vitruvio, del quale bisogna pure ri-
portarsi alla tradizione circa la patria e
l'epoca in cui vìsse. Il marchese Maffei
nel t. 5 della Verona illustrata ci die'
un magnifico trattato Degli Anfiteatri e
singolarmente del P^eroncse, con tavole
e sue parli architettoniche, piante e spac-
VER 197
cali, velarlo e medaglie, una delle quali
esprimente Verona. In origine fu co-
struito l'Anfiteatro di Verona fuori del-
le mura della città, ed in essa in seguito
fu compreso , nel recinto di Teodorico
nel i.° quarto dei VI secolo, come lo è
il Flavio o Colosseo in Roma. Questo
chiama incomparabile, esemplare di tut-
ti gli altri Anfiteatri, il più superbo e il
meglio inteso edificio del mondo, doven-
dogli cedere anche le piramidi ed i mau-
solei, e dover la fama parlar di esso solo
per lutti gli altri. Con quanto si spese per
edificarlo, si sarebbe potuto fabbricare
una città capitale (certamente eh' è 1* e-
difizio più grandioso che la mano del-
l'uomo abl)ia innalzato per meravigliare
il mondo. £ il principalissimo monumen-
to dell'archilpllura antica). L' Anfiteatro
di Verona dal Maffei non si crede fatto
né da Augusto, ne da Massimiano, ma
dalla repubblica di Verona;perònon mai
avanti al romano Flavio. Egli crede che
già sotto Gallieno, che regnò dal 260 al
268, non solo erasi fatta l'Arena di Ve-
rona, ma erasi cominciala a disfare, forse
per difetto de' fondamenti, onde venne
restaurata. Alla predilezione de'veronesi
per questo monumento, insigne e ammi-
rabile per architettura, doversi la sua in-
tatta conservazione, tranne il recìnto, di
cui sussiste soltanto un tratto di 4 archi
ripetuti in 3 ordini. Il materiale, si nel
recinto,come in tulli i pilastri, archi, por-
te, gradi e scale interiori, è duro marmo
veronese, parte rosso e parte bianco, del-
le cave, per quanto credono i più, di
Grezana distante dalla città 7 miglia. Il
lavoro è rustico, ma grandioso, di troppa
maggior opera sarebbe stato l'appianare
e ripulire le pietre vive, che il traverti-
no in Roma , di cui formasi il Flavio.
L' ordine architettonico in tutti i 3 pia-
ni è toscano. Le parti lavorale, cioè il so-
praornato del 3.° piano , i capitelli e le
cornici degli altri due sono di bianco; il
restante regolarmenleèdiro8so,il che do-
v«a fare agli occhi un accordo mollo gra-
198 VER
xioso. Le scale ÌDteroe, e i gradi ancora ,
si vede da quel che ne avanza ch'eran di
rosso. Le pietre vi furono usate mollo
grandi, formandosi col pezzo istesso,clie
con le teste viene a fare fuccia di parte e
ed'altra, tutto il fondo de'pilastroni.Nou
furono disposte regolarmente, ma senza
cura d' eguaglianza e di corrispondenza
fra loro. In tulio il recinto, e cosi nelle
parti interne, che son di marmo , non si
vede usata mai calcina o malta, ma com-
messe le pietre senza intriso di sorte al-
cuna. Si combaciano ben^ì perfetlatneu-
le, e son collegnle insieme , nelle volle
degli ardii con perni o chiodi, nelle parti
rette con chiavi di ferro, cioè arpesi. Uso
deirAnlìtealro si fece da'veronesi mollo
frequente, di che indizio grande è una
pietra dalle funi del velario incavata, e
«i prova per 3 insigni lapide esistenti. I
gradi dell' Anfiteatro veronese , dice il
Maflei , non ammettono più di 22,000
persone (altrove lo dice capace di 5o,ooo
spettatori ; quanti ne contenne a' nostri
giorni lo riferirò a suo luogo); mentre il
romano, egli ritiene non poteva capire
che da 34,ooo persone, e che le altre a-
viauno avuto luogo alle parli aite e sui
gradi che non si vedono, poiché altri dis-
ici 0 ricevere il Flavio 70,000 persone,
altri avere 87,000 luoghi. Solenne spet-
tacolo anfìteati ale »i celebrò sotto Tra-
iano in Verona, per liberalità d'un per-
sonaggio detto Massimo. £i lo die' per
onorare la memoria della defunta moglie,
ch'era veronese, e per gratificare i vero-
nesi, da' quali era riverito ed amato , e
qual veronese per adozione. Per questo
épettacolueranodestinale moltissime pan-
tere, quali per le tempeste di mare nuu
giunsero d' Africa a tempo. D'ultra cac-
cia di fiere n'é rimasta memoria iu una
iscrizione, lasciata per testamento da Li-
cinia, oltre il doversi fare una statua a
Diana, e che si facessero salienti u tubi
da condurre ac(|ua, o forse per far salire
eoo artifìcio dui fondo dell' Anfiteatro si-
no alla citila liquori odorosi, che eoa
VER
ispar&ioni si spandevano nell'aria in mo-
do di minutissima pioggia. Tale donna
ordinò pure che lo spettacolo si celebras-
se in nome del figlio, ed a lui se ne des-
se l'onore. In Verona, oltre il pubblico,
erano altri ludi, come in Ruma, cioè scuo*
le per addestrarsi nell'Anfiteatro. L'anti-
che storie e l' iscrizioni scoperte nell'An-
fiteatro, mostrano assai chiaro quale uso
ne facessero i veronesi, e di quali spelta-
coli egli fosse l'arena. Si su d'un gliidia-
tore che vi combattè 27 volle, dal che ri*
levasi quanta fosse la frequenza di sif-
fatti spettacoli. L'ultima notizia diesi ab-
bia di popolo ivi radunato sotto la do-
minazione romana, risale all'anno 3o4,
in cui tutta la cillù accorse al principio
del martirio de'ss. Fermo e Rustico. Vi
fu pure condotto s. Procolo, ma contro
di lui non volle Anolino incrudelire. Po-
co dopo i giuochi gladiatorii furono mo-
derati, ridotti a spettacoli e quindi aboli-
ti; e gli Anfiteatri, almeno ne'primi an-
ni del VI secolo, andati fuori d'uso,
caddero naturalmeute in rovina. Ne'tem-
pi di mezzo, (|ueslu Anfiteatro servi a
diversi uflìzi. Sotto il nome di Laberiu'
lo trovasi ricordato nel Ritmo Pipinia-
to, che contiene la descrizione di Verona,
in sul principiare del IX secolo, quan-
do Pipino re d'Italia fermò stanza per
qualche tempo iu Verona: al poeta che
l'appellò con tal vocabolo, sembrò l'An-
fiteatro un Laberinto, per le molle scale
interne, e le varie e oscure vie, ed i repli-
cali e circolari corridori. Presso i vero-
nesi fu più comune e costante il denu«
minarlo Arena. Poiché con tale antico
vocabolo fu chiamato ogni Aiifiteutro,
per l'uso di spargere di «abbia il suolo,
adinché non isdrucciulassiero i combat-
tenti, e perché il sangue ne restasse ad-
sorbito. L' Ì!>lesso nome si die' al Circo,
di cui ragionai nel luogo citato, anzi ad
ogni luogo di certame: si copi ivu d'are-
na anche il Foro, quando vi dovevano
pugnare i gladiatori. Poi venne adopera-
lo più d'una volta come fortezze; e si hi
VER
notizia d' un certo conte che vi si (enne
chiuso ti lungo. Di que' lem pi sono corse
uiecDurie eziandio di favole e di roman-
zesche avventure operatevi da Lancellot-
to del Lago e dagli eroi romanzieri: ma
la storia non conservò ricordanza che
de' duelli giudiziari che vi si tenevano
come io campo franco; cioè a que* duel-
li ordinali dal giudice, ne' secoli quando,
secondo le leggi longobarde e V istituto
delle nazioni settentrionali, molte liti si
decidevano col duello, del genere de'cosi
delti Giudizi di Dio [P'.) e Purgazio-
ni {f^^.y A continuare in Verona più che
in altro luogo siffattocostume, dieTomen-
lo senza dubbio il comododell'Aufiteatro.
A tempo d'Innocenzo III (i 198-1216)
fu dui podestà intimato personale duello
a un chierico che avea ucciso un arci-
prete. Servi assai tempo rAnHleatro ve-
ronese di campo franco pe'duelli giudi-
zialmente decretati, ed è credibile che vi
venissero per 1' opportunità e sicurezza
del luogo a combattere anche uomini
d'altre parti, ritraendone il pubblica
della città un diritto, e una contribuzio-
ne, che allogava; traendosi da un docu-
mento che nel 1623 certi Visconti era-
no in possesso del dazio delle porte s.
Stefano e del Vescovo , e dell' introito e
onore dell'Arena per occasione delle pu-
gne giudicate che ivi si facevano, riscuo-
tendo per ogni simile battaglia 25 Lre
veronesi, con obbligo di tener assicurato
il luogo con uomini armati. Non poche
volte servi quest'Arena a'supplizi de' rei,
quasi continuando il costume antico, e
di persone di conto decapitate in essa nei
tempi degli Scaligeri più memorie si tro-
vano. Nel principio del i4oo le volte e
cavità degli archi servivano a stanza di
meretrici,chene pagavano la pigione; uso
abolito solo al principiare del nostro se-
colo,in cui cessò pure la fatai consuetudine
di valersi delle sue pietre io occasione di
nuove fabbriche, come nell'anno 1 364
e nel i4o6. Con tutto ciò una lode nou
può negarsi a' veiunesi, e non comune
VER 199
a' cittadini d* altre città. La storia del-
l'Anfiteatro prova le cure costanti per la
sua conservazione e ristauro, senza ri-
sparmio di spesa fino a' nostri dì. Che
anzi neppure il romano Colosseo (f^.)
fu in questa parte sì fortunato. Pub-
blici decreti per risarcire gli Anfiteatri ,
per la loro antichità , non può vantare
che Verona, e la più antica disposizione
che si conosca è del 1228 , dalla quale
apparisce la premura de' veronesi di con-
servare questo tesoro. Nel 1376 fu or-
dinato tener chiuse tutte le porte del-
l'Arena, che prima stavano aperte, prov-
vedendosi alla sua custodia e decoro.Di-
sposizione rinnovata nel 1 475, con ag-
giunta di penalità a chi movesse di luo-
go alcuno de'gradi, o trasportasse qual-
che pietra. Nel i48o mancava la mag-
gior parte de' gradi, ma nel secolo se-
guente si pose mano a restaurarlo di
proposilo, e nel i545 ottimamente fu
stabdito d' elegger di tempo in tempo
un idoneo cittadiao , perchè attendesse
alla sua conservazione. Ventitré anni
dopo si fece una volontaria raccolta di
denaro cittadino per rifare i gradi o ri-
metterli al proprio luogo. Nel 1579 fa
imposta una gravezza da esigersi per 4
anni a fine di riparare l'Anfiteatro, e st
supplicò il senato veueto onde impiegar-
vi anche una parte delle condanne. Al-
tri simili decreti furono poi fatti più voU
te nel consiglio de' XII e in quello de'L,
che fanno fede del continuato fervore ia
così nobil cura. Tra gli altri nel 1606
fu stabilito di crescere in avvenire due
soldi per lira le condanne pecuniarie
Delle cause criminali del consolato, per
applicar tal somma all'Anfiteatro. Sag-
giamente dopo qualche tempo fu messo
in uso di raddoppiar la custodia e l'at-
tenzione al risarcimento , creando due
presideuti dell'Arena. A tempo di Mafièi
essendo rimessi e perfezionati dal fondo
alla cima i giri tutti pe' gradi , opinava
invitar la gioventù veronese, eia sua fio-
rita e numerosa nobiltà, eccitandola a
aoo VER
valersi qualche volta di quest'unico e
iocoiioparabile campo per far mostra del
suo spirito, e per esercitar suo valore. Il
rinnovar qualche volta ì solenni armeg-
giamenti a cavallo, per si lunga età in*
ternnessi, farebbe godere della più bella
e superba veduta che ammirar si potes-
se; tale senza dubbio alcuno essendo quel-
la dell'Anfiteatro veronese, e coperto di
basso all'alto intorno di spettatori. Si fat-
t^ apparenza supera ogni immaginazio-
ne, ed è l'unico saggio che di presente sì
possa prendere dell'antiche idee e della
grandezza romana negli spettacoli. L'auto-
re reputava non potersi per certo miglior
comodo desiderare, o eccitamento mag-
giore a celebrare di tanto in tanto alcua
pubblico divertimento, in cui virtù aves-
se parte. Nel secolo XVII due Tornei
più degli altri solenni vi si celebrarono
uel 1654: nel i," riportò i! premio mag-
giore il marchese Alessandro da Monte,
poi gran generale. Altre giostre ebbero
luogo nel medesimo secolo, polendosi ar-
guire dalla stampa impressa nel 162^7 ,
in cui vedesi figurata dal vero una gio<
stia d'incontro, colle comparse e i cava-
lieri nell'armatura ed abito che portaro-
tio , con l'armi del loro casato sopra gli
scudi, e i due che con lancie s'incontrano,
separati però dalla sburra, e i rettori ve-
neti che siedono sopra un palco co' giù*
dici e co' premi. E credibile che negli
anteriori tempi molti torneamenti si sa-
ranno fatti; d'uno nel 1222 fa men-
zione il Saraina. A' 20 novembre 1716
si ottenne di potervi eseguire nell' Arena
l'azione della lancia e corsa all'anello,
con nobile apparato, per la venuta in Ve-
jona dell'elcllore di Baviera. Ne diminuì
]a solennità, minuta e ostinata pioggia ,
che tolse gran numero di spettatori. Fi-
gurò maestro di campo il conte Cozza
Cozzi cavallerizzo , che pochi pari ebbe
in sì nobii arte, e da più principi fu ono-
rato e richiesto. Nobdi veronesi fui'ono
i 4 giudici, gli 8 attori e gli 8 padrini. —
Popò l'epoca romana, e le diverse do-
VER
mlnaKÌoni, conquistata dalla repubblica
di Venezia sugli Scaligeri Verona, la città
riposò con tutta l'antica Venezia terrea
stre sotto il dominio e tutela di quella
sapientissima, unica discendenza rimasta
in Italia della grandezza romana e della
libertà, come scrive il MalTei ; veniva sag-
giamente amministrata dal veneto go-
verno da due scelti patrizi , con nome di
vettori e di rappresentanti, e col vecchio
titolo particolare di podestà all'uno e di
capitano all' altro; quegli presiedeva al
civile, questi al militare, ciascuno avendo
propria cancelleria] il loro reggimento
durava 16 mesi, non si cambiavano uni-
tamente, ma alla scadenza del tempo. Si
destinavano dalla repubblica a rettori di
Verona personaggi stati ambasciatori o
altrove podestà, e senatori. Il podestà so-
leva fare ingresso formale, portandosi ac-
compagnalo da' provveditori della città
alla chiesa di s. benone , indi al duomo
e di là in piazza al Capitello, dove rice-
veva lo scettro o bacchetta di cumando,e
quivi sedendo faceva giurare pubblica-
niente a'suoi dipendenti di far giustizia
incorrotta e d'osservare lo statuto, Con-
duceva egli seco la sua corte giudiziaria,
la qual si componeva di 4 asiessori gra-
duati del dottoralo , che secondo 1' uso
antico, per maggior sicurezza da parzia-
lità, doveano essere foraslieri ; uno avea
il titolo di vicario, altro di giudice a' ma-
lefizi ossia al criminale, e due prendeva-
no il nome dal tribunale in cui sedevano,
cioè del Grifone e della Regina. Il pode-
stà conduceva ancora per pubblico servi-
zio un contestabile e due militi, antichi
nomi di que' che presiedevano a'sergeu-
ti, poi detti sbirri, Due nobili veneti a-
venno custodia e cura della cassa pub-
blica, col nome di camerlenghi: due al-
tri risiedevano col nome di castellani nel
Castel Vecchio e nel Castel s. Felice. La
divozione naturalee innata verso il nome
veneto, che sempre Verona palesò sopra
tutte l'altre città del dominio ne'più sna-
brosi tempi, resta va comprovata dal gran-
VER
de e nobile stendardo, che di essa fra tulle
si vedeva pendenle nel mezzo della ba>
iilicu di s. Marco a Venezia con 1' epigra-
fe: Verona fidelis anno mdxxi. il cor-
po e il comune delia città, che secon-
do l'antico uso romano poteva dirsi Re-
pubblica Veronese, veniva l'appresentalo
dal consiglio , che si radunava sempre
con r intervento e presidenza de' rettori.
Questo fu già popolare, come in tutte l'al-
tre città, e si radunava sempre in nume-
ro di molte centinaia. Sotto il domuiio
veneto si ridusse a numero limitato, e si
compose di soli nobili. Erano in tutti
i52, tra' quali non potevano aver luogo
più di 3 d'un casato; ma a tempo del
Maifei, in uiliziu erano solamente 122,
dovendo ogni anno restarne fuori 3o cir-
ca, dicendosi essere in vacanza. I 122
formavano il consiglio pieno , che si di-
ceva di tutto l'anno, e si convocava per
creare i consiglieri nuovi, e in occorren-
za di prescrivere qualche imposizione , o
tl'altro grave all'are: ma de' 122, erano
5o continuamente per un anno in u(Iì-
zio, e gli altri 72 si dividevano in 6 mu-
te, ognuna delle quali a vicenda formava
il consiglio de' XII j ed interveniva in-
sieme con quello de'L perdue mesi. Ogni
anno poi si cambiava, passando i L nelle
mule, e que' delle mute ne' L, ed uscen-
done 3o, per rimpiazzare ì quali si to-
glievano dentro i 3o che erano fuori, e si
suppliva a' luoghi de' morti, o di quelli
ch'erano assenti per ragione di carica,
con riceverne altrettanti di nuovi, ribal-
lottando nello stesso tempo anche i vec-
chi che ritornavano, quali però poteva-
no restare esclusi: con che tenevasi o-
gnuno in soggezione di continuar sem-
pre a meritar la pubblica approvazione.
Con tal orduie e regolamento niuuo re-
titava m consiglio più di 4 anni continui.
Ogni mula avea 3 capi , ch'erano i più
vecchi de'3 ordini, ne'quali si dividevano
i consiglieri , cioè graduati ossia dottori ,
titolali e laici, ch'è quanto dire non dut-
luri, uè titolati. Chi desiderava esser ani-
VER aoT
messo in consiglio dovea prima presen-
tarsi ad una delle 5 compagnie , nella
quali privatamente si divideva il oume-
ro, e da'reggenti di essa e da' voti della
compagnia esser approvato per idoneo e
ricevuto; conchegli restava permesso di
concorrere e di far pratica, cioè d' udi-
ziare tutto il consiglio. Non può negarsi
tutto (|ueslo saviamente ordinato, e pexb
della sola città di Verona fra tutte le sog-
gette del dominio veneto, meritò d'esse»
re riferito e descritto nel corpo delle Ue-
pubblìche stampato dagli Elzeviri, l'or-
dine del governo tratto dal lib.i. "degli
statuti veronesi. Ma non può negarsi, o-
pinò Malfei, che mollo più utile al pub-
blico sarebbe riuscito per più ragio-
ni r uso d' alcun' altra città dello stato
veneto, dove ognuno di nobile condizio-
ne, ch'era in età, ed era stalo una volta
riconosciuto per non escluso da eccezione
alcuna reale o personale, poteva sempre
intervenire nelle occasioni importanti, e
dove credeva poter giovare al pubblico
colla sua voce. Il consiglio de' L co' XII
di muta faceva tutte le cariche più con-
siderabili intrinseche ed eslrinseche,eleg«
gendo a voli. Otteneva chi n'avea più ,
purché passasse la metà delle balle. Si
maud.ivaiiu a partito que'che domanda-
vano, quando ve n'erano, ma era in po-
destà d' ognuno il proporre chi gli pa-
reva ; il che dicevasi mettere' in iscruli-
nio; e chi era proposto dovea esser bal-
lottato, benché contro sua voglia. Al con-
siglio spettava parimente il far leggi ossia
decreti, che si dicevano parti, o per cor-
reggere abusi che andassero nascendo, a
per regolare il buon ordine di più altri
corpi (iella città, e alcuni pubblici paga-
menti, l'esazione delle gravezze e 1' am-
ministrazione delle rendite. Si eleggeva-
no dunque in 1.° luogo il vicario ilella
casa de'mercanti e due provveditori; l'in-
gresso delle quali dignità si faceva solen-
nemente. Questi 3 duravano in ullizio 6
mesi. Il vicario presiedeva alle arti , e
giudicava tutte le cause di mercatura, in
202 VER VER
qualunque somma. L* appellazione spel- ra.consuocancelliereecavaliere. — E Pe«
lava a'relloii uniti, die se confermavano schiera, anlicamenle P/yc/inVr, ArcLlica^
la sentenza, la lile era finita. A vea il suo fo- una fortezza valida, la quale attraversala
ro separato e 4assessori dell'orrlinemer- e circondata ilal fiume Mincio uscente dal
cantile, 3 con nome di consoli, ed uno di lago di Garda, fu sempre riguard.ita
caTaliere,dall'antico/7?//e.5',uffiziodelqua- come un luogo strategico e di somma
leera l'inquirirenella qualità e giusta con- importanza militare. Quest'insigne cit-
dizionedelle n>erci. Eranoancb'essi eletti tadella , distante i5 miglia da Verona,
dal consiglio insieme col nolarodettosta- fu chiacnata da Dante, Inferno ^ e. 20 . . .
bilenche rogava le sentenze e gli alti, ma Bello e forte arnese - Da fronteggiar
eranoper laconsullivaesenza volo. A'due Bresciani e Bergamaschi. Ha la forma
provveditori era raccomandalo il maneg- d' un pentagono alquanto irregolare, a-
gio degli affari principali che occorreva- venie il lato del poligono esterno di cir-
00: r uno era deputato a'negozi, 1' atiro cdi ^00 vtMt\.v\. Due mezze lune e due
alla cassa. Aveano facoltà di ^convocare grandi opere a corno la proteggono al
il consiglio, anche fuorde'tempi consue- sud-ovest, coperta da 4 lunette inoltrate
li; facoltà comune a'capi di mula. Que- sulle strade di Ponti e di Brescia. Guar-
iti ultimi potevano altresì portar parli , da il lago di Garda all'ovest-nor.d-est, e
cioè proporre al consiglio decreti, e così per difendersi abbisogna d'una flottiglia,
polevanoi conservatori delle leggi, quan- come una flotta nemica la potrebbe but-
do si trattava d' intromettere alcun atto lere di li con gran vantaggio. Lafiontea
de' XII, con cui avessero ecceduta la pò- sud-est è la più debole, ma riceve aiuto
desta loro contro le leggi. Molti altri uf- dal maggior braccio del Mincio. Il Castel-
flzi si creavano dal consiglio. Doe cava- lo prese il suo nome dall' abbondante
beri di comune, già detti prociu'atori , pesca d'anguille che quivi facevasi da re-
per la cura della grascia e della pub- motissimi tempi; e la sua origine rimon-
blica sanila. Deputati, presidenti e mi- la all'epoca dell'imperatore Lotario. La
Distri principalmente per amministrar le sua rocca distrutta da Ezzelino III, ^a
pubbliche gravezze, l'arte della seta , il rifabbricata dagli Scaligeri. Caduta in po-
inonie di pietà, gli spedali, i luoghi pìi , lere de' veneziani, qual frontiera de' loro
r Anfiteatro , le fabbriche pubbliche, il «tali di qua dal Miucio , l'ampliarono ,
ghetto, tener in fieno l'Adige per cui si fortificarono, e sul disegno del duca di
spendevano da i4;000 ducati l'anno. Urbino eressero la cittadella; indi la
A* presidenti dell' Arena era raccomaii- custodirono gelosamente, tenendovi an-
data la preservazione della più bella che alquante galee sottili per signoreg-
gemma di Verona. Nel secolo del i4oo giare il lago in caso di bisogno, — Inoltre
eravi ancora uu magistrato di X savi il consiglio di Verona eleggeva i podestà
della gueria. Altre cariche estrinseche e- di Riva, Ostiglia, Legnago, Cologna,Ba-
leggeva il consiglio, Ira le quali erano dia, Lonato; il nunzio al principe, che
principali il triennale capitano del Uu'.o risiedeva sempre in Venezia. Si manda-
di Garda, residente a Malsesine, con giù- vano ancora vicarii per giudicare i 23
risdizione su di esso, facendo vigilare eoa villaggi, ne'quali il pubblico avea giuris-
barche armate, onde non fossero estralli dizione. Da' giudici de'dugali si vegliava
grani dallo stato, e pel pagamento dei alle acque di lutto il dislretto e de' pie-
pubblici diritti d'ogni naviglio di oier- coli fiumi, de'torrenti e degli argini, dei
canzia. Altre volte eravi un capitano ^<;{ ponti e delle chiaviche, la nettezza de cn-
i^e//7rt , che vegliava tulio il territorio, naii. Altro corpo di molla cousiderazio-
. Teneva il a." luogo il podestà di Peschie- ne era il collegio de'giudici, già dello de-
VER
gli avvocali, composlo di giurìsli gra-
duati del doltoiato, e ristretto a uobìli di
condizione. Da questo collegio furono ri-
chiesti soggetti piti volte da varie parti
per controversie grandi e per uffizi su-
premi. Da gran tempo Verona fece le
proprie leggi, compilale ne' 5 libri degli
statuti, confermali dalla repubblica vene-
la, la quale permetteva, seguendo l'orme
de' ro(nani antichi, ad ogni città di vi-
vere colle sue leggi. La giudicatura di
Verona in i." grado de' giudizi si am-
ministrava nel palazzo grande o del co-
mune, dove sedevano 7 giudici in altret-
tanti tribunali;cioè il vicario del podestà,
con due altri della corte forestiera e 4 de-
putati dal suddetto collegio , ed eletti
deUuo numero, innanzi a'qualiosi chie-
deva deputazione ocominissione, cou che
il giudice emanava sentenza. Si poteva
domandare altresì il consìglio del savio
o sia del giurisperito, con che il giudice
riinetleva a un del collegio nominato
dalle parti, o tra'noroinali sortito. Al giu-
risperito commetteva le cause anche il
podestà e il suo vicario; l'appellazione
appartenendo al podestà, o al capitano
se si trattava di comunità, o di certe per-
sone, e talvolta ad ambedue. Fer le liti
tra'congiunlì si eleggevano arbitri , per
giudicare sommariamente e senz'appel-
lo. Singolare era il privilegio di Verona
per l'imperio mero e gius del gladio, cioè
piena giurisdizione anche nel criminale.
La giudicatura ne'delilti spettava al con-
solato, composto d'8 individui chiamati
consoli, eletti dal consiglio e per metà
dovtudu esser dottori collegiali. Il pode-
stà presiedeva senza voto, tranne i casi
di discrepanti pareri, ne' quali decideva
col suo. Altro modo di procedere era per
delegazione, in gravissimi casi atraci, fat<
la dal supremo cousiglio de'X di Vene-
zia , facendosi allora il giudizio da' due
rappresentanti veneti e da' 4 assessori.
Corpo mollo considerabile e onoralo era
ancora quello de' notati, geloso uffizio e-
sercilato anche da'oobili, quando uon si
V E H 3o3
credeva che la nobiltà consistesse in vi-
vere senza far nulla, rileva MalFei ; anzi
per antichi privilegi di tal collegio, tale
esercizio non derogava alla nobil nascila.
Era altresì in Verona un celebre e illu-
stre collegio di medici, cessalo ()er dispu-
le al principio del secolo passalo. Trovo
nel Bull. Bom. t. 3, par. 2, p. 286, il
diploma di Papa Benedetto XII, Duni
solicitae consideratìonis, de* 22 settem-
bre I 33g: InsdliUio Studii generalis in
civilale f^eronen.y injun canonico et ci-
vili, et in medicina, et artibu<f, in quo
ntagistri doceanl, et scholares libere slu-
deant et aadìant in facultalibus prae-
libatis, et in eisdeni facultaiibus magi-
sterii lilulo valeant idonei decoravi. Il
MalTei dice che il E'apa con tal bolla ap-
provò r università veronese, e riferisce
leggersi nello Statuto Scaligero, che il
podestà col consìglio del vicario e del ve-
scovo e chierici, eleggano un lettore di
gius canonico e decretali, altro di medi-
cina, altro di logica, altro d'abaco o ago-
i-ismo,altrodi grammatica.altrom dieta'
mine j e che tulli i pubblici maestri sa-
lariati dal comune debbano in ciascun
mese d' inverno fare una disputa. Né fu
la nostra fra le altre università, soggiun-
ge MalFei, in ultima considerazione, poi-
che la trova nominala avanti la Pado-
vana, e avanti piti altre mollo rinomate,
fra le 29 più famose d'Europa, nella di-
sputa del capitolo di Praga avuta eoa
Kukìzano ussita nel i465. Si trova me-
moria ch'ebbe pure cattedra teologica, e
forse col nome di gius canonico ogni
studio sagro veniva a intendersi. INoa
si conosce quando mancò quello studio
generale, certo è che continuava ad esi-
stere nel i5oo,eforse 1' aspra guerra
che poco dopo travagliò tanto il paese ,
allora la fece dismettere. Si cominciò poi
a iilipendiare solamente alcuni maestri
per le più necessarie scuole, come io o-
gui città SI faceva , e questi assai spessa
chiamali da loutane parli, e de'più ripu«
tali m que'lempi, né già cou pìccole mei'-
ao4 VER
cedi. Nota pure Madei , che li diploma
ponlificio del i SSg concesse nuova au-
torità e nuovo lustro ai pubblico studio
ili Verona, e non prima fondazione, poi-
ché sul monumento d'Antonio da Par-
ma, conservato nel convento di s. Fer-
mo maggiore, è scolpilo in cattedra e pa-
re ornalo di mozzella dottorale , fra gli
uditori: Antonio, forse de' Pallavicini,
morì Del 1 827. Altrettanto può dir$i di
DavarÌDo, la cui arca fu collocata sulla
facciala di s. Pietro Martire. Nel 1275
leggeva medicina in Verona Guglielmo
Piacentini di Saliceto, creduto veronese
dal Chiocco. Nello S la ( ulo sl^m palo nei
decorno secolo, anteriore al 1228, tra gli
obblighi d'ogni podestà eravi quello di
far venire un buon maestro perchè deb-
ba in quell'anno regere scholas in arte
Visica cioè Fisica, potendosi dargli di
Stipendio fino a 200 lire veronesi. — Della
zecca di Verona parlerò poi nuovamen-
te col Malfei, ne'primordi del secolo III
di nostra era, ne'cenni storici, e alla fine
del regno longobardico. A' tempi di Pi-
pino e Carlo Alagno suo figlio, si rinno-
varono le zecche italiane, e fra le prime
città a conseguirne il privilegio, una fu
"Verona, poi l'ebbe Treviso e altre. Ma
già, come dirò, Verona ebl)e la zecca nei
tempi romani e ne' tempi longobardi. Il
Muratori, Dissertazioni sopra le Anli-
chilà llaliane, Dissert. 27." Della zec-
ca e del diri Ito 0 prii'ilegio di battere
moneta, anch' egli conviene che fra le
città del regnod'ltalia,che dopo le privi,
legiate de'piìi vecchi secoli, fra quelle cit-
tà che cominciarono a godere la facoltà
di fabbricare moneta, una è l'illustre Ve-
luna. Delia pecunia veronese egli trovò
memoria nell'antiche carte. In una fer-
rarese del I 1 13 lesse: Et in omnifesli-
vitate s. Martini annnaliler dalurus stiin
vobis in vestro arbitrio perenni unum de
pretio solidoruni odo denarioruni f^e-
lonensium eie. In un'altra ferrarese più
antica dei 1078 si legge; Del pars parli
pene nuntine denariuruin J eroiicnsiiini
VER
solìdos trìgìnta et sex. Cos'i in una caria
della contessa Beatrice , sono nominate
ccntum librae denariorwn Feronen-
siuni. E quando l'imperatore Eurico III
nel 1049 nel concedere il privilegio del-
la zecca a Bernardo vescovo di Padova,
comandò che i denari si fabbricassero
secnndum pondus f^eronensis monetae.
Quindi il Muratori descrive le monete
veronesi da lui vedute. La i.^ esistente
a Verona nel museo ]Mu«ielli, e in Pado-
va in quello del conte Lazza ra , aveva
due contorni. Nel mezzo la Croce, atlor-
niata dalle lettere Verona. Nel contorno
più largo d'ambe le parti CI -|- EV -j- CI
"J- iV. La 2." nel detto museo Muselli e
nel Bertacchini di Modena. Ha nel mezzo
un'Aquila coli' ali stese, e le lettere Cl-
viTAS. Nel rovescio la Croce con Vero-
na A. M. jCioè Alberto e Mastino dal-
la Scala, c\\Q nel 1829 succederono nel
dominio di Verona. Fra 1' A. e l* M. st
vede la Scala, arme di quella rinomata
casa. La 3." io Verona e Padova ha nel
diritto l'Aquila, nel rovescio la Scaia, sen-
za lettere. La 4-'' t>cl muieo Muselli mo-
stra neir un de' lati la Scala, e nell' altro
un uomo tenente un bastone nella destra,
e toccante colla sinistra un capo d' uà
Leone. La 5.' nel medesimo museo fa
vedere l'Aquila colle lettere Dtiis. Antns.,
cioè Bartholoniaeus ed Antonius dalla
Scala, che nel iSvS signoreggiarono io
Verona. Nel rovescio l'ellìgie d'un vesco-
vo colie lettere Sanctus Zejjo, e in cima
una Scala. La 6.' nel suddetto museo.
Nell'una facciata la Scala colle lettere
Bartolomeus. Nell'altra la Croce ed .\n-
TONius. La 7. 'esistente in Modena ha la
Croce, e nel contorno Comes Virtutum
D. MLIjCioè Doniinus Mediolani, e for-
se Veronac. Egli è Gian Galeazzo Vi-
sconti, che nel 1387 avendo cacciato An-
tonio Scaligero, s'impadronì di Verona.
Nel rovescio r immagine di un vescovo
con l'iscrizione S. Zeno de Verona. L'8.
nel museo Muselli. Quivi è l'Acpiila colle
due Icsle^ e all'iutoruu Dux Aus 1 biae. Nel
VER
rovescio l'imningine d' un vescovo, e nel
conlornoS. Zeno Proteo. Veronae. Quan-
do questa moneta non fosse battuta nelle
vicende della lega di Cambray, cura sari»
degli eruditi veronesi lo spiegarne il si-
gnificato, disse Muratori. — Fu ricercato
Malici, quando principiasse la stampa in
Verona, ed egli asserisce il libro più anti-
co ivi impresso da lui veduto essere la
Balracoinìoinachia d'Omero^ tradotta
dal Sumnioriva, che venne stampata in
Verona nel 1469. Il Plinio di Verona
del 1 468 è nominato da più d'uno, ma al
MalFei non riuscì trovare chi propria-
Diente lo vide. Notabile però è sopra lut-
ti il Valturio , De re miliCari, stampato
in Verona nobilmente e corretta mente nel
1472, perchè non fu opera d' oltramon-
tano artefice, ma di veronese, il quale già
in quel tempo s'intitola maestio in que-
st'arte, e non solamente di caratteri , ma
di figure. L'istessa opera fu ristampata in
Verona neli4B3 per Bonino da Ragusa
in due modi, cioè in latino e in volgare.
Tralascio di far menzione delle seguenti
primitive edizioni veronesi, non senza pe-
rò notare, che alluia andavano gli stam-
patori qua e là cogli strumenti loro, e per-
ciò talvolta si lavorò anco ne' villaggi ,
come in Fogliano nel distretto veronese.
Così in Toscolano sul lago di Garda si
stampò un tempo, e con carattere diverso
dall'usato, perchè rappresenta scritture
a roano: nella libreria de'minori osser-
vanti eravi in tal modo impresse l'i^roi-
di d' Ovidio , con molti commenti del
1 525. Toscolano, già luogo importantis-
simo de' romani, come si trae dalle rag-
guardevoli anticaglie ivi trovate, è rino-
mato per le sue decanlatissime e nume-
rose cartiere, da una delle quali deriva la
carta sulla quale è impressa questa mia
opera ; e siccome per le vicende politi-
che del 1848, e pel successivo blocco
di f^enezia non si poteva ritirare tal
carta, fu cagione che si sospendesse la
stampa : cessalo poi 1* impedimento e
tni^liorale le pubbliche condizioni poli-
VER 2o5
liche, mi fu dato riassumere l' impressio-
ne, che ormai tocca al suo definitivo ter-
mine, continuando il divino aiuto. Lji
Stanipn,c\ie nel nostro memorabile tem-
po ha acquistato suprema rilevanza sia
pel bene e sia pel male, se realmente in
Verona almeno cominciò nel i468, sa-
rebbe anteriore d' un anno a Vener.ia ;
perchè come ripelei nel voi. XCI, p.4 i 5,
co'suoi storici, ivi principiò nel i46g.Tut-
tavolta non manca chi sostiene introdot-
ta la stampa in Venezia nel i4^7' ^J*
Venezia ha pure un altro vanto. In essa
il Pelrucci da Fossombrone per la pri-
ma volta inventò nel 1 5o3 le note (uusi-
cali,e certamente ivi l'impresse neh 5i 3,
come notai nel voi. XXVI,p.24,XLVII,
p. i35. Ad ogni modo dopo gii studi
dell' ab. Venturi è da starsene al suo
Compendio della storia sacra e profa-
na di /^ero/;rt,ivi,tipografiaBiseslii 825,
nel quale abbiamo di certo per la tipo-
grafia veronese l'anno i470j e di grande
onore per essa la i.' edizione di Esopo
del Sominacampagna in 4-° figuralo.
L'indole de'veronesi, secondo il IVIaf-
fei, sebbene per le vicende de* tempi ab-
bia subito una notabile alterazione, è per
lo più vivacissima, ed alta a riuscire in o-
gni cosa, ma con singolare eccellenza in
ogni genere di studio e di lettere, corte-
se altresì e facile, e a' tempi felici della
veneta dominazione, briosa e somma-
mente amica del forastiere,che bentosto
si ammetteva a famigliarità. Ad onta di
queste ed altre ottime qualità, riporta le
altrui censure, e la facilità del litigare e
ad ostinarsi nel contendere, e nemici del-
la fatica e dell'operosità, allora i mestieri
di fatica essendo esercitati da forastieri.
Non però è da credere che mancasse in
Verona chi in alcune arti con singoiar lo-
de si distinguesse, ma in generale assi-
duità al lavoro, neppure a' negozi e alla
mercatura,non si rimarcava. MafFei anche
nell'ordine nobile rileva poca inclinazione
all'occupazione, seguendo l'esempio di
quelli d'altre città, vivere io ozio. Difìe*
ao6 VER
renti però ernno i veronesi quando la
città si reggeva a popolo; poiché non po-
teva entrar ne' consigli chi non profes-
sava alcun esercizio, e non potevano en-
trarvi! grandi, né aver parte al governo,
se non si matricolavano in qualche ar-
ie o professione; quasi non meritasse
di partecipar della pubblica autorità, chi
non mostrava di contribuir con l'opera
sua qualche cosa alla società civile. Si la-
gna pure il patrio scrittore, che da alcuo
tempo con infinito pregiudizio, non pri-
mato solamente ma pubblico, vedeva tra -
scuratolo studio legale, fontein ogni tem-
|)0 di supreme dignità e di grandi onori.
La medicina fu sempre esercitala in Ve-
rona, benché con decoro, anco da perso-
ne nobili e di antiche famiglie; ma allo-
ra era trasandata, l'ozio essendo fonte e
cagione di mali. Celebrandosi lo spirito
de' veronesi, avrebbe amato il MafFei, si
considerasse il vero spirito esser quello
che non lascia starla persona senza ope-
rare, e senza speculare cose utili, e senza
occuparsi. Riconobbe ancora, esser 1' in-
dole de' veronesi molto gioviale e conver-
sevole, per cui regolate e continue con-
versazioni, radunanze, festeggiamenti e
balli non maucavano.L'annalista cav.IMu-
tinelli racconta, come anni addietro si fe-
ce rivivere in Verona coli' antico splen-
dore UD cittadinesco tripudio, giù istitui-
to alcun secolo innanzi da Tommaso da
Vico (il quale sulla facciata della chiesa
à\ s. Zeno ha il suo sepolcro colla cele-
bre iscrizione : f^ixi Ergo Rcsurgarn)^
cioè il baccanale del venerdì gnocco-
lare , oScia la dispensa de' gnocchi nel
venerdì grasso, coll'aggiungere alla soli-
ta cavalcata de'Sanzenati, e al consueto
trionfai Carroccio dell'abbondanza, altri
carri per la varietà degli emblemi assai
belli, formati da'commercianti, da' fab-
bricatori e dagli artigiani della città , i
quali frequentemente e a man piene da'
detti carri gettavano e dispensavano al-
l'affollata moltitudine del popolo pane,
fi ulta, ciambelle, cunleltuie, ^nucghi/ue-
V E R
larance, uova sode, sacchetti di legumi e
di frumenti, galline, piccioni, uccelletti e
vesti. Mascherate di vari costumi e cori
di musici si mostravano interpolatamea-
te a rompere con bell'effetto la fila de'
carri; cocchi splendidissimi seguivano di-
rem quasi quel trionfo del commercio e
dell'industria veronese, essendosi poi ve-
duto meglio di 5o,ooo persone, mosse
dalle rive del Po alle falde dell' Alpi, u-
nite alla cittadinanza di Verona per go-
dere di quella ricca e piacevolissima festa.
Tuttociòèsla lo frutto di molte cure del ca-
po del ukunicipio veronese il fu conte Gio-
vanni Orli Manara,il quale si adoprò af-
finchè ogni anno fosse ripetuto con egual
magnificenza il tripudio slesso, dal quale
appunto i forastieri potevano agevolmen-
te desumere quanta fosse la ricchezza e la
splendidezza del paese. Della religione e
fervore di fedede'veronesi fannobel testi-
monio il sollecito intervento alle chiese,
l'uso frequente de' sagramenti, le spesse
solennità e il decoro de'templi a Dio con -
sagrali, i quali si mantengono per la sìn-
golar generosità del popolo, poiché dal
tempo del regno Italico le chiese manca-
no di fondi stabili. In ogni occasione di
solennità maggiore si fa colletta di i co e
200 scudi, a cui molto contribuiscono gli
slessi poveri, de'Iuoghi altresì villerecci,
in parecchi de'quali sono state fabbrica-
le magnifiche chiese. Il popolo fin dalla
puerizia viene eccellentemente ammae-
stralo nelle cose religiose e ben avviato
in tulle le pratiche della divozione cri-
stiana. Loda pure la verecondia e mode-
stia del vestire nelle donne, tutte inceden-
do nelle processioni e nelle chiese col ca-
po velalo, e sono separate dagli uomini
ne'calechismi, a'quali è gran concorso. La
moltitudine de'poveri fa esercitare a' fa-
coltosi gran larghezza e carità, calcolan-
dosi l'impiego in quotidiane sovvenzioni
di 200 scudi, oltre i benefici stabilimen
ti che celebrai più sopra. La nobiltà più
illustre, anche tra il virilsesso,dà bel s;ig-
gio di leligioue siucera « di amore ^iirl
J
VER
prossimo , cooperando all' istilulo della
^Kidultiina crìsliaua e agU stabilimenti d'e-
^Hluccizione. La venerazione poi e la filia-
^Be ndncia verso la B. Vergine, in ogni
^^hempo crebbe altamente. Tenerissima è
^Ba divozione de' veronesi per la ss. Euca-
^Hrislia, e si manifesta coli' onorarla mas-
^^pime nelle pubbliche esposizioni e nelle
Solenni processioni, senza risparmio di cu-
re e di spese, e nel frequentemente osse-
■quìarla nelle chiese. In) perocché in Italia
tutta nella Madre di Dio si ispirarono e
cantarono molti de'suoi più illustri poe-
ti; da lei trassero quel bello ideale e so-
vrumano onde animarono i loro dipinti
e gli scolpiti marmi tanti de'suoi valen-
tissimi artisti; e per lei trasfusero tanta
armunia e dolcezza nelle loro musicali no-
te i suoi celebri compositori. lu Verona
la parola di Dio è con singoiar zelo di-
spensata, e forma l'anima d'ogni religio-
sa solennità. L' ab. Schlor dà pure lode
allo studio e diligenza che gli ecclesia-
stici pongono al grave uHìcio del predi-
care, congiunti alla tenacità e prontezza
della memoria, alla saldezza della voce,
al facile e colto eloquio, e alla vivacità e
calore nel porgere, in ispecie ne' più so-
lenni ragionamenti. Viea dipoi noveran-
do le tante forme e maniere onde vi si spar-
ge tra il popolo questa divina sementa.
Bello e consolante è il quadro che ne pre-
senta del clero veronese, egli che fu per
lungo spazio testimonio di veduta, pel ze-
lo di religione e per la condotta inteme-
rata della vita, istruito, studioso, vero or-
namento del sacerdozio. iNon ostante il
■ gran numero degli ecclesiastici, ognuno
lia di che focte travagliare; tante ivi so-
no le sagre funzioni e le istituzioni alle
quali il clero conferisce l'opera sua. Per
tutto questo egli è amato e riverito, lo
stalo sacerdotale venendo di frequente ab-
braccialo dalle famiglie più ragguarde-
yoìi; ed eziandio le magistrature rendo-
no al clero la debita venerazione, e con-
Uibuìscono alle cure de'parrochi nella
con^ervaziuue della pubblica tuorulilà.
VER ao7
Già notai che gì' istituti di educazione e
di beneficenza sono pressoché lutti affida-
ti al vescovo ed al suo clero, di cui en-
comia pure il nobile disinteresse, l'umil-
tà, la prudenza, il vestire sempre mode-
sto echiericale; e a non ripetere altro, dol-
cissimi sono i vincoli d'intera ubbidienza
e di riverente amore, che stringono il cle-
ro tutto al proprio vescovo. Il clero è in-
oltre compreso da religiosi sensi e otti-
mamente esperto nella liturgia, e nell'ac-
ciu'ata osservanza delle rubriche ecclesia-
stiche e del rituale romano; poiché in Ve-
rona assai splendido e sontuoso è il di-
vi n culto, frequenti e varie le sagre fun-
zioni, i divoti esercizi che si celebrano, ed
a tutto alacremente si presta il clero eoa
fervorosa diligenza. Le frequenti confe-
renze sacerdotali e gli annuali esercizi ria-
fucano in esso lo zelo e il sapere nelle dot-
trine ecclesiastiche. E gloria di Verona
il vantare un innumerevole e splendido
stuolo d'illustri, che in ogni tempo ne
resero più chiaro il nome. iNon pochi,
massime de'fioriti nelle belle arti, di già
superiormente celebrai. Di più Vero-
na vanta moltissimi uomini insigni per
Santità di vita, per dignità ecclesiastiche
e civili, per valore e dignità militare e in
altro. — Per la storia letteraria di Ve-
rona, colle notizie degli scrittori verone-
si di maggior nume, nel compilarla tre-
pidò Io stesso dottissimo MalTei ; tanto
grande n'è il numero ferace e dovizioso,
e ciò, com' esso rileva, per aver dato la
natura a questo clima il maggior capita-
le nell'ingegno. Il perchè ne'secoli XV e
XVI, quando dalle città i più dotti uo-
mini si sceglievano pe'pubblici maestra-
li, sovente le vicine e lelontane, elegrao-
di uìetropoli ancora, da Verona li trae-
vano. Il MalTei dedicò all'argomento l'in-
tero t. 3 di pagine 47^» * "*® "°" ^ P^*"'
messo che spigolarlo, cioè quanto a'prin*
cipali nomi, non mai al titolo di tutte
le loto opere, molto meno delle copiose
notizie bibliografiche, parto di sua vasta
erudizione, mancandomi lo spazio. Degli
•ló^ VÈR
•ufori %'eronesi, già die' un soggio il ce-
lebre Vauv\n\o iìe\ì'y4ii(ichìtà l^cronesi^
Antonio Torresani ne scrisse un Cdlalo-
go ne' suoi Comentari, molle memorie
raccolse l'altro veronese Ottavio Alecchi
distinto letterato di gran talento e mera-
vigliosa memoria, auchesulle cose di Ve-
rona e suoi vescovi, oltre altri argomen-
ti, lasciando copiosi ed eruditissimi mss.
D'altroiKJe, nel più volle citato compen-
ilio del dottissimo ab. Venturi si hanno
secolo per secolo i nomi e le opere de'
più celebrati scrittori veronesi da Ca-
tullo , quasi un secolo prima dell'era
cristiana, sino agli ultimi del nostro tem-
po. Benedetto Del Bene, Antonio Ce-
sari , Ippolito Pindemonte. Tra l' im-
portanti avvertenze che fa ii Maltei,
nel rendere ragione come procedette nel-
la dottissima patria storia letteraria, vi
Sono quelle sui creduti veronesi e che noi
furono, valga per tutti Bartolomeo Pla-
tina, ancorché in alcune scritture per al-
lusione si disse veronese, il che die'moti*
To a più autori di crederlo tale (in lii'
ceni edilu.; agri Creinonensis i'ico, leggo
nel Vuirani, Cremonensium Monumen-
ta. Egli era di Piadena borgo del Cre-
monese, perciò Bartolomeo latinizzando
il nome patrio, secondo l'uso de'suoi tem-
pi, l'assunse per cognome, il quale inve-
ce era Sacchi, e si disse Platina), Rinno-
vatosi il diletto dello studio delle meda-
glie moderne, forse per farci vedere l'ef-
figie vera degli uomini illustri degli ultimi
secoli , fallaci e per lo più immiiginarie
dicendo il Malfei le dipinte, egli volle ag-
giungere ad ornamento dell'opera, ([nel-
le degli scrittori veronesi cerle, per pos-
sederle quasi tutte nel suo studio, e no-
uiinando quelle altre che si couservava-
no in Veronn , avanzo d' una collezione
di 3oo medaglie. In 5 libti tratta mn-
gnincnmentedegli scrittori veronesi, e nel
I .° degli antichi. Poche sono le citlù, la-
sciando le gieche, che possano cominciar
la loro storia letteraria da epoca remola,
come Vei'uua, perchè comiuciu cou uno
VER
de'pìù antichi scrittori della lingua lati-
na. Caio Valerio Catullo, morto circa 5o
anni avanti l'era corrente, che senza fon-
damento si pretende nato inSarmione, pe-
nisola del lago di Garda e sua proprietà,
ove ospitava Cesare, alla cui tavola era
ammesso; le prove, come di quanl'altro
con isfuggevoli cenni indicherò, con dif-
fusa, preziosa e bella erudizione riporta
Malfei, in uno alle biografie e loro opere.
Fu tra gli autori latitn de'più eccellenti,
e il suo stile rapisce, chiamalo da Gelilo,
il più elegante di lutti i poeti; ed i greci
che disprezzavànoi latini in paragone di
Anacreonte e degli altri loro, ne eccet-
tuarono Catullo; fu anche dotto, e per-
ciò dello il poeta dotto, il poeta verone-
se, oltreché di grande erudizione: morì a
Roma in frescaetà.Ovidioe Marziale con-
trapposero questo poeta al principe de'
latini Virgilio, nominando l'uno cou»e o-
nor di Verona, l'altro come onor di Man-
tova, e così il Petrarca. Virgilio nato in
Andes, poi Bande, villaggio del Manto-
vano, fu detto veneto di rustici genitori
nato, perchè della Venezia era Mantova
e buon tratto, perciò niolto vicino ad es-
ser veronese, come nato nel suo margi-
ne.Dovendo parlare di altri eccellenti poe-
ti veronesi , mi piace ripetere parte di
quanto il eh. somasco p. d. Ilario Cesa-
rotti pubblicò nell' Album di Roma, t.
2 3, p. 333 : Perche, in Verona sia tanto
fiorita la poesia campestre e V estempo-
ranea. A tale disquisizione, perchèdi poe-
ti campestri siano state cotanto feconde
le rive dell'Adige, senza ripetere ciò che
in questi ultimi tempi fu scritto intorno
al genio de'veronesi per le bellearti, sen-
za escludere il resto , ne sembra princi-
palissima causa (piel sito dove sorge Ve-
rona, e la singoiar bellezza di pianure, di
Culli, di monti die la circondano. Appog-
giasi la città ad un'aprica emergenza, dal-
la ([uale mollemente scendendo, in larga
pianura poi si distende. La co«ta adorna
in più luoghi di fabbriche e di cipressi, il
maggior suo iuoulicello,chc resta dentro-
VER
alle mura, tulio coperto il'abìtazìoni, la
piegatura delle adìaceuli colline, la va>
ghezza del fìuaie, ch'è il viceré de'fìumi
d'Italia, la varietà degli edinzì,e pernno
le sporte rupi adorne di iiasceuli giardi*
ni, vengono in molti luoghi a forojar pro-
spettive così nobili e cos'i vaghe, che sce-
ne mai non si videro meglio ideate; laon-
de quivi si godono accoppiali i comodi
della cillù e le delizie della campagna.
Ciò basterebbe a trasformar quanti so-
no veronesi, piuttosto in campestri che in
coi'ligìani poeti: ma s'aggiunge quella co-
sì celebrala pe'suoi vini Valpolicella; s'ag-
giunge ne'bassì pianiuna paglia d'ottiuto
riso; s'aggiunge un lago pe'cedri e gli o-
livi delle sue riviere aineuissimo; s' ag-
giunge quel Monte Baldo deliziosissimo.
E convien dire che Tmiluenza di questo
cielo e di quest'aria abbia un so che di
speciale, poiché da qui tanti uscirono col-
tivatori eziandio della poesìa estempora»
uea. La qual gloria se è comune a qual-
che altra parie d'Italia, Verona però fu
lii prima (come nota Mairei)a partorir un
uomo, che per piti ore, con somma gra-
zia e senza l'aiuto del canto, improvvisas-
se sopra vari argomenti e in astrusi e dot>
trinali soggetti; e questi fu Antonio Lue-
co monaco olivetano, del cui valore visse
universale erede BarlolomeoLorenzi, che
di più, con esempio forse unico , fu del
pari felice improvvisando e scrivendo.
Contemporaneo a Catullo fu Cornelio
Nepote, eccellente storico, nato in Osti-
glia, vico del territorio veronese, autore
delle vite de'capitani eccellenti greci e re-
Ulani, con latino paragonato agli scritti
di Cesare e Cicerone, oltre la storia uni-
versale e altre opere. Emilio Macro poe-
ta, amico di Virgilio, trattò in versi del-
l'erbe e de'serpenli velenosi, e degli uc-
celli, ed altro. Vilruvio Pollioue, proba-
bilmente secondo la tradizione, principe
degli architetti, o Vilruvio Cerdone suo
liberto. Pomponio Secondo principe de'
poeti tragici latini e console. Cassio Se-
vero insigne storico, non 1' omoaimo o-
TOt, XCIT.
VER ao5
rotore egregio morto nell'uDDO di Roma
784. Caio Plinio Secondo il Vecchio e
il naturalista, zio di Plinio il Giovaneco-
mosco, scrisse la storia naturale, vero le<
soro, e altre opere; fu anche padre adot-
tivo di dello nipote insigne oratore e giu-
reconsulto , nato dalla sorella veronese»
perciò può vantarlo anche Verona, da
se stesso facendosi veronese. Forse tali
furono Emilio Macro giureconsulto fìo-
rilo sotto Alessandro Severo, e Calvo o»
ralore famoso. Placidia illustre fanciulla,
in tenera età istruita nelle lettere e negli
sludi, morì nel 532. — Nel hb. 2." si re-
gistrano li fioriti dd'tempi romani (sic) si-
iioal 1 4oo. N'è il I .° Anonimo Pipiniano,
autore della descrizione di Verona io ver-
si otlonarii ritmici, cioè senza legge di
quantità, al numero di 33 terzetti, e fìort
mentre Pipino red'ltalia risiedeva in Ve-
rona. Pacifico Arcidiacono di raro inge-
gno e mirabil talento, nato nel 778 e mor-
to neir846, dopo esser stalo 43 anni ar-
cidiacono della cattedrale.Leggesinelsuo
epitadìo, che fondò o rinnovò nella città
7 chiese principali, e superò ogni altro
nella perizia di tulle quelle arti che ia
metalli o marmi o legni s'adoprano. In-
ventò l'orologio da notte, non veduto per
l'avanti da ninno (lo celebrai nel volume
XLIX, p. 137). Avverte il Maffei, tale O-
rologio, d'ivevso dal solare e die anco la
notte indicava le ore, non si può intender
d'acqua, perchè questo fu noto non so-
lamente agli antichi, ma in Italia anche
ue'tempi inferiori, avendosi da Cassiodo-
ro, che ne mandò alcuni Teodorico da
Roma al re di Borgogna che ne avea fat-
to richiesta (altrettanlo e con più paro-
le dissi nell'indicalo articolo). Resta a-
dunque che 1' orologio di Pacifico fosse
di metallo con ruote e contrappesi, qual
s'usa ancora, non avendone per altro chi
ha trattato de' primi inventori potuto
scuoprir mai l'autore primo. Quindi ri-
corda r orologio notturno, da me pure
menzionato a detto articolo, da Stefano II
(altri iusieiue a'iibri l'allribuirono hìUa-
'4
aio VER
tello s. Paolo I die gli successe nel pon-
tificato nel 757, epoca dell' invio) oiati-
(lato ai te Pipino (padre di Carlo Ma-
gno, Gglio del quale fu il re d'i lalia), eoa
alquanti libri perpromuovere i buoni stu-
di in Francia, onde parrebbe se n'aves<ie
notizia BTanli Pacifìco; ma forse inven-
zione diversa e nuova struttura fu la sua
((^trecisameute, per quanto dichiarai nel
ricordato articolo). Così è da dire dell'o-
rologio mandato in dono a Carlo Magno
dal re di Persia (o al cali(ru). Pacifico ac-
coppiò con l'orologio un ottimo strumen-
to per le sfere celesti; e più altre cose in-
gegnose inventò e tra queste l'Argomen-
to. Non pare trattalo o invenzione dia-
lettica, ma alcuna macchina che nominò
Argumenlitm, vocabolo chea que' lem-
pi fu sinonimo d'istruuteulo. Dicesi ap-
presso ch'egli fece 218 codici, cioè o li
scrisse o acquistò, poiché nell'epitanio tal-
volta s'ebbe più cura del ritmo, che del
signincalo. Dissi che già a luì si attribuì
la fondazione della libreria insigne del
capitolo. Ch'egli componesse opere, la la-
pide stessa dice aver fatto la dosa al vec-
chioe nuovo Testamento, e la parola no-
tabile/butZc', significa che mise ciò insie-
me colle cose inventale da lui; così della
Glosa Ordinaria fu egli il i ." autore, nou
Valfrido Straboue, benché contempora-
neo, ma nato assai dopo di lui, poiché
Rubano niaestro di Slrabune nacque do-
po Pacifico. Coronato nolaro. Massiuiia*
no compose un inno a s. Anjbrogio. Ca-
lalo o Cadolao nelio4i vicedumino del-
ia chiesa veronese, poi vescovo di Pur-
ma, fondò nel io4^ il monastero di s.
Giorgio iu Verona, assegnandogli ntolti
beni net Veronese enei Vicentino; nel
1061 fu eletto antipapa da' vescovi lom-
bardi col nome di Onorio 1/ ('A'J. Lo-
renzo Diacono scrisse in versi la conqui-
«la dell'isola di Maiorica fatta tla'[)isHni
neh I i 5. Giacomo prete descrisse in ver-
si i miracoli di s. Zenone, pubblicati dal
p. La/.aroni nel suo Pastor f cronensis.
Adelardo Cattaneo (/'.) cardinale e ve-
VER
scovo di Verona: l'horiporlato comecat
dinaie, poiché i patrii vescovi li riferisi.'
nella loro serie. Enrico vescovo di Mau-
lovae vicario imperiale d'Ottone IV, fra-
tello di Kabano dalle Carceri, il quale in-
fastidito dalle fazionichebollivanoin Ve-
rona, con truppa scella di partigiani pas-
sio in Levante, ed armando legni conqui-
stò Negroponte e altre città, nel 1209 ve-
nendo iovestiio per procuratori dal do-
ge di Venezia d'un' isola coU'annuo tri-
buto di 2100 monete d' oro. Everardo
notaroebbe principal parte de'4"00 cam-
pi di terreno paludoso a 4^0 particola-
ri assegnati dal comune, perché li ridu-
cessero a coltura, dovendo pagare ciascu-
no 5 soldi e mezzo d'annuo allitto, e ciò
per la |)enuria de'grani patitasi avanti il
1 199. Neh 128 furono compilati gli sta-
tuti col titolo : Liber iuris civilis Urbis
Fcronnt. La 2.? compilazione ebbe luo-
go a teuq>o degli Scaligeri. La 3.' è la
stai' ,>ala nel i^'jS. La prima raccolta
delle leggi veronesi vuoisi falla nel XI se-
colo. Neil 3 18 ne fu fatta altra partico-
lare di decreti in materia darli e di mer-
canzia, e fu stampata col titolo: Sialulci
DoiuHs Mercalornm. Aidizione legista
fiorito nel secolo XllI, veramente Gia-
como di Brodo , sommo chiosatore. A'.
Pietro Martire (F.) domenicano, gloiia
di Verona e del suo ordine, scrisse un'o-
pera sopra il simbolo della fede, sermo-
ne e trattalo contro gli eretici di quel tem-
po; fu ucciso per viaggio in odio del suo ze-
lo neh 2.52, mentre era imjuisilore e si
portava a Milano. Stufano Cantore della
cattedrale compilò un Oidine veronese,
nel quale si contiene l'indice dell'orazio-
ni, antifone e salmi che si cantavano per
lutto l'anno. Sperandiu abbate di s. Ze-
none, poi vescovodi Vicenza, morto nel
1 32 I , scrisse le costiluziuni di sua chiesa.
Paride u Purisio autore d' una eronaca
di Verona , la quale non manca d'altri
cronisti e di annalisti iiiKjniiui. Giovan-
ni Diacono fiorì nel secolo Xlll, compilò
e condusse fino ah 3oo uu'isloiia di Ve-
VER VER ttt
rolla nccuiatiHsima e di fatica itnmeasa. rico nella f^ilu dì Dante^con iioaè d'ac*
Ma l'allro (lotlo Girolamo Tai'turotti, su cordo col Malfei sul luogo ove fu coiu-
Giovtiiuii Diacono scrisse due Lettere, posto il aiagrio poema, e intorno «!•
pubblicate dal p. Calogerà nella Tracco/- la fìgliuolauza di Dante, che passò pu-
la d'Opuscoli, 1. 18, p. i33, t. 28, p. i, re a Treviso). Attesta Giovanni Villa-
con questo titolo: Rtlazìone d'un mano- ni com'egli vi pose mano dopo die fu in
scrino dell' Istoria di Giovanni Diaco- esilio, il <juale segui nel i3oi (o neli3o2
no veronese. Lettera ^t." Intorno al ma- secondo il riferito nel voi. LXXVIII, p.
Itoseli tto della Storia Imperiale di Gio- 1 29, e ue'luoghi iu cui ragionai delle fa-
vanni Diacono veronese. Sostiene iu esse rioni de Ghibellini e de Bianchi, e del-
l'Algarotti, che Giovanni Diacono scrisse l'inimitabile poenta), quand'era iu età di
l'opera: Ilistoriaruni Impcrialium, co- 35 anni; però finse il principio del suo
minciundola du Augusto, e non da Giulio viaggio essere avvenuto: Nel mezzo del
Cesare, fino ad Enrico V II, lodandola ac- caniinin di nostra vita. Cacciato di Fi'
curatissima. Esamina se veronese, e con- renze per la forza delie fazioni, part'i di
elude airermativamente. Ragiona di sue Toscana e venne a Verona per cercai*
(jpere, dell'età in cui vii.se, cioè oltre il ricovero presso gli Scaligeri. D'Alberto
1 320. Esserelo stesso che Giovanni Man- però, o diCcirtolomeosuo figlio pare eoa*
«ionario riferito dal Pastrengo e ripro- venga intendere, ove finge nel canto 1^
dotto dal MafTei, come dirò alla sua voi- del Paradiso, che il suo tritavo Caccia*
ta; errando il Moscardo, sulle parole del guida così gli predica: // primo tuo ri'
Panvinio, nell'asserirc che scrisse ['Hi' fa^io, e 'l primo ostello - Sarà la corte-
storia ecclesiastica di P^crona. \vùno no- sia del gran Lombardo, • Glie 'a siila
taro raccoglitore di patrie concioni o par- Scala porta il santo uccello. Altri pre-
late per aifari pubblici, e in faccende di tendono Can Grande I, fratello di Bnr-
go verno, oltre le suearinghe fatte in con- tolumeo. Si legge nella vita di Boccaccio:
siglio e dette da ambasciatori di Verona, lornaloda P^erona,dovc nelprimofiig-
o d'altre città in occasione di negozi, ed gire a messer Alberto della Scala nera
ultio. Boiicaenbio Verità scrisse le gesta /to. Convien dunque diie, osserva Malfei,
degli Scaligeri. Dante Alighieri o Aldi- che di nuovo venisse dopo a Verona. G
ghieri e persino Aligeri come si vede in nel principio del poema e nel decorso, di
s. Fermo (tutte corruzioni e alterazioni cose veronesi fa piìt e più volte menzio-
arbitrarie del solo vero e legittimo Dan- ne. Tradizione costante è rimasta, che in
te Allighieri , documentato da tutte le certa casa, posseduta poi anche da' suoi
prime edizioni e codici), diviu poeta: Fi- discendenti in Gargaguago di Valpolicel-
renze gli fu patria naturale di nascita, e la, una buona parte egli ne componesse.
Verona gli fu per così dire patria adot- Qui certamente assai tempo si trattenne,
tiva, poiché in essa trovò il primo rifu- poiché vide Can Grande 1 in signoria, al-
gio ed ostello, onde poi la sua famiglia la quale venne per la morte del fratello
acquistò case, beni e cittadinanza, e vi la- Alboino solamente nel i3i2 , benché S
sciò fissata la discendenza. Patria fu ancor anni prima fosse da lui preso per coni-
Veronadel suo immortal Poema, la Z>;Vi- pagno nell'amministrazione dello stato.
na Commedia, da lui finto in visione, che Ad esso Can Grande 1 però (quando fos-
qui fuda lui continuato in gran parte (de- se vera l'Epistola a Can Grande, su cui
gli altri luoghi che dividono e portano fu tanto dispulato in questi ultimi tem-
una parte di tale vanto, parlai in diver* pi,e contro laqualeuon furono mai sciolte
»i artìcoli, come nel voi. Lll, p. io4- H le obbiezioni messe innanzi dal mio amico
fioccaccio scrisse da poeta e uoh da sto- ilcav. Filippo Scolari, da lauti anni dcdt-.
ai2 VER
to a questi studi), Dante avrebbe deilìca»
to la 3.' parte del suo poema cou dedi-
ca latina, il Paradiso (^.). Dice in essa
il gran poeta: Non ho trovato convenirsi
all'eminenza vostra la Comedia tutta,
ma la Cantica piìi nobildiessa, onora-
ta del titolo di Paradiso: questa con la
presente epistola, quasi sotto propria in-
scrizione, dedicatavi, intitolo a voi, a voi
porgo , a voi raccomando. Dalla regia
niunifìcenza di questi principi non sola>
niente ebbe con che trattenersi ouorevob
niente, ma di che acquistar beni per as-
sicurar lo stato de'Ogli. Sembra ancora
esser quivi stato magistrato. Passò poi in
Francia, e tornato in Italia dopo vari ac-
cidenti fu chiamato per valersene in gra-
vi affari dal signor di Ravenna, nella qual
città appena tornalo da un' ambasciata
fatta a Venezia, neh 32 1 morie vi restò
sepolto. Di che parlai ne'vol. LVl, p. igS
e 223, XCI, p. 388, e XCII, p. 1 35.Dan.
te non sarebbe forse partito mai da Ve-
rona, se il suo costume alquanto aspro e
feroce, e il suo parlare troppo libero e
franco non l'avessero a poco a poco fat-
to decadere dalla grazia di Can Grande
], che per un pezzo l'avea avuto carissi-
mo e in sommo onore. Della difesa del
sublime Dante da altre più gravi impu-
tazioni, feci parola ne'vol. LVII, p. 3o6
e 3ii,LXXXVlI,p. 26o,LXXXVIlI,
p. 2i8. Tra la turba d'istrioni e d'altre
persone festevoli che lo Scaligero teneva
incorle,uno essendone che riusciva a tut*
ti sommamente caro, di lui disse un gior-
no in presenza di molti Caugrande a Dan*
te: Come sta egli mai, che costui, ilqua-
le e un balordo, sia grato a tutti, e tu
che vieni riputato sapiente, noi sia? Al
che Dante subito rispose: Non e mera-
viglia, perchì: la similitudine e l'unifor-
mità de' costumi partorisce grazia e a-
micizia! Ma partendo Dante da Verona,
vi lasciò la sua famiglia, che ci rimase fìo-
che si eslinse. E' multo credibile, sebbe*
ne affatto ipotetico, che de'suoi figli filcuni
vcuissero qui alla luce. Tra essi uu Pietro
VER
(ricusalo per altro sempre ed assai conclu-
dentemente e dal fu dottissimo mg.' Jjco-
poDioni$i,e con essodal sopra indicatomi»
amico) sarebbe da computar negli scrit-
tori veronesi, poiché sue rime si citano nel
Vocabolario della Crusca, e di suo Co-
ntento Ialino al poema del padre (comen-
to che non si sa qual fosse in mancanza
d' autografo, e che ad ogni modo non
dovrebbe essere trovalo od ignaro dei
fatti del padre, od ingiurioso alla sua
memoria, ec. ec. ; come ne' suoi Aned-
dotiha dimostrato mg.' Dionisi), fa men-
zione il suo epita/Tioch'è in Treviso, dove
mori; però gli ultimi 3 versi appartengono
al genitore. Altro figlio di Dante si com-
puta tra' scrittori Giacomo per rime da
lui composte, e per un compendio in ter-
zetti del poema paterno. E opinione che
Giacomo fosse lo stesso Pietro, chiamato
Pier Giacomo. Inoltre Pietro compose al-
cuni Capitoli sul laudato poema. Egli eb-
be a sorelle Lucia e Gemma, e Gemma
fu pure il nome di sua madre moglie al
poeta, di casa Donati, e quindi involon-
taria causa delle sue sventure, sia per-
chè il parentado con tal casa io portò ad
impacciarsi in adari pubblici; sia perchè
i Donali erano della parte guelfd dei Ne-
ri, cioè dell'estrema sinistra. Il cogno-
me Aldighieri venne alla famiglia dal
bisavo dì Dante figlio di Cacciaguida,
che cos'i era nominato, ed avea trailo il
nome dalla madre, venuta di Val di
Pado, e vuoisi che Dante traesse origi-
ne da' Buondelmonti di Roma. Conti-
nuò tal cognome in Verona ne' discen-
denti, che lo alterarono in Aligeri, per
cambiar lo stemma e la nobiltà fiorenti-
na in veneta (veggasi la Memoria del
mio amico cav. Scolari sul debito che
tutti abbiamo di scriver sempre AUi-
ghieri con doppia elle, e sta nel Viag-
gio in Italia di Teodoro Ilell sull'or-
me di Dante, Venezia 1 84 • )• Fu nome
assai frequente Altichc.rius : questo pas-
sò in Aldighieri, poi in Aligeri, che di-
ventato cognome, quasi venisse dal lati-
VER
no diliger, chi lo portava fece un'ala per
impresa, abbanilonnndo la vecchia eli ca-
sa, conservataci nelle Memorie del Pel-
li, Da Pietro venne Dante II che lesto
nel 1428. Da Dante II Leonardo, di cui
si ha che testò nel i439- ^* Leonardo
nacque un altro Piero, al quale indiriz-
zò la sua f^ita di Datile (che resta da
far ancora dopo le tante che se ne han-
no da Leonardo Bruni e Boccaccio si-
no a Balbo e Furici) Mario Filelfo :
testò nel 1476. Questi testamenti si con-
servavaiionel pubblico archivio di Vero-
na, che poi miseramente distrusse il fuoco.
Da Piero lì venne Dante III, che ha ono-
revole luogo tra gli scrittori veronesi, dot-
to nel greco e nel latino, per aver dettato
eleganti poesie volgari e latine (queste
ultime recate in versi italiani dal cav.
Scolari , coll'opera ricordata nel citato
voi. XCI, p. 388 ), ed altro. Dante III eb.
be 3 figli, tutti letterali, Pietro, Lodovico
e Francesco. Pietro fu provveditore del-
la città nel i53g. Lodovico fu dottore
di collegio, ed eccellente giurista ; fu pu-
re vicario de'mercanti, dignità primaria
di Verona, e ambasciatore a Venezia. Da
Leonora sua moglie, figlia del conte Ad-
Ionio Bevilacqua, non ebbe prole, onde
nel I 547 lasciò erede il fratello. Questi
nella chiesa di s. Fermo Rlaggiore fece
la cappella a man sinistra dell'aitar gran-
de co'monumenti a'fratelli, ed iscrizioni,
Franciscus Aliger fieri ciiravit. Lo stes-
so Francesco fu più dotto de'fratelli, tra-
dusse e illustrò Vitruvio. In lui spirò la
posterità mascolina di Dante, il cui divin
volume è tuttora vagheggiato oggetto di
Studi, siccome fonte mai sempre inesau-
sta di generosi e maschi pensamenti, nel
tjiiale in uno coH'originaiità (di cui nel
ìfol. XLV[,p. 171: non è possibile che
io qui possa rammentarci luoghi tutti in
cui celebrai \\ sommo vate) della lettera-
tura nostra si trova costantemeule l'uo-
n»o politico ed il poeta ispirato, che fa
servir l'arte alla civile rigenerazione dei
popoli che Icariano In favella che egli at-
VER
3l3
leggio airallissimo canto. Pietro, i.°d«i
fratelli, avea avuto per moglie Teodora
Frisoni, ma non ne sorti che una fem-
mina per nome Ginevra, quale fu ma-
ritata nel conte Marc'AntonioSarego nel
1549. I conti Sareghi rimasero però e-
redi e delle facoltà e del cognome Alige-
ro. La lor casa d'abitazione fu ornata den-
tro e fuori coll'arme Aligera, eh' è un'ala
d'oro in campo' azzurro. Poema chia-
mò MalFei la Divina Commedia, perchè
Dante sebbene l'intitolò Commedia, la
disse pure Poema sacro, e per l' altre e-
rudile ragioni che adduce. Non per mo-
tivo di cercar ricovero o aiuto, ma di
spontanea volontà venne a Verona Fran-
cesco Petrarca, lume del secolo suo, che
era pur quello di Dante, ed a cui tanto
debbono l'italiane e le Ialine lettere. Se-
condo il computo che può trarsi da quel
Ragionamento alla posterità, in cui dà
conto di se stesso e della sua vita, egli ci
venne in età di circa 3o anni , regnando
Alberto li e Mastino II; ma ci fu poi più
d'una volta (notai nel voi. XCII, p. i6r,
che Petrarca fermò l'ultima sua dimora
in Arquà circa io miglia lungi da Pado-
va, la quale gli celebrò magnifici funerali
quando morì in quel pacifico luogo). A
Mastino li indirizzò un'epistola in versi,
mentr'era, come pare, di là da'raonti. Di
essersi trattenuto in Verona e in Parm.i
assai tempo, fa memoria egli stesso nel ri-
cordato Ragionamento. Scrisse loSquar-
ciafjco, che in Verona venendogli da chi
lo visitava recitati de' versi del suo poema
Ialino r^^ric/2j pregasse di desistere, pa-
rendogli troppo imperfetti e poco limati.
In Verona vi contrasse amicizie, massime
di letterati, ad un veronese indirizzando
il suo libro, Delle virtìc del generale, cioè
a LHchino del Verme comandante del-
l'armi venete, cui chiama in una lettera
il Scipione Veronese, e cui molto esalta
in altra diretta a Giacomo suo figlio. E«
gli nomina ancora Pietro Navo, verone-
se probabilmente, che nella corte di Can
(riandeera stato celebre per sapere, ben-
ii4 VER
che di genio mordace. Era Petrarca in
Verona nel suo studio, quando a'i5 gen-
naio i348 intese il terremoto, e quivi
nello slesso anno gii giunse l'avviso della
morte di Laura, come scrisse il Toma-
sìni nel suo Petrarcha redivivas, Lau-
ra cornile^ Patavii i65o. Noterò che al-
tri pretendono, si trovasse allora Petrar-
ca a Parma ; ma egli stesso di suo pugno
scrisse sopra un Virgilio mss., esistente
in Milano nella biblioteca Ambrosiana:
morì Laura nell' anniversario preciso in
cui la i." volta l'avea veduta, a'6 aprile
1348 nrentre stava a Verona, e la noti-
zia gli giunse in Parma a' 19 del seguen-
te maggio. Ora quanto a Laura, il eh.
cav. Salvatore lìetti, ne' Tre dialoghi
ston'co-criiicì , homa i858, espose an-
ch'egli nel a.° dialogo, come molto pro-
babilmente la rinomatissima Laura del
Petrarca, di cui e di Valchiusa riparlai
ne'vol. LXXV, p. i33,XC,p. 144 (di-
cendola di famiglia lungamente ignora-
ta, ma uscita da quella di Noves e mari-
lata nell'altra di Sade o de Sado, ambe-
dne appartenenti alla famiglia di Baux,
cioèessaeraAdliémar dal lato di sua ma-
dre, e Caux da quello di suo padre), fosse
la nobilissima Laura des Baux Adliémar
di Cavaillon (alla cui diocesi appartiene
Valchiusa), figlia del signore di Valchiu-
sa, nata a pie' de' colli di Somana in ri-
va alla Sorga, e morta ancor donzella,
di lenta consunzione nel i 348 (già que-
sta opinione era stata seguita e sostenuta
da altri, precipuamente dall'nb. Costaing
di Pusignan, conservatore de'musei d'A-
vignone, morto nel 1820, autore del li-
bro: La Musa di Pt^trarca nelle colli-
ne di Valchiusa, 0 Laura des Baux,
sua soliutdine e sua tomba nella valle
di Galas, Parigi e Avignone 18 19. In
molti altri particolari pure confuta quel-
li degli altri, ed alla sua volta egli anco-
ra viene impugnato. Laura, secondo esso,
conservò il celibato, visse e morì santa-
mentie. Petrarca perciò non fu che il pa-
negirista di sue virila, le quali furono il so*
VER
lo e vero motivo dell'alfezione del poeta,
e della sua perseveranza nel cantarla: fu
un amore puramente contemplativo per
Laura. Però i suoi contraddittori osser-
vano: Se Laura fosse stata zitella, il poe-
ta nel Trionfo della Castità non le a-
vrebbe dato un corteggio di eroiche don-
ne maritate, ma delle vergini per compa-
gne, ed avit^bbe intitolalo il suo compo-
nimento: // Trionfo della Verginità. \n
vece denomina sempre Laura, mulier,
foeniina in Ialino: donna, madonna in
italiano; e mai virgo, puella, verdine,
donzella). Nel notificare l* impressione
di tale libro l' Enciclopedia contempo'
ranca di Fano, dice che l'autore inten-
de dimostrare, che la Laura cantata dal
Petrarca fosse non Laura de Sade, ma
bensì Laura des Baux Adhéaiar, figlia
del signor di Valchiusa, morta ancor
donzella nel i348. Il eh. cav. Ignazio
Cantò, che altresì annunciò la pubblica-
zione di tale libro nella Cronaca di Mi-
lano del i858,disp.' 2 3.", nella seguen-
te scrisse su questa questione. » Più ac-
cetto tornerà l'altro assunto del cav. Bet-
ti, che la Laura del Petrarca, ritenuta
finora per Laura de*Sade, moglie di se
vera vita e madre di numerosa prole, e-
ra Invece una giovane morta di consun-
zione ancor donzella. Laura des Baux A-
dhéinardi Cavaillon, figliuola del signore
di Valchiusa. In questo caso l'amor del
poeta acquista una tinta più platonica,
più virginale, e riprende il merito de'pu-
ri affetti. Ed è anche più logico di veder
tanto sciupio di sospiri e di lagrime non
per una donna legata alla severità d' un
nodo che impone severità di costumi o
cerchia nel recinto della fmiiglia; ma
con una donna, non fosse altro teorica-
mente, padrona de' propri alfetli. E che
sarebbe a dirsi del povero manto d'(ma
moglie così solennemente portata in [>id>-
blico dai canti d' un adoratore? " Dipoi
la stessa Cronaca di 3Jilano;(iìfi[ì.' 6*
del t859, da\ì' j/4raldo di Lucca, trasse
cuiit8Z7,a d'un articolo intitolato; Di wt
VER
Ms. creduto di Francesco Petrarca tro-
valo nella biblioteca di monaco di B a-
viera, dal piof. d/ Giorgio ÌVIarlino Tbo-
mas, consìstente in un codice italiano
con I i4 sonetti, verosimilmente in pri-
ma derivato da Pionia, della prima me*
tà del XIV secolo. Dall' esame che ne
fece risulta esservi sonetti politici e amo-
rosi, (jnolclie canzone morale e dell'idi-
iio. X I sonetti politici, o meglio istorici,
si riferiscono alle circostanze di Roma e
d' Italia verso gli anni iSao e i35o,a'
garbugli di Roma nella traslazione della
Sede apostolica in Avignone, al governo
stesso del Papa in Avignone, alle agita»
rioni di Cola di Rienzo, a'patimenti de-
gì' italiani per le fazioni de' guelfi e de'
ghibellini, all'usurpazione di Lodovico il
Bavaro, e del poter imperiale, alla lotta
cogl' infedeli, alle idee delle crociate.
Le poesie amorose generalmente canta-
no, lodano, onorano una Laura. Sareb-
be mai la Laura del Petrarca? Conveni-
va rendersi padroni di tutto il Petrarca,
Dia non era fatica col potente soccorso de'
suoi dotti e indotti rischìaratori e trasfi-
guralori (Erkiàrer und Verkiarer). Già
alcuni pensieri nelle poesìe istorìche ave-
vano fallosovvenire il professore di egua-
li sentenze contenute nelle lettere Ialine
del Petrarca. Il cantore di Laura del no-
stro codice, ed il Petrarca sarebbero una
cosa stessa? iVIa vi potevano essere slate
nello stesso secolo, nello stesso paese due
Laure che avessero destalo l'amore e la
lode di due poeti. Il pregio della beltà
femminile, la lode della virtù muliebre,
i sospiri, ec. sono sentimenti che in sirai-
gliante modo, od anche eguale si espri-
mono: tanto meno poi potevano provare
allo scopo, per la coesione de'poeli di quel
tempo, e la innegabile imitazione de'pro-
venzali e siciliani. Così il giuoco sulla pa-
rola Laura, l'aura, lauro, i medesimi at-
tributi ed eguali cose, la scella delle me-
desime ligure potevano attribuirsi al gu-
sto di quel tempo allegorico e bizzarro".
In tutti i sonetti amorosi uon una Laura,
VER ai5
ma Laura vivente in corpo o in anima si
olfriva come immagine perfetta. Il prof.
Thomas ne deduceva esser questi sonetti
di Francesco Petrarca, quali dettò nel
primo entusiasmo. Non deve ommettersi,
che questi sonetti appartengono a'primi
tempi del Petrarca, in nessuno si fa men-
zione di Laura come passata di vita. Tre
de'più bei sonetti paragonano Laura col
sole. Tostochè Laura si allontana, il sole
si nasconde, quanto esso rimane invisibi-
le più s'addensa il nuvolo della tempesta,
tostochè essa ritorna si rallegra di nuovo
il cieloe la terra. — Ad esempio del Maf-
fei, che per aver Petrarca di Arezzo dì'
morato in Verona, reputò conveniente
di ragionarne tra' scrittori veronesi, in
questa mia opera di erudizione quasi en-
ciclopedia, che dà latitudine e licenze,
ed anche per essere ascritto qual socia
corrispondente all'i, r. Società Aretina
di scienze lettere edarli (come notai nel
voi. LXXVIII, p. 56), fondala sotto gli
auspicii del Petrarca, io mi presi quella di
profittarne per aggiungere fa nuovamen-
te riprodotta opinione dell'illustre e dotto
Retti, sopra un argomento tanto fumo-
so, nolo essendo quanto se ne scrisse e
(juanto se ne parlò: e ciò feci altresì per-
chè prob-ibilmente desterà In notizia, per
chi ignorasse già argomento discusso o
per ritornarvi sopra, altre lucubrazioni
negli eruditi, ne' critici, e negli ammira-
tori dei celeberrimo poeta. Intanto ho
voluto farne alcune parole, ed eziandio
cercare quanto ne disse il p. Fanloni Ca-
strucci nell'accurata Istoria d'Avigno-
ne e del Contado l^enesino^ tanto minu-
tamente informalo nelle cose di Proven'
za, e qui lo riproduco. Riferisce nel t.i,
p. 99, descrivendo i feudi del Vcnais-
sino, che Sauraanaera marchesato della
casa di Sado delle più antiche famiglie
naturali d'Avignone, che tra gli altri or-
namenti di croci di Matta, di mitre, di
feudi, di carichi militari, e d' uffici pri-
mari, g/«5faHie«/e ascrive l'aver prodot-
to Laura^ la cui beltà e virtù è resa eter-
ai6 VER
na nella memoria de' posteri dulie rime
del Petrarca. Indi a p. ig6 racconta. « Il
Petrarca arse in y^i'/g-/Jo/i'c negli anni suoi
giovanili fin dal 1027, di limpido casto
amore per Laura de Sado, donzella (ìi
nobil sangue, di elevalo ingegno, di per-
fetta beltà, d'impenetraGile pudicizia : et
era corrisposto entro i medesimi limiti
d'intemerata onestà da Laura, cU'era non
men consapevole della pura intenzione,
che del merito sublime del suo amante.
La conosciuta virtù d' entrambi rende-
■va libere le loro pratic^)e non men vir-
tuose che amorose, et incapaci d'esser
denigrate da minima macchia d'alcu-
na sinistra opinione del mondo. Multi
desideravano di veder congiunte in ma-
trimonio quelle due rare persone; e
tra gli altri il Sommo Pontefice Gio-
irauni XKIl vi sollecitò il virtuosissi-
mo giovane, eziandio con offerirli per di-
spensa apostolica considerabili vantaggi
di pensioni ecclesiastiche, acciocché po-
tesse con maggior decoro sostener lo sta-
to coniugale: ma ricusò l'offerta il Pe-
trarca, rispondendo: JYon voler divenir
marito, per non lasciare d' essere antan-
te. Così è riferito nella sua vita in ispa-
gnuolo descritta in fronte de' suoi libri:
De renfcdiisntrinsqueforluna, parimen-
te tradotti in ispagnuolo. Morì l'amata
donzellaiìopo molli anni degliamori del
Petrarca, passando ad abitare, come pro-
babilmente può credersi, in luogo più
«conveniente alla sua paragonata virtù;
1' addolorato Petrarca per monumento
del suo amore pose dentro la sepoltura
del di lei cadavare un sonetto". Questo
lo storico riporta a p. SSy. Prima però
narra, che Francesco l re di Francia, re-
catosi nel i533 in Avignone, per lafa-
xnn della bella e virtuosa Laura, sepolta
nella chiesa de' minori di quella città,
nella cuppeila della «s. Croce, della nubi-
le sua casa de Sado, volle vederne le os-
«n (nella rivoluzioued'A vignane del 1790
lo tomba fi) distrutta, disperse le ceneri
f]i (^nura. Frani esco \ pare che nut) fece
VER
aprire pel i." la tomba, bensì perchè era
stata aperta e ciò nvea fatto rumore iti
Francia, volle anch' egli vederla). Disu-
mate che furono, si trovò con esse una
scatola di piombo, col seguente sonetto
(tenuto mediocre, e verosimilmente com-
posizione d'un amico del Petrarca: altri
aggiungono che vi si trovò una medaglia
di bronzo, rappresentante una donna che
si copre il seno, con intorno le lettere M.
L. M. J. interpretate: Madonna Laura
Morta Jace). Qui riposan le caste e fé-
liei ossa - Di queir alma gentile, e so-
la in lerra^-Aspro e dar sasso or ben te-
co hai sotterra, -E^l vero onor, la fama,
e beltà scossa. - Morte ha del verde lau-
ro svelta e smossa - Fresca radice, e il
premio di mia guerra - Di qiialtro lu-
stri e pài, se ancor non erra - Mio pen-
sier tristo, e' l chiude in poca fossa. - Fe-
lice pianta in borgo d'Avignone - Nac-
que e morì, e qui con essa giace - E pen-
na, e stil, l'inchiostro, e la ragione. - O
dilicali membri, o viva face, - Che an-
cor mi cuoci e struggi, inginocchione -
Ciascun preghi, il Signor ti accetti in
pace.W re Francesco 1 compose anch'es-
so due quaternarii, e insieme col sonetto
del Petrarca li fece porre nella scatola
di piombo, la quale fu rinchiusa con l'os-
sa dentro la sepoltura. Ecco i reali versi,
che però darò corretti. En petit lieucom-
pris vous pouvezvoir - Ce qui comprend
beaucoup par renommée - Piume, la-
beur, la langue, et le savoir- Furent
vaine US par l'ayniant de l'ayméc. - O
genlille ame ciani tanl csiiméc,-Qui te
pourra louer, quen se taisant? - Car
la parole est toujours réprimée,- Quand
le sujet surmonte le disani (Francesco I
compose pure un epitadio in versi che
unì al sonetto: si legge nella critica e im-
portante biografia di Lattea di Noves,
nella Biografìa Universale, Venezia
1828, t. 4', edove la questione delle due
Laure viene esaminata con erudizione
non comune). Il p. Faiitoni Castrucci
dimnuc, la bella Madonna Laura dice
VER
ripeluJattiente donzella (raffermarono
puie il p. Niceioii,eBiinard ile la Bastie;
nUri runpngnaiio: anche Fleuiy e Villa-
let scrissero che il Fap.) Beiieiletto XII
•volle persuadere Petrarca a sposar Lau-
ra, con promessa di conservargli i bene-
fizi ecclesiastici che godeva. Ma ella si
S|)0sò con de Sade nel i 325, e lìenedelto
XII successea Giovanni XXII nel i334)>
non fa |>iiiola del suo matrimonio con
Ugo de Sade, ne che era figlia di Odiber-
lo di Noves, borgo distante due leghe da
Avignone, pi esso la sinistra riva della Du-
iiiiiza, «liparliinento delle Cocche del Ro-
dano, ma la crede semplicemente della
famiglia de Sado. Non trovo il sonetto
dal suddetto storico riferito, nell'opera: /
Quattro Poeti Italiani ec. pubblicati dei
j^.Biitttira,l*iìng'\ presso Le Fevrei 833.
Di Petrarca egli riporta lel\in)ein vita di
Laura; in mortedi Laura; ([uelledti'trion-
fi d'amore, della castità, della morte, del-
la fama, del tempo, dtlla Divinità. Le ri-
me in morte sono loo sonetti, 8 canzo-
ni, una ballata ed una sestina. Il eh. Ze-
fìrino Re ci ha dato neW Album di Ho-
mnX 23, p. '262,265e 284, due ritratti
eli Madonna Laura, il (."secondo la mi-
niatura Laurcnziana, il 2." a tenore del-
l'incisione di Morghen,erudilissin)atnen-
le illustrandoli, ragionando pure di cpiel-
lo scolpito in marmo insieme al ritratto
del Petrarca, ciascuno de' possessori di-
sputandosi il vanto di sue vere sembian-
ze. Si vogliono operati da Simone Mar-
tini detto Memmi da Siena, ma esso non
fu scultore, il quale ritrasse Laura in A.-
\igiìone nel i 33 5 per commissione del di-
^in poeta, e furtivamente di Pandolfo
Malatesla, cioè quello della pergatnena
del codice Laurenzianu, e quello in tavo-
la già del cav. Piccolomini Dellanti, che
dicesi ora posseduta in Bologna da'mar-
chesi Tanara; oltre il bassorilievo di
marmo presso Biodo Peruzzi e suoi di-
scend ^li, che per la suagolTezza non am-
mette, ancorché si volesse considerar il
poeta unuinic platonico. Tratta eziandio
VER , 217
di altre effigie credute di Laura, riferen-
do con bella critica tutte le opinioni di-
icorsedagli scrittori nelle opere che ricor-
da diligentemente. Conclude, con dichia-
rarsi a (livore di quello dipinto in tavola,
poi inciso dal celebre Morghen, per rico-
noscervi le descrizioni che ne fece il Pe-
trarca ne' suoi aurei versi, almeno ne ha
la maggior probabilità. Si è detto di Pe-
trarca : .Superiore a tutti i poeti italiani
che preceduto l'avevano (ora il prof. Ze-
firino Re con eruilito e dotto ragionamen-
to sui biografi del Petrarca, ne passa e-
gregiamente in rassegna ben 4o, e vi pa-
lesa il profondo studio fatto nell' opere
e nella vita del sommo lirico; riparlando
della canzone, Spirto gentil che quelle
membra reggi, confermandosi esser di-
retta a Cola di Rienzo, come già notai
nel voi. LXXIII, p. 3o3), ne' versi cui
composedurante la vita di Laura, superò
sé stesso in quelli che fece dopo la sua
morte. Il soggetto di Laura fu trattato
anche in romanzo, con finzioni e favole :
la verità squarciò il velo che involgeva la
storia di tal donna celebre, immortalata
da Petrarca in versi ed in prosa,in italiano
ed in latino, con un omaggio il più puro
ed una specie di culto. Ma ormai basti di
loie di Laura, e si ritorni al Malfei ed agli
scrittori veronesi. — Rinaldo da Villa-
franca fu grammatico e poeta di qualche
valore, grandemente lodato da Petrarca,
quando gli scrisse da Napoli, e che tornan-
do in Verona si sarebbe trovato quasi in
patria, per essere in (|ueslo paese le ceneri
di Virgilio e di Plinio : fu autore dell'epi-
gramma diCangrande. Guglielmo oratore
è celebrato tra l'epistole del Petrarca in
versi, che gli scrisse da Parma e d'Avi-
gnone: alTeltuosa amicizia e pratica ten-
ne altresì il Petrarca con Gaspare lette-
rato. Guglielmo da l'astrengo sapiente
notaio e magistrato, pel quale fu teneris-
simo d'alfetlo il medesimo Petrarca, per
esser da lui aiutato negli studi con prestar-
gli de' libri di cui era ricco; fu pure pa-
trio ambasciatore, ed autore d' un'opera
ai8 VER
in cui una parte è una specie di diziona*
rio storico-geografico, perchè lodato qua-
le primo a simili generi di trattali, avan-
ti il Ruscelli ed a tutti quelli che haunu
con loro gloria empiuto il mondo di sì u-
tiliopere. Primo egli puòdirsi ancora che
osservasse le lapide. Gidioo da Somma-
campagna, dopo Antonio di Tempo pa-
dovano, fifi'l 2. "a trattar delle rime, cioè
delle varie specie de' componimenti poe-
tici volgari e del modo di rimarli, anzi i."
a trattarne in volgare coll'arte del ritmo:
funse l'uflìzio di fattore generale, di gran-
de considerazione, di Cansignorio e d'An-
tonio Scaligeri, cui mal corrispose come
traditore. Marzagaglia eiudilissimoscrit-
tore, maestro d' Antonio Scaligero, au-
tore d' un'opera. Di altra e dedicata ad
Antonio lo fu Francesco de Caronelli.
Gio. Evangelista da Zevio agostiniano,
nel 1387 fu fatto reggente del convento
di Verona ove istituì un'insigne libreria.
Giovanni Seregno scrittore del i34o. In
questo secolo legisti e medici veronesi fu-
rono mollo riputati; tra' primi vanno
menzionati Lodovico Alberti, Guglielmo
Servidei, Agostino Giullino, maestro Ro-
landino scrisse dell'arte notarla; tra' se-
condi Eernardo Campagna, Aventino
Fracasloro, PietroCepolla, Ba varino Gre-
scenzi (mio della qual famiglia passalo
iu [loma fondò il ramo ch'ebbe più car-
dinali, credeMalfei, ma non pare, almeno
«nteriormentepreesisleva la famiglia ro-
mana CrcscenzifCd avea avuti cardinali
e Torre), Bono, Avanzo e Giacomo La-
vagitolo, Giovanni, poi njedico di Fede-
derico III imperatore, nato in Porto, ch'è
partedi Legnago. — Nel libro 3.° si con-
tengono gli scrittori veronesi del if\OQ.
Guarino fu autore primario e primo fon-
ie che risvegliò in Italia lo studio delle
lettere greche, regione per altro che di
quando in quaiido non avea mancato di
cultori, COM in Verona. Si lagna Malfei
the molti nel rammentar coloro i quali
fecero rivivere i buoni studi, dimcntica-
ronuGuarino ualo nel i 370,chefinda gio-
VER
vinetto conobbe la necessità del greco a
chi voleva oltrepassare il limite delle co-
gnizioni di quel tempo, e non per altro
motivo si portò a Costantinopoli, dove
studiò 5 anni sotto Emanuele Crisolara,
e per più anni camminò la Grecia per
acquistar dottrina, onde poi in Verona
e in Ferrara, prima che altrove, risusci-
tò le lettere greche; di più si vuole aver
di Grecia portalo buon corredo di codi-
ci, e perciò in questo pare i.°ad arricchir-
ne l'Italia. Prima dello spirar del secolo
cominciò ad insegnar Guarino le lettere
greche, quindi anteriore alla venuta di
Crisolara in Italia, che- nei i3g8 vi recò
nuovamente tal merce, morendo nel 1 4 • 5
a Costanza per dolore di veder Giovanni
XXI 1 1, che seco l' avea portalo, deposto
e profugo. La scuola di Guarino in Verona
acquistò gran credito, quindi concorso di
forastieri, anche distinti, per ricevere i suoi
insegnamenti.specialmente nel greco. Pare
dunque che Guari no abbia avuto par te nel
merito del rifiorimento degli studi inVe-
rona,lirandoviCosimo de Medici WPadre
della patria e delle lellere, che partito
da Firenze pel contagio, elesse Verona per
trattenimento di tutta la famiglia; ed a
Verona venne altresì il gran Lorenzo de
Medici. Guarino nel i4'2ostipendiatodal
pubblico insegnava in Verona, e poi fece
il simile in Venezia, Firenze, e Ferrara
chiamatovi da Nicolò ili Estense |)er mae-
stro del figlio Leonello. Ivi fece da inter-
prete tra' greci e latini nel concilio gene-
rale. Tornò Guarino nel if{.^i a insegna-
re in [latria, indi si restituì a Ferrara o-
ve morì di Qoanni nel 14^0. I suoi disce-
poli sparsero il sapere per l'Europa. Dot-
tissimo, dolce e tranquillo, meritò conia-
zione di medaglia, e d' esser chiamato
grecae et lalinoe eruduionisfo'ilein. Eb-
be a fratello Benedetto, che si segnalò ne-
gli sludi, ed ebbe pur esso l'onore tli ripe-
tersi l'eHigie con medaglia. Guarino per
commissione <li Pap^i Nicolò V ti,Kliis8e
interamente Slrabone in latino: d'altre
traduzioni e opere ragiona Malfei crtuli-
VER
tamenle. Il suo nome divenne cognorae
cit'discendonti, così i figli Battista e Giro-
luiuo Giiat'inì,il i. "succedendo al padre
nella lettura e nella gloria di fiorita e for-
tunata scuola in Ferrara; fu pure auto-
re d'opere, il i." editore di .Servio sopra
Virgilio, segnalandosi nell' emendazione
di Catullo, nell' edizione fattane dal fi-
glio Alessandro che dottamente lo coin-
inentò. Quest'ultimo nacque in Ferrara
e fu segretario del duca Alfonso 1, ivi pro-
seguendo la famiglia con altri uomini di
lettere, e produsse poi l'altro Battista, che
lauta gloria accrebbe alla nostra lingua
coll'immorlal dramma del Pn'ilor fido.
Fiiolo, TimoteoeCelsoMalfei canonici re-
golari Lateranensi, nella chiesa suburba-
na de' quali nell'altare eretto dal i.°si
posero i versi : Stirpe safits velcri Ma-
plieorttni /fiitoniits-, orimi - Viriate itisi-
gnis, simicl ordine ciani!,- Equcslri, eie.
Paolo inultre dotto in ogni scienza, mira-
bile per santità di vita, divenne generale
dell'ordine nel 14^5, e fu uno de'piinci-
pali e più elllcaci promotori e auìpliatori
della riforma, essendo sialo il 3.''de'iifor-
inati il moiiaslero di Verona; ricusò ve-
«covali, e Dio operò miracoli a sua intrr-
cessione in morte ; lasciò 0[)ere di pio
argomento, ed alcuni gli diedero il titolo
di bealo. Timoteo fu detto principe de'
predicatori del suo tempo, tla' principi
richiesto e ammirato, principale propaga-
tore dell' ordine di cui 3 volte fu genera-
le, insigne per dottrina e santità di vita.
Gli furono coniate due medaglie esibite
da MalFtìi. Intrinseco dell'encomialo Co-
simo de Medici, per lui rinnovò da'fon-
damenti la badia di Fiesole, e .vi costituì
sceltissima libreria. Ricusò l'arcivescova-
to di Milano conferitogli da Nicolò V, ma
fu costretto accettar quello di Ragusi da
Paolo 11, ove lasciò insigni memorie, di
fili nel iSSoera stato pastore un Maffeo
di Lago di Garda, non appartenente a Ve-
rona. l->i lui si hanno diverse opere. Cel-
so fu eccellente predicatore, 8 volte gene-
rale de' canonici regolari, rifiutò più ve-
V E R ai9
•covali,arricchìdi mss. edi libri le librerìe
di s. Leonardo di Verona, della Carità in
Venezia e di Verdara in Padova col suo
peculio, e fu autore di varie opere. Nel-
t'istessa età fiorì Giovanni Maffei scritto-
re, canonico di s. Giorgio in Alga, Late-
ranese fu Maffeo Bosso abbate di Fieso-
le, ove tenne seco per un anno Pico della
Mirandola suo amicissimo, autore d'ope-
re. Nello stesso online e secolo fiorirono
gli scrittori MarcoRizz(jni,Onofrior>redo
e Zeno Lazise. Conte Lodovico Sanboni-
facio, si compiacque singolarmente degli
studi teologici, ebbearchivio insigne, con-
sultatodal magistrato veronese de' i 2 de^
potati ad gucrram, per le controversie
di confine co' vicentini. Isotta Nogarola
preferì gli studi alle nozze, fu dotta e am-i
mirata da' letterati coetanei; lasciò vari
scritti: la sua famiglia vanta nltredonne
illustri. Il suo fratello Leonardo prolono-
tario apostolico,dotte e voluu)inose opere
scrisse. Giorgio Bevilacqua Lazise. Felice
Feliciano studioso di lapidee antiquario,
distrusse il suo patrimooio per atlendere
all' alchimia, e fece una raccolta d' iscri-
zioni di Toscolano summentovalo, di Ro-
ma ed altri luoghi. Celebri giuristi furo-
no Bartolomeo Cipolla, Giovanni Einilj
avvocato concistoriale, come è intitolalo
nella sua Stimma Aemiiiaiin (il Cartari,
Advocalornm s. Consistorii, lo dice di
Brescia). Fralel di esso fu Pielro abbate
di S.Zenone, che rinunziò la badia all'al-
tro fratello iMarco, sotto il quale fu messa
in commenda; portatosi in Roma entrò
in tanta grazia di Martino V che gli die'
il proprio cognome, onde si chiamò Pier
Colonna, nominato presidente pel conci-
lio di Siena, indi governatore della Mar-
ca d'Ancona, in cui ricuperò alcune città
e vi estirpò gì i eretici fraticelli. PierFrance-
scoGiu$ti,non minor grido ebbe Lelio suo
nipote podestà di Firenze, ed il figlio di
questi Giusto, più un Manfredo e un conte
Giulio. CrisloforoLanfranchini insigne le-
gista, ambasciatore a Venezia. Gian Ni-
cola Salerno pretore in Mantova, Bolo--
aao VER
gnu e Firenze. Giacomo Lavagnolo sena-
loiefli Roma nel i 452-53 mori in cari-
ca, tiopo avere scoperto la congiura con-
tro Nicolò V di Stefano Porcari. Di Ma»
dio o Maggio, o Mazode'Mazi giurecon-
sulto. Girolamo della stessa famiglia. Do-
menico Fativinio arbitro Ira il duca di
IVlibno ed i signori da Carrara. Mario
l'indeinonle. Lodovico <le Polenti* da
Legnago. Paolo Andrea del Cene. Poeti
latini : Lodovico Merclienti celebrò in
versi la vittoria de' veneziani nel i438
riportata sul lago di Garda contro il du-
ca di Milano. Tobia del Borgo poeta di
iSigismondo l, signore di Ri mini, celebiò
nel suo J.wIlfuXjìa di lui moglie Isotta.
Francesco Drusoni da Legnago. Bernar-
dino Campagna dedicò a .Sisto IV una
tragedia sulla l*assione del Signoie. Bal-
dassare Crasso. Leonardo Montagna. Cil-
Icnio Pisciense, ossia Bernardino Cille-
uio da Pesc.biera. Bernardino Partenio
<ia Spilimbergo. Panfilo Sasso che scris-
se pure de laudibus Veronac. Zcnnovel-
lo Giusti ornò tutto il suo palazzo delle
Sfelle d'eleganti distici. Mario Filelfo fi-
j^lio di Francesco fu in erto modo vero-
nese per elezione, e« .ndo maestro pub-
blico in Verona : fra' suoi componimenti
è la satira contro la facilità allora in mo-
da di far conti palatini, dottori e poeti
laureati. Una sua lunga opera in versi esa-
metri,ed intitolata ^«?roH<2, tratta di tut-
ti i pregi della città e territorio, e fa men-
7Ìone delle |)iù conosciute famiglie, non
cbe del lago di Garda. Fu pure mirabile
improvvisatore in italianoe in latinod'in-
credibile memoria, su argomenti propo-
nili da loo persone. Qui Malfei celebra
1* improvvisatore olivetatioZucco, anche
senza canto, già lodato: Che pensar noi
potriachi non l'ha udito. Giovanni Pan-
ico scrisse un dialogo uni bagni <li Cai-
diero (noterò ebe nel lygS fu stampato
di Bongiovanni, Zenone « Matteo Brirbie-
ri: Illustrazioni delle Terme di Cnldle-
ro nel /^cronese), argomento già tratta-
. lo da A leardo Pindemoule, De laudibus
VER
^(fro'j^e.Furonosuoi discepoliDanlellI,
Agostino Capello, Virgilio Zavarise.e il
colite Giacomo Giuliari. Di essi vari e hin-
ghi componimenti si hanno in versi la-
tini, recitati a un' accademia nel i484
tenuta inonor del maestro nella piazza
dei Signori, con molta pompa, forse il
più antico esempio di sì fatte funzioni.
Fu questa esposta e riferita distintamen-
te dal Gìuliari, col titolo d'odio Pan'
thea,e stampata nelt'istesso anno, libret-
to dal Malfei più volte ricordato come
autorevole per la sua importanza in lode
de' veronesi illustri. Inoltre del Giullari
si Ila un libro d'e[)igrammi. Forse fu per
Ini r epitalamio ili l'anfilo Sasso, per le
nozze di Giacomo Giullari con Elisabetta
Cbiaramonte. Neil' ultimo poema, eh' è
dal Zavarise, si non)inano sopra 4o ve-
ronesi che in quel tempo si distingueva-
no per lettere, e dice del l'anteo che in
ogni genere di poesia era meraviglioso;
egli polsi occupava nello studio non co-
mune delle lingue ebraica e araba. Dotta
poetessa fu Laura Brenzona,essendo mol-
to lodate le sue orazioni volgari e latine.
Fu confusa coli' altra veronese Laura
Nogaiola moglie del doge Nicolò Tron.
Parimente è diversa dall'altra Laura
Scbioppa letterata e poetessa : del suo in-
gegno, virtù e bellezza s' invaglù Dante
IH, e gli stranieri perla fama cercavano
vederla. Antonio Beccaria, cognome ma-
terno,era tesoriere della cattedrale, mol-
to encomiato,sci isse eleganti poesie e ora-
zioni, e perito nel greco fece traduzioni.
Ilarioue monaco benedettino, poeta e
grecista lodato. Domizio Calderini sacer-
dote nata in Torri sul lago di Garila,
chiamato Restilutor Litcrarum, da Lu-
cio Fosforo vescovo di Segna distinto
letterato. Di 24 «'i"' P^ulo " 'o chiamò
in Roma a leggere belle lettere nell'uni-
versità degli studi» e fu fatto segretario
apostolico. Si crede essere stalo il i."cl)e
cominciasse a studiar a fonilo gli autori
antichi, e spiegandoli col siissidiodell' e-
rudizioue, ofide ritrarne i più importanti
VER
lumi e notìzie. Tanto sapere e tanta glo-
ria mosse diversi dotti malevoli a impu-
gnarlo,massiuìe Poliziano, che poi lo dis-
se sprezzalor degli altri e amniirator di
se stesso. Però all' emulazione prevalse
io lui la verità, nel comporgli l'epitairio
quando il Calderini mori in Roma d'an-
ni 32, confessando che la via alle Muse
chiusa e impedita ancora, s' era da esso
spianata come si vede da'suoi epigrammi.
Di questo grande ingegno si hanno più
commenti e opere, stampate e luss. Nel
latino e nel greco ebbe a maestro Anto-
nio Broianico, o da Brognoligo, padre del-
le buone lettere, dalla cui scuola usciro-
no altri illustri: scrisse un poemetto su
Venezia col titolo, De origine florends-
simae Reipuhlìcae Venelorum. In quel-
l'epoca fìorirono pure altri poeti vero-
nesi. Professori di belle lettere sono i se*
guenti. Benedetto Brugiiolo di Legnago,
tuaeslro primario in Venezia, dalla cui
scuoia uscirono i migliori che in Verona
poi ebber grido, ove pure iìisegnò. 11 Sa-
bellico celebrando que' che l'antica lin-
gua fecero rivivere, dopo Giullari, Zava-
l'isee Battista Guarini, loda il dotto e mo-
desto Brugnolo, e Cicero Verontnais
l'appellò Giovanni da Lignano, tutti ac-
correndo in folla quando interpretifva O-
(nero e Tucidide, Ciceronee Quintiliano.
Fu ottimo correttore di stampe, e molte
edizioni diresse. Morto in Venezia, Gio-
vanni Quirini nel i5o5 gli eresse elegan-
te nionuuienlo intarsiato di marmi orien-
tali nella chiesa de'Frari, col suo busto e
iscrizione ov' è detto Vtroneasem. Ga-
spare Veronese fu maestro in Roma, e da
lui apprese il latino Aldo Manuzio: scris-
se l' istoria di Paolo 11 e de' suoi tempi
(pubblicata dal Muratori, Script, rcr.
Jtal.,\., 3, par. 2, p. io44* l'O'o inoltre
nel Bonamici, De claris Pontificiariiin
epislolnrum scriploribusy che fu segreta-
rio di Calisto III, e precettore del nipote
Roderico. Borgia, poi Alessandro VI). Il
Sabellico in Roma fu suo discepolo, cosi
del Calderini, onde onorò Veiona di que-
ÌI2 t
VER
8l' elogio. Doclorutn hominuin parens,
ingeniorum altrix, sacrariwn Uiera^
ritnif et cui plus hoc nomine [talin dc'
bet, quain Gruccia Alhenis : illa doclos
viros aliunde accepit, tu aliis genlihus
dcdisti. Altri professori furono Ferraboi
e Colombino; letterato Francesco Ro-
selo. Lodovico Cendrata, e Bartolomeo
di sua famiglia eziandìo si rese chiaro.
Antonio Partenio Lacisìo pubblico mae-
stro in Verona, assai celebrato. Gio. Fran-
cesco Burana dotto pure nell' ebraico e
nell'arabo, come nella musica. Medici il-
lustri fiorirono: Antonio Cernisonepro-
fessore a Padova, artiuni et medicinae
monarclia ; Gerardo Boldiero lodatissi-
mo, una cui scrittura sui bagni di Caldie-
ro è nella raccolta de Z?fl//jezV,professore
a Padova con Matteo suo fratello; Anto-
nioBianchi; Giovanni A rcolano medico di
Borso duca di Ferrara ; Bernardino Più»
mazzi professore a Padova; Francesco
Recalco; Pietro Sacchi, della cui fami-
glia fu pur illustre Francesco; Gabriele
de Zerbisi fece ammirare in Padova, Bo-
logna e Roma, perito barbaramente per
mano de' crudeli turchi con un suo fi-
glio, e compianto da Pier Valeriano ncl-
ì' Jnfilicilà de' /eWcrfl/Zy Alessandro Be-
nedetti da Legnago, scrisse opere dotte.
Nello slesso secolo si resero insigni: Pie-
tio de Gualfredini; sacerdote Domenico
Pizimenti, recitò un'orazione nel concdio
di Costanza ; Francesco Aleardo; Giaco-
mo Pindemonte, compilò una buona cro-
naca di Verona fino al i4i45 Giovanni
Mansionario, scrisse per provar veronesi
i due Flinii, ed assai bene fece altrettan-
to Matteo RutTo (rammento aver di so-
pra riferito, che il Tarlarotti lo conside-
ra la slessa persona di Giovanni Diaco-
no) ; Bartolomeo notaro compose un \\-
hì'o dierwniuridicornm Conwiunis ^e-
ronaeda\ i4o5al i4i2; Bartolomeoab-
batedi s. Nicolòdel Lido intorno al 144°»
scrisse la storia del suo monastero ; illu-
stri domenicani furono Benedetto, Ago-
stino, Desiderio Anichini, e Lorenzo il
322 VER
quale vuoisi lo slesso che Benedetto. Ci-
priano monaco autore d'opera; così Mar-
tino Rizzoni, e Giacomo dollissimo di
tal famiglia fu maestro di Pietro Caibo
nipote d' Eugenio IV e poi Paolo II. Fi:
Lodovico dalla Torre minore osservante,
generale del suo ordine, ed autore pure
■delle Disputationes de Conceplione B.
Rlariae. De' servi di Maria, lodati scrit-
tori Barlolonreo e Tommaso. Giacomo
Malatesla dolio maestro degli accoliti.
Francesco Brusato arcivescovo di Ni-
«osia scrisse molte lettere, morto in Ro-
ma nel i477> e sepolto in s. Clemente.
•Giovanni Bonardi prete, graniuiatico e
poeta. Pier Donalo Awogadio pubblicò
un ragionamento degli uomini illustri del-
ia patria, ed altro. Pietro Buonodcllo A v-
vogario o Awogadro. Michele Fossato
lodò Verona in versi elegiaci in un ad al-
tjuanli Ictlerali, pubblicati dalPeretli nel-
le postille qW Istoria di s. Zenone. Bene-
detto Viola medico, autore d'un diziona-
rio geografico nel 1470, perciò precedet-
te Ferrari, Orlelio e Baudrand. Agosti»
lio Begani matematico. Bartolomeo Du«
xaìni da lllasi chimico. Agostino Capri-
ni compose una commedia latina. Ano-
nimo scrisse la storia d'Italia dal i438 ni
1491 e le cose di Verona: nel 1477 rde-
risce creato cardinale a istanza del re
'^'Ungheria fr. Gabriele da Verona mi-
nore osservante: ma questo è fr. Gabrie-
le /i/:;//go/;i(/'.) modenese. Tuttavolta il
Mafteigiusliljca l'asserzione, col dichiara-
te con un'istoriella, che nascesse nel Vero-
nese d'un conte Rangone (modenese e suo
figlio naturale) e d' una donna del con-
tado, anzi sotto Bardolino famiglia anti-
ca di conladini, di cognome Uangoni;per
cui neirOldoino sono due brevi pontifi-
cii molto per lui onorifici, ne'quali vien
detto Gabriel de Verona. Poeti volgari
furono i seguenti, notando MaiTci, essere
meraviglia, come in tanta copia di scrit-
tori, pochi fossero in Verona rpie'che ii-
sarono ne'libri la lingua volgare, (jiorgiu
Sumtuariva provisor forlilitioruni l'è-
V ER
ronensium , e governatore di Gradisca,
scrisse anche il testamento in versi vol-
gari. Francesco Nursio, dello la fenice
A'ero/iese dall'Avanzo, e poe<<z elegantis-
simo dal Tacuino. Accio Zucdodi Som-
rnacampngna. Fr. Giovanni Giocondo
domenicano, e non francescano, come er-
roneamente altri prelesero (si vuole del-
la famiglia Monsignori o meglio di quel-
la d'Ognibono, letterato profondo, dolio
antiquario, valente architetto del Fon-
daco de'Tedeschi in Venezia), critico ec-
cellente, da Giulio Cesare Scaligero ((ua-
W^ica^io, vecchia e nuova biblioteca di tut-
te le buone discipline, e nelle satire lo
c\\ianìbfenice,e di non ìninor giudizio chg
ingegno, raccoglitore d'antiche iscrizioni,
che pose insieme con più scelta e gusto
de'precedenli con>pilalori, dicendosi ili."
a pubblicarle. Qiial eccellente architetto
fu il I ." the mise mano a emendar Vilrii-
vio e a renderlo leggibile, emendò Fion-
lino nell'opera degli acquedotti, trovò
quella di Giulio Ossequente, fece l'epito-
me di Aurelio Vittore, scrisse sulle acque
per Venezia, ove avendo considerato co-
me le Lagune erano in pimto d'interrar-
si fra poco, quando si faceva il nuovo al-
veo della Brenta dal Dolo a Broudolo, ne
died? avviso e suggerì il modo di rime-
diarvi, che fu posto in esecuzione, con-
ducendo la metà della Brenta a sboccar
verso Chioggia, col canale Brentonc, on-
de Luigi Cornaro ilichiarò doversi a lui
obbligo immortale, potendosi chiamare
secondo edificatore di Venezia (il Te-
manza invece narra non aver avuto luo-
go il suggerimento di fra Giocondo, per
laguerra di Cauibray, e che provvisoria-
mente si continuassero i disegni d'Aleai
di: in tal guerra fortificò Treviso e di ver
.si punti de'conlorni). Ivi die' il meravi
gtioso disegno pei' rifare Rialto, mn nou
fu posto in opeia (xi tenga [)resenle quan-
to di analogo ho riferito ne! voi. XCI, p
307 e 3o8). In Verona die' il («odo per
rifabbricare la pila di mezzo del ponte
della Pielrn, e fece altre cose. Pel 1 ." por
VER
tò l'ai chitclluia di là da' monti, chiama-
to in Francia da Luigi Xll; 2." fu il Ser-
lio invitato da Francesco I. Fece a Parigi
ilfaD)osopontesullaSenna,e vi feceanche
il ponte piccolo carico di botteghe, ope-
re degne del suo meraviglioso ingegno,
cioè il Pont Notre Dame e il petit Pont
(quest'ultimo altri negano non ostante il
distico di Sannazaro; lutto al più fe-
ce il progetto per qualche altro ponte sul-
la Senna, il che trasse in inganno il poe-
ta). Molle altre opere architettò in quel
regno, dove lungo tempo si trattenne. In
Roma gli fu alluiata la fabbrica dì s. l*ie-
Irò, insieme C(jn Buonarroti, Raffaele da
Urbino e Sangallo, dopo la morte ili Bia-
luaute. — Nel lib. 4. "i fa memoria de-
gli scritturi veronesi vissuti nel XN'I se-
colo. Età felice iu cui risorto in Italia lo
spirito dell'antica Grecia, tutti gli sludi
più lodevoli , tutte le facoltà più nobili,
tutte le arti più pregiale vi fiorirono in
alto grado. In fjueJ tempo fu che si scris-
se latino in prosa e in verso col sa[)ore
del secolo d'Augusto. Fu allora che nel-
la sana erudizione, ch'è quanto dire nel
saper vero, si penetrò molto a dentro, e
per andar più avanti si spianarono a tut-
ti le strade; quando si prese a raccoglie-
re con ambizione, e a considerare dotta-
niente medaglie e lapide, con l'altre su-
peibe spoglie e preziose reliquie dell'an-
tichità. Ma che a tutte queste belle im-
prese contribuì (jualche cosa anche Ve-
rona, e che nell'onorata schiera di colo-
ro, i quali resero memorabile per sen»-
pre quell'aureo secolo, non pochi vero-
nesi mollo cospicui furono, e primi luo-
ghi con somma gloria occuparono, con)e
risulta dall'opera del Mallei,espressamen-
te dichiarandolo. Benedetto Malici abbre-
tialoredi maggioreprcsidenza, abbando-
nata Verona, trasportò un ramo della fa-
miglia u Roma, insieme al fratello Ago-
.«tino, il quale o Benedetto fu segretario
tli Paolo il (il Marini die negli yJrcJu'n-
tri riporta diverse notizie de'Malfei, dice
•segretari Antonio e Franc!ebCo),e quesl'uj-
V E R acjJ
limosposata una Conti, i discendentis'ioi*
parenlarono co' Farnesi. Ambo i fratelli
sono noverati tra'scrittori illustri verone-
si, così un Girolamo. Agostino fu pure
uno de'principali promotori delle lettere
e de'Ietterali, ed il i ° che agli sludi por-
se aiuto col raccogliere antichità erudite^
e formar museo, e di molto avanti il Co-
locci fiorilo più lardi. Pomponio Leto per
l'insigni raccolted'Agoslino, lochiamo ie-
soro ih Ile cose roinaue. Continuò la di-
scendenza a rendersi beneuìerita delle
buone lettere. Da Benedelfo usci lo scrit-
tore Bernardino yj/^///c'/(A^'.) fatto cardi-
nale da Paolo III, il fralellodelqualeMar-
c'Aulonio ]ÌJfi/fci{r.) ebbe egual digni-
tà da s. Pio V, e più tardi Orazio 3Jc//fci
{/'.) crealo cardinale da Paolo V: forma-
tisi due rami ile'iMalfei di Roma, si esliu-
sero in Ottavio, fratello d'Ascanio arci-
vescovo d'Urbino, che da Verona chia-
mò erede Agostino figlio del conte Mar-
c'Aulonio. li museo in Roma raccolto da
Agostino fu accresciuto da'successori. Gi-
rolamo dalla Torre o Turriuni lettore
di Medicina in Padova, scrisse opere, ed
il figlio Marc' Antonio di mirabile inge-
gno più di lui fu celebralo, piofessorein
medicina e profondo nell' atiatoinia per
la luce che vi sparse. Di tal f<iUMglia fu
letterato l\aimondo,emolto più Gio. Bat-
tista medico, filosofo ed astronomo; Giu-
lio,altro letterato, sì dilettò grandemente
della bell'arte di fondere e della di lui pe-
rizia rimasero belle medaglie de'suoi, il-
lustri essendoancoi figli. Girolamo Avan-
zo tiottissimo e di sommo ingegno, dicen-
dolo Aldo Manuzio, il quale chiamò Ve-
rona madre de' ciotti, e nudrice dcgl' in-
gegni: fu lettore in Padova di filosofia e
critico di mollo credito. Paolo 111 aven-
dolo incaricalo di emendare lutti i poeti
latini. Giulio Cesare Scaligero, di raro e
sublime talento, però non ragionevolmen-
te fu lodato con eccesso. Era figlio di Be-
nedetto Bordoni descrittore ili tutte l' i-
sole, a eoi fu dato il soprannome dalla
Scala, onde Giulio lo prese per.cogno-
.324 VER
me, spacciando colla sua franchezza im-
prese militari e adinilà reali, e sostenen-
do che Bordone non fosse cognome, ma
feudo: fu ancora eruditissimo medico.
Ciano suo figlio divenne bravo generale
de' veneziani e governatore generale del-
l'armi. Cesare della stessa famiglia acqui*
sto nell'armi mollo grido. Servì a questi
signori ii veronese poeta Matteo Bando!-
lo. Giuseppe nato in Agen, come il padre
suo Giulio Cesare non si contentò di as-
serirsi discesodalla famiglia Scaligera, ma
benché dotto e celebre letterato, lo stipe-
rò in pazzi racconti e invenzioni, aduhe-
rando persino le genealogie de' principi,
corronipendo anche fuor del suo interes-
se l'istoria; favole pienamente confutale
da molli e pienamente derise ne'due vo-
lumi intitolati: Scaligtr Hypoboliinaeus
e Àinplwtides Scioppicinae. Paolo Emi-
lii scrisse meglio de'precedenti la storia
di Francia, nell'eloquenza superando gli
storici antichi e in alcune parli un Tito
Livio. Conte Lodovico Canossa vescovo
«li Tricaricoetìi Bajeux, nunzio in Fran-
cia. Bernardino Donato del castello di
Zano, professò lettere greche e latine in
Padova, ed altrove, indi con pubblico sli-
pendio in patria. Meravigliosamente fio-
rendo in Verona le lettere greche, altri
grecisti furono Gio, Battista Gabia,pro-
fessorenell'universilà romana; Malleodal
Bue o Bovio, anche perito ncll' ebraico;
Girolamo Bagolino, medico e lettore in
Padova di filosofia; Domenico Monteso-
ro; Girolamo Liorsi; Paolo Lazise; Al-
bertoLìni; PieIroBonalini. Merita distin-
ta menzione Pier Francesco Zuii, perla
quantità di sue versioni, lesse filosolia mo-
rale in Padova. Conte Lodovico Nogaro-
la letterato, più volte aud)ascialure pa-
trio a Venezia: nota il Madei , che niun
premio ebbe mai di sua vii tu e di sue fa-
tiche; n)a chi è capace di far tanlo, l' è
nltresi di ridersi d'ogni esterno premio.
Lasciò una moltitudine de' suoi mss. so-
pra vari argomenti , che io per brevità
taccio, come del gran uuraero di opere
VER
degli scrittori reronesi, a seconda del pro-
tesl.Tto in principio. Suo fratello Leonar-
do Nogarola va ricordato. Gio. Battista
da Monte celebre medico , amantissimo
delle buone lettere, formò un gran mu-
seo di medaglie di tutti tre i metalli; e
letterato di grido fu pur Marc' Antonia
suo figlio. Girolamo Fracasloro sommo
filosofo, famoso medico e delle cose ce-
lesti peritissimo: il pubblico di Verona lo
distinse tra'suoi molti letterati che fiori-
vano alla sua epoca, erigendogli una sta-
tua togata nella più nobii piazza, con
iscrizione del Panvinio: il Malfei olfre la
sua medaglia, come di altri illustri vero-
nesi. Onofrio Panvinio (F.) agostiniano,
denominato con glorioso encomio padre
della storia, ch'è madre d'ogni scienza e
d'ogni sapere, alla quale cominciò ad ap-
plicarsi intensamente nell'anno i a.°di sua
eia, dal Tuano riconosciuto uomo nato
per cavar dalle tenebre le antichità tut-
te romane ed ecclesiastiche. Il Manuzio
lo chiamava, divoratore dell'antiche co-
se. Morì di 38 anni in Palermo col dolo-
re d'un'incongi uà riprensione fattagli in ^
Pioma, con gravissimo danno delle lette- 9
re, e desta meraviglia come in tal breve
periodo potesse scrivere tante e sì sva-
riate opere , alcune delle quali insigni e
originali, con singoiar profondità, sotti-
gliezza e critica; e finì sua vita quando
ordinariamentegli altri cominciar soglio-
no in materie gravi a scrivere; onde ben
disse di lui Giacomo Caddi fiorentino:
lol Oniiphrius scripsit, ut nihil legere,
tot aliena legit, ut nihil scriberepotuis-
se vidcatur. Di sue opere sagre e profa-
ne ne pubblicò il catalogo copioso il Maf-
fei, ed anche ne ragionò, come di quelle
degli altri veronesi, ed il celebre cardinal
Mai ne stampò alcune inedite, che ricor-
dai nella biografia. Nel 1621 in Verona
si pubblicò, De viris illuslrihusj ed in Pa-
dova nel 1660, Delle antichità, istoria,
et nomini illustri di f^erona. iNiuno for-
se più di lui illustrò e tanlo promosse lo
siudiu delle lapide e dell'iscrizioni, foule
VER
sicuro e ampio delle notizie antiche: egli
poi fu il 1." che adducendole ne tuo«trò
J uso, ne additò il frutto, e ne ricavò im-
mensa erudizione , interpretando (jueile
che prima non eransi intese. Gli aniiaU
ecclesiastici, lavorati con tanta gloria dal
cardinal Baronio, furono prima da lui in-
trapresi e molto avanti condotti: diver-
si scrissero, a lui doversi le fila maestre
dell'immortale orditura, con infinite fa-
liclie avendo raccolto antichi monumeu-
ti d'ogni genere. I suoi confrat«'lli gì' in-
nalzarono un nobile monumento nella
chiesa di s. Agostino di Roma, quantun-
que la più bella e imperitura memoria
l'abbia a se stesso lasciato co'suoi ntolti e
e dotti scritti. Adamo Funiani,per 43 anni
canonico dellu cattedrale, (u al concilio
di Trento col vescovo cardinal IVavagero.
Storici di Verona sono i seguenti. To-
rello Saraina trattò in latino dell'antichi-
tà di Verona in 4i''aloghi (De origine et
amplitudine civitatis Veronae, etc. Ve-
ronaei54o), che si hanno tradotti.da Or-
lando l'escetti, e raccolse le an tiche iscri-
zioni veronesi. Scrisse la storia degli Sca-
ìi^er\{Historiariwietgestorunn'eronen-
slum temporibus papali et dominoram
Scalìgero rum, Lugduni Batav.; Historia
efatlide'veronesi ne' tempi del popolo e
degli Scaligeri y Verona 1 64 ' , « 649). Ol-
tre il discorso Panvinio, ed il suo Croni-
co /'^eronese, ed una Cronichettavaccoì-
ta dagli scritti d'Alcinoo Faella, scrisse poi
di proposito l'istoria di Verona Girolamo
dalla Corte, arrivando fino ali56o (Del-
l'istorie della città di Verona, ivi i Sga,
Venezia i 744)- Questi vien piìi ricercato
di tutti per averle scritte di proposito,
previoaccurato esame delle cronache pa-
trie , benché per altro non appagasse il
genio d'ognuno, lodato in qualche parte
da Lodovico INogarola. Dopo questo fu
Gio. Francesco Tinto, al quale venula in
mano l'opera ancor inedita del Panvinio,
cercò di prenderne la sostanza, mutando
l'ordine per celare la miniera, ma nello
flesso tempo imbrogliando ogni cosa. L'iu-
VOL. xciv.
VER 225
titolò iVbZ>i7tó diferona. Più altri in que-
sto secolo delle cose patrie scrissero breve ■
mente; però si reseconsiderabile Alesuan-
<lro Canobio famigliare del veronese Or-
maneti vescovo di Padova, anche col Co/«-
pendio dell'istoria di Verona. Fra l'al-
tre operette, Albero della famiglia Sca-
ligera, Istoria della Madonna di Cam -
pagna, Trattato dell'Accademie (di niu
sica) agli accademici novelli di Verona,
ivi 1 57 I . Origine della famiglia Canos-
sa. Vita della contessa Matilde. Furo-
no in questo secolo illustri scrittori me-
dici, il cui collegio assai fioriva in Veru-
na, e tra gli altri Marsilio Cagnati profes-
sore nell'università di Roma celebralissi-
mo, versato in o^^ni scienza, nella Ialina e
nella greca erudizione. GiosefTo Valdaii-
go, pure versato nelle mateuiatiche di-
scipline. Girolamo Doiizellini nato sul
Bresciano da padre veronese, poi accasa-
tosi in Verona. Alvise Mundella detto pu-
re bresciano. Antonio Fumanelli famosis-
simo medico. Gio. Battista Confulonicri.
Paolo Ginliari. Biagio Peccana. Nicolò
Marogna. Gio. Antonio Turco lesse la fi-
loscjfia di Platone nell'nccadenìia filarmu-
ni:'a.GirolamoRiv8. Pietro Mainaidi. V^it-
torio Algaroto. lìartolorneo Poli. Gio. An-
drea Bellicocchi. Fiancesco India, di cui
dicesi nipote il già lodalo Bernardino pit-
tore insigne e sludios») di lettele, a cui fu
coniala medaglia esibita da Maffei. Cri-
stoforo Guaiinoni medico dell'ini perato-
re Rodolfo 11. Natale Montesoro. Barto-
lomeo Paschelli. Gio. Battista Pona re-
citò prelezioni nell'accademia de'filarmu-
nici con plauso, la quale intervenne so-
lennemente al suo funerale. Suo fruteilo
Giovanni speziale, insigne nella sua pro-
fessione e nella botanica, descrisse dotta-
mente il Monlebaldo, denominalo Orlo
d'Italia e rinomata scuola di botanica, e
de'snoi moltissimi semplici con opera im-
pressa nobilmente (Plantae seti siinpli-
cia qiiae in Baldo Monte , et in via a
Verona ad Baldnm reperiuntur, Veio-
naeiSgS, ristampata in Basilea nel 1608
i5
ai6 VER
e in Venezia nel 1 6 1 7). Francesco Calceo-
larispezialeiudatissìuio^ raccolse grandis-
sima quantità d'erbe, piante, aoimali dis-
seccati, minerali, droghe rare, cose im-
pietrile e altre rarità naturali, e ne for-
mò un museo celebrato, di cui ne pub-
blicò notizia in Venezia neh 584 «1 cre-
monese Gio. Battista Olivi (descritto da
Andrea Chiocco, Musaeum Calceolaria-
niitn Feronense, Veronaei622). Tom-
maso Bovio. Giacomo Reccliioni. Mate-
matici : Pietro Pitali. Malico Bardolini.
Giovanni Padovani autore di molte ope-
re. Francesco Feliciauo da Lazise. Vin-
cenzo Bosetti. Biagio Roselti di cui si ha
pure mss. Historia Episcoporum Vero-
nensium. Matteo Povigliano. Annibale
Raimondi, il cui avo fu generale de' ve-
neziani, a>trologo famoso. Ài vise Lilio,coI
iilrovato del quale, approvalo da tulli gli
astronomi, Gregorio XIll emendò e sta-
bilì il Calendario: fu tenuto da molli per
veronese, ma veramente è di Cmbriali-
00 in Calabria. Il Maffei considera mate-
matico Michele Sanmichieli eccellente in-
gegnere e archilello, per le scritture in-
torno al rislringiraenlo del porlo di Ma-
lamocco, che allora di soverchia larghez-
za mancava di proporzionalo fondo, e sul
Coimetlone di Limena, ove tratta anche
dello stato antico della Brenta. Poeti la-
tini: Francesco Roseti, perito nell'ebrai-
co. PascalinoCordigero da Peschiera. Gio.
Ballista Panlino, il cui figlio Pietro fu
dotto io greco. Tommaso Becelli. Paolo
Dionisi lettore in Padova. Giuse|>pe Ti-
nazzi. Antonio Pasini. Lodovico Campa-
na. Giovanni Avwogaiio. Cosa Turone.
Francesco Volpino. SperiudioGiroldi. Ca-
tullo A vvogario. BeltraudoCalderìni. Me-
leagro Candido. Federico Ceruti. Agosti-
no Brenzone, anche giureconsulto e lllo-
sofo. Girolamo Brenzone. Conte Nicolò
d'Arco non veronese, ma ebbe casa e be-
ni nel territorio, e la sua famiglia paren-
tadi. Giovanni Cotta da Legiiago poeta
di grido e matematico. Poeti volgari: Gi-
rolamo Verilù. Giulio Bouunzio. Agosti-
VER
no Forti. Flaminio Borghelli. Antonio
Dionisi. Alberto Lavezola fu uno de' pri-
mi padri dell'accademia filarmonica, cui
fece erede de' suoi libri. Antonio Gelmi
nacque da un pìslore, e quasi nuovo Plau-
to nell'arte paterna occupò sua vita; non
pertanto scrisiìe poesie molto lodevoli e
terse, e fu mirabile improvvisatore con
inaudita velocità in ogni metro. Adriano
Valerini autore d'un ragionamento sulle
Bellezze di Verona, in cui de'suoi lette-
rati fa parole. Dionigi Roodinelli. Fran-
cesco Mondella. Conte Mario Dondonini.
Francesco Bultorini.LodovicoGorfini.' A-
lessandro Madani detto Fileremo. Gio.
Ballista Sancio. Cesare Campana. Ago-
stino Agostini. Giulio Nicoletli. Bernardi-
no Rocco. GirolamoCalderari. Giulio Ceu-
sone. Francesco Petrucci. Giusto Piloni.
Giovanni Fratta, di cui si hanno eleganti
dialoghi in curioso argomento: Della de-
dicazione de' libri con la correzion del-
l'abuso in questa materia m/ro Jof/o, Ve-
nezia i Sgo. Francesco Allegri. £ stalo cre-
dulo veronese anche Alessandro Allegri,
ma è fiorentino. Gio. Ballista Aliprandi.
Aurelio Schioppi. Stefanello. Giacomo
Bonfadio allevalo in Verona, ma nato sul
lago di Garda , anche storico. Adriano
Grandi. Vari del secolo XVI. Fr. Paolo
Chierici carmelitano, storico, come lo fu-
rono Alessandro Guagtiino, Galeazzo Ca<
pella, Francesco del Bene, il quale scris-
se uno schizzo di Cronaca e di genealo-
gia delle famiglie veronesi. Michele Ca-
vicchia compi lo un'istoria di Verona; Pie-
tro Padovani gli annali Scalìgeri; Gugliel-
mo Servidei Diaria. Girolamo Nogarola.
Gabriele Saraioa giureconsulto; altri fu-
rono Nicolò Pignolali, Francesco Moran-
do Sirena e peritissimo in architettura,
ed anche poeta, nemicissimo del dare al-
la stampa. Camillo Pellegrini uditore di
rota veneziano. Altri giureconsulti:Alber-
lo Alberti, Paolo Antonio dal Bene, A-
gostino dal Bene ambasciatore patrio a
Venezia, Dionigi Cepolla, Alessandro Li-
scuj ma scrisse autuiamcutc coulru la cor-
VER
le di Roma e il cardÌQuI Daronio, Ulpia-
iio lll[)iui. Nicolò Ortuaneli vescovo di
l'adova, di ferali talento e zelo, che eser-
citò iu Inghilterra col cardinal Polo, nel
concilio di Ti euto compose grave coutio-
Tersia, vicario generale di Milano per s.
Carlu, e per le sue grandi beuemerenze
da s. Pio V elevato alla delta sede, e da
Gregorio XIII inviato nunzio iu Ispagna.
Lelio Zanchi vescovo di Retimo, autore
d'opere: dell'istessacasa, Alessandro com-
pose rime volgari, e scritture mediche ed
astrologiche, e Basilio epigrammi. Gerar-
do Rambaldo vescovo di Civita Ducale,
coni pose opere contro gli eretici e gli ebrei.
Marco Medici domenicano, vescovo di
Chioggia. Sisto Medici pur domenicano.
Domenico Monte de'servi di Maria. Giu-
seppe Panfilo oPamphily agostiniano, ve-
scovo di Segna (Segui e Sagrista del Pa-
pa) t scrittore di diverse opere. Bartolo-
meo Cartolari vescovo di Chioggia. An-
nibale Rocchi professore di jus canonico.
Conte Marc' Antonio Giusti. Vincenzo Ci-
cugua sacerdote. Battista Perettì di Soa-
vearciprete di S.Giovanni in Valle,e Raf-
faele Bagaloarcipretede'ss. Apostoli, col-
l'assisleuza del vescovo Valiero, raccolse-
ro gli antichi monumenti e le memorie
ile'santi veronesi: inoltre il Peretti scris-
se diverse opere, fra le quali l'istoria del-
le ss. Teuteria e Tosca vergini, la vita di
6. Zeno, il catalogo de' vescovi veronesi,
l'omelie sull'epistole di s. Paolo recitate
nel 1548 in Verona dal gesuita p. Alfon-
so Salmerone. Sotto l'iscrizione sepolcra-
le, preparatasi nel sotterraneo di s. Gio-
irantii, fece notare con singolare parlico*
larità l'opere daini stampate colf anno.
Giulio della Torre. Cipriano Giambelli
canonico regolare Lateranense. Cristoforo
Brenzou Silvestrani carmelitano. Fran-
cesco Sdveslri generale de'domenicaui si
vuole anche ferrarese. Giorgio Mazzanti
canonico di s. Giorgio in Alga: di tal fa-
miglia fiorì Agostino valeotecapitanoche
meritò medaglia prodotta da Maifei. Pici'
Fiaucesco Lioi cauouico. Coiaelio Bcl-
V E R 227
landa minor conventuale. Gìo. Matteo
Asola. Nicolò Megliorini agostiuiauo.Gio-
vanni dal Bene arciprete di s. Stefano.
Damiano Grani servita. Giovanni Caro-
to pittore, scrisse in materia d'architet-
tura e rappresentò iu an)pio volume le
anticaglie di Verona pubblicatenel 1 ^60:
meritò la medaglia pubblicala da MdlTet
nelle tavole. Francesco Filippo Pinde-
monte francescano trascrisse tutte 'le la-
pide di Verona e sue parti del territorio,
e'ie illustrò. Bartolomeo Lonibardi. Giu-
seppe Malatesla. Valei'io Faenza dome-
nicano. Alberto Avanzi canonico regola*
re. Giacomo Pigaro. Stefano Schiapala-
ria. Gio. Matteo Cicogna e Nicolò Gessi
scrissero trattati militari, alcuni de'quali
dettati da' collaterali generali, che per lo
più furono veronesi: e LeonidaPiudemou-
te pubblicò un discorso sulla guerra di
Ungheria. Il can. Cesare Niohesola rac-
colse un insigne museo d'iscrizioni, me-
daglie e altre erudite reliquie, oltre aiss.,
con cospicuo orto botanico nella sua su-
perba villa in Valpolicella. Tale famiglia
conta 3 vescovi di molto studio, e Fabio
fu legista riputato. Il conte Mario Bevi-
lacqua, oltre il sontuoso museo già di-
scorso, raccolse nobile libreria, la sua casa
essendo ricetto delle muse. Celebre fu Fe-
derico Ceruti che aprì scuola in patria.
Teodoro da Munte si applicò grandemea-
te per irrigare e render fruttìfera la cam-
pagna di Verona. Fu contraddetto da Be-
nedetto Veniero, epoi da Alessandro Ra-
dice, il quale diresse la veramente roma-
na impresa del nuovo alveo fatto al Po
neliGo4, e detto Portovero, che alla re-
pubblica veneta costò 600,000 ducati;
intraprese pure il Radice e condusse a fi-
ne la Brenta novissima, cioè il taglio che
va dalla Mira al porto di Ciondolo, e che
fu il 2." preservativo delle Lagune di Ve-
nezia, ili." essendo stato quello di fr. Gio-
condo. Altro impugnatore di Monte fu
Cristoforo Sorte, che scrisse pure precet-
ti di pittura e di prospettiva, e uìcrilòes-
sei'elligialuiu grau medaglia presso Maf-
228 VER
Tei. Marc'Aulonio da Monte, fratello di
Teudoi'o, coDtìnuò il paterno museo di
medaglie, siccome eruditissimo: questa
famiglia si estinse nel marcdese Alessan-
dro bravo generale. Orlando Pescetti di
Merradi maestro pubblico di Verona, eb-
be briga con Gio. Domenico Candido pro-
fessore veronese, in favore esoprail buon
uso della z, ed uscirono di loro più scrit-
ture* per sostenere la contesa. — li libro
5° comprende gli scrittori veronesi dal
1 600 al I .° quarto del secoloX Vili. Piin-
eipia il MaiTei dal deplorare il degrada-
mento degli studi e dell'arti, rendendo
instabile al nostro genio anche il buono,
e per l'amore di novità col tempo si pas-
sa al cattivo. Tale fu l'età ch'egli prende
a scorrere, con qualche intervallo poco
felice, sebbene ciò che mancò in un ge-
nere, si compensò in altro; e nel decli-
nar del secolo XVII riscossa 1' Italia di
nuovo, e risvegliate l'antiche idee, ripi-
gliò in ogni parte l'esser di prima. Ad-
diea Chiocco medico illustre, lesse nel-
l'accademia filarmonica Platone, l'Etica
d' Aristotde e le Meteore. Scrisse pure :
De Coeli Feronensis clementia: Della
natura dell'imprese Scaligere: De Col-
lega Feronensis illustrihus rnetlicis.Voe-
lo anche in greco. Francesco Pola scrit-
tore é poeta, più volte nunzio patrio a
Venezia, nelle molte sue opere talvolta
prendeva il nome accademico di Eureta
IVI isoscolo e lo pose in fronte ad esse. Do-
mizio Calderini giurisperito detto Mira-
ni. Francesco Sparavieri ornamento del
collegio de' giuristi , eruditissimo anche
nelle lettere greche, raccolse scelli libri
che legava con mirabile maestria. Con
l'-opera, De legibus palriis , et earuni
iisit, inveii contro quelli che rinegando i
privilegi veronesi dello statuto, quando
tornava bene, si facevano giudicar da al-
tri tribunali più dispendiosi, con aperta
ingiuria alle patrie leggi. Scrittori sagri:
Luigi Novarini teatino, peritissimo nelle
lingue orientali , tanti volumi pubblicò
che lunghissima vita d'uomo faticoso ap*
VER
pena basterebbe a trascrivere. A sua e-
mutazione scrisse il confratello Zaccaria
Pasqualino. Loreto Franchi. Gio. Griso*
slomu Fdippiiti, Giovanni Morando, al-
tri chierici regolari , conte lo fu il p. d.
Bonifacio Dagatta. Fedele Danieli gesui-
ta. Benedetto Cisanicanonico di s.Gior-
gioiuAlga. /arcangelo Pona canonico La«
teranense poi cappuccino. Lorenzo da V^e-
rona cappuccino , e dello slesso ordirte
Barnaba da Gambelarn che scrisse: Con-
trarietà favorevoli all' JmmacolalaCon-
cezione. Ottavio Comincioli agostiniano.
Scipione Buri. Gasi>are Aliprandi. Laz*
zaro Straparava ui'uore osservante. An-
drea Vigna. Gio. Antonio Brighenti pe-
ritissimo dell'ebraico. Medici: Beuedelto
Ceruti ebbe dal Chiocco continuata l'il»
luslrazione del museo Calceolari. Fran-
cesco Fona SCI isse libri senza fine con
sommo plauso, e scrisse ancora: Il gran
contagio di Feroaa nel i63o, Verona
1 63 1 j e la storia dell'accadeiuia filarino*
nica a cui era stato auìuiesso. Dessu prin-
cipiata nel 1543, colla congiunzione di
due emule fra loro, gli accademici si de*
nominarono Filarmonici e Incatcualij
indi nel i547 fu stabilito d'abbracciare
anche gli studi migliori di varie scienze e
facoltà, ed olire il condurre uomini ec-
cellenti nella musica, si stipendiarono per
la niosoiìa, perla malemalica, per le let-
tere greche. Francesco Turchi autore di
controversie niediche e filosofiche. Anto-
nio Carolo. Valerio Badili. Alessandro
Brenzone. Bernardino India. AlessanJro
Peccana. Gio. Ballista Muriui analumi-
co. Alessandro Vicentini. Pietro da Ca-
stro. Ezechiele da Castro. Gio. Raimon-
do Forti lettore famoso in Padova. Lea!
Leali altro lettore. Conte Carlo Cavalli.
Michelangelo Aiidriolo. Francesco Fanta-
sii professore. Gio. Francesco Vigani. Me-
dici neolerici. Intorno al 1GS4 alquuiili
giovani incamminati alla mediciuu, sco-
prendo col penetrante loro ingegno mol-
li errori della volgar filosofìa, e non po-
chi abusi nella piulica medica, dclil'i-ra-
VER
ti ili sagriHcai'ti alla verità ogni riguarilo
e interesse, e di non perdonare a studio
e fatica per rendersi più benenierili del-
ia salute degli uomini, formarono un'ac-
cademia col titolo (i'Jletofìtiy benché co-
munemente subito furono chiamati iVeo-
(erici, e stabilirono 12 annue conferenze.
Il conte Mezusbergo Serego, studioso di
ttd genere, destinò Utia sala terrena alle
loro adunanze. Si unì con essi Francesco
Bianchini, che poi si rese celebre, e nel
1687 recitò una bella dissertazione sopra
quest'istituto, stan)pata per opera del d/
Badili presidente, ed altre poi successiva-
mente. Nel 1688 fu presidente il d."^ Gi-
rolamo Allegri maggiore di etti tragli ac-
cademici : oltre quanto scrisse, compose
due liquori che mischiali insieme impie-
trivano istantaneamente. Mollo si distin-
se r accademico d/ Roberto Cusani di
grande ingegno , impugnando senza ri-
guardo diversi usi. Lodato assai fu pure
il d.' Giuseppe Gazola che stampò : //
mondo ingannato da' falsi medici. Mevi-
ta pure ricordo il d.' Michelangelo Ru-
zeuerUi, ed il d.' Giuseppe Morando di
raro ingegtiu, il quale si separò in parte
da alcuni accademici, non volendo asso-
lutamente bandir la cavata del sangue,
chiamandola giovevole in alcuni casi.
Poeti: BarlQlomeoTortelletti,scrisse mul-
to e r Ossuhiana Coniuraùo contro Ve*
nezia. Bernardino Semprevivo gesuita.
Giacomo Semprevivo. Pier Paolo Ven-
turini legista. Fabio Manzoni olivelano.
Ortensio Sorio. Giuseppe Aldrighi. Gia-
como Antonio Tognali. Pier Francesco
Toccolo erudito. Giovanni Ratlistella. Ni-
colò Tedeschi. Flaminio Valerini. Auto-
nìoCalandra. Lorenzo Fontana. Alessan-
dro Zonzi. Celio Maflìoli. Lodovico Fi-
cieno. Ottavio Menini che si crede udi-
nese. Angelo Cacciatore. Cristoforo Fer-
rari. Andrea Paganini. Nicola Mangano.
Alessandro Midani. Giacomo Panoncino.
Antonio Franchini. AulonioCassettì. Gia-
como Cavalloni. Avanzò tutti nel nume-
ro delle poesie Ialine Gio. Francesco Ram-
VER J29
baldi autore d'opere. Leonardo Tedeschi
canonico. Gio. Ballista Alecco. PaoIoLan -
doni crocifero. Giacomo Moreti di lai
ordine. Antonio Bianchi. Tra' poeti vol-
gari sono nominali: Maurizio Moro. O-
norato Brognonico olivelano. Marc' Anto-
nio Balcianelli. Francesco Belli. Orazio
Sorio. Paolo Bozzi. Domenico Pezzalino.
Adriano Grandi. Stefano Bernardi. Gia-
como Antonio Bianchini. Cav. Michele
Sagramoso. Marchese Giovanni Malaspi-
na. Paolo Zazzaroni. Antonio Lavagno.
Giacinto Branchi. Lorenzo Atinuzì. Tra
le donne: Aquilina Chioda Prandina. Ca-
terina Pellegrini-Nogarola. Ersilia Spol-
verina. Giulia Palazzola. Veneranda Bra-
gadina. Altri poeti: Conte Emilio Emilj.
Marc' Antonio Rimena. Ortensio Mauro.
Marchese GirolamoSpolverini. Nella co-
lonia dell'Arcadia di Roma eretta in Ve-
rona fiorirono il conte Luigi Nogarola ed
nitri. Vari scrittori: Policarpo Palermo;
il fratello Giacomo fu dotto pure in gre-
co. Palermo Palermi chirurgo. Polfran-
cesco Polfranceschi. Valerio Seta servita,
poi vescovo d' Alife, scrisse in favore di
Roma nell'interdetto di Venezia. Teofi-
lo Bruni cappuccino. Giovanni de'Neri.
Stefano Bernardi. Ottavio Bultorini. A-
gostino Pozzo. Ippolito Pindemonte oli-
velano. Gaspare Bocchini. Bartolomeo
Monclese nunzio ordinario patrio a Ve-
nezia, raccolse Municipalia civilads K«-
renne decreta dal 1 4058116*2 3. Bernar-
do Comini poi cappuccino fece l'indice al-
lo Statuto di Verona, repertorio utilissi-
mo. Alessandro Noris storico, padre del
cardinale. Il cardinal Giacomo Corradi
[F.) pare nato a Ferrara, uja da genito-
ri veronesi , di raro talento. Girolamo
Bianchi storico dell'imperatore Leopoldo
I. Conte Lodovico Moscardo, compose la
lodata Hi storia di Ferona, ivii668:for-
mò il suddescrilto museo. Lodovico Sa-
rego vescovo d'Adria e nunzio agli sviz-
zeri. Carlo Libardi compilò una Cronaca
ecclesiastica veronese dall'SoQ al i63o,
degna di stima, Antonio Torresani più
23o VER
'Volumi scrisse sui magistrali e consiglio
di Verona, e la genealogia Scaligera, e
altre cose patrie. I canonici Gio. Battista
Lisca e Agostino Rezani fornirono all'U-
gUelli le notizie di Verona. Cherubino
Lazaroni priore di s. Zeno rìum molte
memorie ecclesiastiche con titolo di Ve-
rona Sacra, benché fosse veneziano; e nel
1664 stampò il Sagro Paslor Verone-
se. Conte Alberto Pompei storico. Mar-
chese Giovanni Pindemonte. Alessandro
Jiecelii somministrò notizie al Vossio per
gli storici veronesi. Francesco del Pozzo,
Trattato intorno al governo dell'Adige.
Giulio del Pozzo, Collegii Veronensis
Judicum Àdvocatorum elogia, Veronae
i653; Meraviglie eroiche della duches-
saMalilde. FrancescoCaro somasco.Leo-
nardo Bonetti somasco. Giuseppe Leali
minore osservante. Angelo Fiorali, oltre
altri che brevi cose diedero in luce. Con-
te Bartolomeo del Pozzo grande ammi-
raglio di Malta e storico di sua religione:
mise insieme notizie sui pittori veronesi.
Carlo Carinelli canonico raccolse memo-
rie patrie. Francesco Treccio particolar-
mente lodato. Qui il Malfei mette in fa-
scio alcuni nomi e le loro opere: sono 24»
Lodovico Perini anche architetto. Car-
dinale Enrico Noris {V.), agostiniano,
grand'uomo che riempì l'Europa di Sua
fama; molto ne scrisse il MafTei, ragionan-
do delle molle sue opere, di cui riporta il
catalogo,edegli onori a lui resi dalla città.
Frnncesco Bianchini [V.) prelato, illu-
stre letterato, di cui il Mode» scrivendo
la biografìa, tenne per bella sorte ter-
minar l'opera con tanto onore, riferendo
l'elenco di quelle scritte dal dottissimo
concittadino. Il senato romano colla fi-
miglia l'ascrisse al patriziato, e da se egli
compose l'epilaflìosepolcrale.Comealcar'
(linai Noris, la patria gli decretò un nto-
numenlo nella cattedrale. — Ripeto, cha
col Malfei di già parlai di moltissiun il-
lustri artisti veronesi che fiorirono nel-
l'arti del disegno, sui quali col medesimo
qui aggiungerò altre nozioni , non però
VER
di loro opere artisticamente descritte dal
Malfei: d'un buon numero esistenti io Ve-
rona ragionai disopra. L'architettura fio-
rì assai ne''tempi antichi in Verona, e qui-
vi prima che altrove rinacque, e di qua
si propagò ne'prossimi paesi; poiché da
Verona uscirono quelli che a dette parti
diedero esempio di sano e perfelto ope-
rare. Antonio Rivio o Riccio, che vero-
nese, e statuaria, et architcctura claris-
simuSy viene detto da Malico Colaccio.
Lume dell'arte fu Gio. Maria Falconet-
to, che in principio applicatosi alla pit-
tura, invaghitosi poi dell'architettura, co-
minciò a far osservazioni sulle antichità
di Verona ed a ritrarle con somma di-
ligenza. Passò in Roma e dopo lo studio
di 12 anni ripatriò, e cominciò ad opera-
re in Padova ed altrove. Si osservò, co-
me alcune invenzioni e modi particola-
ri, attribuiti a Buonarroti, furono prima
posti in pratica dal Falconetto. Disse di
lui il Vasari, che fu ilr." che porlo il ve-
ro modo di fabbricare e la buona archi-
tettura in Verona, Venezia ein tutte que-
ste parti: quanto a P enczia,m'\ rimetlo
a qucll'arlicolo, essendo troppo illin>ita-
ta la proposizione di Vasari. Suoi con-
temporanei furono i sommi fra Giocon-
do e Sauraicheli già celebrati. Anche nel-
la i.' parte del secolo XVII fiorirono buo-
ni architetti, di cui si trascurarono le no-
tizie; come Giulio Mauro pure pittore e
scultore. Eguale negligenza provò la pit-
tura io Verona, sebbene tanto vi fiorisse,
per cui moltissimi quadri portali in lon-
tane parti, anzi in Venezia ad altri si at-
tribuirono, senza che niuno si prendesse
cura di vendicarli a'veronesi. E siccome
ad onta della decadenza dell'arte in Ita-
lia sempre si dipinse, anche ne' bassi se-
coli, così in Verona nel IX secolo viveva
e operava Eriberlo pittore. Ralerio ve-
scovo del q3i riprese gl'ilaliani ed i ve-
ronesi per la frecjuenza di pìliurc lasci-
ve: fioriva adunque la pillnra in Verona
nel X secolo. Nel 1 19, 3 furono fatte pit-
ture nel chiostro di s, Zenone; e nel b"'
V ER
do di Federico li deliiSg, anno prece-
dente alla uascita di Ciinabue, celebrato
reslauiatore dell'arie in Italia, la quale
ivi giù era risorta, leggesi che i ribeili e*
ranu dipinti e ritratti nella sala. Il vesco-
vo I3oninconfro nel 1298 lasciò a Verde,
moglie d'Alberto Scaligero, la sua icona
dipinta sul vetro da Poia. Risalendo a
tempi piùanticlii, rimangono avanzi;sen-
7.a far ricerca delle bell'opere di Turpilio
cavaliere romano, nativo della Venezia
e probabilmente di Verona, che dipinse
colla mano manca, le quali ivi si couser-
Tavnno a tempo di Plinio; le pitture del-
la grotta di s. Nazario si giudicano del
VI o VII secolo; del IX o del X quelle
del sotterraneo di s. Pietro; delia quale
epoca erano pure gli avanzi di pitture die-
tro s. Libera, nel sito dell'oratorio dis.Si-
ro, non mai del tempo di s. Pietro, ma
eretto in princìpio del secolo X da Gio-
ì?anni veronese vescovo di Pavia. II Sal-
datore nella chiesa del Crocefisso può cre-
dersi del XII , essendo stata consagrata
nel I 1 34- Nel sotterraneo di s.Zenone,sot-
to una gran figura forse del i3oo, siscuo-
pre altra malta anteriore, ch'era pure di-
pìnta, e sotto questa altra parimente pit*
turata. Lo stesso triplicatamente si osser-
va liei sotterraneo di s. Stefano. Pitture
antiche sono in altri luoghi, e più se ne
\edevano in s. Gregorio distrutte a tem-
po del Malici. Nella chiesa di Lepia, con-
sagrata nel 1 1 86da Papa Urbano III, po-
co dopo fu istoriata tal funzione, col Pa-
pa e i cardinali, e le monache ch'ivi sog-
giornavano, ma stolidamente fu dato il
liKinco, come di poco disegno. Laonde in
Verona fu la pittura coltivala in ogni tem-
po, come in Roma e in altri luoghi d'I-
• ilia; econveirh interpretare il preleso ri-
tscimento della pittura e delle altre ar-
ti del disegno nel XIII secolo, a miglio-
ramento , vanto che si dà a Cimabue e
Giotto con aver bandita la goffa manie-
ra dc'greci dc'bassi secoli,onde fecero stra-
dai alla perfezione ammirabile acni giun-
c la pittura nella i.' mela del X\ }, e-
VER 23i
gmgliando la gloria dell' antica Grecia.
tSfÀ'-x chiesa di s. Fermo Maggiore la Cro-
cefìsiiione con molte figure fu lavorata
prìmadi Cimabue e Giotto, eseguita con
arte eguale alla loro. Ma delle nominate
ealtre pitture antiche di Verona, chede-
scrive Maffei, per trascuranza de' verone-
si, non si ponno dirne gli autori. Che ia
quantità fiorissero professori neliBoo si
ha da un documento, essendovi nominati
Antonio e Bartolomeo quondam magi-
stri Nicolai j e si raccoglie pure eh' era
una dell'arti della città, dalle quali si
componeva la generale adunanza del po>
polo. Dipinture a olio del 1200 vi è chi
aflerma essersi lavorate a Verona; ed il
Vasari chesuppli all'altrui trascuraggine»
scrisse mollo simile a Firenze esser Ve-
rona, non solamente per sito e altre par-
ti, ma per esser nell'una e nell'altra fio-
rili sempre bellissimi ingegni in tutte le
professioni più rare e lodevoli. III." pit-
tore veronese insigne di cui s'abbia il no-
me, è Altichiero, che i toscani dicono Al-
digeri, conosciuto in ogni parte e celebra-
to dagli stranieri: il Vasari lo dice da Zevio
e famigliare degli Scaligeri, e narra che
dipinse tra l'altre cose una sala, non più
esistente, del loro palazzo, colla guerra di
Gerusalemme, e che in alto erano meda-
glie co'ritratli degli uomini illustri allora
viventi, tra'quali del Petrarca. Aggiunge
che in quell'opera grand'animo, ingegno,
giudizio e invenzione mostrò Aldigeri, e
che il colorilo erasi fino a quel tempo
ben mantenuto. Fiorì nell'istessa età Ste-
fano insigne pittore, indi Sebeto, seppu-
re, come pare, non è lo stesso. Sul fine
dello slesso secolo e nel seguente si se-
gnalò Vittor Pisano, detto Pisanello, da
s. Vigilio sul lago di Garda, e nato cir-
ca So anni prima dt Masaccio, non con-
viene iVIa Ilei chea questi toccasse la gloria
d'aver incamminalo l'arie alla perfezione,
dopo Cimabue e Giotto, secondo il Bid-
dinucci, mentre i coetanei di preferenza
celebrarono Pisano, onde a lui attribui-
sce il %." grado di miglioramento nella
131 VER
pittura; imperocché venne celebralo co-
inè il i.° pittore di «uà età, incompara -
hiie in ogni sorte ili figure e ne'paesi. Suo
lUscepolo fu altro vStefanoda ZevjOj che
fece meraviglinre Donatello c|uandoveu-
ne a Verona verso la metà del XV seco-
lo. Delle lodatissime sue opere, come de*
precedenti eseguenti pittori, parla Maf-
ia'ì, il che a me è vietato, anche per aver
già fatto menzione delle principali pittu-
re di Verona, da loro eseguite. Dalla sua
scuola uscì Liberale che leone tra'pittori
veronesi principale luogo: fece piangere e
ridere alle sue figure, e fu eccellente nel
miniare, massime libri corali. Nello stes-
so tempo fiori Domenico Morone assai
lodato, ma superato dal suo figlio e al^
lievo Francesco per disegno e colorito.
Francesco da' Libri, riputato unico nel*
l'illuminare i codici con miniature, tal
soprannome gli passò in cognome, ma
vinto dal figlio Girolamo ammaestrato
da lui, il quale sì uniformò alla maniera
di Hadaele benché nato io anni avanti,
e di i6 eseguì la sua tavola di 8. Maria
in Organo: l'albero eh' é nella pala di s.
Leonardo ingannò gli uccelli: fu egli pu-
re insigne mmialore. 11 suo figlio Fran>
cescu fu degno di lui, rimarcandosi i glo-
bi terracquei da lui coloriti. \n questo se-
colo pur si distinsero due Benagli e un
Zeno. Allievo di Muntegna tu Francesco
Bonsignori; ebbe due fratelli lodali. Sot-
to il Matilegna volle perfezionarsi Gio.
Francesco Caroti, in modo che le sue o-
pere furono credute dell' altro. Usuo i."
maestro fu Liberale, ch'ebbe fiorita scuo-
la,ed in alcnnKquadri tenne la maniera di
llaffacle, altri |)onno sostenere il confron-
to de'piìi famosi pittori, e fu anco paesi-
sta. Il fratello Giovanni fu buon pittore,
e maestro ad Anselmo Cancri. Altro di-
scepolo di Liberale fu Francesco Torbi-
do dello il Moro, tenuto da lui come fi-
glio e lasciato erede: si attenne pure al-
la n)aniera di Giorgione, di cui fudisce-
polu. Si distinse grandemente e lavorò
con sommo applaudo m Venezia e nei
VER
Friuli. Nella discendenza di Liberale va
ricordalo Paolo Cavazuola, che studiò
sotto Francesco Morone, e passò per sin-
goiar maestro, morto di 3 i anni per trop-
po studio. Nicolò Giolfino apprese l'arte
da Paolo suo padre; lavorò moltissimo
e con somma lode. Operò ne'tempi stessi
AntonioBadili,i cui ritratti passaronoper
di Tiziano. Nel principio del i5oo si for-
marono 4 scuole in Verona sotto i nomi-
nati valentuomini. Dui Torbido venne
Battista, che fu suo genero e da lui prese
il cognome di Moro, e superò il maestro,
operando in concorrenza di Paolo Calia*
ri.Grand'opere fece anco a fresco, e inse-
gnò a Marco suo figlio, che imitò Rallae-
le, e morì a Roma. Di Battista si vuo-
le discepolo Orlando Fiacco, e non pars
del Badili : assai rinomato e gran pitto-
re, bellissimi ne furono i ritratti. Dal Giol-
fino, venne Paolo Farinaio, le cui opere
fanno meravigliare gì' intendenti, egre-
giamente continuando a lavorare d' 8i
anni. Si avvicinò alla sua bravura Orazio
suo figlio e discepolo. Dalla scuola di Ca-
roti derivò Domenico Ricci dello Brusa-
sorci, eccellente suonatore di liuto, perciò
de' filarmonici: per lui i veronesi poco
hanno da invidiar i più famosi. Fece pro-
gressi dopo studiato Tiziano, ma più si
compiacque di Giulio Romano. Illuni i
pregi di molti de'più classici. Della scuo-
la del Caroto fu pure Giacomo Ligozzi,
divenne eccellente, e riuscì a meraviglia
anche nell' intaglio e nelle miniature, a-
prendoscoola a Firenze con buoni allievi.
Pittore incomparabile riuscì Felice Bru-
susorci nipote per dir così del Carolo, ed
ebbe a maestri in Verona suo padre Do-
menico, e in Firenze Ligozzi, perfezionan-
dosi col suo raro ingegno e formando uno
stile mirabile e particolare. £ qui dice
Maflei,che, generalmente parlando, furo-
no degni di maggior grido i pittori vero-
nesi fle'fiorenlini, benché riconosca fiori-
re le arti in Firenze, singoliirnicnle io
marmo e metallo, e diceinlola col l'^erra-
ii, ipòiii.i /Uiliae ftnliu est. Da'cclcl)i;iii
VER
Domenico, Felice e Farinaio, può dirsi
venisse data l'ultima mano, e desumesse
priucipalniente il suo carattere la scuola
di Verona; poiché dove l^aolo Caliari ve-
ronese stette per lo più in Venezia, quelli
dimorarono sempre in patria; e quaa-
tiHique ciascuno avesse proprio stile, in
certe particolarità però conveiniero. 11
proprio dunque e parti colare della pittu-
ra veronese, continuata poi ne' discepoli
di Felice, consiste in rappresentare il ve-
ro in nobillà d' idee, in Uellezxa di vol-
li, in grazia di colorito, siiigolar franchez-
za e maestrie) nel disegno; ìnsuinraa nel-
r esprimere lu natura e nell'ingentilìrla.
Seud)rano gettati i fondamenli disidatta
scuola findaStetano lodato pel bel colori-
re, singoiar grazia e vaghezza. Parlando
il JVlailei di Lìuonarroti, disse contentarsi
i veronesi di ra|>preseMlar il corpo uma-
no secondo natura, e non caricarlo di
tientimenti oltre la verità, con più ossa e
uiuscoli. Singolare si rese anco la scuola
veronese in quella specie di pitture che si
dissero da' greci inonocromi, cioè unico-
/o/v", non usando che un color solo: modo
ingegnoso che all'aria e alla pioggia resi-
ste più, e in cui spicca la bravura del di-
segno, e il bell'artifizio del farei lumi e
l'oudjre, e per conseguenza il tondo o il
rilievo, caricando alquanto più o meno il
colore stesso, cioè i chiariscuri. I veronesi
vi usarono tinte dolcissime. Quarta scuola
fu quella d'Antonio Caddi, più fortunata
di tutte, poiché ne uscì il gran i'aolo Ca>
Jiari suogeneroda lui istruito, di meravi-
glioso e fecondo ingegno: principal tea-
tro di sua gloria fu ed è /eneziiT, per-
ciò in quell'articolo singolarmente il ce-
lebrai. La sua immaginativa fu impareg-
giabile, e rimirata bene una persona, ne
faceva mirabilmente il ritrailo in distan-
za : egli fu un pitture fitto sulla natura
e da se. E" soverchio il dilFomlersi a par-
lar di lui: il suo nome è au elogio. Le
sue opere studiarono sopra tulle i «lue
gran fiamminghi Rubens e Van-Dick,
\)À\' islesso Badili imparò Uallìsia Zelo-
VER :s33
li, franco e valoroso pillore: molto ope-
rò, massime a fresco, così pastoso che sem-
bra olio: fu un de'migliori del suo seco-
lo. Pillori di gran vaglia furono poi Be-
nedetto Caliari, Gabriele e Carlo, fratel-
lo e figli di Paolo, precipuamente l'ulti-
mo emulandone la gloria, ma la morte lo
rapì alle arti di aGatiui. Si fecero valen-
ti sotto l^aolo, Diirio Varotari, che fu an-
cora buon architetto di giardini, Fran-
cesco Montemezzano, Eliodoro Forbici-
ni celebralo per le giottesche, Antonio
Fasolo, Luigi Benfatto, Malfeo Verona
ed altri, de' quali con lode parlano gli
scrittori. S' ignora di qual scuola fosse
Tullio India, che assai si distinse ne' ri-
tratti; egli istruì il figlio Bernardino, il
quale molto operò con grandissimo ap-
plauso. Alessandro Varotari celebre in
Padova, fu figlio e scolare di Dario, e
maestro ili Giulio Carpioni. Seguitò le
maniere di Paolo e del Zelotli anche
Gio. Antonio Fasolo. Altri nomi potreb-
bero ri|)orlarsi se il Mailei non si fosse
propostodi solamente far ricerca de'prin-
cipali, mentre in tavole eccellenti trovati-
si nomi ignoti, e di altri che operarono
molto nobilmente poco resta. Nella i.*
ruelà del XV II secolo la scuola veronese
fu braviimente continuata e con molta
lode dagli allievi di Felice Brusasorci. San-
to Cieara assai si distinse fra questi. Né
restò punto addielro Marc' Anioni^ Bas-
setti. Pasquale Otlini quasi emulò il mae-
stro; morì nella peste del i63o, e la ma-
dre romana campò 107 anni. Secondo
molti superò tulli gli altri Alessandro
Turchi, detto Orbetto dal condurre nel-
la sua puerizia un cieco, giacché di po-
vera condizione: il suo meraviglioso ge-
nio naturale gli mosse tanta invidia e
iniporluiie persecuzioni, che lo determi-
nò a stabilirsi in Roma, patria universa-
le, ove già avea operalo quadri coinmen-
dalissiini. Claudio Ridolli, detto Claudio
Veronese, meglio di Paolo fu scolare di
Dario Puzzo, si distinse per nobillà, gran-
diosità e correzione di disegno. Antonio
?.34 VER
Coppa fu dogno allievo di Gultlo Reni.
Gio. Battista Ijarca mantovano, venne in
Verona da fanciullo, vi apprese 1' arie
con lode e vi rimase ad esercitarla. Fra le
scuole in Italia celebri non suole vera*
mente nominarsi la veronese, ma che
non è inferiore all'altre, si vada a esami-
narlo a Verona e nel suo distretto. Gli
scrittori dell'arte e de'suoi cultori ne par-
larono non bene informali. Però in detto
secolo, come altrove, l'arte declinò; ed
in Orbetlo e Kidoliì, fin presso alla me-
tà del secolo, spirò la scuola veronese,
che giada alcun tempo languiva. In par-
te di tal secolo, come altre arti, s' intro-
dusse quel corrom pimento, che si estese,
e guastò pure la poesia e le lettere. Si
volle abusare della facilità e del talento,
dipmgendo molto e studiando poco. Pe-
rò verso il termine del secolo tornò a ri-
vivere il buon gusto, e a destarsi l* anti-
che idee. L'arte rifiorì a Verona in mo-
do, che a tempo del Maffei non avea da
invidiare nessun'altra città. Pel i.° si di-
stinse Santo Prunati, anche a fresco. An-
tonio Colza si fece onore colle battaglie
e co' paesi , ed in Bologna ebbe fiorila
scuola. Risorse quella di Verona princi-
palmente per Antonio Balestra, dello il
Catullo della pittura , studiando princi-
pahnente in Roma sotto Carlo Maratta,
poiché il modo di questi più si conlàce-
va col veronese. Grandi lodi meritarono
Alessandro Marchesini e Felice Torelli ,
im fratello del quale fu violinista eccel-
lente, anzi Giovanni suo nipote se non
mancava in fresca età avrebbe rinnovato
l'arilica gloria della pittura. Non manca-
rono più volte valenti pittori forastieri ,
che innamorali delle rare e co[)iose pit-
ture di Verona, o rapili dal silo e dnlie
vedute, vi si fermarono e accasarono, co-
me di veronesi stabiliti altrove, ed uno
fu l'ietro liOtari per la forza del gonio ,
non avendo bisogno d'esercitar la profes-
sione. Pel veronese Simone Brenlana, pas-
sò quivi anche i pregi della scuola vene-
ziana. Merita pur lode il conte Alessan-
VER
dro Pompei. Questa è in breve )a storia
della pittura di Verona, rannicchiala in
angusti cenni, contribuendovi il clima e
la felice postura perchè sempre vi fiori-
sca,seguemloi diversi precetli dettali dal-
l'enciclopedico Maffei , onde segnalarsi ,
egli insistendo sullo studio della storia e
dell'erudizione. Indi passa a ragionare
de'iuoghi delle più insigni pitture , che
in buona parte accennai in principio;
quindi si lagna che propriamente a suo
tempo fra 1' arti del disegno la pittura
solamente fioriva e si coltivava io Vero-
na, ed a tale effetto volle dire alcuna cosa
della scultura e della statuaria, e d' altri
artefici veronesi, che compendiosamente
riferirò. A questa parimente si die' opera
in Verona in ogni età, come già dissi più
sopra parlando di diverse opere e di scul-
ture antiche. Nel i3oo le statue eque-
stri degli vScaligeri e i loro superbi monu-
menli dimostrano che già vi era chi si
sforzava al buono. Fiorì poi in Verona
la scultura nel secoloXV, perchè di buon
gusto e d' antico modo furono lavorate
le statue degli uomini illustri che sono in
piazza, e di gusto ottimo e di somma per-
fezione riuscirono tulle l'opere di Giro-
lamo Campagna in metallo e in mar-
mo. Non mancò d'eccellenti stuccatori, e
Falconetto fu uno de' primi die insegnò
a metter gli stucchi in opera. Bartolomeo
Ridolfi fece bellissimi scomparii di stuc-
co. Mancò il lavorar di tarsia, specie di
musaico fallo con legni di vari colori com-
messi, in che riuscì eccellente il converso
olivelano Giovanni. Molli e diversi la-
vori si fecero di sgraffili sulle muraglie,
con dintornare e tratteggiar la calce; i pa-
vimenti con incavar pochissime linee, e
con pietre di due sole tinte; i bacini, gli
arredi e i vasellami d'argenlo coii artifi-
cioso e corretto «lisegno figurati e isto-
riali; gli scrigni nati prima dall' uso di
riporvi merlaglic , gemn»e intagliale e
altre anticaglie preziose, ne' quali d' ec-
cellenti lavori in vario genere si faceva
pompa; le grottesche e gli arabeschi, che
VER
per lanli usi tultodicon tanta bizzarria
s' inventavano; l'intagliar gemme con la
ruota a emulazione degli anticliì, e l'ef-
Hgiar cammei, cioè pietre dure faldate
di d(ie o più colori ; in somma l'operare
con be'ritrovali e con giusto disegno in
cristallo, in avorio, in varie maniere di
smalto e in ogni metallo, erano operazio-
ni che all'epoca di MalTei non piùfacevan-
si, al solo dipingere lutti applicandosi.
Tuttavolla nelle raccolte di ritratti d'uo-
mini illustri si vedono que'del buon seco-
lo, insieme co'primi pittori e con alquanti
eccellenti e dotti musici, Matteo del Nas-
sarOjGirolamo e Galeazzo Mondella, Gia-
como Caralio, Nicolò Avanzi, perchè fu-
rono insigni intagliatori di gemme. Il
Nassaro discepolo dell'Avanzi e del Rlon-
d»'lla, fu carissimo a Francesco I re di
Francia, ove molti ammaestrò. Dimen-
ticala del lutto erasi egualmente in Ve-
rona l'arte del getto, in figure e bassori-
lievo , mentre l'arte era stata veronese ,
poiché il rinomato pittore Pisano fu il j°
che la risuscitò e pose in lume, e ne mo-
strò il buon modo. Del gettar di metallo
in Verona fin da più rozzi tempi se ne
ha esempio nelle porle delia basilica Ze-
noniana, ed è credibile che alcuno si tro-
vasse in ogni età che rozzamente ope-
rasse. Ma di ritratti in tal guisa e di me-
daglioni con riversi d'invenzione, o non
era corso l'uso, o era certamente manca-
to in ogni parte da gran tempo, quando
per valore del veronese Pisanello rinac-
que. Perciò nella serie delle Medaglie
fìonlif/cie non si può andar più addietro
di Martino V, nel cui tempo Pisano fio-
rì; e il gesuita p. Bonanni, che le rac-
colse e dottamente illustrò, e degli arte-
fici ragionò, dice niiUnin dcprchcndi ari'
tiquioreni yictore Plsanello: per dar
saggio di sua celebrata bravura. Malici
olire un bellissimo medaglione di Gio-
vanni Paleologo poi imperatore greco,
che intervenne al concilio fiorentino. Po-
co dopo applicò a figtu-ar medaglie Mat-
teo Pasti pittore e scultore, assai lodato.
VER 235
Ricercalo da'prìnclpi e da Sigismondo 1
Malatesta signor di llimini, lo fu pure da
Maometto II. Ritratti in medaglia fece
ancheFrancesco Caroli, ma con assai mi-
glior disegno e maestria Giulio della Tor-
re. Più medaglie fece eziandio Gio. Ma-
ria Poraedelli Filafrancorum veroneii-
sìs. Ne' passati tempi si segnalarono nel-
l'intaglio in rame e in legno, Battista dal
Moro, che eseguì con incisione .vari pae-
si; Giacomo Caraglio, emulando Mar-
c'Antonio; Paolo Furl;tni incise gran
carta dell'Africa; Orazio Farinaio più
opere di suo padre bravamente intagliò
ad acqua forte. Dell' incisione, in Vero-
na prima che in verun'alira parte si po-
se mano a farne uso ne'libri, poiché qui-
vi nel i472con quantità di figure d'ar-
mi, di macchine, di edìfizi , e d'uomini
e d'animali, fu stampata l'opera di Ro-
berto Vallurio, De re militari, onde lo
iilampatore Giovanni si die'tal vanto nel
fine, libriim eleganti ssimum literis elfi'
giiratis signis sua in patria prirnns im-
pressit. L' intagliatore fu il Pasti. Nel
• 479 si stampò pure in Verona la tra-
duzione d'Esopo in Sonetti con figure
colorile, di cui fu inventore Ugo da Car-
pi, nato in Roma verso il i586, cioè
dello slampare gl'intagli con più tinte ;
laonde o in Verona ciò si praticò prima
di lui, o li colori furono dati dopo. E qui
termino col Maffei degl* illustri vero-
nesi; i posteriori saranno celebrati dal
conte Gio. Battista can. Giuliari biblio-
tecario della capitolare , poiché appren-
do dalla Cronaca di Milano , che nel
i858 cominciò in Verona a pubblicare
la Biblioteca Veronese, col proposito di
raccogliere quanti mai libri appartengo-
no alla storia e agli interessi qualunque
siano di Verona, avendole promesse al
Comune colla lettera sopra la biblioteca
veronese, offrendo un ragionato catalo-
go degli autori o di veronesi che scris-
sero su cose di Verona, aiutando d'un mo-
do singolare la bibliografia nazionale. —
Alle opere riguardanti Verona qui ag-
2 36 VER
giungerò. C. G. Pellegrini, Al popolo ve-
ronese orazione. Verona 1800.J. F.Se-
giiieiio, Plantae l'^eroncnses, Veronae
1 743- Osservazioni della Cometa del-
l'anno 1 744 » ^ '''' ^'"^ Eclissi lanari,
falle inVeronadaGianpaolo Guglienzi
e da Gianfrancesco Seguier, con la po-
sizione geografica di della città, presso
ììp.Calo^erdyRaccolladiOpiiscoli, I. 32,
\ì./^c)^.Gl»f.ep[)eVeu[imf Compendio del-
la storia sagra e profana diP'erona, ivi
1825. Prima di lasciare gl'illusUi vero-
nesi, non voglio preterire di far menzio-
ne de'fralelli sacerdoti Pietro eGirolamo
]jallerini, autori e editori di tante dotte
opere; di ricordare pure la recente pub-
blicazione, di cui dà contezza la Civiltà
Caltolica,ievie 4-', t. 1, p. 47^> Scritti
inediti del p. d. Pietro Cassali chierico
regolare teatino, pubblicati da Baldas-
sare Bonconipagni ec, Roma 1807, sic-
cooie celebre matematico e colto scritto-
re veronese , e per cura d' un principe
strenuo illustratore della storia delle ma-
temaliclie in Italia; e per ultimo di
dire alquante parole del celeberrimo p.
Antonio Cesari filippino, luminare del-
l'italiane lettere e restitutore della classica
lingua voIgare,del quale d.Sclìlòr ancora,
benché straniero, ne lamentò la perdita, e
si fece sollecito di rendere dolcissimo uf-
ficio alla sua memoria; rammentandolo
quiil valente oratore cristiano, quali ope-
re lasciò, per copia di pensieri e per bon-
tà di dettato fioritissime e meritevoli di
esserconosciutealtresì fuori d'Italia. Tut-
ti gli animi italiani colti e gentili devono
esser grati a' celebranti un p. Cesari, la
cui ricordanza sarà sempre fra essi cara e
onorata fincliè appresso loro sia in pre-
gio (quell'idioma gentil, sonante e puro,
verso il quale viemmeglio fecero conosce-
re e apprezzarne i meriti scgnalatissimi
dello scrittore veronese, diversi dotti am-
miratori. Fra questi certamente primeg-
giano chiarissimi, i pur benemeriti della
lingun italiana , autori de'seguenti due
libri. Della vita e delle opere di Anto-
V ER
nio Cesari, cenni di Giuseppe Manuzxi
in questa quinta impressione novella-
mente riveduti dall' autore ^Viverne \ 832.
Ivi e nel i858 di tale insigne scrittore si
pubblicò: Vocabolario della lingua ita-
liana già compilato dagli accademici
della Crusca,ed ora nuovamente cor-
retto ed accresciuto dal cav. ab. Giiisep'
pe Manuizi. 2.* edizione riveduta e no-
tabilmente ampliata dal compilatore.hu
i." edizione il cav. Manuzzi parimente
l'impresse in Firenze nel i833,con lau-
to applauso che meritò l'altra. Elogio di
Antonio Cesari prete che fu dell' Ora-
torio di P^eronajetlo nel serbatoio ci' Ar-
cadia, da Tommaso Azzecchi cappel'
lano segreto di IV. S. Si aggiungono
due dissertazioni sulta lingua italiana,
Roma i836. Delle opere di mg."^ Azzoc-
chi, lodato traduttore nitido, espressivo,
elegante di Cornelio Nipote, come giusta-
mente lo qualificò il cav. Manuzzi , nel-
l'intilolargli la F/tó dell'illustre veronese
a cui fu alFettuosamenle carissimo ed a-
mnto, e delle diverse edizioni, feci parole
nel voi. LXXXIX, p. 94. Col suo Elo-
gio si propose mg."^ Azzocchi di forma-
re un ritratto di quell'uomo sommo, che
egli vede sempre cogli occhi della mente,
mentre con quelli del corpo ne vagheggia
le sembianze nelle domestiche pareti, m
Comincia a celebrarlo, con dichiarare la 'fl
tristezza e dolore dell' animo suo, per In
perdita di sì eletto ingegno e suo dolcissi-
moamico, commosso esclamando. »» Dun-
que tanta sapienza e virtù, dunque tante
dotisingolarissime si racchiudono insieme
in un uomo, per aver fine in un punto ?
O nostra vita, che è sì bella in vista,
Coni' perde agevolmente in un mattino ,
Quel che in molt' anni a gran pena s'ac-
quista ! Antonio Cesari , quella torre
d'alto intelletto, onoie che fu dell'Italia,
ornamento del nostro secolo, lume della
Religione, splendor delle lettere, risloia-
tore e sostegno di nostra lingua, è stalo
a noi da morte inaspettata rapito. Dan-
no» perdita e lagrimevole, per la quale
VER
non solo chi 'i conobbe si vede immerso
nel pianto, ma le lettere e le muse stesse
appariscono dolenlisf^ime e quasi in me-
stissima vedovanza rimase ". Non ostan-
te i dissenzienti, 1' encomiato e l'enco-
miatore, con ammirabile costanza, col-
la voce e colle opere , sempre propu-
gnarono virilmente l' arte del bene e
leggiadramente parlare e scrivere, qua-
li amatori focosissimi dello stile italia-
no schietto e verecondo, e siccome in-
timamente persuasi, che dalia scelta
delle parole derivi l'eloquenza. Imperoc-
ché dice il facondo mg/ Àzzocchi. » La
lingua italiana de' classici scrittori ado-
perata è per tal forma doviziosa di bei
modi, di natie grazie, di eleganza, di sem-
plicità e di schiettezza, che con maravi*
gliosa forza l'animo piglia di chi studio-
samente la coltiva, e del suo amoie mi-
rabìlmente accende chi si fa alcun poco
a vagheggiarla. Conciossiachè là e non
altrove si trova chiarezza, colore, nerbo,
vivacità, nitidezza, sapore, proprietà, ef-
ficacia di parlar vivo ed espressivo. ....
Nelle opere di lettere il piti bello si di-
mora ne' pensanìenti e nella favella ". 11
p. Cesari, recatosi nel 1828 in Ravenna
a visitare il suo preclaro amico mg. "^Pel-
legrino Farini di Russi, amena terra del
Ravennate ( che tanto sentì amore pei
classici italiani e per le lettere , in che
tutto s'immerse, non che per Dante e per
la pura italica favella, chiarezza, pro-
prietà e grazia del dire, come apparisce
dalle sue opere registrate con bella bio-
grafìa del eh. G. F. Rambelli neW Àlbum
di Roma, t. 16, p. 233, colla quale de-
plorò pure il tramonto di que' valentissi-
mi che operarono alla restaurazione delle
buone lettere, e a tornare gli studi di es-
se e della lingua alle pure sorgenti dei
classici i soli veri maestri e padri di color
che sanno) , rettore di quel collegio e
uno de' pili eleganti scrittori italiani del
nostro secolo, sorpreso da subito malo-
re, mentre di Faenza avvicinavasi alla
villa subuibanadi s. Michele, ove co'iiuoi
VER 2^37
alunni ospitavalo il Farini , aggravatosi
il male, USCI di vita il i." ottobre 1828.
Fu quello un giorno di lutto per Raven-
na, la quale, mentre si era fatta lieta d'ac-
cogliere nelle sue mura l' egiegio chio-
satore di Dante, dovette all'incontro ri-
ceverne le spoglie mortali fredde e mule.
A confortarsi di tanto dolore, fu t ." d
Farini a promuovere in onore del gran-
de veronese l'erezione d'un monuinenlo,
e gli facevano eco volonterosi i cittadini
più illustri, le autorità piìi eminenti, i
magistrali, i professori, gli amatori dello
studio e del patrio decoro. In questo si
depositava la salma del Cesari nella chie-
sa urbana di s. Romualdo di Classe, ove
usano i collegiali alle pratiche religiose,
dentro l'avello posto sotto la cupida, e
ch'era in anticola tomba comune de'mo-
naci camaldolesi, che negli alligni chio-
stri stanziavano. Se il progetto ilei mo-
numento illanguidì per le vicende poli-
tiche del 1 83 1-32, non andava però
spento del tutto, perchè fu ordinalo al-
l' egregio scultore ravennate Gaetano
Monti il biislo in marmo del Cesari, ese-
guilo fedelmente e con bel magistero, e
lu pure commessa al valentissimo Schias-
si, l'emulo felice del Morcelli, un'iscrizio-
ne ad elogio di lui. Partito il Farini da
R.aveima, per reggere la dotta università
di Bologna, e sopravvenute altre politi-
che vicende, così non fu più pensato al
monumento , né a scolpire la lapide al
restauratore delle grazie italiane; fu sib-
bene riposta la memorata eHìgie di lui,
ricavata dalla sua maschera, in una del-
l'aule dell'accademia di belle arti di Ua-
venna a figurare con altri personaggi
benemeriti della città e provincia. Era
riservato allo splendido ingegno dimg."^
Stefano Rossi di s. Reno, delegalo apo-
stolico di Ravenna (poi consultore di sla-
to per le finanze, rapito immaturo al de-
coro della romana prelatura e all'orna-
menlodellebelle letlereilaliane nel 1 857)
e prolonotario apostolico, di compiere
con UQ tratto di nobile muDÌficeuza il
a38 VER
desiderio della nobilissiuia e celebre cit-
tà, e di ((uaiitisoiio in Italia cultuti delie
buone lelteie e delle patrie glorie ama-
tori veraci. Il prelato ligure, che fu sem-
pre delle virtù del Cesari sincero ammi-
ratore, e delle cesariane squisitezze imi-
tatore esimio, com'è a vedersi nelle sue
eloquentissime prose , varie delle quali
celebrai a'ioro luoglii, tenero piìi che al-
tri mai della fama di tanto maestro, ven-
ne nella deliberazione di elevar egli a sue
spese sulle ceneri di quei l'esemplare sa-
cerdote, quanto pio e dabbene, tanto
scienziato e letterato, un monumento che
additasse con qualche decoro il luogo ove
riposano que'resti onorandi e preziosi. C
poiché si conveniva primamente toglierli
da un avello comune, annuente il magi*
strato municipale e l'arcivescovo cardi-
nal Falconieri, a'27 maggio i853 venne
estratto il feretro del p. Cesari dalla se-
poltura ile'monaci, ove giaceva da 5 lu-
stri. Volle allora l'illustre prelato Rossi ,
che quelle venerande ossa coperte della
s. tonaca de'figli di s. Filippo Meri, fosse-
ro legalmente riconosciute, e recitate le
preci, e ribeiiedettele coiracquasauta,ac-
compagnolle al nuovo apposito e ben mu-
rato avello, con pergamena entro tubo
vitreo fasciato di bandone, riferente le
memorie di quella traslazione; contem-
plò egli per 1 ultima volta il teschio ia
cui si accolse tanto senno, e la bocca don-
de USCI tanta evangelica sapienza, e tanta
copia di care eleganze di nostra favella ,
ed iu ultimo velò colle sue mani il volto
dell'uomo famoso, tributo estremo di re-
ligiosa filiale pietà. Giungeva do[>o pochi
giorni diFucnze il monumento, disegna-
to ed eseguito in marmo da Enrico L'az»
Ti ravennate, da lui lavoralo sotto il suo
maestro valentissimo Duprez. Il gran me-
daglione che campeggia nell'alto, e che
porla il ritratto a rilievo del p. Cesari ,
non può lodarsi abbastanza, sia per la so-
miglianza iconica, sia per la maestria del
taglio, per la morbidezza delle carni, pev
b fioezza e partilo de' ca]jelli> olliecLè
VER
gli emblemi della Crusca, i libli, le peu'
ne, l'alloro, la quercia, che sono sculti
nel coperchio del sarcofago, e lo stemma
del generoso dedicante, rivelato nella ba-
se,fanno chiara prova della bravura som-
ma e della diligenza amorevole, che pose
il Pazzi ad eseguire colai opera, per cui
sali in alto onore. La nicchia poi ove si fi-
gura entromessa la grande urna, è ador-
nata d'una larga fascia di caristìo o ci-
pollino tinto in sanguigno rosato , mar-
mo antico bellissimo, onde fu arricchita
Ravenna sottu Teodorico e sotto Giu-
stiniano I : e il basamento principale è
di marmo lunense a macchie cenerogno-
le, meraviglioso a modo che sembra uno
de' più vaghi alabastri orientali. A lo-
dar poi degnamente il patrono della pu-
ra lingua italiana , nig."^ Rossi pregò il
suo degno amico d. Celestino Cavedoni
aHìnchè dettasse 1' epigrafe da incidersi
sotto Teflìgie del defunto, a grandi carat-
teri messi a oro: né potevasi all' enco-
miato, scegliere migliore e più morcellia-
no lodatore. 11 monumento fu discoper-
to a'aS giugno. Non è a dirsi quanta
folla corresse ne'giorni seguenti a veder-
lo, e a fissarsi nella testa ammirabile del-
l'astro veronese, che tutta spira pietà ,
mitezza e sapienza». L'ilalia intera nel
rammentare quinci innanzi, che un Her-
nardoBembu veneziunu, un cardinal Do-
menico M." Corsi fiorentino, ed un car-
dinal Luigi Valenti da Mantova, tutti
reggitori di Ravenna, gareggiarono in o-
norare il sepolcro dell'altissimo poeta, il
cantor de'trc Kegni, rammenterà del pa-
ri la munificenza del ligure prelato Stefa-
no Russi, successore de'supraenuuciati,il
quale pose decoroso monumento al cliiu-
satoree ritrovatole delle bellezze dell'Al-
lighiero; a quell'Antonio Cesari da Ve-
rona, che fece rivivere a'noslri dì nel bel
paese la casta favella a cui Dante fu pa-
dre. Avventurala Ravenna, che vegli le
ceneri (gloria che doveva spettare a Ve-
rona) de' due padri immortali di nostra
dolce lingua ove il S^i suona"! Tuulu e
VER
meglio si può leggere , in uno all'epi-
grafe e air isci'iziuue posta nel tubo, nel-
l'Album di Roma,l. 20, p. 197, in cui
si vede il disegno del monumento de-
scritto. Già da alcuni lustri nel romauo
Campidoglio e nella sua Protomoteca era
slato concesso al p. Cesari il segnalalo
onore dell'erma marmorea, scolpita dal
commendatore Giuseppe de Fabris, sic-
come uno de'primi restauratori dell' an-
tica eloquenza italiana, e quale scrittore
elegante e sapiente del XIX secolo; anzi
rUluslralore della Descrizione del Cam-
pidoglio , ove è r erma in incisione, di-
chiara che Cesari' fece rivivere la bella
eloquenza italiana, ed a lui doversi il ri-
sorgimento dell'italica favella, decaduta
in bassissimo stalo, e quasi non più ri-
conoscibile. Di che riparlai nel voi. XCI,
p. 4o'> dicendo pure degli alivi veneti
che meritarono busti ed erme nella Pro-
tomoteca Capitolina, incltisìvamente a
Paolo Caliari e Michele Sanmichieli. Di
altri illustri veronesi farò memoria nel
progresso di quesl' articolo. Né nella
presente età manca Verona d'illustri nel-
l'arti e nelle scienze, essendo splendore
di elegantissima e faconda eloquenza il
Bm." p. Antonio Bresciani, ornamento
della compagnia di Gesù e gloria viven-
te di Verona. La Civiltà Cattolica, serie
3.", t. 12, p. 674, dà colla dovuta lode
bella contezza de'dueiniporlanli libri, di
cui è chiaro autore il nobile veronese
Antonio Cartolari,edi cui darò un breve
cenno, i." Famiglie già ascritte al no-
bile consiglio di P'erona , con alcune
notizie intorno a parecchie case di lei, a
cui si aggiungono il nome, la dichiara-
zione ed un elenco di varie delle sue pas-
sale magistrature, ed altre memorie ri-
guardanti la stessa città, \eionaid5^.
2." Cenni sopra varie famiglie di Vero-
na ; edizione seconda con emendazioni
ed aggiunte, Verona i855. Verona co-
spicua e bella, non solo va giustauìenle
superba per nobilissima e nuinerosissi*
tua schiera di uomini illustri che iu lei
VER 23(J
fiorirono, ma non è certo neppur secon-
da a niuna per copia e fuma di cittadi*
ni illustratori de' suoi molteplici e singo-
lari pregi : tale si rese l'autore della rac-
colta di notizie che riguardano princi*
palmente le famiglie uubdi di Verona ,
che per più secoli si governò all'arislo-
cratica sotto la sapientissima signoria ve-
neta, e perciò benemerito ancora di quan-
ti sono in Italia e fuori di essa studiosi
amatori delle memorie italiane. Nella 1/
dell'encomiale opere è l'elenco de' nomi
d'illustri veronesi che furono ascritti. al
nobile consìglio della città dal i4°9 ^1
1797, distribuiti per famiglie. Più una
serie di notizie inlorno a molte famiglie
nobili o no, ma tutte onorevoli per Ve-
rona. Seguono cataloghi de'nomi di pa-
recchie case antiche e d'alcune anco no-
bili non iscritte al nobii consiglio; quelli
di altre onorevoli famiglie veronesi fio-
rite avanti il i35o, d'alcune ch'ebbero
diritti o giurisdizioni feudali nel Verone-
se, di quelle eh' ebbero cavalieri di giu-
stizia d'ordini illustri, co'numi de' cava-
lieri gerosolimitani e di s. Stefano I, e lo-
ro nozioni biografiche. Finalmente i do-
cumenti riguardanti le magistraturedel-
la città, le famiglie nobili che le sostenne-
ro, con diverse memorie patrie. Nella 2."
opera, la cui 1.^ edizione è deli 845, so-
novi le notizie di varie famiglie illustri
di Verona cospicue, e di quelli che ne au-
mentarono la rinomanza. Vi è pure una
nota cronologica delle famiglie illustri
veronesi che si stabilirono in Verona pri-
ma della signoria degli Scaligeri, comin-
ciata nel 12 62, e quelle che si eslinsero
dopo il 1795; ed una copiosa notizia sul-
l'ordine gerosolimitano. Dimostra poi,
che il ceto nobile è principale e utilissi-
mo elemento d'ogni stalo benché libero,
che la nobiltà venuta per lunga serie di
illustri antenati ha maggior potenza sul-
lo spirilo umano, chela sola personale,
benché questa non debba mai andar di-
sgiunta dall'altra, dovendo i nobili per
sangue governarsi io guisa da meri-
24o VER
tare la nobiltà, se non avesserlu eredi-
tata.
llciraiterio pubblico è heliìsiiìnto e no-
bilissimo. Scriveva nel 1840 l'annalista
delle Provincie venete cav. Mulinelli, in
esse distinguersi Verona nel sepolcreto
eretto da pochi anni, vasto, magnifico e
bene ordinato, da formar elogio all'au-
tor suo , architetto Giuseppe Barbieri ;
sepolcreto il cjuale, colla semplicità del-
l' invenzione combina il bello e il solido,
in cui hanno separati siti per le ceneri
degli adulti e de' fanciulli, edicole per
quelle de' cittadini illustri, catacombe,
ossario , e tempio sì per la grandiosità ,
come per l'acconcezza d'ogni parte e
dello stile mollo decoroso e cospicuo. Ap-
prendo dal Giornale di Roma del 1 852,
a p. 882, che a* 12 settembre nel dello
tempio si celebrò una di vota funzione. La
ctiiesa ed il cimiterio furono già dal mu*
uicipio aflldati a'minori osservanti rifor-
mati, i quali v'innalzarono presso le mu-
ra un convento. Deliberato dalla religio-
sa comunità di trasferire in Verona il
noviziato della provincia veneta, in tal
giorno se ne fece l'apertura. Nella mes-
sa celebrala dal p. provinciale fr. Beu"
venuto da Bergamo , furono vestili del
sagroabilo6 novìzi, a'ijuali tenne il pro-
vinciale un tenero e di voto ragionanien-
lo, Finito il s. Sagrifizio si lessero le bol-
le pontificie, per le quali questo conven-
to di Verona era canonicamente eretto,
e poscia colle solile ceremonie venne ri-
stabilita li) clausura, e col canto del 7'c
Deuni chiusa la solennità, con gran con-
corso di popolo. Così Verona venne a
contare 3 conventi di francescani: quel-
io de' cappuccitiì a s. MarUi, il quale al-
lora occupalo dalla milizia , si sperava
che in breve fosse loro restituito, intan-
to i religioni dimoravano in un ospizio
presso la chiesa de' ss. Siro e Ld)era ;
quello de' minori osservanti a s. Proco-
lo, vicino alla basilica di s. Zeno; e que-
sto de' minori osservanti riformali. Mi
istruisce lu Cronaca di Milano de' i5
VER
marzo i856, che il cimiterio veronese,
uno de' migliori del Lotnbardo-Venelu,
avea fallo di recente un nuovo acquieto.
Vi furono collocate sul frontone del pro-
nao 3 grandi statue colossali rappresen-
tanti la Fede, la Speranza e la Carità.
Sorge la Fede nel mezzo appoggiandosi
alla Croce e chinando riverente lo sguar-
do; da un lato e tlall'altio le si aggrup-
pano sedute a'piedi la Speranza e la Ca-
rità, con simbolismo purissimo, rallìgu-
rate in quegli atti in cui sono rappresen-
tale nella morale cattolica. Sono esse pre-
gevole lavoro di Grazioso Pazzi scultore
di abilità, e meritano lode così l'artista,
come l'operosità della congregazione mu-
nicipale, che accelera il compimento di m
niagnilico cimiterio, il quale sorgerà fra
non molti anni fluito ad attestare l'in-
telligente pietà de' veronesi, imperocché
colle largizioni falle a prò delle spoglie
de' loro cari va costruendosi il religioso
e severo sepolcreto. In que* giorni venne
istituita una commissione per la fonda-
rione d'una casa di maternità pe'bao»bi-
ni lattanti , carila iniziativa che in una
Verona non avrà mancato d'esser secon-
dala dal voto e dall' elargizioni de'cilla-
dini, vedendo in questo modo sorgere un
altro pio stabilimento ad accrescere i ti-
toli di beneficenza nobile e fiorita. Così
a Verona si ha cura a un te'^po di quei
che muoiono e di que'che nascono. Di a-
nalogo e famoso patrio sepolcro, tlell'an-
lieo suburbano cimiterio di s. Francesco,
si legge nel già citato articolo Verona, di
L. A. M. M Gli amori sventurati di Ro-
meo e Giulietta vivono ancora nella me-
moria de' veronesi. Dolce e flebile storia ,
che i poeti e le scene hanno a vicenda ri-
prodotta, lo vidi, così un viaggiatore, in
un giardino, che fu già un cimiterio , il
preteso sarcofago della sposa di Romeo.
Questa lonjba è tuttavia oggetto di com-
pianto ed affettuose onorificenze. L'arci-
duchessa di l'arma (Maria Luigia, vedo-
va di Na|)(>ieonc I : si siM'iveva nel i83())
ha fallo formare uua collana ed uu bruc
VER
ciulello della pietra rossastra di questa
luiiiha; illustri straniere e molte belle ve-
ronesi portano un piccolo feretro di que-
sta pietra stessa, ed i contadini lavano nel
poetico sarcofago le loro laltuglie ( non
pare più a delta epoca, per quanto dovrò
dire ). La cappellella cos'i chiamata, se-
condo una tradizione volgare ma erronea
(propusìzione che reiìterà confutata dalla
seguente digressione, quanto agli avanzi
del sepolcro), prenderebbe il suo nonie
dalla famiglia de'Capuleli. La memoria
di Romeo e di Giulietta è stata ridestala
in Italia dagl'inglesi, che vi fanno i luro
viaggi ; il con)punicuento di Shakspeare
l'ha resa popolare. Il Dante ed il tragi-
co inglese sembrano così incontrarsi a
Verona ; l'uno per le sue sventure, l'al-
tro per l'opera sua. Piace all'immagina-
zione di avvicinare due genii così gran-
di : tre secoli li divisero; una slessa città
li richiama al pensiero". La rinomanza
de' tanto clamorosi e commoventi casi
de'due veronesi amanti e sposi infelici ,
i-I multo che ne fu scritto , anche di re-
cente, la relazione eh' èssi hanno con un
periodo della storia di Verona, m'indu-
ce a dar qui un fugace cenno del seguen-
te libro, per dimostrare la sussistenza
del fatto, che altri pretese romanzo e fa-
vola. Su la pietosa morie di Giulia Cap-
pelletti e Romeo flionlecchi, Lettere cri-
tiche di Filippo Scolari, con altre poesie
di vari autori sidV argomento medesi-
mo, Livorno co'tipi di Glauco Masi 1 83 1 .
L' editore d.' Alessandro Torri veneto ,
tiell'intitolare il libro al conte Leonardo
Trìssino di Vicenza, il quale nel racco-
glier il Torri le memorie intorno al de-
plorabile caso, l'avea fornito di molle e
importanti notizie, sia riguardo alla com-
movente Novella del suo concittadino il-
lustre e antenato Luigi da Porto, sia ri-
guardo alle principali edizioni che ne fu-
rono fatte, per cui il Torri eccitalo dal
conte a ripubblicar la Novella con mi-
glior lezione, l'eseguì nello stesso i83i
co'tipi de' Nislri di Pisa: Giulietta e Ro-
VOL ICIV.
VER a4t
meo, no^'ella storica di Luigi da Porlo
di F icenza .Edizione xr 1 1 colle varianti
fra le due primitive slampe venete ; ag-
giuntavi la novella di Matteo Bandella
su lo stesso argomento , il poemetto di
Clizia veronese, ed altre antiche poesie j
col corredo d' illustrazioni sloriche e
bibliografiche per cura di Alessandro
Torri, e con 6 tavole in rame. Per essere
il conte Trissino, di autorevole opinione,
persuaso della verità del fatto, volle il d."^
Torri dedicargli le 3 lettere del suo esi-
mio amico e concittadino d.' Scolari » che
con tanto valore ha combattuto a soste-
nere la veracità del fallo medesimo, sta-
bilendone la morale certezza con ragio-
namenti dì tale evidenza, da non potersi
ormai più sollevar dubbi in contrario ,
quando per una singolare eccezione noa
si esigesse per esso , tra mille altri fatti
ben più meravigliosi e meno credibili, i
fondamenti d'una matematica dimostra-
zione ". Alle quali ragioni piacque non-
dimeno al d.' Torri d'aggiungere per so-
prappiù,e per nou lasciar luogo a replica
veruna, qualche altro non inopportuno
argomento, nel preliminare discorso del-
la surriferita pisana edizione, che porta
in fronte il nome del conte Pietro degli
Emìlj da Verona , insieme a quello di
Anna da Schio di Serego A]lighieri,che in
se accolse l'ultima discendenza e il casa-
to del sommo autore del poema, Al qua-
le pose mano e cielo e terra. Se non po-
chi furono gli stranieri che presero ad
argomento per le scene l'amore e il la-
crimabile fine di Giulietta e Romeo, iu
capo a' quali sta per ogni ragione il bri-
tannico Shakspeare, che ne fece uno dei
più nobili e forse de'più grandi ed ap-
passionati suoi drammi ; non fu per que-
sto tema trascurato dagl' italiani : e lo
stesso immortale Aifìeri erasi già dato a
comporne una tragedia, che può credersi
avrebbe contrastalo a tulli la palma, se
quell'anima troppo iucontentabile,ed ec-
cessivamente severo con sé, non avesse
dislrullo il i.° abbozzo del suo lavoro,
i6
a42 VER
e privalo l'Italia d'un uuovo Mggio del-
l'alio suu iiumngìnare e sentire. Ed è
probabile die, nella profonda sua scienza
dell'indole e de'costumi nazionali, avreb-
be in certe circostanze conservato i ca-
ratteri de'personaggi meglio cbe non fe-
ce l'inglese, non forse a torlo ripreso dal
Delecluze , moderno tradutlor francese
della Novella del Da Porlo, nelle dotte
osservazioni di cui 1' ha corredala. Ma
ciò nulla toglie al pregio eminente di quel
dramma, del quale in brevi anni si vide-
ro àue stimabili versioni in nostra lin-
gua, una del prof. Michele Leoni di Par-
ma, l'altra del prof Gaetano Barbieri di
Modena, delle quali il d.'^Torri fece cen-
no in pili d'un luogo nelle sue illustra-
zioni alla Novella stessa. Ed avendo eyli
letto in un Saggio sulla storia dell'ila-
liana lellvratura de primi xxr anni del
secolo XJX^a più riguardi conimi^ide-
vole , che il marchese Scipione MafTei
tradusse in prosa italiana la ricord.ila
tragedia di Shakspeari', gli venne dubbio
che r anonimo autore del Saggio fosse
stato da non esatte informazioni tratto in
errore; non facendosene cenno nelTelo-
gio diligentissimo che di lui scrisse il
cav. Ippolito Pindemoute ( illustre ve-
ronese ed uno de' poeti più amabili e
più celebri che l' Italia produsse nel se-
colo XVIII, il quale consagrò l'inteia
sua vita al culto delle muse. Una dolce
malinconia era la caratteristica partico-
lare del suo talento, come del suo tem-
peramento. Ha celebrato nelle sue poesie
le delizie della campagna, dove vivea di
frequente, dividendo il tempo fi a'piaceri
dello studio e quelli che gli oH'riva un'e-
letta società. Si conoscono C) sue opei e,
compresi i volgarizzamenti, deirO^//,y.y<'n
in ì<ipecie, in alcuni dei quali apparisce
l'inclinazione stessa del suo amico Salu-
moue Ge«tnei' di Zurigo, che nel genere
pastorale fu collocato nel i." grado tra*
iiioderni,ed anch'egli malinconico per na-
tura), della cui morte (avvenuta nel i S^-tS)
è fresco lulturo il coniuti lutto. Dopo l'Ai-
VER
fieri, olfii connazionali non .si sgomen*
tarono di porre sul teatro lo sle>so av-
venimento con successo più o nien feli-
ce ; ed oltre al bresciano Scevola ed al
duca di Veiitignano <Jie ne diedero al
pubblico due lodate tragedie, e al baro-
ne di Cosenza che ne formò un' Jzione
da lui intitolata patetica, e ben accolla
sulle scene di Napoli fin dal 1817; il
nominato prof. Leoni, e la livornese An-
gelica Palli poetessa di merito, tentarono
egualmente r arringo drammatico (mi
piace di ricordare : / Capuleti ed i Mon-
ttcchi, tragedia lirica in tre parli da
rappresentani nel nobile teatro di A-
pollo nel Carnevale dell' anno iS33.
Parole di Felice Romani, musica di Fili'
cenzo Bellini, Roma 1 833). La i." let-
tera del cav. Scolari, scritta all' eruditis-
simo e illustre Bartolomeo Gamba di
Venezia, porta la data di Verona 20 di-
cembre 1823. Comincia con dire. L'av-
venimeiilo compassionevole di Giulietta e
Piomeo è sillattamente conosciuto in Ita-
lia e fuori, che giungendo in Verona li
fuiestìeri ne indagano con tanta solleci-
tudine da poter alTermare, che il mode-
sto sepolcro delle loro sventure non è ri-
verito meno de' monumenti superbi del-
la romana grandezzajanzi al pari di quc
sii bisognò guarentirlo, per serbarlo ab
l'aflello de'posteri, a' quali lo si rapiva
da'uiolti che, slaccandone le particelle, a-
mavano legarle in oro e formarne anelli
amorosi. Però non son pochi coloro i quali
credono, che questa generale e perenne
tenerezza verso quegl'infelici amanti d»b-
basi tenere assai più nutrita dal prestigio
de' roman/i, e dalle opere di poesia e di
piltura, che non dalla certezza d'un ca-
so, il quale avrebbe dovuto a[)[)artenere'
alla storia. Il perchè, o constiltino gli an-
nuii, o ne cerchino le reliquie, o ne legga-
no le novelle, essi Don vi trovano che com-
plicazioni inesplicabili, e per essi tutto a-
iula la tenera fiducia, che nasce in ciioi'(7
di ognuno alla visita di cpit-lla tomba,
che i lìei'i caai diGiulicltu e dillomeo sic-
V EK
iio,comesciiveAlei>saiulroCai'Ii,«rt<jy^zi'0'
li tta colorala dalla fantasia degli scrii-
/or/. Aggiungono, die cosi debba credersi
per non avente fatto parola il massimo
de'poeti e degli annalisti italiani; quando
invece è stata tale la infelice sorte di Giu-
lia, ed avvenne iu tal epoca, che il grau
cantor delia l'iade'Tolomei e della Fran-
cesca da iiitnini ouu avrebbe potuto di-
menticarla. Non sembrando all'autore ,
dopo 5 secoli e più, che possa disaggia-
dire un'accurata ricerca per assicurare al
nieuiorabile fallo il fundameuto del ve-
ro ; e perchè in esso ne deriva un'utili-
là murale, per conoscere a cpiali orrenou
conseguenze conducano te cittadine di-
scordie, benché non persuaso del silenzio
tlell'Allighieri, protesta con (piesto voler
tar si che del risultato de'suoi studi, la
verìlà nulla menzogna frodi. Riuscendo
forse noioso e certamente prolisso il no-
tare le discrepanze de'racconli, e prefe-
rendo l'itiseguamento della critica , re-
putò premettere generali avvertenze ac-
conce a produrre ordine e chiarezza nel-
l'astruso argomento, suir infelice amore
dè'due fedelissimi amanti. Dice quindi ,
che 4 fu'oio • piincipali scrittori del
fatto: Da l^orto colla iYoi'c//rt, Clizia col
Pocinctto (o meglio sotto il nome di tal
dama veronese si asconde quello mollo
probabilmente del cav. Gerardo Boldie-
n), Baiidello colla Novella, Dalla Corte
colla Storia di Ftrona, coetanei scritti
e pubblicazioni eseguili dal i Sao al 1 590J
non parlò de' posteriori, per non dare
ragione di loro disparità, alterandosi in
seguito le circostanze del fatto, secondo
l'inlendimenlodegli scrittori^massime dal
Carli ultimo degli storici pulrii'ecouipen-
jlialore di tutti, che ad onta d'aver di-
chiaralo seguir Dalia Corte, noi lece, e
presa l'aria di novelliere confuse il cor-
so dell'avvenuto. Il MalTei qualificò ac-
ciu'ato lo storico Dalla Corte, e perciò do-
versi preferire alle novelle ed al poemet-
to, benché non sempre scrittore di lutla
critica. Egli descrisse d fuUo come cosa
VER 3-45
vefa e notoria^ il principale cioè accadu^
to uel i3o3, essendo Angelo d<i Reggio
podestà di Verona. Se altri storici prima
di lui, e anche dopo, il tacquero, ciò av-
venne per l'indole dell'opertf loro, di che
ragiona eruditamente e con critica il cav.
Scolari. A tempo delle feroci fazioni dei
Guel/le Ghibellini, che insanguinarono
anco Verona , le crudeli discordie delle
due famiglie Cappelletti e Montecchi e-
rano famose per tutta Italia ( e benché
vuoisi ch'entrambi fossero di parte ghi-
bellina, come altrove, eziandio tra quelli
d'una stessa fazione regnarono fiere di-
scordie e crudeli inimicizie; furono solo
coucordi nel far guerra a'conti di SanBo^
uifacio , i quali poi aiutati da Azzo mar-
chese d'Esle, respiusero essi i Moutecchi),
restandone documenti l'autorità di Dan-
te e de'suoi commentatori, i quali basta-
no ad accusare di grave negligenza il
sileuzic di Zagata, di Moscardo e di aU
tri tali. Nel cauto del Purgatorio, il poe-
ta incuora l'imperatore Alberto I d'Au-
stria alla redenzione d'Italia, con dirgli:
r leni a veder Montecchi e Cappellelti^
cioè quel sepolcro di Giulia in Verona ,
ov'egli trovavasi testimone del sangueche
spatgevano le due nemiche famiglie cuii
(stragi domestiche, al quale accorreva in
que'medesimi giorni afl'ullata la gente tut-
ta per la strepitosa e recente singolarità
del suo fine tragico. L'autorità dello slori-
co Dalla Corte è autenticata daDaute stes-
so col quale s'accorda anche dove ricor«
da la caduta di gran parte del monte
sopra la Chiusa versò Verona, co' versii
Qual'e quella mina, che nel fianco • Di
qua da Trento V Adige percosse j ed ec-
co come lo Scolari dà netta ed eviden-
te la storia del celebre avveuimenta.
M Romeo Moutecchi, bello e cortese gio-
vane , osa cavarsi la maschera e trat-
tenersi alla festa di ballo (che dava, essen-
do carnevale, in sua casa oiesser Antonio
de' Cappelletti), come se non sapesse di
esser in mezzo a'suoi più fieri nemici. Ve-
duto da tulli cou mcraMjjli», uon u'è pi:r
244 VER
questo cacciato a riguardo dell' età sita,
e per essere accostumato molto e genti-
le. Comincia la danza, qual che si fosse ,
ed invitato da una gentil donna entra in
ballo. Poco dopo lascia quella, e piglia
un'altra assai bella giovane, sulla quale
aveva prima fermatogli sguardi. Essa il
compiace danzando, e come suole accade-
re, a mezze parole si palesano a vicenda
la subita inclìnazionedel c\ìovt[ Amor che
a gentil cor ratto s'apprende). Finisce la
festa ; ma qual contrasto e sorpresa do-
pò, quando Romeo intende da un suo
compagno, che quella giovane è Giuliet-
ta la figlia di M. Antonio, il capo della
fazione nemica ; e Giulietta intende da
una sua balia, che quel giovane è Romeo
de'Montecchi. Romeo non teme dar segno
di sèalla Giuliettat passando di notte sot-
to alle finestre di lei ; e Giulietta, cono-
sciutolo al raggio della luna, entra seco
lui a parlare dell'amor loro; e questo
accade in piti notti. L' onestà presiede
sempre aque'ragionamenti; e nasca che
ne vuole, s'accordano in breve nella de-
liberazione di stringersi in matrimonio.
L'uomo del maggior credilo nella città ,
colui che frequentava nella casa d' en-
trambi, era un frate Lorenzo da Reggio,
persona dotta ed esperta, il quale udiva
le confessioni e regolava gli affari di tut-
ti. Romeo corre a lui, gli manifesta ogni
cosa, e fra Lorenzo non solo l'accoglie e'I
conforta, ma si propone anzi con pensie-
ro lodevolissimo ed evidente di cogliere
l'opportunità per acquistarsi approva-
zione universale, e far bene a tutta Ve-
rona, rappacificando per via di tal ma-
trimonio le due discordi e turbolenti
famiglie. Fermatosi in questo, fra Loren-
7.0 vede che sarebbe stato più facile il far
sì, che i genitori d'ambe le parti si aves-
sero a contentare del matrimonio fatto,
di quello che del matrimonio da farsi; ed
ecco ragionevole e savia la sua delibe-
razione di unirli tostamente, chiaman-
doli al suo confessionale uno per parte,
e benedicendo la loro promessa, alla
VER
quale, per mezzo di una vecchia, va pu-
re a susseguilare, benché furtivo, relTello.
Falli sposi ed assaggiale le dolcezze d'a-
more,GiuliettaeRome() non attendono .se
non che il frale, essendo vicina la Pasqua,
arrivi al termine del suo proposito. Ma
in questo s' intorbida multo seriamente
la cosa. Li Cappelletli, sa Iddio per qual
occasione, assalgono li Montecchi in sul-
la strada di Castel Vecchio; Romeo nel-
la mischia fa il possibile per pur cessarla
ma, che serve? Tebaldo de' Cappelletti
il cugino di Giulietta , gli viene addosso
e Roraeo,nel ripararsi, lo ferisce nella go
la e lo uccide. L'aver morto Tebaldo, co
stringe Romeo prima a nascondersi
quindi a partire da Verona bandito; peu
sa alla situazione lagrimevole della sua
Giulietta; vede già morta ogni sua spe*
ranza del meglio; e per islare lontano
da lei il meo possibile, consigliatosi eoa
fra Lorenzo , il quale era non meno af-
flilto di lui , riparasi a Mantova ( forse
mandatovi da fra Lorenzo, ove questi a-
vea i suoi correligiosi minori conventua-
li, onde potergli più di frequente fai*
giungere nuove di Giulia). Stavano co-
sì disgiunti li due poveri amanti e spost,
allorquando i genitori di Giulietta ( i
quali nulla sapevano del maritaggio ) le
proposero un partito nobilissimo di ma-
trimonio. Avvisatone con calde lagrime
dalla povera Giulia, che fjjrà mai fra Lo-
renzo? Angustiato egli medesimo, tor*
mentalo da Romeo ad ogni tratto, pau-
roso di più gravi muli seGiuliella senza
addur buone cause non si presta al vo-
lere paterno; tra il pensare alla fu-
ga di lei, ch'era il più espediente a torla
d'imbarazzo, e il dover provvedere onde
potesse poi unirsi a Romeo senza nuovi
timori , fra Lorenzo abbraccia un suo
pensiero di farla passare per morta , di
ricovrarla per questo modo in convento,
di vestirla quindi da frate, e di mandar-
la poi a Mantova al suo Romeo, da dove
poscia con esso lui, e sempre con l'aiuto
di fra Lorenzo, avrebbe potutoaudarsene
I
VER
già dimenticata in parte di tutta ior sicu*
rezza. Cuntenta Giulietta del fatto suo,
riceve in chiesa da fra Lorenzo la polve-
re soporifera : presa questa, il suo sonno
sì prolunga oltre il solito; si tenta sve-
gliarla, ma indarno; ècliiamato allacasa
fra Lorenzo, al quale confefsavasi anche
la madre di Giulietta , e ch'era, bisogna
ripeterlo, tutto nella famiglia de' Cap-
pelletti; ed egli, fatti alcuni esami, la dà
per morta. Farla seppellire, e metterla
in una tomba, a ciò da lui predisposta ,
non era che la conseguenza delle impe^
gnate e accorte sue cure (l'autore di quan-
do in quando giustifica il progresso della
narrativa, anche con note). Romeo prima
t\'x lasciar Verona, aveva comunicato ad
un servo fìdatìssirao della sua casa il vin-
colo d'amore che lo stringeva a Giuliet-
ta, e gli affanni suoi nel dover lasciarla.
Che farà dunque questo uomo fedele, il
quale non ne sa più di così, e che sente
morta Giulietta? Tutto dolente pel suo
caro padrone, egli non sa fare di più che
correre a Mantova per dargliene il tristo
annunzio, ed assisterlo. Fra Lorenzo, per
l'altra parte, non ha sì tosto Giulietta in
convento, che per uno de'suoi gli manda
una lettera in cui l'avvisa di tulio. Ecco
il terribile contrattempo. Pietro, il fede-
lissimo Pietro, arriva il primo; e R.o-
meo, che non può già dubitare,e che or-
mai di se più non cura, determina (che
altro non gli rimane) di almeno correre
disperato sulla tomba della perduta con-
sorte , dove con un veleno ha risoluto
di dar tine alla dolorosa sua vita. E così
accade. Romeo arriva di notte tempo ;
non pensa più a fra Lorenzo, dal quale
anzi si crede abbandonato o tradito ; va
difilato al cimitero, che restava fuori del-
la città, e fatto alzare dal suo Pietro il
coperchio della tomba, vedere Giulietta,
e prender il veleno, e gitlarvisi dentro è
luti' uno. Ma che? mentre il veleno stra-
zia le viscere di Romeo, Giulietta scuo-
lesi dall'assopimento, ed accortasi dì aver
n lato Romeo, è là che compiesi, alla pre-
VER a45
senza di Pietro, quella tragica morte, la
quale doveva dar finalmente termine al-
l'angosciosa vita di ambidue. Ignaro di
tutto questo, fra Lorenzo esce dal con-
vento, accompagnato, in sul far del gior-
no per cavar fuori Giulietta; e qual egli
sìa rimaso all'intendere la fiera ventura,
e in vedere l'imo e l'altro morti nell'ar-
ca, non occorre più raccontare ". Il mo-
numento di Giulietta e Romeo, garanti»
to per (|uel medesimo da una tradizione
costante sino al tempo del Dalla Corte,
e dal secolo XV sino a noi, esiste tutt'o-
ra. Egli consiste ru una cassa antica di
marmo de' monti veronesi senza oraa-
mento alcuno (ed ora anche senza co-
perchio), alta al di fuori centimetri 70,
incavata al di dentro 4^>(Jel la grossezza
nelle pareti di i3 , larga internamente
66, e lunga al di fuori metri 2 e centi-
metri 26. Al di dietro vi si osserva sca-
vato un basso capezzale con iucavamen*
to per collocarvi la testa d'una sola per-
sona. Li due buchi poi (dicesi fatti per
gli opportuni respiri di Giulietta, onde il
meno dell' aria non avesse potuto soffo-
carla, nel tempo che doveva restar nella
tomba), uno vicino al luogo del capo nella
parete sinistra, e l'altro nella parete vi-
cina a'piedi, sì vedono fatti a traverso la
pietra senza diligenza veruna , e quasi
all'iufretta. Il Dalla Cortescrive^che que-
sl'arca (la quale adesso è già posta sotto
la tutela municipale) egli la vide servire
per lavello al pozzo delle Franceschine,
e non ha molt'anni che tuttavia si adope-
rava al medesimo uso. Raccolta in que-
sti termini, soggiunge il cav. Scolari , la
dolentissima istoria , confessa di avei'
supplito, o, per dir vero , spiegato alcuu
poco il Dalla Corte, per quello appartie-
ne allo sviluppo di questa vera tragedia;
prevalendosi delle circostanze ragionevo-
li che trovò negli altri due, quasi con-
temporanei scrittori , De Porto e Baa-
dello, rigettando i soliloqui di Giulietta,
che s'incontrano nelle Novelle, ed altre
particolarità la verosimili e vere fantasie
a46 VER
esagerate, proprie de' novellieri, sempre
premurosi del meraviglioso. Termina la
lettera con propugnare il discusso argo-
fnento,anchein ordineal riferitodalBian-
rnlini, nelle sue diligenti memorie sulle
chiese veronesi. La 2.' lettera del cav.
3r.olari è scritta da Padova il i.° gennaio
1 826, all'erudili^imo e illustre ab. For-
tunato Federici in Padova, e versa e-
^ualmente sulle pietose avventure di
Pioineo e Giulietta. Dopo aver dichia-
ralo che le opposizioni e le persecu-
zioni in ogni tempo fecero sempre più
risplendere la verità, si lagna di quel-
li che osarono domandargli dopo 5 secoli
le prove legali, negando fede al gran Maf-
fei, che nel Dalla Corte riconobbe la
cognizione e l'esame accurato delle cro-
nache patrie (come quello che scrisse ai
provveditori di Verona, di aver compi-
lato la storia per giovare i suoi concitta-
dini, con diligenza avendo frugato nelle
cronache e nelle scritture antiche, ed al
quale corrispondono tanto esattamente i
hioghi della Divina Commedia), e dis-
sero la sua I." lettera una menzogna, ed
lino sforzo di erudizione ingegnosa. Egli
però scese in arena colla storia, l'erudizio-
ne e la logica a ribattere gli argomenti de-
gli oppositori, fra'quali l'ab. Venturi nel
moderno Compendio della Storia di / >»
rona, e s'accinse a confutare uno ad
'uno i capi d'accusa, per comprovare la
nioralecerlez^a della verità del fatto, che
il Dandello dichiarò degno d'esser con-
servato all'età più remote, nella sua No
velia, intitolandola al gran Fracastoro,
mentre il Da Porto al cardinal Pietro
Bembo mandò la sua. Né ommise ra-
gionare sul cognome e famiglia Montec-
chi, ed anco de' Cappelletti. Se credonsi
«'miserandi casi di Francesca da Rimi-
ni, di Pia de'Tolon)ei,d'lmeldaLamber-
tazzi (di cui racconta il doloroso fatto),
e perchè non da credere a quello de'sven-
turatiìsimi au)auti e sposi Giulietta e
Romeo? E ciò mentre si alletta di voler
■ tributare sospiri e lagrime di compassio-
V ER
uè sulla loro tomba ! Finisce con escla-
mare: L'arte critica arriva al massimo
de'suoi trionfi allorquando giunge a di-
fendere la giustizia anche al di là del se-
polcro, ed a trarre in Incela verità an-
che a traverso la più fitta nebbia o delle
passioni umane o del tempo. A me non
è lecito dir di più, dovendo pur far pa-
role della 3." lettera, ed anche della 4'*
ed ultima. Scrisse la 3."lettera il cav. Sco-
lari da Belluno a'i5 giugno i83o, nuo-
vamente all'encomiato Gamba a Vene-
zia. Con essa inlese virilmente a risponde-
re alla lettera stampata nel 1829 in Pa-
dova dal prof, di quell'università il dotto
Giuseppe Todeschini, e nientemeno chea
22 capidi opposizioni. A tutte quante l'au-
tore risponde concisamente con forza di
raziocinio e testimonianze storiche,ed an-
che con nuovi argomenti e meglio svilup-
pando i precedenti, a difesa di sue asser-
zioni. Strinse e concluse il suo direj esser
tempo di terminarla, per ammettere la ve-
rità verissima della tragica morte di Giu-
lietta e Piumeo, e desistere dalla pazzia
di pretendere le prove legali. Quindi
sentenzia: Chi avesse per il capo (|uesta
fantasia, tralasci subito di credere a tut-
te le meraviglie della storia greca e ro-
mana. Basti in vece, a chi usar voglia di
umana ragione, la forza e l'evidenza delie
prove morali. » Queste si raccolgono
tutte nel caso di Giulietta e Romeo. Tale
èia mia professione di fede... e tengo fida-
tamente, che la verità delle mie proposi-
zioni, senza imbarazzo di sorte alcuna,
ha resistito, né crollò punto, malgrado
le opposizioni di due uomini «lotti e ri-
spettabili, quali sono in fitti l'ab. Ven-
turi e il prof Todeschini ". Seguono nel
librochediede la ristampa di questa viva-
ce lettera, le Poesie varie^UiXKe sul deplo-
rato avvenimento; essesono: Del viaggio
malinconico (al sasso funebre di Giu-
lietta e Uf)meo), Poemetto del prof. Ce->
sare Arici di Brescia j \ versi 1 o3 a i f^.
Giulietta e lionieo tragedia inedita di
Mi'lule Leoni di Parma j la scena i*
I
VER
dell'alio 2.° e una parie dell'alto 5." Ter'
ze rime del prof. Francesco Villardi di
yeronaj s'invitano i veronesi ad innal-
zare a Giidietta un monumento degno
della sua fama. Giuliellae Romeo tra-
gedia inedita di Angelica Palli di Li-
vorno ^ l'atto 5." Del Camposanto di
Brescia, Poemetto di Cesare Arici; i versi
i 1 5 a II 4o. Fersi di Tommaso Gar-
gallo a Teresa Albarelli Fordoni , su
la sua non ancor terminata Novella di
Giulietta e Romeo. Dell'Epistola di Pier
Alessandro Paravia ad Adelaide Me-
ncgìvni^nelle sue nozze con Jacopo Cre-
scinij i versi 63 a i^6. Il PAlegrino
dell' Adige in Terra Santa, Poemetto
di Teresa Albarelli Vordoni ; o rac-
conto della storia degl'infelici due aman-
ti, fatto dal padre di Giulietta pellegri-
nante inTerra Saula. Ora, sebbene ilcav.
Scolari avesse comincialo e terminatola
sua 3.'' lettera, con ripetere il verso Dan-
tesco : Piìt non rispondo, e questo so per
prova j nondimeno nella Gazzetta nfjl-
ziale di Venezia de' 2 7 novembre 1 85^
trovò opportuno di pubblicare, riprodot-
ta a parte co' tipi della medesima, la sua
Lettera all'illustre e nobile cav. Fortu-
nato Lanci di Ro ma j come a rpiL'llocui
si deve uno de' piìi distinti seggi fra'cri-
liei e sagaci espositori della Divina Com-
media, cui appunto si rivolse per T in-
telligenza di due luoghi del poema sa-
gro , del Signor dell' altissimo canto,
pregandolo a prender notizia della cau-
ia che II riguarda, e dopo fatta piena co-
gnizione di tutte le relative scritture, e-
«teroargli la sua riputala sentenza. Indi
racconta, che Dalla Corte, principale tra
gli storici della sempre ammiranda Vero-
na, celebre pure per la pienissima fede da
lui riferita alla verità e sussistenza ilei fat-
to, ed a' casi tanto famosi di Giulietta e
Romeo, fu da lui difeso nel mantene-
te ia verità del fatto, in che ebbe a fau-
tori riputatissìmi uomini nazionali ed
esteri. Ma si presentarono, gli pare,
contraddittori lermissiaiì, i rispeltabi-
V E R 247
li ab. Venturi defunto ed il prof. To-
deschini; ma non per questo abbando-
nò Dalla Corte, e sé stesso, all'impe-
to di sì valenti avversari. Farne pro-
va le sue 3 lettere critiche, quali si tro-
vano unite insieme, con tutte l'erudizioni
spettanti al fatto di Giulietta e Romeo
nell'edizionedel d. 'Torri. Essersi in quel-
le fermato per incidenza sopra i due luo*
gbi di Dante ». 4 del canto XI I dell'/zi-
ferno, e v. 1 06 del canto VI del Purgato-
rio. Passato un 4° «J' secolo senza ulte-
riori contraddizioni , e dopo avere il
francese barone di Guénifey nel i836
tradotto le sue lettere sulla lagrimala
morte de'due nobili amanti, accaduta in
Verona a tempo del signore di essa Bar*
tolomeo dalla Scala, il prof. Todeschini
a' 29 maggio 1837 aver pensato di pub-
blicare una 2." lettera, colla quale tornò
in campo per eliminare ogni nerbo criti-
co dalle lettere critiche, e mandar quin-
di tutti i casi di Giulietta e R.omeo qìial
fumo in aere ed in acqua la schiuma.
La lettera del prof. Todeschini si legge
colla sua precedente in appendice al li-
bro stampato or ora dal Le Mounier,
intitolato: Lettere storiche di Luigi da
Porto dall' anno 1^09 al i528, ri-
dotte a castigata lezione e corredate
di note per cura di Bartolomeo Bres*
san, aggiuntavi la novella di Giulietta e
Romeo dello stesso autore, e due lettere
critiche del prof. Giuseppe Todeschini.
Pertanto, in onta alla meuiorata dichia-
razione, intende il cav. Seo'aii porre al
sicuro da capo le sussistenze della tesi da
lui coslatiteraente mant-euuta nelle sue 3
lettere, non solo colla forza degl'incrol-
labili argfjmenti addotti e difesi per ben
due volle, né mai distrutti, e con pregare
ilch.Cftv. Lanci a decidere, se non siano,
qiidl egli le reputa, del tutto giuste ededi-
caci a ripulsare il nuovo attacco le bre-
vissime osservazioni che sulle stesse pa-
iole dell'ilhislre editore del Todeschini
sig.' Bressan,assoggetta alla sua rettitudi-
ne. Riconosce, che l'amicizia del valcuta
248 VER
editore versoi! rispellabile opponénte po-
tè mostrarsi inclinata ad accordargli Iti
palma ; ma protesta, che prima di pro-
clamare ^ev confutale le sue 3 lettere, la
giustizia e la critica lo avrebbero potuto
consigliare invece a più ponderata senten-
za. E benché noi tenga necessario, dichia •
lavasi pronto a discutere e chiarire con
una 5/ lettera voluminosa , l'argomen-
tazione recata in campo dal prof. Tode-
schini, ogni qual volta il Le Mounier,
0 altro tipografo, sia pronto a pubblicar-
la, con tutti i documenti relativi, e come
conviene alla conipìuta istruzione di qiie
sto critico e letterario processo. » INel
quale, scrive il cav. Scolali, se il valo-
roso mio oppositore si couìpiace cuns-
batlere la verità de' casi dì Giulietta e
Bomeo per ciò solo, che dalla storia u-
niana possa esser tolto il laccontu di una
disgrazia di più; io spero di servir meglio
ul^a causa della verità, mantenendo i cn-
1 atteri della certezza ad un fatto, che da 5
secoli ha legato a'casi de'due infelicissimi
amanti il sentimento e l'alletto de' poste-
ri, e schiuse alla poesia, all'eloquenza ed
all'arti belle campo estesissimo a luminosi
trionfi". Passiamo ad altro. — Il territo-
rio veronese, nelle cose notabili, fu pure
egregiamente descritto dal Mafi'ei. Lo dice
esleso in lunghezza yo miglia e non me-
no di 40 in larghezza, distinguendosi la
popolazione a suo tempo in 820 comu-
nità. Ha in se due insigni fortezze, Le-
gnago suir Adige, e Peschiera alla fo-
ce del lago di Garda da cui procede il
Mincio. Avendo parlato dell' ultima, di-
rò della prima Legnago alcune parole.
Lemniacwn o Leoniaciun è 8 leghe di-
stante da Verona nella parte della pia-
nura verso il mezzodì, porzione della
quale è separata dalla città di cui fa par-
te, per mezzo dell' Adige, sulla sponda si-
nistra del quale è situata, e che vi si va-
lica sopra un ponte di legno, denomina-
la da quel lato anche Porlo- Legnago. E
Legnago cinta di forti mura, di alti ba-
luardi, di duppii fifinchi, di fosse, di con-
VER
tramine, ed ogni altra sorte di ripari ot-
timamente intesi e fabbricali : ricorda
col suo aspetto la sua antichità. L'origi-
ne si fa risalire a'tempi di Papirio Car-
bone,diLutazioCatuloedel famoso Caio
Mario, allorquando colle loro prodi mili-
zie si portarono a combattere i teutonici,
i cimbri,! rugii e gli altri barbari che per
le Alpi Retiche e Giulie ave ano comin-
ciato a discendere in Italia, e si fecero a
costruire in quelle deliziose regioni dei
gagliardi castelli. Di sua strategica posi-
zione e vetusta celebrità se ne ha testi-
monianza nella guerra civile di Vitellio
e di Vespasiano , perchè ne' primi moti
consultando in Padova , Primo e Vero
ed altri vespasiani dove fosse da far piaz-
za d'armi, fu stabilito di farla io Leo-
niaciim, sulla destra riva dell'Adige, sia
perchè le sue campagne come piane e
aperte, erano opportunissime alla caval-
leria, sia pel passo del fiume e per la co-
municazione che apriva lungo le linee
del Po, del Mantovano e della Lombar-
dia, un luogo si riputava di somma si-
curezza e militare importanza. Pati ro-
vine la piazza nell'invasioni de' goti, dei
vandali, de'Iongobardi e dell'altre barba-
riche orde che pel Tirolo si avviavano
in Italia. Rodolfo II re della Borgogna
Transjurana nel 924, e l'imperatore Fe-
derico 1 nel secolo XII la ridussero in
cenere; ma più volte smantellata, per
opera de'veronesi tornò sempre a risor-
gere. Però non cessò di es[)eriinentare le
sorli comuni colle altre fortezze e città
italiane, e di andar soggetta specialmente
nella lunga, terribile e desolatrice lotta
de' guelfi e ghibellini a molti politici ri-
volgimenti, costretta a piegare il collo a
vari stranieri dominatori ed a' tiranni.
Passata in dominio della repubblica di
Venezia, conosciutasi in seguito da que-
sta l'inferiorità dell'antico sistema di for-
tificazioni, a fronte del nuovo metodo di
espugnazione tanto superiore ali antico,
nella sua solei te previdenza non indugiò a
forlificiire anco Legnago gagliardemea-
M
VER
f«, roll' opera e il genio di Sanmichieli
dal i535 al 154*2. Questi, olire la for-
Ie7ta, v'innalzò due bellissime porle. 1
francesi dopo 3 giorni d'investimento la
presero per la piiina volta a' i3 set-
tembre 1796. (jiiiiuli la restaurarono,
ed altrettanto fecero gli austriaci con di-
verse opere formidabili, che vado a de-
scrivere. La fortezza si presenta a gui-
sa (li un esagono posto mezzo di qua
e mezzo di là dai fiume avente in quel
sito le ripe arginate e profonde.' Porto-
Legnago, situato comedissi sulla sinistra,
ha due tanaglie e due mezze lune con
cortinealqiianlo brevi, raa bellissime, che
per la loro costruzione res'an sempre in-
lolle contro i colpi a rimbalzo. I suoi ba-
stioni poi sono assai robusti, solidi e dì
buon materiale; i lati, i merli, le torri e
tolti gli altri propugnacoli che guernisco-
no il corpo di questa piazza sono anch'es-
si tuagnilìci e stupendi lavori. Essa tie-
ne i suoi ripari quasi tutti terrapienali;
ed incetti, o sia stanze per le guardie, sa-
racinesche e altre difese si vedono con
julee nobiltà somma innalza te.Non man-
ca a questa cittadella i\ue piccoli fortini
staccati quadrilateri, ed un ridotto di si-
curezza che comunica sotterraneamente
colla piazza, armato di feritoie, coperto a
prova di bombe e inleramente nascosto
al nemico da' terrapieni delle faccie del-
le opere unitamente a un rango di pa-
lizzate raddoppiate. E tulle queste, ed al-
tre simili addizioni, e tutti que'forti e for-
midabili lavori, e vari altri grandi e mol-
teplici restauri, furono fatti dopo il 1 8 1 5
nella dominazione austriaca. Il territorio
veronese è mirabilmente vario nell'aspet-
to de'paesi e nella qualità de'terreui, per-
chè contiene montagne, colli, valli, pia-
ni alti , sassosi e seminati di collinette,
pianure basse ampissime e di buon fon-
do, lago, fiume reale,' fiumioelli non po-
chi, sorgenti molle, e gran tratto paludo-
so. Miniere non ci si hanno scoperte, ben-
ché ne'monti de'Lissini indizi di minie-
re d^oio siansi osservali più volle. Presso
VER 249
Rovere di Velo si traeva sai di miniera.
Nelle montagne che separano il Verone-
se dal Tu-olo, trovansi minieredi carbon
fossile. Vi sono terre da colori, e per tut-
ta Emopa i pittori si servono delia terra
veronese, ch'è un verde. Molti sassi nel-
la campagna grande contengono parti-
celle di rame e striscette metalliche. La
natura però se in metalli fu avara al pae-
se, mollo prodiga è di marmi e di pietre
da opera. Il più scelto e ben carico gial-
lo di Torri, non pare inferiore al giallo
antico. Il mischio di Brentonico è vago,
rarone'coloii, bizzarro negli accidenti. E
pur stimabile il rosso di s. Ambrogio, su-
perato però di molto da'tnarmi di varie
macchie che ne'monti della Chiesa nuo-
va, nelle parti di Velo, di Lugo e in più
altri luoghi potrebbero scavarsi, d'alquan-
ti de' quali sarebbero le cave perpetue.
Ci sono mischi vaghissimi, a Velo un ne-
ro con istrisce bianche; un rosso vivo eoa
macchie rare e grandi, pezzati graziosa-
mente da più colori, che ricevono lucido
pulimento: ma tra gli altri di mirabile
bellezza è l'occhio di pernice, che trova-
si ne'monti di Lugo, di colore per lo più
bigio, composto di minuti rigiramenti,so-
miglianti talvolta a occhi d'uccelli. Poco
lungi dal distretto di Verona, su quello
di Roveredo, è il marmo di Vallarsa, che
dee computarsi tra lebreccie, ed ha pez-
zi trasparenti come agata. Pietre da ope-
ra si hanno in molli luoghi, e di qualità
diverse, le migliori assai lodate dallo Sca*
mozzi. Di tufo o pietra tenera si è taglia-
lo multe volte gran copia fin dentro la
città. Mollo frequenti nelle parti monta-
ne s'incontrano gì' impielrinienli ed i te-
stacei marini; alle volle i pesci appaiono
quasi interi. Inoltre il Veronese sommi-
nistra pietre focaie, terra da vasaio e da
tegole, e del gesso di perfetta qualità. De'
semplici (li Monte Riddo già parlai. An-
cor più che d'erbe, fu già ricchissimo d'al-
beri il Veronese: Malfei deplora la cessa-
ta industria di legnami da costruzione,
per la smania di coltivar pure i monti e
>5a VER
i siti bosctiivi. Abbondanti sono i frulli
e i giani, così il giantuico; le vili, i gel-
si , gli ulivi. Singola pailicolaiità delle
montagne veronesi è l'avanzo di lingua
cimbrica^ che in tratto di esse conserva-
si; partecipa del tedesco, benché alquan-
to diverso dal più comune. In alcuni luo-
ghi si trovarono lapide rumane figurate
e scritte; vi sono diverse chiese antiche
con velaste pilline, e in alcune con ss. Im-
magini miracolose, descritte neiry^//a/?/e
Mariano. Curiosità naturali esistono in
parecchi sili. Sul lago Benaco ossia diGar-
da son pili tratti di paese coperti tulli di
giardini con infinità d'agrumi, e con o-
gni sorte di frulli e di fiori. 1 deliziosi
luoghi e le vedute amene, non invidiano
alle più celebrale. Dal fondo del lago
sorge un'accpia sulfurea; ad 8 miglia dal-
hi cillà vi è un* acqua termale di molta
^irlù,e in altri tempi dimollo grido, che
diede alla prossima terra il nome di Cal-
diero. Se ne fa uso in bevanda, col ba-
gno e col f uigo, con sovente felici elTetti,
essendo marziale e consolidante; e di chi
ne scrisse feci menzione. Non manca il
Veronese di belle ville, però sparse fia
loro e lontane, alcune nnllameuo assai
distinte per nobiltà di fabbriche, per am-
piezza di reLÌi)li, per acque, e per deliziosi
annessi signorili,cziandiu abbelliti da scul-
ture e pitture, come negli lllasi ed altro-
ve. I suburbani poi sono deliziosissimi, a
nulla dire della non lontana V'al[>uricel-
Ja dove Slilla ne.Unrc eguale a quel di
Giove. La città e il territorio d'ogni co-
sa necessaria al vivere abbonda, e d'o-
gni genere di delizia non meno, pe' ter-
reni fertilie pingui, conogni specie dibia-
de e riso della miglior qualità. Bestiami
e carni a sullicienza, olirei polli e l'iiccel-
bime, ogni specie di selvaggina. L'olio è
d'ottima qualità. I frutti sono copiosi,
vari e squisiti, famose le persiciie, cosj i
fichi, i meloni, persino i tartufi, gli erbag-
gi, le delicate uve, poiché parlicolar dole
del paese è la varietà e prcziosiià dc'vi-
nij partecipando il !>anlo del luckui^ laou-
VER
de sono ricercali pure da lontane parti.
L'uva retica fu lodala da Catone, ma bia-
simata da Catullo. Virgilio ne ricordò le
viti, ed Augusto si compiaceva del suo vi-
no. Celebrato da Strabone, Plinio disse i
vini retici posposti solamente a'falerni da
Virgilio: a Roma chiama vasi pafifitce^z ve-
ronese. Famoso a tentpo de'goti fu il vi-
no acinatico, corrispondenleal vino det-
to santo. Niente meno è ricca Verona di
pesci ottimi e di varie specie, sommini-
strandone eccellenti il lago ed i fiumi.
Lesso nella Cronaca di Milano de i5
OD
maggio 1 856, che il municipio era dispo-
sto a concorrere alla grande impresa del
prosciugamento delle sue paludi, ora det-
te Valli Veronesi, occorrendo pel compi-
mento di tale utilissimo lavoro di boni-
ficazione agricola due milioni e mezzo ;
e che l'accademia agraria avea conferito
il premio della medaglia d'oro al d.' Giu-
seppe Ganz, per la benemerenza acqui*
statasi verso l'arte medica mediante la
pubblicazione della sua memoria: Profi-
lassi e cura de' sintomi prodromici del
f/jo/tTrt, poiché, come notai più sopra, la
cillà ripetutamente ne fu colpita. Il Maf-
fei parlando del commercio di Verona,
che rende prospera una città o uno sta-
lo, come l'economia rende felice una fa-
miglia, dice che nel lanificio avanzò già
tutte le altre, e derivò da esso la sua ric-
chezza, di che si ha testimonio sin dal X
secolo. Nel lempodegli Scaligeri fiori sin-
golarmente tale lavoro, onde più leggi
statutarie furono pubblicate, con proibi-
zione severe per l'estrazione di lana di
qualunque quantità, essendosi conosciu-
to benefico al paese non venderla, ma la*
vorarla. Si fabbricavano 3 sorte di p.in-
ni, e meritò nel secolo XV d'essercele-
brala da più scrittori. Questa manifat-
tura cominciò a scemare e lini col cessa-
re, per essersi ridotti a coltura i pascoli
e per essersi invaghila l'Italia de'delica-
ti panni siranieri. Poscia alquanlosi rieb-
be l'industria, lucendosene pure esfjorta-
zioue sì di panni lodati e sì d'uu r oo,ooo
VER
paia di calze. Alloixliè nuovamente cle-
c;i(Ide il lavorio della lana, « veronesi si
a|)pIicarono alle manifatluie di sela eoa
t(inti) finito, die la gran quantità di lan-
{o prezioso prodotto divenne il principa-
le ramo d'industria, arrivando l'esporta-
zione a circa 700,000 ducati, anco per
coltivarsi con moltissima cura i gelsi, fa-
voriti dalla qualità del terreno dell'am-
pio territorio. Ora pure le risaie ed i ba-
chi da seta formano la principale sorgen-
te di ricchezze e del commercio di que-
llo paest; ma i filatoi furono trascurati,
l'cr la situazione Verona tradica con gran
parte d'Italia e di Gei niaiiia, Dolzano es-
j-endone il contro e Verona la scala, pel
beneficio del faune venendo ad essere uo
pollo di mare in terra. Dice d. Scldor,
Verona per la sua posizione è quasi la
cliiiive d'entrata d'Aleinagna in Italia. Il
iiansitu dunque è per Verona uno de'
principali fonti di ricchezza. Ddlla fre-
quenza del [)a$saggioedairoberlàde'pro-
ilolli. Verona in altri tempi fu piazza di
cambio non meno de*[)rincipali emporii,
onde numerosi erano i mercanti con pro-
prio tribunale e magistrali, lenendo nel
i 200 guardieepresiilio nella torre di Ro-
vigo. La fiera franca, che si faceva a s.
Zeno, contribuiva grandemente al fiorir
del commercio: dopo la peste deli63o,
per ripopolare e far rifiorire la città, fu-
ronosubilo istituite 4 fiereannue dicam-
bio, e poi se ne fecero 2 di merci con mez-
za esenzione, in maggio e in novembre.
Grande e importante è il commercio del
legname^ anche per la facilità di segarlo
a forza d'acqua. Vi si lavora ancora quan-
tità di rame per 1' esportazione. AlalFei
propone vari mezzi pel florido commer-
cio, e ricorda 1' antico co' versi diretti a
Marlin della Scala da un anonimo tosca-
no: Fanne a Fcrona, cillà ricca e no-
hile^ - Donna e Reina chlle terre Jlali-
clie. Trova usi a Verona fabbriche di te-
le, cotonine, concie di pelli, e queste in
ringoiar modo fiorenti, due vetraie, pres-
so che 100 fabbriche di tegole, ed alcuni
VER 25i
imbiancatori di cera, fabbricanti di lana,
imbiancatori di cotone, aflineria di zuc*
cheri, f.ibbriche di sapone e profumerie.
Da parecchi anni s'introdusse la macina-
zione del r«vcoi//Hii, comunemente det-
to rosolo, ossia erba somacco, che cre-
sce abbondantemente ne'inonli,ed è uà
eccellente surrogato alla valonea, per le
concie delle pelli. — La provincia di Ve-
rona dividesi ne' 1 3 distretti di Badia Ca-
lavena, Bardolino, S. Donifacio, Caprino,
Culogna, Illasi, Isola della Scala, Legna-
go, Sanguinetto, S. Fielro Incariano, Ve-
rona, Villafranca, Zevio, colla città del
suo nome per capoluogo. In complesso
conta da 3 1 0,000 abitanti. Ne'vol. X.CI,
p. 437» xeni, p. 57, parlai delle Stra-
de ferrate del regno Londjardo- Veneto,
cominciate nel 1837, e de'suoi progressi,
dicentlo che quelle del territorio veneto
in principio si divis«?io in i i sezioni, co-
minciando da Venezia, la 5." stabilendosi
da Lobb'.i a Roveggia presso Verona, e
la G.'da Pioveggia alifi sponda sinistra del
Mincio, ed eziandio dissi parole della fer-
rovia di Verona. Ne) 1840 si cominciò la
ferrovia, che partendo da Milano, per
Verona, Vicenza e Padova terminasse a
Venezia; ed a'4 maggio 1 846 si eseguì la
I,' prova sull'intero tratto di strada che
da Venezia guida a Vicenza. Trovo nel
Giornale di Roma del (849, riprodotto
c|uello di Verona, che dice. A'2 luglio il
nuovo tronco dell'i, r. straila ferrata Fer-
dinandea tra Vicenza e Verona fusoleu-
nementeinauguraloilall'oltimo degli au-
spicii, la Ueligione. La santità della festa
ebbe lustro e decoro, non che da molti-
tudine grande di popolo, dall'eminente
e autorevole carattere de'perspnaggi che
vi assistevano. Poiché v'intervennero l'uf-
ficialità superiore dell'i, r. comando ge-
nerale del regno Lombardo- Veneto, del
2.° corpo d'arujata di riserva, de'due co-
mandi di città così di Vicenza comedi
Padova, il vescovo della i /, il rettore ma-
gnifico e 4 professori , uno per facoltà,
dell' uuivcrsità padovana, vari membri
a5a VER
(Jeli'islitulo veneto di scienze, lettele ed
arti, molli aulici consiglieri col presiden-
te del supremo senato Lombar«lo- Vene-
to. Un eloquente discorso del venerando
vescovo di Verona mg/ Mutli, iniziava
la pia ceremonia. « Fennelleggiate con
traili maestri le meraviglie dell'universo,
disse, l'opera più portentosa che usciva
dalle mani dell'onnipotente esser l'uomo.
Toccando allora per sommi capi le più
stupende invenzioni e scoperte dello spiri-
to umano , scese upportunamenle a ra-
gionare di quella the, in>prigionando e
reggendo come forza motrice il più im-
mansueto ed indocile degli elementi, va-
le a superare con incredibile celerilà le
disianze dello spazio e del tempo, eolie, a
• materiale efletto della inventiva dell'uo-
mo, rivaleggia, per così dire, colla rapi-
ilità del pensiero, emanazione di Dio. La-
nientanoalcijnì, soggiunse, ilnovello tro-
vato, per ciò the agevolando fuor di mi-
sura le comunicazioni de'popoli, ne faci-
lita anche il contagio de'vizi, e lo rende
infausta cagione di pervertimento mora-
le. Ma dall'abuso non si dee argomentar
contro l'uso. La letteratura, lescienze, le
arti, i commerci, tulli insomma i più ga-
gliardi sostegni ed impulsi del civile con-
sorzio, ricevono incremento di vita e di
btlività dall'applicazione della nuova sco-
perta, la cui mercè in un momento, e qua-
i>i allo stesso ragguaglio, i popoli inciviliti
del mondo si avvantaggiano di ciò che
rende più comode e agiate le condizioni
dell'esser loro, e più tenaci stringendone
i vincoli, vie maggiormente accomunali
nel santo nodo dell'amore e della fratel-
Janza. Ma pur troppo a sfiorar le dolcez-
ze, che sarebbero il frutto dell'universa-
le loro concordia, vi solila talvolta peren-
tro d pestifero alilo dell'anarchia. £ qui
con lancio d'inspirazione sublime e con
parole di veemenlissimo alfetlo, 1' augu-
sto presule raccomandava la vigilanza ne'
governanti, acciò non si valgano impune-
tncnle i malvagi de'novelli veicoli a tra-
svolar sullo spazio, inlruducvudo fta'pa
VER
cifici popoli il licvitodelle civili discordie,
ed inculcava conunosso agli astanti, che
solo mezzo a sventare i conati de'trisli e
a mantenere fra' popoli la carità fratel-
levole è il sentimento e la pratica della
Religione". Da molti e molti dell'eletto
uditorio proruppe un sospiro d'ammira-
zione entusiastica; il più verace tributo
d'encomio che ivi offrirsi potesse alla già
rinomata facondia del pio diocesano pa-
store. Alcune orazioni secondo il rito pre-
corsero alla benedizione formale della lo-
romoliva, che, seco trainando i carri, mes-
sa a ghirlande, venia lenta lenta accostan-
dosi a pie dell'altare. Compila la ceremo-
nia, passarono i convitati in amplissimo
luogo, che di grezzo deposilo delle mer-
ci fu convertilo, a così dir per incanto,
in magnifica sala addobbata con molta
eleganza, dove sedevano a delizioso rin-
fresco 5oo persone. 11 tenente marescial-
lo Gherardi innalzò un brindisi alla sa-
lute dell'imperatore e re Francesco Giu-
seppe l,acMÌ fecero tutti eco, ed una mu-
sica banda rallegrava di melodie soavis-
sime l'adunanza. Seguì poi una refezio-
ne per tulli i militari di servizio alla fe-
sta, che ripelulamente diedero in frago-
rosi evviva all'amato monarca e al graji
maresciallo Radelzky. Furono somma-
mente lodati il cav. Negrelli e l'impren-
ditore Talachini , che gareggiarono per
la più rapida esecuzione dell'impresa. A'
3o novembrei852 ebbe poi luogo la so-
lenne ceren)onia di porre l'ultima pietra
al nuovo magnifico ponlesull'Adige, por-
tante il nome dell'imperatore Francesco
Giuseppe I, cominciato ne' primordi del
suo impero, per congiungere la strada fer-
rata del Veneto con quella della Lom-
bardia, a destra e sinistra del fiume: do-
po essere slati costruiti i 6 archi laterali,
eransi compili i lavori t\e'5 archi princi-
pali del gran ponte, opera grande per la
mole de'marmi e per la precisione delle
forme. Si procedeva alacremente a' ma
nnl'alli di grave diiricoltà sulla strada da
Veruna a Brescia^ alla colossale trincea e
VER
tunnel di s. Giorgio in Salice; alle onilu-
lazioni presso Cavalcaselle; al gran ponte
sul Mincio presso Peschiera; alle gigante*
sche dighe fra Peschiera e Desenzano in
vicinanza al lago di Garda; al gran via-
dotto fra Desenzano e Lonato; alla gnj-
leria di Lonato e contigue trincee; al gran
ponte sul fiume Chiese, il cui grand'ar-
co principale è largo 3o metri, per com-
piersi nel 1 853, già progettandosi l'attua-
zione del tronco ferroviario da Verona a
Bolzano, per porsi ad effetto nel dicem-
bre. La ferrovia per Milano faceva pro-
gressi,cominciandosi a porrete rotaie da
Verona in là. Queste notizie le ricavo dal
Foglio di Verona^ riprodotte dal Gior-
naie di Roma de] i852, il cui numero 298
conlieneun importante articolosuilepub-
bliche costruzioni, anche di vie ferrale,
del regno Lombardo-Veneto, della Gaz-
zetta di Fenczia. Si dice in esso, the nella
via ferrata da Verona a Venezia , nello
sbarcatoio di Verona erasi costruito un
canale sotterraneo a volta, parte per da-
re sfogo all'acqua piovana, principalmen-
te poi per reltiflciue alcune acque irri-
ganti che intersecano la base dello sbar-
catoio e per altri scopi dell'esercizio, e lo
stesso canale fu messo in comunicazione
co'rispettivi canali dianzi costruiti. Oltre
altri utili lavori e comodità, fuori dell'a-
rea dello sbarcatoio, coll'erario militare
fu messo all' ordme un opportunissimo
stabilimento di nuoto e bagni, alimenta-
lo dalle suddette acque d'irrigazione. Per
la ferrovìa da Verona a Mantova, dalla
sua apertura non fu necessaria alcuna
nuova costruzione; soltanto si deplorava
l'incendio dell'edifìziod'iusinuazione fuo-
ri di Porla Nuova di Verona costruito in
legno per riguardi di fortificazione. Nella
ferrovia da Verona a Brescia e Coccaglio
le costruzioni eransi compite nella mag-
gior lunghezza. A' 16 dicembre ebbe luo-
go nella stazione principale della strada
ferrata a Porla Vescovo la solenne con-
segna della sezione per 1' esercizio delle
ferrovie Lombardo-Venete. A'ioollobrt
VER 253
i853, riferisce il Foglio di Ferona, al-
le ore IO antimeridian«,ebbc luogo col
miglior successo la 1/ corsa d'ispezione
sul tronco di ferrovia da Verona a Pe-
schiera fino oltre il gran ponte sul Min-
cio. Dopo l'esame de' lavori di presidio
nella gigantesca trincea di s. Giorgio in
Salice, della galleria che si trova nel mez-
zodella medesima, de'fabbricali nella sta-
zione di Peschiera, e del gran ponte sul
Mincio, il convoglio d'ispezione, salutalo
dalle popolazioni accorse sul suo passag-
gio, ritornava a Verona verso Icore due
pomeridiane, la corsa essendosi effettuata
con tutta precisione e sicurezza. Per non
dir altro, nel corrente iSSg procedevano
alacremente le opere delle ferrovie Lom-
bai do-Venele per la congiunzione de'due
tronchi di linea sardo-lombardi. L'aper-
tura della linea da Verona a Trento al
servizio pubblico si fece effettivamente,
com'era stato stabilito, a'iS marzo. In 3
ore e mezzo circa il tratto di strada è
percorso, toccando gl'importanti paesi di
Ala e Rovereto. Si appianarono le diffi-
coltà frapposte dalla direzione dell'eser-
cizio delle strade ferrale Lombardo-Ve-
nete e dell'Italia centrale all'apertura del
tronco ferroviario Trento-Bolzano, e il
direttore generale in Verona ricevette
quindi l'ordine d'ultimare colla massima
possibile sollecitudine i lavori ancora
mancanti, onde potere entro il mese d'a-
prile aprire questo tronco al pubblico
esercizio. Al principio poi del 1860 si
spera che la locomotiva potrà correre e-
ziandio la linea da Casarsa alla Nabresi-
na , congiungendo il Lombardo-Veneto
colla Germania e Vienna.
L'origine di Verona e de'suoi fonda-
tori , dice un moderno scrittore, presso
V Album di Roma, t.i5, p. 122, risalen-
do a'tempi i più remoti, è molto ambi-
gua e incerta, inutilmente affaticandosi
chi vuole affermare o investigare il vero
pr incipio di così nobile e vetustissima cit-
tà, poiché dall'edacità del tempo e dalle
barbare invasiioui col ferro e col fuoco fu-
25:4 VLR VER
roiio lacerale e incenerile le memoiie fa neli secondi^ per tlislinguerli da' flette-
guisa tale, che (la così oscure lenebi e nou ti priiìii ai\\&ì'un\ abilaiiti delle mede-
si può raccogliere alti o che coufuse con- siine. Quindi il march. Scipione Mal-
gellure e fallaci giudizi; cosa però che le lei, nella Verona illustrata facendo
rende gloria, splendore e dignità. Onde I' anlicn storia di Verona, cillh veneta
avviene che gli antichi scrittori di ciò pò- fin dalla i.' origine, dichiarò non po-
co abbiano scritto, o lasciarono Ira di lo- tersi continualanienle ordire con chia-
ro opinioni discordanti ed a'futuri tempi rezza e fondamento, senza estenderne al»
maggiori confusioni. L'antichità in cui si la regione tutto il trattato, e senza ram-
inabissa la splendida Verona e si perde il mentarvi i principali fatti in essa avvenu-
di lei nascimento, porge indubbia fede di ti, e nelle città nella Venezia comprese,
sua vetusti! grandezza. Ho riferitone! voi. e senza entrare nelle varie condizioni e vi-
XCII, p. 3 eseg., l'origine degli antichis- cende de'secoli prima de'romani e poi de'
sitbi e illustri popoli Veneti, terrestri e golie de'loogobardi. Perciò comprese nel
inarillimi, lo stabilimento loro ne'monti suo argomento. Verona, anche il nasci-
e coWi Euganei, perciò con tal vocabolo nìenlodell'invittadominanle Venezia eie
furono pur anco appellati; non che della prime età del suo incomparabile governo,
terrestre Venezia, bella, ricca e fedele prò- Di quando in quando le sue asserzioni le
vincia del romano impero, in cui si com- corroborò colle lapide e monumenti che
prendeva Verona, che dopo essere stata ofrre.Fececonoscere,col testimonio de'ro-
Lebnioa, Euganea, Eneta, lielica, Etru- mani scrittori e de'greci, come le colonie
sca, e fors'ancoGallica e Cenomana (as- dellecittà veneteeranoillustri sopra tutte
sicurando Strabone che Verona, da lui lealtre e di nobiltà rouiana distintamente
detta Gran CiZ/«, obbediva a'galli seno- ripiene, e come dal fiore di esse, concorse
nij sino a che nel 536 di Roma mandò a rifugiarsi in sì fortunate isolette del ma-
soldati pella seconda guerra punica,com'è re Adriatico, nuova 4ìttà e nuovo gover-
ricordato da Silio Italico), fu secondo il no si vennero in seguito in breve lem pa
Malici, unita alla tribù Pubblicia di Ro- a comporre. Come, dopo l'elezione d'un
ina. Di sue principali successive vicende principe, continuando dalla Venezia tul-
politiche,ho già detto rammentandoaltre- la a concorrer gente, con mirabil cani-
sii più famosi veneti che figurarono inRo- biamento il nome della provincia si tra-
ma, fra'quali Pomponio nato a Verona, slutò alla città; ben da ciò dimostrando-
che alla morte di Caligola tentò di risia- si come, per la quantità delle persone più
bilire la repubblica, oltre alcuni alili il- degne venutevi d'ogni parte, la città di
lustri veronesi già celebrali di sopra. Dis- Venezia si era resa un civil compendio
si eziandio che Costantino! diviso il paese della provincia; e con faustissimo auspi-
Veneto m superiore ed inferiore o ma- ciò al dover essa un giorno di così am-
rittitno, alla supcriore appartenne Vero- pia e di così ubertosa regione diventar
na;e dissi come invasa la Venezia superio- poi regina. Descrisse pure, come fino in
re da'barbari, questi popoli con diverse tempo de'goli da'vcneti legni già si scor-
emigrazioni ripararono da essa uell' iso- reva ampiainenle il mare; che in tempo
Ielle della Venezia marittima, compresi de'longobardi,co're d'Ilalia e cogl'impe-
que'di Verona, che formarono a poco a ralori greci non si leuievad'intrapremler
poco la gloriosa città, libera fin dalla sua guerra. JN'è tacque, come nel primo in-
origine, poi denominala l'inezia, d'on- gresso del serenissimo dominio della re-
<le la fondazione tlilla possente e no- pidjblica di Venezia inVeiona, ad Anlomo
bilissima repubblica omonima, appellmi- Mall'ei,ornalo del grado della milizia, loc-
dosi questi nuovi abitatori dell'isole l'è- co la sorte d'esser elcllo a poi ture in se-
VER
gno Jella dedizione de' veroiresi alla re-
|jubhlica, ed a prcseiilare al doge la pub-
blica iiis^tgiia: nella battaglia di Taro Pie-
tro Maifei insieme co'più risoluti condot-
tieri restòsul campo; nella guerra diGra-
disca Vincenzo Malici tbbe sorte colla sua
banda d'uomikni d'aro» i di segnalarsi di-
slintaraenlej in quella di Candia due del-
J'islessa stirpe lasciarono con gloria la vi-
ta; un fratello del ujarthese, che un an-
no burrascoso comandò le tru[)pedi Ba-
viera nell'ultiina guerra d'Unglieria (re-
lativamente all'epoca in cui parla l'aulo-
I e), desiderando di terminare in ossequio
del naturale sovrano i suoi giorni, odr'i il
.servigio suo e la persona, ciò che gi'inipedi-
va la morte. Inoltre il J\la(lei nella Storia
Dì ijloma tictì ,\n\\Àì\\cn{a nel » 727, oltre a
tessere la storia degli antichi diplomi, pa-
recchi riguardanti Venezia e Verona, fon-
dò il Musco Teronesc, con somma dili-
genza e dispendio, eccitando con succes-
so I suoi concittadini ad ampliarlo, indi
ne pubblicò lillustrazionc; fu provvedi-
tore del Comune di Verona, zelando il
patrio vantaggio. Lasciò mss. : Sug-^cri'
mento pir la perpetua preservazione del-
la Repubblica ì entla atteso il presen-
te stalo d'Italia e d'Europa^ pioclaman-
do la glande massima che per essere li-
beri e dominanti è mestieri essere po-
lenti, e che uno sialo non è potente se
licu allorquando tutti i sudditi sono ini»
pegnati pel proprio interesse a sostener-
lo. Ma il grand'uulore della flJerope (che
resterà sempre la prima Iragediadel Par-
naso italiano) moriva nel 12 febbraio
1755 dopo 79 anni di vita attiva e stu-
diosa. Compianto da'concittadiui e dagli
stranieri, che ne ammiravano lo svcgiia-
tissimo ingegno e la vastissima erudizio-
ne ih ogni parte di scibile, fu sepolto alla
Scala. L'accademia filarmonica di Vero-
na non solo fece rimettere «uUa porta di
detto museo l'iscrizione ed il busto che
avea posto al Maffei ancor vivo, e ch'egli
con rara modestia avea fatto togliere, ma
^li ftice coniale uua supeiba medugiia. Il
VER 255
comune poi, coU'approvazione de! vene-
tosenato, ordinò che gli venisse innalzata
nella pubblica piazza uua statua a lato di
quella delFracastoro. In tal manierai vero-
nesi onorarono il loro concittadino vera-
mente benemerito non solodella sua città
natale, di ctii illustròla storia ed i monu-
menti, ma ancora deirintera Italia, della
quede propagò la gloria co'numerosi suoi
scritti, che lo resero chiaro in tante sva»
riate parti dell'umano sapere. L'opera
della l'erona illustrata è preceduta dal-
le Notizie intorno alla vita e agli scrit-
ti di lui. [''rutto dello studio, dell'erudi-
zione, dell'amor patrio, nel Alalfei sem-
pre vivi, come delle cose storiche, fu pu-
re la Ferona illustrala, a buon diritto
stimala una delle sue più grandi opere.
Kella i." parte esaminò la storia di Ve-
rona, non che dell'aulica Venezia, come
accennai, cominciando da'tempi de quali
ci sono rimaste memorie, e venendo Uno
a Carlo Miigno. Teime perciò discorso
deiraili,(!eiragricollura, delle costuman-
ze, dell'istituzioni civili e religiose, e ti-
nalmente della condizione fìsica e mora-
le in cui Irovo^si in diversi tempi la etti»
e provincia. Nella 2." parte trattò delU
storia lelleraria di Verona; nella 3." di
quanto eravi in essa di cospicuo;nella 4-
parlò degli Andlealri e di quello patrio:
di tulle in breve discorsi. Mi resta a fa-
re altrettanto della i.' parte contenuta in
642 pagine, la quale talvolta l'autore la
svolge con diffusione e quasi in trattati,
e sembra in diversi luoghi prender la for-
ma di dissertazione, alle volte ragionan-
do della Venezia tutta e non di Verona
solamente, anzi scrutinando l'intrinseco
del governo e delle massime romane e
barbare, non meno la morale e la poli-
tica. Mollo eziandio si dilfuse sulle cose
antiche d'Italia, onde correggere le idee
storte che correvano, tanto contrarie al
vero suo progressivo slato e condizione.
In getierale, io tralasciando tali parti, e
quanto è comune a P'enczia, per aver-
ne trattalo in quell'articolo, meuoalcu-
a56 VER
ne itilcrcssnnti paiiicolaiilà (cODie per
inesempregenialeargomenlo), colle pro-
porzioni relative -li questa mia opera, do-
vrò su tutto jiniilartui a sfìorare princi-
palmente quanto slreltamenle rignaitla
Verona, tranne alcune iinporlauli ecce-
zionij laconismo voluto ancora per re-
starmi poi a riempire la lunga lacuna, da
Carlo Magno a' nostri giorni, ma vera-
mente con isfuggevoli cenni. — Plinio,
principe de'geografì Ialini, attribuisce l'o-
rigine di Verona agli euganei ed a'reli,
e Panvinio pretende che Verona fu una
delIeXll principali città otribù orepub-
bliche di qua dall' Apennino, etrusclie,
riconoscendo MnlTei gli elrusci per itali
primitivi. Finse Vii gilio.in graziadiMan-
lova sua patria, e ripetè il suo conimeli-
latore O. M. Servio, che tutta la Vene-
zia ad Enea diede aiuto; e che Mantova
era capo di Xil popoli in 3 genti divisi,
forse elrusci o veneti secondo Servio.
Fanuccìo Campano asseTi, cui fece eco
Dempslero, gli euganei essere stato nobi-
lissimo popolo originato dagli efrusci, e
che di essi fu metropoli Verona. Midfei
dubita di laliasseiziuni, poiché al suo di-
re, forse non una sola, ma più città prin-
cipali ebbero i veneti, come XII n'ebbero
gli elrusci; e se pure in una vollero co-
stituite quasi il centro della loro repub-
blica e delle loro assemblee, non Verona,
cii'era all'estremila, ma piuttosto Pado-
va par da credere avessero eletta, sicco
lìie nel mezzo del proprio paese, e però
a tutte le parli più comoda. Nondimeno,
quanloaglietruscied a Verona, soggiun-
geMaffei: sembra probabile clie il silo non
j)assasse loro inosservalo, e molliplicon-
done le abitazioni (lasserò principio alla
città; poiché il giro e il ripiegar dell'A-
dige, che abbraccia il giusto spazio d'u-
na città da 3 |)aili , veniva a costituire
uQ luogo molto agevole ad esser reso si-
curo dagTiusulti, e quasi naturai fortez-
za; e il trovarsi appunto uve finalmente
ha termine da questa parte il lunghissi-
mo giogo de luouli, la pailecipar questo
VER
silo e de'comodi e dell'ampiezza del pia-
no, e della delizia e del benefizio de'col-
li. Egli è noto, come i superiori luoghi
furono frequentali avanti degl'inferiori,
poiché ne'primi tempi le pianure lontane
da'monli venivano ad esser dall'acque e
da' fiumi non ancor regolali, né per u-
raana industria contenuti, occupate facil-
mente e coperte. Concorre a (ar credere
tenuto da quella prima gente questo trat-
to, l'essersi disoUerrato anche nel Vero
nese qualche monumento etrusco, e di
queir antichissime lettere inciso, oltre i
diversi remoli vocaboli che adduce l'au-
tore in prova della derivazione elrusca
de'toschi dalla Lidia, trovandosi chiama-
to il lago di Garda, Lidiae lacus wulae,
e Lidia la Toscana (^'.) o Elruria sles-
sa, un tempo chiamando i romani il di-
stretto veronese di Valpolicella, Arusna-
A;v, voce di vestigio etrusco. Non è poi
da credere ch'escluda Plinio quella pri-
mitiva origine elrusca, quando attribui-
sce Verona agli euganei ed a' reti, no-
mi che adduce come rilciuili dalla tra-
dizione dopo la mischìaiiza di queste gen-
ti e dopo l'ainpiamento per esse a Vero-
na avveuuto;sì per esservisi ricovrati par-
te degli euganei discesi da'vicini monti
pel benefizio del fiume, e s'i per esservi-
si condotti i reli quando cominciarono a
valicarle Alpi,n tempo di Tarquinio Pri-
sco re di Roma, cacciali da'galli cenuma-
ni condoni da Delloveso. Tali popoli era-
no elrusci e si dissero reti da Relo loro
duce, e per la fortezza del silo è credibi-
le che il i.° loro asilo fosse Verona. Gli
heneti, poi con vocabolo latino detti ve-
neti, dopo la loro venula nella Venezia
pressoAdria, antichissima gente parimen-
te discorsa nel citato suo proprio artico-
lo, con tal nome o con quello d'euganei
fabbricarono alquante città, e si annida-
rono in Veroia. Laonde tanto é l'assegnar
per autori di Verona euganei e reli, (pian
lo i veneti e gli elrusci. Cluveriu tenne
che Veruna fosse giànelKi lleiia compre-
sa (di cui anco a Svizìera) e co'rcli cou-
V E R
giunta, e Mnffei riconosce opinione lion
disprezzabile, essendosi poi computalo il
territorio veronese nel la Rezia.Mn più an-
ticamente colla prossima Venezia, da ini-
memorabile tempoVerona fece corpo, per
cui quando i romani ottennero la Venezia,
ottennero eziandio Verona; e dilettandosi
gli antichi veneti di tener razze di cavalli
e giuochi equestri, fu in [ionia denomina-
ta f'eneta una delle fazioni del Circo, il
che pure dissi nel ricordalo articolo, e
ciò pel colore di mare usato nelle vesti da-
gli aunghi detti Veneti. Confessa Malici,
che sull'origini di Verona da gran tempo
invalsero errori, per cui ripetutamente
non Etrusca o Ketica, uè Euganea o
Veneta, ma fallacemente Cenomana si
credè Verona, ed a'galli ceuomani lutto il
paese si asseguò;ilchequalificando ingan-
no, virilmente e con molteplice erudizio-
ne e critica, si diffonde u sostenere esser
Verona Euganea o Relica, non mai Ce-
nomana né Gallica, con Tito Livio e con
Polibio; poiché i cenomani non si al-
lontanarono dagl' insubri fabbricato-
ri di Milano, né dal Po; mostrando che
galli e germani non arrivarono a Ve-
rona per possedere impero, ma solo un
territorio di cui abbisognavano per col-
tivarlo e nudrirsi. ?«^'è anche prova la
favella e il dialetto, le cognizioni scienti-
fiche, i galli solo possedendo quelle del-
l'agricoltura e della guerra. Confine de'
ceuomani, dalla parte del Veronese, era
il fiume Clesio o Chiesio, che scorre a i o
miglia da Brescia , ove arriva il confine
delia diocesi, essendo l'ecclesiastico limi-
te d'ordinario inalterabile. E indubitalo,
essersi contenuti i cenomani nella pianu-
ra ch'è tra'monti e il Po, e Ira il Chiesio
e l'Adda, la loro forte/za derivando dal-
l'esser nel bisogno tulli soldati, non dal-
l'estensione dolio sialo loro. E' pur erro-
neo il credersi Verona nome gallico, no-
me scritto variamente e scorreltamenle
Veruno, Velona , f^era (d quale voca-
.Jjolo mi ricorda l'opinione che vuole e-
dificaia Verona du'toscaui della colonia
vot. xciv.
VER a57
o (amiglia Vera, dalla quale la ciltù pre
se il nome), anzi ci fu chi scrisseVerona
essersi chiamata Brennona,da Brenno re
de'galli senoni (perchè invaghito del si-
to, l'ingrandì e v'innalzò una superba e
forte rocca, dove sorge la chiesa di s. Ma-
ria Maggiore, per cui si dice un'iscrizio-
nedella rocca ricordava: hic prìinusBren-
noVeronaecondiditarceni^cìOG 867 an-
ni avanti l'era nostra). Stringe la conclu-
sione il Maflfei, Verona fu Etrusca e Vene-
ta, ed i cenomani non vennero mai a Ve-
rona, restando di là dal Chiesio. Comu
ne opinione de'geografi è, che l'origine
di Verona risalga a'tempi più rimoti, fab
bricata dagli euganei nel IV o V secolo
avanti l'era corrente. Altri la dicono fon-
datada'Liberi, popoli galli, quindi succeg-
siv.imente l'occuparono gli etrusci e poi
i veneti. Il MalFei dimostra la potenza e
rinomanza della nazione de' veneti, che
occupavano l'ampio paese ch'è dal Chie-
sio al mare, e quanto è tra il Po e l'Al-
pi, dominando regioni le più fertili^Iepiù
deliziose, le più felici. La prima notizia
di tal gente, e per conseguenza de' vero-
nesi, si ha per la guerra de'galli senoni
contro Roma, i quali vi entrarono, coti
l'aiuto degli altri galli cisalpini, l'anno
364 (ii sua fondazione (corrispondente al-
l'anno 390 avanti Gesù Cristo), coslrelti
però alla pace per aver preso l'armi i ve-
neti contro di essi, ad esser entrati ne'lo-
ro confini. Frequente quindi fu il guer-
reggiare Ira galli e veneti, loro conlermi-
ni. Anche nel 529 di Roma, questa soc-
corsero i veneti contro i galli boi, uniti
però avvicini cenomani. 1 romani vitto-
riosi in Toscana, passarono a domare i
galli cisalpini, varcarono per lai."* volta
il Po, e vinti i boi e gl'insubri, espugna-
rono Milano nel 532 di Roma, indi do-
marono anco i cenomani, e nuovatuente
dopo l'unione de'galli a'cartaginesì nella
I ." guerra punica, soccorsi da'veneli. Nel-
la 2.^ guerra punica e nel 568 di Roma,
già trovasi la Venezia tutta e Verona con
essa soggella a'romani per volontaria de-
»7
a58 VER
dizione, come crede Maffei, essendo i ve-
neti loro aulidii amici e collegali. Non
per questo cessò lor nome e stima, e fino
all'impero di Claudio, tutti i popoli ci-
salpini venivano denotati co'due soli no-
mi di ventile d'insubri, come i più illu*
stri e diffusi: per insubri s'intesero tutti
i galli; per veneti coloro che fin dall'ul*
lima età dell'impero una delle più no-
bili Provincie d' Italia da se com pose-
io e denominarono. Non mancano poi
storici che negano la dedizione de' veneti
a'roroani, siccome corpo tanto potente;
ma questa dedizione, dice Maffei, li rese
soci, compagni, collegali de' romani, se-
condo la pohtica di questi di farsi alliel-
tanti aiuli, mentre il farli servi era uu
preparare altrettanti nemici. Intorno dun-
que, egli crede, all'anno di Pionia 534,
Verona col rimanente della Venezia pas-
sò sotto i romani, quando già si distin-
gueva tra l'altre e in favore de'rooiarii,
a'quali inviò soccorsi prima della balta-
glia di Canne. Si vuole da alcuni che la
via Emilia, lastricata nel SGy di Roma
fino in Aquileia dal console Emilio Le-
pido, passasse per Verona , ma non fu
mai. Venuta Verona alla divozione de'
romani, ebbe comune le surti e le vicen-
de colla Venezia tutta, e in gran parte
alla Gallia Cisalpina ancora. Però i ve-
neti continuarono nella loro libertà e go-
verno come per l'innanzi, solamente con-
tribuendo armi, gente, denaro in tempo
di guerra, da buoni confederali; tranne
alcune città che demeritarono l'umanità
de' romani, a cui per castigo essi manda-
rono ogni auno il prefetto, perciò dette
prefetture. Occupatosi da'romaui quau-
to era dentro l'Alpi, la Venezia tutta ac-
quistò il nome di Gallia Cisalpina, e poi
anche la Cernia e l'Istria, come incorpo-
rate per ragion di governo alla Cisalpina
Gallia, per avere i galli pe' primi domi*
uato questa metà d' Italia. 11 pretore o
altro magistrato della Gallia comanda-
va fino all' lllirio, e comprendeva nella
sua giurisdizione liguri, galli e veneti. I
VER
rettori di Verona non furono quindi i pre-
sidi della Gallia Cisalpina, per non essere
considerata provincia. I romani lasciaro-
Qo l'Italia libera e niun magistrato ordi-
nario vi spedivano, neppure alle sue cit-
tà e regioni, eccettuala Roma. Da' pro-
pri magistrati e dal lor consiglio si am-
ministravano le città tutte nel romano
impero. I romani distìnsero l'Ilalia dal-
l'altre genti, facendo di tutta la penisola
una repubblica sola. Per guerra e occa-
sioni straordinarie i romani v'inviavano
magistrati, con militare comando, anche
per quietare lumultiefazionì. Questi ma-
gistrati straordinari vi dimoravano sino
alla fine dell' incombenza loro imposta.
Se qualche città d'Italia avea bisogno di
soccorso ne prendeva cura il senato io-
mano. Queste parti pochissimo stettero
o diventar iuterameute romane. La lin-
gua latina parche molto presto si adottas-
se; così il vestire romano e lo speciale di-
stintivo della toga romana, onde le de-
rivò il nome di Gallia Togata, anche per
esser più pacifica. Nel 689 di Roma E-
railio Scauro trionfò de'galli e de' carni,
genie il cui piano era tra la Venezia e l'I-
stria. Mentre i romani avanzavano lecou-
quiste nella Gallia Transalpina, non graa
tempo dopo seguì la calata de'cimbri nel
Veronese, uno de'più famosi fatti della
storia romana. Quella guerra portò a'
romani la prima notizia delle genti ger-
maniche. A'ciuibri venuti dalle foci del-
l' Elba, si unirono i teutoni che abitava-
no l'isole danesi del Baltico e ili.° lembo
della Scandinavia, tratti nel bel paese, co-
me i celti e ì galli, dalla moltiplicazione,
e la penuria forse accresciuta dalla poca
cognizione di ben coltivar la terra, e pa-
re anche per le marittime inondazioni. Si
proposero conquistar 1' Italia e Roma, e
approssimatisi nel 640 al Norico, nou
riuscì debellarli al console Papirio Car-
bone. Nel 644 ' barbari si collegaio-
no co'galli ambroni e ligurini, combat-
tendo con successo nella Gallia, e massi-%
me al Rodauo nel 643, contro i romani.
VER
L' ultima gravissima rotta mise scooipi-
glio in Roma, per cui fu rieletto console
Caio Mario vincitoredellaNumidia, e de-
cretandogli laGallia per provincia lo chia-
marono a quest'impresa. I nemici per di-
videre le forze romane per invadere l'I-
talia, si divisero in due corpi, i teutoni e
gli ambroni presero la via dell'Alpi Li*
gustiche e Galliche, e i cimbri co'tiguri-
Ili marciarono nel Norico e all'Alpi Re-
fiche. Mario eletto nuovamente console
passò r Alpi e si accampò al Rodano, e
in due combattimenti fece grandissima
strage di teutoni e ambroni, mentre i cim-
bri penetrarono in Italia, non avendo po-
tuto respingerli il collega Lutazio Catu-
lu, il quale poiché gli vide indirizzati al
più aperto varco, ch'è quello dell'Adige
ne' monti di Trento, calò dall' Alpi e ri-
dottosi nel Veronese, si appostò a questo
nume,accampandosi probabilmente pres
80 Rivoli e Canale, forse piantando gli
olluggiamentì nel villaggio di Costerman
detto così dal Castra Romana, collocan
do di là dal fiume presidìi onde non la-
sciare in arbitrio de'uemici il paese, e con
ponte ben munito si assicurò la comuni-
cazione e il passaggio. Occupò pure e si
fece forte in un alto castello vicino all'A-
dige, verosimilmente verso la sommità del
monte Pastello in riva al fiume. Avvici-
nati i nemici conquassarono il ponte, e
pel loro furore impauriti i romani comin^
ciarono ad abbandonare il maggior cam-
po e a dar volta. Se i cimbri dopo tal suc-
cesso e dopo esser felicemente giunti nel
piano, fossero subito marciati su Roma,
sarebbe ella stata esposta a grave perico-
lo. Ma presi dall'incanto del paese in cui
si trovarono, arrestaronsi, e tra per l'uso
del pane e delle carni cotte e del vino, e
tra per la dolcezza del clima, nella Ve-
nezia, ove l'Italia è più che altrove deli-
ziosa,il loro vigore si rallentò. Nonostan-
te a patti s'impadronirono del castello,
dopo valorosa resistenza de'romani. In tal
pericolo fu chiamato Mario a Roma , il
juale si portò tosto all'armata di Cntulo,
VER a5g
chiamò le sue legioni dalla Gallia, arri^
vate le quali passò il Po e si mise in pò-
sizione di tener lontani dall' Italia ì bar-»
bari. Catulo, coll'opera di Siila, che poi
si rese famoso, tenne a freno alcuni bar^
bari alpini, e si procacciò tale abbondan-
za di viveri, che potè darne anche al cam-
po di Mario. I cimbri stettero assai tem-
po e svernarono nel Veronese da loro oc*
cupato, e nel rimanente della Venezia,
aspettando l'arrivo de' teutoni, ignoran-
do ch'erano stati vinti da Mario, il qua-
le fece loro comparire alcuni capi incate-
nati. Il re de'cimbri stabilì con Mario la
battaglia a'3o luglio, e per luogo la pia-
nura presto Vercelli (^'.), al dir di Plu-
tarco, ma fu errore di copisti, dovendosi
leggiere presso Verona, e nemmeno a
Pollenza, nella vasta campagna allora ste
rile. Fu da'cimbri stimata opportuna per
dispiegarvi la gran moltitudine di gente,
e da'romani per farvi gìuocar la loro ca-
valleria. Seguì propriamente il combat
timento nel suo mezzo, ne' campi Gaudi
o Cauri, ed il cronico Eusebiano dice al
Po, fiume che segnava il confine del Ve-
ronese. Nel piano dunque ch'è a poche
miglia da Verona, fra l'Adige e il Mau^
tovano,accadde il famoso conflitto. Ebbe
Mario, come console, il supremo coraau-
do, e Catulo si collocò nel mezzo eoa
20,3oo uomini : i suoi 82,000 li divise
nelle ali laterali. La fanteria de'cimbr
uscì dal suo campo in ordinanza, formati
do un quadrato perfetto di profondità e
guale alla faccia, ed occupando con ogni
lato presso a 3 miglia di paese; da che si
può raccogliere quanta fosse la loro mol
titudine. I cavalli in numero di 1 5,ooo fé
cero bella mostra, e vidersi allora cam
peggiar que' cimieri che in molte armi
gentilizie, specialmente nella Germania, si
vedono ancora; poiché le celate rispleo
denti erano in forma di spaventose fiere,
con bocche spalancale, e busti e figure
lor proprie sovrapposte, e con alte penne
che facean parere gli uomini assai più
grandi. A?eano loriche di ferro, e scudi
26o VER
rilucenti, con aste di doppia punta; ma
\enutì alle mani col nemico 6i valevano
ili grandi e pesanti spade. Plutarco nel
descrivere i cimbri, valendosi degli scrit-
ti di Siila che trovossi al memorando fat-
to, fa conoscere essere più istruiti in mol-
te arti, ed assai più colli degli altri po-
poli settenlrionali. La cavalleria non mar-
ciò di fronte contro i romani, ma piegan-
do a destra, passò oltre con animo di ser-
rarli in mezzo. Ben se ne avvidero i co-
mandanti romani, ma un soldato avendo
gridato che i cimbri fuggivano, si mosse-
ro tutti gli altri a ftuia per inseguirli, né
fu possìbile agli ufiìzialì di rattcnerli. La
fanteriade'barbariavanzava intanto fran-
camente verso i romani, quasi un vasto
mare che fosse in molo. Mario prima
d'attaccare i cimbri, votò solenne sagri-
fizio agli Dei, come Catulo di consagrar
la Fortuna o il Genio di quel decisivo
giorno; togliendo la densa polvere alfat-
to la vista a Mario, nel condurre al con-
flitto le sue schiere , turbate prima dal-
l'inseguir la cavalleria cimbrica, traviò e
vagando oltrepassò il loro corpo di bat-
taglia; per cui il forte dell'azione toccò n
Catulo e alla sua gente. In somma più
felicemente si combattè dalla parte di Ca-
tulo, che da quella di Mario; e T esercito
di quello prese 3i vessilli, di questo 2
soli. Comunque fosse , pienissima fu la
vittoria de'romani, a' quali giovò molto
il calore eccessivo, sojiportato da essi co*
stantemenle, ed il sole che feriva i cim-
bri allaunali dal caldo, e liquefatti dal su-
dore negli occhi, talché volendoli coprir
collo scudo, scoprivano il corpo alle feri-
te, il che fu attribuito ad arte e a saggia
condotta di Mario. Giovò ancora la pol-
vere , che non lasciò conoscere a' soldati
romani la gran moltitudine de'oemici. I
migliori de'cimbri restarono sul campo,
e lia qui'Sti il re; né avrebbero potulo
molli di ossi fuggir volendo, poiché que'
della I." (Ila, acciocché non potessero mai
disordinar gli altri retrocedendo, erano
siali vincolati insieme con lunghe funi
VER
trapassate per le ciuture. Atroce spella'
colo poi si vide nel loro campo e ne'Ioro
alloggiamenti, perchè le donne infuriate
ammazzavano' crudelmente i fuggenti,
benché fossero mariti, figli o padri, e si
difendevano ferocemente da'carri con pic-
che o lancie, trafiggendo in fine se stesse
e i loro bambini. Furono in ciò aiutate
da feroci cani, i quali difesero le cose de'
cimbri ch'erano sui loro carri. 11 Verone-
se dunque fu il teatro delta gigantesca lot-
ta, ed un avanzo de' cimbri fuggita restò
sempre nel Veronese, nel Vicentino, nel
Trentino, mantenendosene tuttora la di-
scendenza in que'terrilorii. Nelle monta-
gne del Veronese confinanti alle Vicen-
tine e Trentine, un tratto di 12 villaggi
circa, nel cui mezzo è quello di Proguo,
parlano una lingua differente da' circo-
stanti paesi, cioè un tedesco sassone, os-
sia il toscano della Germania (o come fu
riconosciuto neh 708 da Federico IV re
diDanimarca,quella de'popoli situati ver-
so il mar Baltico), laonde poco s' inten-
dono co'tedeschi di qua. L' istessa lingua
continua quasi in tutti i Scile Comuni del
Vicentino,ein circa 4 altie terre delTi en-
fino, ch'è il flore dell'antichissima Ger-
manica, per cui vengono denominali cim-
bri. Pochi auui trascorsero dalla vittoria
Cimbrica alla guerra Sociale o Italica 0
Marsica, la quale fece strada a' veronesi,
come a tutte le città dentro l'Alpi , per
crescer di condizione nella gerarchia, per
cosi dir, dell'impero. Mirabile fu la poli-
tica romana nel soggiogare i popoli, di
farseli amici e congiunti , con comparte-
cipazione più o meno alle romane pre-
rogative, anche alla cittadinanza, ma non
tulli colgiusdi sulFiagiOjdiirerenziaiulo-
si nel gius Ialino e nel gius italico, il qua-
le principalmente consisteva in non aver
[)reside alcuno. Invaghili i popoli italia-
ni d'esser tulli cittadini romani, si solle-
varono e ne scgm quell'urribil guerra,ch0
in 3 anni costò la vita a due consoli e a
3oo,ooo italiani, e finì col coiicciU-rsi la
cilladinaDzadalGC4di Roma iopui,pri^
VER
ma senza voto e indi con esso, e finalmen-
te la partecipazione della repubblica, co-
sì o'gMlli cisalpini e a'veneti, tutti italia-
ni e romani, dopo esser loro stato accor-
dalo il gius Ialino, dicbiarandosi le città
colonie latine, senza mandarvisi nuovi a-
bitanti. Una di esse fu Verona e lo diven-
ne intorno all'anno di Roma 666, insie-
me alle delle prerogative, laonde nel 690
lutti i popoli traspadani n'erano in pos-
sesso, nel 703 meglio compiendosi il tut-
to da Giulio Cesare, loro benevolo presi-
de, che poi aiutarono nella guerra con-
tro l^ompeo. Verona dal trionfo di Ma-
rio in poi, sino al dì dell'impero d'Augu-
sto, fu governata da un proconsolo, inve-
stito deiraulorilà quasi tutta della repub-
blica, ed il primo fu Pompeo Strabone,
e quindi Metello Pio, Pompeo Magno,
Caio Manna, e Cicerone medesimo. Ve-
rona per la votazione ne'comizi fu ascrit-
ta alla romana tribù Pobilia o E'opilia,
o Publilia, o Publicia, o Poblicia, com'e-
ra chiamata la famosa gente che la com-
poneva. Silfatto regime riuscì benefico
a Roma, di cui fu idea mirabile ampliar
sé stessa colla semplice e sola comlinica-
zione de' suoi diritti politici, ciò che fu
il maggior segreto che la politica inven-
tasse mai, messo in allo dal fondatore
Romolo sagacissimamente; interessando
così molli nella difesa e nella gloria della
romana repubblica. Nel tempo suddetto
la Cisalpina era già in condizione di pro-
vincia, e vari presidi o proconsoli fami-
gerati la governarono, ritenuto, che i
romani risguardavano per paese di con-
quista il suolo di cui si fosse impossessa-
ta straniera gente e nemica, e da cui
cacciata e sconfitta l'avessero, come av-
venne nella Gallia Transalpina dopo l'oc-
cupazione cimbrica, terra non più de'
galli che si trasferì a' romani, ed in cui
forse alcuni popoli cisalpini avevano se-
condato i cimbri. Madei ricorda i pro'
consoli più celebri, e le loro principali
gesta. In appresso Verona ebbe il suo
foro pe'giudizi. Nel 7 i 3 di Roma, secon-
VER 261
do r intendimento di Cesare, la Gallia
Cisalpina dal nipote e figlio adottivo Ot-
taviano Augusto fu di nuovo fatta libe-
ra da'presidi,comeavanti la guerra cim-
brica, ritornando alla condizione italica, e
con essa Verona, sempre per altro appar-
teuendoairitalia benché nominata Gallia
solo perchè un tempo tenuta dai galli.
Pare certo che a Verona unacolonia mili-
tare mandasse Augusto, anzi sembra che
fosse aggravata di piùd'una,come in altre
della Venezia. In nobile e sontuosa iscri-
zione, Verona vien detta Colonia Augu-
sta, e replicatamente acquistò gius di co-
lonia,errando quelli che la crederono mu-
nicipio, benché con tal vocabolo qualche
volta denotata;osservandoMa(fei che qua-
si tutte le grandi città furon colonie e non
municipii, nella supposizione che questi
fossero di miglior condizione, mentre le
colotiie erano piccole immagini di Roma,
osservandone i civili sistemi. Verona chia-
mava la sua comunità repubblica, ed era
divisa in decurioni e plebe, su que'magi-
strati posando la somma dei governo e la
principal cura delle cose pubbliche, aven-
do insegne e ornamenti particolari. Eb-
be i supremi magistrati duumviri, i quar-
lum viri, i questori dell'erario, edilii, i col-
legi dell'arti, istituto cominciato da Nu-
ma che in 8 arti distribuì il'popolo di Ro-
ma. Ebbe il patrono o protettore a Ro-
ma, i ministri della religione, i sacerdo-
ti eie sacerdotesse di più numi.Strabonc
principe de'geografi scrisse di Milano, già
metropoli degl'insubri, esser ancora città
insigne, e Verona poco lontana gran cit-
tà ancoressa. Così Verona ne'primi tem-
pi degl'imperatori per grandezza e splen-
dore fu paragonata con Milano, la quale
fu sempre famosa e potente; e già a'tem-
pi d'Annibale, Verona era stata distinta
dalle circostanti, laonde non fu vico, seb-
bene con questo vocabolo talvolta si dis*
sero anche le città. Consistendo il com-
pimento della perfetta cittadinanza ro-
mana nel gius degli onori, alle dignità e
m'igisUaluie di Roma, fai diritto fu co-
a6i VER
iDunicatoalle città della Cisalpina, e per-
ciò anche a Verona, oeirVIlI secolo di
Roma; io tal modo quelli die a Roma e-
rano ricevuti, oltreché già romani si con-
sideravano per l'aggregazione, venirano
ad acquistare una 2.' patria, che amava-
no di più della nativa, tramutandosi in
romani più che nativi, onde non aveva*
no più altro a cuore e anteponendo Ro-
ma di gran lunga alla patria originaria,
la pallia comune dalla particolare, dalla
grandezza di quella anco il bene di que-
sta e la felicità consisteva. Tale sentimen-
to era sì naturale, che non potrebbe in o-
gni tempo dall'islesso motivo non ripro-
dursi; perché I' uomo segue il suo utile
per natui'a; e poiché in grado assai mag-
giore collocava ognuno la 2.' patria Ro-
ma che la i.^, così naturalmente maggior
all'etto e maggior interesse concepiva o-
gnuno per la 2/ che per lai/ d'origine.
Quindi ciascuno reputò Roma la patria
sua, la patria comune, patria della liber-
tà, città di tutto il mondo, nella quale i
soli barbari, cioè i non compresi oell'ira-
pero, ed i servi erano forastieri. Questo
punto viene svolto così bene dal MalTei,
the dal multo credei ricavare questocen-
no. Mecenate consigliò Augusto, fatto ca-
po e principe della repubblica, di tirare
a Roma e di far senatori i migliori sog-
getti ed i più illustri non d'Italiasolameo-
te, ma ancora de'soci e de'soggelti, per-
chè in tal modo si sarebbe assicurato di
que'che potevano a'popoli esser capi in
occasionedi rivolta, e avrebbe guadagna-
lo l'amor di tutti, partecipando a tutti il
governo. Questo consiglio rispello a'galii
tu posto in pratica sotto Claudio, proba-
bilmente per tutelar la custodia dell'im-
peto, dalle nazioni barbare confinanti,chu
non lasciavano d'agguerrirsi e di render*
si più formidabili e feroci; in breve, ac»
ciò divenissero compagni veramente fe^
deli , riguardassero 1' impero come co-
sa propria, e Roma quale sola e vera cit-
tà, Urhs. Così i romani fecero facile ac-
quisto di tutti i cuori. Per tal civile si-
VER
sterna, veronesi non maucarono che sa-
lirono in Roma a'suprcmi gradì e al con*
solato, come Tinsigne poeta tragico Lu-
cio Pomponio Secondo, discorso tra'scrit-
tori illustri, che vinse i catti nella Germa-
nia superiore da essi invasa, e perciò gli
furono decretati gli onori trionfali, il che
equivaleva al trionfo, dopo gl'imperato-
ri non volutosi più concedere a'citladini.
Plinio il F'ecchio e Plinio il Giovane, pa-
rimente già discorsi, esercitarono grandi
uffizi , ed il 2." fu console e proconsole.
Una delle conseguenze della cittadinan-
za romana essendo il poter militare ne'
corpi più nobili, molti soldati veronesi a
varie legioni ascritti, ovvero alle coorti
pretoriaue e urbane, si vedono ricordati
ue'monumenti,non che portinsegue,cen-
lurìoni, prefetti de'vigili. Nella divisione
o meglio riparto geografico d'Italia, fat-
ta d'Augusto, senza però farne alcun uso,
Verona restò nella X regione, la quale
comprendeva non solo tutta la Venezia,
ma alcune grandi appendici. Quell'im'
peratore non mai ridusse l'Italia in pro-
vincia, ma l'innalzò fino a eguagliarla iu
certo modo a Roma nell'onore e nell'au-
toiilà; perciò anche de'veronesi, per l'ele-
zione de'consoli e altri supremi magistra •
ti di Roma, i loro decurioni ne' comizi
raccoglievano i voti e sigillati li man-
davano a Roma. Verona nella regione
Traspadana ossia Gallia Cisalpina assai si
distinse tra le altre città, facendovi par-
ticolare residenza i riscuotitori della vi-
gesima delle libertà in tutta tale regio-
ne e fors'anco il questoi'e della medesi-
ma; ed è credibile che ci contribuisse pu*
re l'esser gran città e doviziosa, mante-
nendosi nello stalo come la disse Strabo»
ne sotto Augusto, e Marziale a tempo di
Traiano, qualificandola gran Verona. Di
sua forza si ha testimonianza nella guer-
ra civile tra Vilellio e Vespasiano, desti-
nandola a piazza d'armi que'del 2.°, per
aver campagne aperte opportune alla ca-
valleria, e per l'importanza di togliere a
Vilellio una coluuia florida e abbouJaa-
VER
te. S'aggiunga che pei* Verona passava
no le Ire strade principali : Gallica da
Torino ad Aquilcia dell'anno 5^3 di Ro-
ma} Postumia che sin dall'anno 643
K'gù l'Alpi Giulie al mar di Liguria; e
Claudia augusta, che nell' anno 799
movendo da Augusta, pei* la Baviera ed
il Tirolo passando per Verona prose-
guiva al Po presso Ostiglia, e di là a Ro-
ma. Quanto alla P^ia Emilia, la escluse
agl'atto il Mallei, e la Via Postumia èia
prima, che abbia segnato i termini mili-
tari, cioè le tappe e le miglia (che allora
erano un quarto minori delle nostre) io
virtù della legge Sempronia. Indi i ve-
ronesi, con 1' esempio e le ricchezze gio-
varono al partilo di Vespasiano. Cecin-
i)a, uno de' capi della contraria fazione,
conosciuta la fortezza del sito, si accani-
|iò tra Ostiglia e le paludi del Tartaro,
fiume che nasce nel Veronese, assicuran-
do col fiume la schiena, e i fianchi colla
palude. Sopra v venute poi due legionijVol-
lero i vilelliani far pompa delle loro for-
ze, attaccarono e circonvallarono Vero-
na, dove avvennero combattimenti e se-
dizioni di soldati. Fu questa lai. "aggres-
sione fatta a Verona, di cui è rimasta me-
moria, ma restò ben tosto libera. Final-
mente Antonio Primo condusse in due
marcie da Verona a Bedriaco lutto l'eser-
titOjdove una battaglia decise a favore di
Vespasiano. Come in occasione di guer-
I a, cosi in que'tempi si distingueva Ve-
rona perlettere e negli studi, come splen-
deva per nobili edifizi e sontuose fabbri-
che, onde nolo poi Cluverìo vedersi in
Verona maggior copia di vestigi e pezzi
d'antichità, che in qualunque altro luo-
go della Gallia Cisalpina, e Maffei aggìun •
gè d'Italia tutta, a riserva sempre della
gran metropoli del mondo. Catullo, Cor-
nelio Nepote, Emilio MacrOjVitruvio, fu-
rono le prime letterarie sue glorie. Del-
la quantità de'templi che furono in Ve-
rona e nel distretto, fa fede il gran nu-
mero d'iscrizioni votive a varie deilàcon
sagrate. I marmi veronesi fanno credere
VER a63
la città abitala dal fiore del sangue ro-
mano, ed il Panvinio raccolse i5o nomi
gentilizi tratti da tali lapide: la quantità
fa indizio della popolazione e frequenza.
Fu creduto veronese il bisavo dell'impe-
ratore Vespasiano. E' notabile l'aversi
alquanti monumenti della gente Veronia,
che non si vede altrove. Ed è credibile
che tal gentilizio nome prendesse princi-
pio dalla libertà data ad alcuni servi dal-
la repubblica veronese, poiché servi pos-
sedevano i pubblici ancora, ed i collegi,
i quali nell'esser fatti liberi prendevano
alcune volte il nomeda que'collegi o dal-
le città. Dopo la disfatta de'cimbri non
ebbero per lungo tempo ardire di pensa-
re all'Italia i popoli settentrionali, ma sot-
to Marc'Aurelio i popoli catti invasero la
Rezia; epoco dopo l'Italia tutta, da gran
pestilenza afflitta, posero in terrore i mar-
comannie i quadi, genti germaniche. L'im-
peratore sì recò in persona ad affrontar-
li, col collega Lucio Vero, e li sconfìsse,
poi presso la Rezia tagliò a pezzi molti
barbari Caracalla. E' probabilechequan
do le guerre co'transalpini erano a que-
sta parte , una specie di piazza d' arme
fosse Verona. Neil' anno 249 di nostra
era, trovandosi in Verona l'imperatore
Giulio Filippo, dopo essere stato sconfit-
to, forse nel Veronese, da Decio che gli
successe, fu ucciso da'soldati; di che giuu-
ta la notizia a Roma, vi fu ammazzato an-
che \\ giovane Filippo suo figlio, che a-
vea associato all'impero. Notai nel voi.
LVin, p. 222, che si vuole essere stati
i due Filippi i primi imperatori romani
che professarono il cristianesimo, ma oc-
cultamente. Il Maffei ancora conviene che
molti credono il 1° tra gì* imperatori ad
nbbracciare la religione nostra fosseGiulio
Filippo, ma senza però che per questo mol-
to benefizio ne tornasse: poi soggiunge,
vera cosa è che Tiberio, per le relazioni
avute da Pilato, propose al senato d* 0-
norar Cristo qual Dio ; aver Adriano e-
retto templi senza alcun simulacro, con
animo di consagvavli a lui; che uno vo-
ck64 VER
leva consagrargliene Alessandro Severo:
ma <;s!«i volevano riporre il Salvatore fra
i loro falsi Dei. Voleva Eliogabalo inlro-
fiiirre nel suo tempio Palatino tutti i ri-
ti, compresi il giudaico, il samaritano e
il cristiano, Antonino Pio con un rescrit-
lo alle cillà d'Asia, permise la religione
«le'crisliani, e Marc' Aurelio vietò di ac-
rusarli. Alessandro Severo fu soltanto tol-
lerante, onde poco gli giovò fosse cristia-
na Mammea sua madre. Però tutti con-
venire I .° d'ogni altro essere stato Gostan-
tino I, il quale professò solennemente il
cristianesimo e lo rese trionfante. Quan-
to a Verona s'ignora il tempo preciso di
sua introduzione. Pochi anni dopo genti
barbare cominciarono sotto Gallieno, a
invadere, scorrere e depredarl'Italia, per
l'indebolimentodeirimpero disputato fra
ntolli tirannide provincie lacerate da più
nazioni, restò i' Italia esposta al furore
(le'barbari alemanni, con l'eccidio di piti
i;itlà ; mentre gli scili, saccheggialo TU-
brio, entrarono in Italia e scorsero quasi
fino « Roma, perciò compresa di terrore.
Laonde Gallieiio^nel 265 volle munir Ve-
lona di nuove e pili forti mura, proba-
bilmente nel sito dell'anteriori, divenu-
l«; deboli e mal ridotte, e rinforzarla con
nuova colonia militare, che v'uilrodusse.
il silo e Timportanza della città pose in
necessità d'invigilare con molta cura alla
sua difesa, per cui celeremente e in fret-
ta furono eseguiti i lavori: cominciati a'
3 aprile, si coutpirono a'4 dicetubre del-
l'anno medesimo. Come la città era da 3
parli circonvallala dal fiume, così colle
magnifiche niiwa, coronale di merli e fra-
mezzale di torri , si serrò solamente da
quella parie che rimaneva aperta e indi-
fesa. Dipoi queste mura furono eifìgiate
Dell'arco di Coslantino in Roma, in con-
ti assegno di vittoria. E nell'iscrizione po-
sta in Verona la città è chiamata: Colonia
Atii^Hsta Nuova Gallienana. Il titolo di
ytitgiisla non davasi che alle grandi città e
(die Colonie inviate dagriniperaluri. Cie-
i[i! MkIUi che sia stato 1' ubmio cscm-
V E R
pio (li esse, e l'ultima pnriecipazione del
sangue romano di veterani toccò a Ve-
rona. Noterò, che recenti scrittori sosten-
gono, che le regioni «legli attuali princi-
pati Danubiani , Moldavia, Falacchia
ec. , aprendo la via dentro il cuore del-
l'Europa, fu la via regia delle nazioni bar-
bare, che dalle regioni del Caucaso e del
Caspio per tanti secoli vennero a inon* .
dar(i l'Europa: principali loro abitanti fu- 1
ron<j i geli, misti agli sciti per alleanze,
costumi, vesti, e spesso anche del nome.
Divennero una delle più possenti e civili
nazioni del mondo barbarico^ pressoché
simili a'greci, e i più sapienti barbari eu-
ropei. Nel III secolo circa di nostra era,
si vuole che con lieve inflessione di nome
si chiamassero goti, da cui uscirono nel
V i famosi regnatori d'Italia, della Gal-
lia meridionale e della Spagna. Parte del-
la nazione getica erano i daci o davi o
dai, posti tra il Pruth e il Danubio. Sot-
to Claudio II Gotico^ succeduto a Gal-
lieno nel 268, scesero gli alemanni nel
Veronese; ma fattosi loro incontro l'im-
peratore colle legioni, non lungi dal la-
go Benaco , e forse nella selva Lugana,
die'Ioro l>attaglia e li tagliò a pezzi, re-
standone appena la metà, L' insigne fa-
miglia dell'imperatore Probo, fuggendo
l'invidia e i tumulti di Roma, si accasò
nel Veronese intorno al lago delizioso.
Avvenute alcune cose nella Venezia, nel-
l'impero di Caro del 282, occorse man-
darvi un Giuliano a correttore, magi-
strato che nelle regioni d'Italia per mo-
livi particolari e secondo l'occasioni spe-
divasi. Morto Caro nel 288, il corretto-
re Giuliano si fecegridare imperatore, ma
venuto dall' Illirico in Italia Carino , lo
sconfìsse e uccise ne'campi Veronesi. Si
hanno di lui medaglie d'ogni metallo, in
cui sì chiamò Marco Aurelio Giuliano
Pio Felice Augusto , e dal rovescio si
trae ch'eltbe alla sua divozione la Pan
nunia confinante colla Venezia. Da lui
vuoisi prese il nome Forum Juliaiii «k 1
N'eroncse, nel villaj^qio poi detto l'iizc-
VER
lane. Pare che Verona non lo considerasse
per tirniino, né d'infausta memoria, per-
chè per la di lui uccisione venne det-
ta macchiata di sangue civile. Non raol-
todopo gl'imperatori Diocleziano e Mas-
simiano segnarono in Verona due leggi:
Massimiano vi fu più volte per lespedi-
zionisuenella Reziaenella prossima Ger-
n)ania. Per la frequenza del transito e
del soggiorno in cjue'tempi degl'impera-
tori, palazzo a loro destinato era in Mi-
Ifiiioe in Aqtiileia, edè assai credibile che
in Verona ancora pur fosse. Mei 3o4tia-
lerio MassimianoCesare passandoper Ve-
rona , ordinò che si erigesse una porta,
per essere imperfetta quella in fretta fab-
bricata colle mura, il che ricorda una me-
daglia coll'iscrizioiie:A'ero/m/V^»oivz Por-
III. Osserva Malici, che veramente le cit-
t;i d'Italia nell'alto secolo, generalmente
non battevano moneta, [)arendoche per
1 Italia soLimenle Augusto s'appigliasse
al consiglio ailribnito a Mecenate, che le
città dell' impero non avessero monete
proprie, ma si valessero delle romane: era
mutile in Italia il far monete in più luo-
ghi, dove tanta immensa quantità se ne
coniava in Roma; e non era ancora nel-
le sue città avanti il dominio romano tan-
to in uso da per tutto il coniar monete,
com'era in Grecia, Ma vi erano prima i
«asi straordinari. Marc' Antonio avendo
(alto batter moneta in Anagni; e poi co-
U)e molt' altri istituti cominciarono ver-
so la fine del ili secolo cristiano u cam-
biare, COSI anche questo mutò, essendo-
si specialmente preso a batterne in Aqui-
leìa.La frequenza dell'aggressioni, che ve-
nivan fatte all'Italia da (juella parie, re-
se necessario il tenervi o lo spedu-vi trup-
pe di tanto in tanto; onde si trovò oppor-
tuno di battervi moneta per maggior co-
modo del pagar gli eserciti. Ma siccome
frontiera all'Alpi è anco il V^eronese, ben-
ché tante non fossero le genti che preu-
desser») allora questa via, facevano pu-
re in Verona quasi scala l'armate roma-
ne uQn di rado, e ninna meraviglia è da
VER :i65
farsi se talvolta fu per l'istes^o motivo
battuta moneta eziandio in Verona. Né
osta il non essersene vedute, perchè an-
che di Alitano ninna se ne conosce, ben-
ché attesta Ausonio che avea ricca zecca.
Questo fa sospettare che in Verona pure
si fecero le medaglie di quel tempo , e
quelle di Giuliano furono coniate sicu-
ramente nella Venezia, e molto è proba-
bile che alcune sieno di Verona, dov' e-
gli soggiornava quando venne Carino a
combatterlo : da lui è credibile avesse
principio il batter moneta nella Venezia,
il che si sarà trovalo utile e comodo. Di-
poi di niun' altra città d'Italia tanto si
rammentò la zecca, ne'mezzani secoli, co-
me di Verona, i cui documenti di ciò ri-
salgono al geo dell'era nostra, ed accer-
tano una zecca veronese al tempo di Car-
lo Magno; e quando poi si cominciò ad
accomunare questoprivilegio, regola del-
l'altre zecche fu la Veronese; onde En«
rico III nel i o49) come già dissi col Mu-
ratori, concedendo al vescovo di Padova
il gius di batter moneta in quella città,
ordinò che dovesse esser secondo il peso
della moneta di Verona: tutte le quali co-
se concorrono a rendere molto probabi-
le che eziandio nell'ultime età romane in
Verona si battesse. Fra i molti edifìzi che
Diocleziano fabbricò continuamente qua
e là, vi furono le zecche, forse dove prima
non erano, perciò non è singolare il re-
putarsi che anco a Verona sia stata po-
sta, e la novità de' luoghi produsse no-
vità di motti. Colle rinunzie all'impero
di Diocleziano e di Massimiano, si ebbe-
ro a un tempo 6 imperatori, ed a Seve-
ro fu data l'Italia, contro il quale nel 3o6
si fece in Roma gridare Augusto Mas-
senzio figlio di Massimiano, mentre per
la morte di Costanzo Cloro era stato da'
soldati proclamato imperatore il figlio
CostantinoI,e nel v3 1 2 marciòcontro Mas-
senzio. A ciò s'indusse perchè il compe-
titore meditava di muovergli guerra, e
per dolergli sentir lacerata da crudeli e
perversi costumi l'Italia e Roma. Ricevu-
2G(> VE R
to con festa a Milano, dopo esser entra-
to in Susa e vìnta a Torino la cavalleria
(li Massenzio, i cui cavalli e uomini eran
coperti di ferro. Ma essendosi Ruricio
Pompeiano, il più sperimentato e famo-
so de' capitani di Massenzio, colla mag-
gior parte di sue milizie fatto forte in Ve-
rona , ed essendo in essa gran quantità
di gente da più parti concorsa a salvar-
si, non credè Costantino I di proseguire
la marcia verso Roma, senza prima com-
battere costui ed espugnar tal città. Pre-
fetto di Verona vieo detto Ruricio, per-
chè tale era rispetto ai presidio e alle mi-
lizie dentro raccolte. Mandò egli fin pres-
so Brescia una paiHe della cavalleria per
opporsi alla marcia del nemico, il quale
facilmente l'indusse a retrocedere in Ve-
rona; dove giunto Costantino I, e ricono-
sciuta la situazione della città, molto gli
premeva di non potere , senza passar il
fiume, circonvallarla dintorno e levarle
il commercio col paese di là, dove resta-
'va libero l'adito a ricever continuamen-
te viveri e soccorsi; né piccola impresa era
il passar l'Adige in vista de'oemici, im-
petuoso e pericolosoallora per sassi e gor-
ghi. Mandò però Costantino I una parte
dell'esercito più sopra, e lontano dalla
città, facendolo passar dove il fiume era
meno rapido e men diRìcile, e dove non
era vi contrasto; con che restrinse poi Ve-
rona anco dall'altra parte. Fece Ruricio
esperimento della sua gente con valida
sortita; ma respinto con molta perdita^ u-
sci nascostamente dalla città , e andò a
porre insieme maggior numero di solda*
li; co'quali ritornando, Costantino I sen-
za intermetter l'assedio l'andò a incon-
trare, e giunti a vista nel cader del gior-
no, non ricusando Ruricio di combattere
subito, segu'i la battaglia di notte. Avea
Costantino I disposta l'armata in due
grosse linee; ma veduto il numeio He'ne-
mici, rinfoizò la i.',e spiegò più larga-
mente la fronte. Nel combattimento ac-
corse personalmente in ogni parte più pe-
ricolosa, come ogni privato duce avreb-
V E R
be potuto fare, e riportò finalmente pie-
na vittoria, morto combattendo Rmicio
sfesso. Dopo ciò soprastettero alcun tem-
po gli assediati, e finaitnentesi resero a
discrezione, senza uccisione alcuna, sol-
tanto ordinando Costantino I incatenar i
soldati; e perchè per sì gran quantità non
si trovavano ceppi, volle che colle loro
spade si facessero manette. Questa è la
prima eia più antica espugnazione di Ve-
rona, e per renderla memorabile e glo-
riosa basta il nome di Costantino 1 il
Grande^ il Magno. Nel suddetto arco a
Roma si vede Verona assalita e difesa.
Prima conseguenza di tal vittoria e del-
la presa di Verona, si fu il rimaner si-
gnore di tutta l'Italia di qua e di là dal
Po, e di tutte le sue regioni e città. Di
più avvenne cosa che ha fatto continuar
sempre la rinnovazione della memoria di
tal fatto, cioè nacque quella specie d'e-
poca che dura negli atti pubblici tuttora,
il segnar V Indizione (^.), eh' è un giro
dii5 anni, e forma una delle principali
note cronologiche, dalla quale tanto sus-
sidio si ritrae per giudicar de'docuraen-
ti, e per fissare il preciso tempo de'falti
sforici. Che dalla vittoria di Verona l'in-
dizione avesse principio, l'ha mostrato il
cardinal Noris neWIstoria Donalistica.
Incominciata nel 3 12 la mostrano con
certezza il Cronico Pascale, q la i.' no-
tazione di essa che si ritrovi, cioè quella
del sinodo d'Antiochia del 34', tenuto
nell'indizione xiv presso s. Alanasio;e co-
sì l'altre susseguenti, come si può cono-
scere per via del computo retrogrado. Da
vari altri fatti hanno voluto desumerla
molti dotti, ma senza poter accordare il
sistema loro, e non tornando il mese, qua-
le senza dubbio fu il settembre. Da'24 di
esso credeva il Noris che si dovesse pren-
derne il i.° punto, quando compilava la
detta Istoria, che avrebbe mutato se l'a-
vesse compita; mentre n^W Epoche Siro.
Macedoni, che scrisse dipoi, conobbe do.
versi prendere dalr." settembre. Moslr^
egli ancora , come per indizione debb^
VER
intendersi nuova ordinazione di tributo
più lieve fatta da Costantino I, per sol-
levar l'Italia dalle gravose imposte ante*
riori. Inoltre Maffei, vedendo non esser-
si ben compreso tal fatto, volle aggiun-
gere la seguente osservazione, senza la
quale non potrebbe mai stabilirsi con si-
curezza che in Verona, e dalla presa di
essa avesse cominciamento l'indizione. Di
nuove e smoderate imposizioni furono au-
tori,nouMa6senzio,raa Diocleziano e Mas-
simianoj e non caddero queste sopra l'I-
talia tutta, ma sopra la Circompadana,
e non consistevano in denaro, ma in vet-
tovaglie. Li continui moti delle nazioni
barbare, quali in vadevano o per le vie del-
l'Alpi, o minacciavano queste parti, co-
strinsero gl'imperatori a tenere armate
it) questa parte d'Italia, e a dimorarvi es-
si stessi frequeutemeute. Quiudi nacque,
che nuovo peso a queste regioni si addos-
sò, adinché non mancasse alla corte e al-
le milizie la sussistenza. Tuttociò insegna
chiaramente Aurelio Vittore, il quale e-
sposta la ripartizione ne' due Augusti e
due Cesari per la mole della guerra sta-
bilita, di qua, dice m venne il gran male
de'tributi a una parte dell'Italia; " e ap-
presso: w nuova legge fu introdotta nel-
le pensioni, perchè l'esercito e l'impcra-
lore, che sempre o per lo più vi erano,
si potesse sostentare". Non dunque all'I-
talia tutta, com' erasi creduto da tutti,
ma a questa parte il nuovo aggravio era
stato dato, scemato e poi moderato da
Costantino I: la qual verità si rende an-
cor più manifesta dall'intendercosasi e-
sigesse per via dell'indizione; poiché non
tuonetH, come si è parimente creduto, ma
specie di commestibili e singolarmente
grano con essa si ritraeva; il che tralucc
dal dir Vittore, come serviva la nuova
legge perchè nudrir si potessero in questi
paesi gli eserciti e gl'imperatori; e più dal
libro delle morti de Persecutori, il qua-
le rammentata l'enormità delle indizio-
ni sotto Diocleziano, dice che si abban-
donarono perciò per disperazione i cam-
V E R tì67
pi e la loro coltura. Contribuzione di bia-
de intendevasi col nome d'indizione fìno
a' tempi di Traiano, come apparisce da
Plinio, e così ne'posteriori tempi, come
da più leggi riguardanti i Tribali (/^.).
Or dovendosi adunque alleviar dal so-
verchio peso la subalpina Italia, e mode-
rata indizione imporle, acconciamente il
fece Costantino I dopo reso colla vitto-
ria veronese signor di essa : né con 1' I-
talia tutta e colle proviucie tale indulgen-
za avrebbe potuto usare per aver presa
Verona, ma solamente dopo aver vinto
Massenzio e conseguita Roma. E siccome
l'uso d'imporre e di regolare le indizioni
dii5 ini 5 anni, che può raccogliersi a-
'.esse parimenti allora principio^ si re-
se poi stabile e comune in ogni parte non
solamente dell'Italia, ma deirimpero;co-
sì venne quindi a desumersi una notacro-
nologica universale che nel fatto di Ve-
rona ha radice.
Col secolo IV dell'era cristiana la fac-
cia del romano impero fu cambiata, tra-
sformato il governo, impiccolite e però
moltiplicate le provincie, mutati i nomi,
variato l'ordine e il modo, in Italia siu-
g ilarmente. Riuscirono all' Italia queste
novità sommamente ingiuriose e pregiu-
dizievuli; poiché venne finalmente allora
a ridursi anch'essa in condizione di pro-
vincia, divisa in xvii parti e mandato a
ciascuna il governatore, con nome di con-
solare, o di correttore, o di preside. Col-
le Provincie, amministrale dal suo retto-
re, si formarono diocesi cui sovrastarono
vicari immediatamente subordinati ad
uno de'4 prefetti del pretorio, che ripar-
tivansi la cura suprema dell'impero. Uno
di essi ebbe l' Italia e l'Africa: l' Italia fu
divisa in due diocesi, l'una delta di Ro-
ma e composta di IO provincie, l'altra det-
ta Italia che comprendeva l'altre 7, ara-
be col proprio vicario. Alla dioce'»i d'I-
talia restò assegnala la Venezia. Già no-
vità Adriano avca introdotto in Italia co'
suoi 4 consolari giudici, senza aver biso-
gno di appellar a Roma. Non fu stabile
5.68 VER
piovvedimenlo, che Marc'Aurelio poi in
parie riuiiovòjdeputanclo per giudici per-
sone di minor grado, e poscia si tornò
all'ordine die correva avanti Adriano.
Autore del nuovo sistema dell' impero,
quanto al governo, fu Costantino I, crean-
do i 4 piefelti del pretorio, prima essendo
2, e di subordinar a ciascun di essi una
4.° parie dell'impero separatamente, ma
soltanto magistrati civili, l'autorità mili-
tare trasferendosi in due maestri della mi-
lizia, uno per la fanteria e l'altro per la
cavalleria. Mentre innanzi di piìi diocesi,
per comodo de'litiganti, si componeva u-
na provincia , dopo Costantino I di più
Provincie si formò una diocesi subordi-
nata ad un vicario. In qualche cui>a Co-
stantino! seguì l'idea di Diocleziano, che
avea divisa l'ammiiiistrazione dell'impe-
ro in 4 piefetti, e diviso l'iujpero slesso
con Massimiano, e poi con Galerio e Co-
stanzo, tutti smend^ramenti biasimevoli,
nocivi e fatali; come lo fu l'abbandono
di Roma, (onte e centro della podestà, ove
dovea sempre esserne la sede e il do-
micilio, per opera di Costantino I, ad e-
sempio di Diocleziano che in Nicomedia
avea fissato la sede, volendola rendere a
forza di fabbriche eguale a Roma. Nel nuo-
vo sistema principiato in Italia da Diocle-
ziano, e stabilito da Costantino 1, tutta
questa parte che ne' tempi antichi non era
politicamente Italia, e non veniva com-
presa sotto tal Dome, divenne allora l'I-
talia propria e poi solo con tal nome fu
intesa, forse per l'eccellenza, ubertàe po-
polazione;unde Polibio non dubitò d'an-
teporre le pianure Traspadane o Cisal-
pniea tulli i paesi d'Europa: ne lodòl'ab-
bondanza e fertilità, il buon prezzo de'
viveri, la dovizia d'ogni cosa, la molli-
ludine della gente e la bravura, la bel-
lezza e grandezza de'corpi, l'ampiezza e
ricchezza delle città; la Venezia e il pae-
se tra i' Alpi e il Vo, altamente da altri
furono encomiati con magnifici epiteti.
Jl Maflei riporta copiose notizie sui no-
mi e diviaiuui dcU'Itulio, e di questa re-
VER
gione, come de'suoi governanti, rilevan-
do i benefìzi co' veronesi, consolari della
Venezia e dell'Istria, o conti e corretto-
ri della Venezia e dell'Istria, o delle Ve-
nezie considerale alta e bassa, o superio-
re e inferiore, dicendosi conti, forse per
fungere a un teenpo l'uflizio di presidio
di comandanti le milizie. In alcune cau«
se della Venezia, le appellazioni più gra-
vi non andavano al vicario d'Italia, ma
a Roma e al prefetto del pretorio. L'es-
sersi negli ultimi due secoli romani am-
ministrate ìli forma di provincie le re-
gioni italiche, non distrusse punto l'an-
tica idea romana, in quanto riguarda il
lasciare che si reggessero le citlà da sé e
pe'propri cittadini. Prefetti o vicari non
si mandarono se non come uffìzio mili-
tare, e per comandar presidio, ed anco
di questi magistrati per Verona dà no-
tizia IMafTei; nominando altresì i magi-
strati cittadineschi, decurioni, duumvi*
ri,curialie magistrati di giudicatura. For-
mata della Venezia una provincia del-
l'impero, col proprio governatore, quan-
to alla metropoli o capitale, più motivi
non mancano attribuirne la prerogativa
u Verona, né ad alcun' altra citlà se ne
può dar vanto , non essendo usati i ro-
mani di fissar nelle loro provincie una ca-
pitale. Ogni paese ha sempre avuto un
maggior luogo, ogni regione una città più
grande, ogni nazione una più famosa del-
l'altre, e più popolata e più ricca: in que-
ste per lo più si teneva da quel popolo il
comun consiglio, in queste si radunava-
no per trattar degli affari alle loro re-
pubbliche e comunanze spettanti; in qua*
ste furono gli ediflzi più splendidi , e si
celebrarono gli spettacoli più sontuosi; a
queste faceva capo il commercio nieican-
tile e il concorso, e di queste intendono
i geografi, gli storici e gli altri scrittori,
e non meno le medaglie e gli altri mo-
numenti,quando nominano capitali emc-
tiupoli. Ma non di primati spettanti al-
le cose intrinseche e loro proprie, quan-
do cercasi se le provincie ronianc aves-
VER
sero, come ne'governi d'oggidì, la capi-
tale. Questa non è questione di geogra-
fìa, ma di governo romano; e sta benis-
simo insieme la grandezza di molte an-
tiche città dell'impero, e la dignità me-
tropolitica, che aveano ne'Ioro paesi, col
non essere decretate da'romani per cen-
tri dell'amministrazione loro nelle pro-
Tincie, ne per sedi del reggimento. I ro-
mani nel costituire le provincie non pre*
sero regola dalla geografìa, e non alle
naturali costituzioni de'paesi e alle varie
genti, ma secondo le occorrenze, oltreché
soggiacevano a non infrequenti muta-
menti, di restrizione e ampìiazione. Cen-
sì nel governo delle provincie (Issarono
un centro, per residenza ordinaria de'ina-
gistrati supremi, la quale con quella del-
la sede stabile del tiibunale supremo e
defìmtivo, formano gli essenziali costitu-
tivi d'una capitale; ma in arbitrio de'pre-
sidi rìn)aneva la scella del luogo, non do-
lendo di preferenza risiedere sempre in
uno, ma alternarli di hequente, essendo
obbligo de'presidi il portarsi non meno
nelle città, che in tutle le terre. Laonde
«on eravi neppur l'idea di metropoli, né
di stabile residenza determinata, anzi non
potevano ne'Iuoghi ove recavansi dimo-
rar troppo, e dopo 3 giorni doveano man-
tenersi del proprio, dovendo avere in mi-
ra il bene comune e l'utile de' popoli. Le
metropoli in que'lempi erano puramen-
te regionarie e nazionali. Invece che i li-
tiganti andassero 0 cercare il tribunale,
questo andava a cercar quelli; il che era
un de' motivi d'obbligare i presidi a gi-
rar tutta la provincia; lua perché i giu-
dizi solenni non si facevano senza l'inter-
•vento della corte che i rettori stessi con-
ducevan seco da Roma , da quella eran
seguiti. Per questi conventi giudiziali de-
pulavansi più città princij)ali in propor-
zione dell'estensione della provincia. Le
città d'ogni regione solevano comporre
una comunanza o comunità. Da lutto il
ragionamento, il MafFei ne trae la con-
seguenza, che Aquileia non potè essere
VER 269
la capitale della veneta provincia, benché-
grande e centro del commercio con più
genti illiriche, trovandosi prossima al ma-
re, e benché vi facessero frequente pas-
saggio gì' imperatori e in essa facessero
capo le milizie romane inviate contro le
nazioni, stanziandovi armata navale; non
ostante pure che nel secolo 111 cristiano
divenisse maggiore di Padova e Verona,
tra le più illustri dell'impero dopo Uoina,
Milano e Capua. Rlelropoli e capo della
Venezia la chiamarono solamente Gior-
nande e Paolo Diacono, o intendemlo di
metropoli regionaria, ^on è però da du-
bitare che fosse metropoli di sua regio-
ne, cioè de'carni, essendo anzi fuor de'
confini della Venezia. !Ma in seguilo, com-
putati i carni co'veneti, Acpiileia fece fi-
gura di metropoli anche della Venezia
inferiore, e cresciuta a dismisura nel ili
e nel IV secolo, benché Verona e i'ado-
va fossero state già gran città pricna che
Aquileia nascesse dopo l'anno 568 di Ro-
ma, le avanzò tanto di po[)olazione, di
concorso e di ricchezza, che venne a es-
ser considerata come regionaria metro-
poli della Venezia tutta. Ma per quanto
è del governo romano, se non fosse sta-
to in uso di fissar capitali, non si sareb-
be nella Venezia scelta Aquileia, ch'era
nell'estremità di essa, e troppo però con-
traria a quel comodo de' popoli, ch'era
ili." scopo. Non pochi hanno arguita re-
sidenza di preside in una città, per esser-
visi scoperta iscrizione a onor d'un con-
solare o d'un correttore innalzata. Se ta-
le «igomento valesse, capitale della Ve-
nezia sarebbe da dir Verona , ove uni-
camente trovossi memoria d'un consola-
re, propria dignità della provincia, cioè
in Valerio Palladio, il quale è chiamato
Consolare della Fciiezia e dell' hlna
in esimia lapide che fu sempre in Vero-
na e ora nel museo , che curò con zelo
l'ornamento della città, oltre due altri
consolari. Di più inVerona operarono più
correttori, come si ha da ultra lapide. Né
poco caso è da Iure per tal conio auihe
t^tf VER
ilell'Anfiteatro, che secondo l'idee greche
il più superbo edificio bastava a preten-
der il primato. Questo faceva parimente
pretendere alle città l'esser sede alle pub-
bliche feste e de'più solenni spettacoli, a*
quali dalle circonvicine parti d'ogni in-
torno si concorreva. In questo secolo IV
furono in Verona più volte gl'imperato-
ri e qualclie tempo vi soggiornarono, co-
me sì ha dalle leggi che vi fecero Costan-
tino I nel 33o; Valentiniano I nel 364
e nel 365; Valentiniano II nel 383, nel
384 fi "^' SS5; e prima fors'anco Gra-
ziano nel 382: Teodosio I il Grande 5
leggi rilasciò in Verona nel 390, ed una
Onorio nel 399. Frequente passaggio de-
gl' imperatori ponno indicar ancora le
molte colonnette migliarie trovate nei
territorio veronese , diverse delle quali
si conservano nella città. A Verona poi
facevano capo le strade di Milano, d'A-
quileia e per Germania, con mansione a
Sarmione , cioè casamenti pubblici ne'
quali prendevanoalloggio i presidi, gl'im-
peratori, e quelli che viaggiavano con di-
ploma. Inoltre in detto secolo corpi di mi-
lizia erano distribuiti per l'Italia per pre-
sidio e per esser pronti ad ogni occasione:
3 erano nella Venezia, cioè in Verona,
in Padova e in Oderzo, ciascuno sotto il
comando d'un prefetto, e trovasi quello
de' sarmati gentili in Verona, gentili si-
gnificando stranieri e barbari, non cora»
presi nell'impero, ed esclusi da'privilegi
che portava seco 1' esser romani. Tale è
il senso della legge di Valentiniano I, che
fa delitto capitale il matrimoniod'uny^ro-
vincialc con donna barbara^ e di un gerì'
iile con donna provinciale. Stilicene in
tempo d' Onorio avea sotto le insegne
imperiali gran quantità e di romani e di
gentili. Nella diocesi d'Italia 6 arsenali,
ossìa officine o fabbriche d'armi,dopo Co-
stantino I furono costituite, la più insi-
gne delle quali in Verona; poiché mentre
nell'altre nn sol genere di cose si lavora-
la , in questa se ne facevano due, cioè
scudi ed armi o armature, probabilmcn-
VER
te per aver qualche vena di ferro nel ter
ritorio, e pare fosse nel Montebaldo, ed
a Campione forse allora nel Veronese.
Nuovo e deplorabile aspetto di cose, in-
fausta seriedi mìseri avvenimenti e sven-
turata trasformazione dell'Italia presen-
ta il V secolo. Cadde in questo finalmen-
te a terra il suo impero, e lacerala in va-
rie maniereed afflitta, non solamente per-
de il dominio dell'altre nazioni, ma di se
stessa. Era assai tempo che diverse gen-
ti settentrionali con potenti eserciti sac-
cheggiavano molte Provincie romane, e
terribili sopra tutti i goti, che dopo la
morte di Teodosio I s'invaghirono del-
l'Italia, e d'accordo co'scellerati ministri
imperiali Slilicone e Rufino, che aspira-
vano all'impero, nel 4oi dalia Pannonia
vi calarono col re Alarico senza contra-
sto. Dopo la battaglia di Pollenza, incam-
minato Alarico per uscir d'Italia, secon-
do il convenuto con Stilicone , giunto a
Verona mutò parere, e contro la data
fede volle contrastar di nuovo, onde se-
guì altro fatto d'anni con vittoria de'ro-
mani : Verona non piccolo cumulo ag-
giunse al trionfo, e l'Adige portò al ma-
re il sangue e i corpi de'goti. Fuggito A-
larico, nel 4o8 con nuova e maggior ar-
mata di goti e iinniy passò di nuovo in I-
talia perla solita via d'Emona, passando
l'Adige a Verona, assediò Roma, che net
seguenteanno e8pugnò,morendo nel 4 ' o.
Contro Onorio insorse il tiranno Costan-
tino, e par che si recasse a Verona e poi
retrocedesse, ucciso poi d'ordine d'Ono-
rio al fiume Mincio, che sul Veronese si
valica, altri dicono a 3o miglia da Raven-
na. Nel regno di Valentiniano III, tra le
molte calamità del suo tempo, fu singo-
larmente fatale alla Venezia l' irruzione
degli unni e di molti altri barbari, con-
dotti dal feroce Attila, che crudelmente
la misero a fuoco e fiamma nel \^i. In-
furiarono i barbari anche su Verona, fin-
ché s. Leone I Papa pose fine alle loro
desolazioni. L'abboccamento del Papa
con Aitila seguì^ secondo MalFci, uel Yc-
VEK
ronese, nel luogo ove sorge Peschiera, in
cui si passa ii Mincio, ptecisaraente in A-
rovenco o meglio Arilico borgo d'allora,
comesi ha da più lapide. Finalmente nel
476 con Ptomolo Augustolo cessò il ro-
mano impero d'occidenlc, e si annullò ed
estinse l-n libertà e il domiuiod'Italia e Ro-
ma, per opera di Odoacre re degli eriili,
che assunse il titolo di re d'Italia; di che
fu causa principale, dice Maffei , oltre i
vizi enormi e gl'iniqui costumi, la divi-
sione dell'impero, e l'abbandono di Ro-
ma, per Nicornedia e Costantinopoli, Mi-
lano e Ravenna, e sopra tutto per esser
finito l'amore e quella società che avea
composta in Italia la libertà romana.» Ma
volle fatalità, che quella medesima cit-
tadinanza romana, per la quale si era re-
sa tutta l'Italia una città sola, e per la
quale ognuno avrebbe volontieri versa-
to il sangue per conservar Roma , dal-
l'imprudenza d'alcuni e dall'avarizia d'al-
tri fosse fatta cadere prima in vilipen-
dio, poscia in odiosità; con che rotto l'in-
canto, e disciolto il comun legame, niun
pensò pili che al proprio interesse, e a sé
stesso, eh e la via più certa e più breve
per mandar tutto in mina ... Venne in
proverbio potersi diventar cittadino ro-
mano per vetri rotti ... Lasciò Augusto
per ricordo a Tiberio e alla repubblica,
di ammettere parcamente alla cittadi-
nanza. Per verità essendo essa in quel
tempo comune già all'Italia tutta, che ba-
stava in tal situazione a difendersi da tut-
to il mondo; né onesto era ne utile di
dilFonderla senza motivo ragionevole, e
senza merito particolare in uomini d'al-
tre nazioni ... Ma ciò che diede l'ultimo
crollo , e ogni cosa confuse, e annullò il
sistema e la gerarchia romana, si fu la co-
stituzione di Caracalla, con cui diede la
cittadinanza a tutto l'impero, e dichiarò
cittadini generalmente tutti gli uomini li-
beri d'ogni provincia. Quel mostro a ciò
fu indotto da avidità di guadagno e in-
saziabileavariria,acciòda'gravami da lui
imposti niuuo ne rimanesse eseule". Laou-
VER 27*
de molli stimarono meglio star soggetti
a'goti, che signoreggiar co' romani, por-
tando il grave giogo de'tributi. Ed ecco
la ragione massima della caduta di Ro-
ma, dell'annichilimento della repubbli-
ca, della rovina dell'impero; insuperabi-
le finché nella sua conservazione ebbe o-
gnuno interesse, e finché il nome roma-
no fu l'idolo del comune affetto e del de-
siderio; esposto e fragile all'invasioni,
quando i popoli diventarono indifferen-
ti, anzi avversi, e que' d'Italia singolar-
mente, ne'quali dovea sempre consistere
il nervo della difesa, e i quali dall'aggra-
vio dell'eccessive imposizioni rimasero
più degli altri alienali ed offesi, perché
del gius italico 1' esenzione appunto era
il principal costitutivo. Primo effetto del-
l'alienazione dell'Italia dal nome roma-
no si fu il cominciarsi allora in regioni
COSI popolate e per natura sì bellicose a
penuriar di soldati; di modo che fu poi
furza assoldar genti straniere, e chiamar
a difesa dell'impero quegli stessi barbari
che n'erano nemici nati! Frattanto regna-
VciOdoacre, quando nel 489 mossecontro
di lui Teodorico re de' goti o ostrogoti,
annuente Zenone impcatore di Costan-
tinopoli. Dall'Illirico disceso nella Vene-
zia, si accampò all'Isonzo. L'incontrò O-
doacre, ma n'ebbe la peggio e si ritirò a
Verona; indi raccolte altre forze, a'27
settembre pose gli alloggiamenti nella
minor Campagna. Teodorico venne su-
bito a combatterlo, e seguì il conflitto nel-
la famosa pianura, teatro di tante cele-
bri battaglie: la vittoria fu de'goti, e de'
vinti molti ne distrusse il ferro sul cam-
po, molti co' suoi rapidi gorghi l'Adige
nella fuga, riempilo di cadaveri. Nel ca-
lor della vittoria e nella confusione de'
fuggitivi restò occupata Verona. In fine,
nel 493 OJoacre fu assediato e ucciso iu
Ravenna, ed i goti senza attender la con-
ferma di Zenone, proclamarono re d'I-
talia Teodorico, che vi regnò tranquil-
lamente, mantenendo l'ordine del gover-
no romano. Questo fondatore del regno
272 VER
tl'llalia t«i)lo amò Verona clie ne riporr
tò sopraritioine di P eroiicse. Ma l'Italia
da libera e cluuiinaiite, sempre |)iù di-
venne veramente serva, e degli stranieri
goti miserabile preda e infelice. Teodo-
rico deve a Cassiodoro suo segretario la
beila comparsa che iia fatto nella poste-
rità, li nipote e successore A talarico chia-
mò li domìnio d' Italia sua regia eredi-
,tà. Cessola milizia romana e le coorti ita-
liane, ed agl'italiani tolsero i goti due ter-
zi de'loro campi, mentre Odoacre ne a-
vea diviso tra' suoi la 3.' parte. Le città
dove Teodorico re non d'Italia soiaaten-
te, ma dell'occidentali proviucie,fu so-
lito far dimora, furon Ravenna e Vero-
na, e questa preferita ad altre con pre-
dilezione per l'amenità del sito e per far
da questa parte contro le nazioni fron-
tiera, e non meno per esser forte, la for-
tezza delle città nascendo in que' tempi
dall'acque, come Ravenna e l*avia,e Ve-
rona da quelle dell'Adige che da 3 par-
ti l'assicurava. Assai soggiornò Teodori-
co in Veiona, ove costruì real palazzo,
nuove terme e rinnovò 1' acquedotto dà
gran tempo distrutto. Dal palazzo alla
porla della città, perchè vi si camminas-
se a coperto e comodamente, fabbricò un
portico: pare che il palazzo sorgesse sul-
la collina di s. Pietro, ove abitarono poi
alcuni altri re. L'antico Campidoglio pre-
stò alla nuova fabbrica più parti da po-
lersene valere, e se{nbra che vi aggiun-
gesse un castello, ed il vecchio sigillo di
Verona esprimeva un palazzo, pubblica-
lo nelle tavole dal IVlafTei, forse il prospet-
to di quel di Teodorico, adoUato da've-
ronesi qual residenza più volle de're d'I-
talia. JNuovo recinto di mura fiiUbricò in-
oltre Teodoiico a Verona, non para4;o-
iiaiiili alla grosse/za , robustezza e iiia-
giiificenza (.Ielle mura di Gallieno. Ma per-
chè oltre 1' Adige ancora dovea ui)itar
mollo popolo, non parve al re che fosse
compiuta l'opera s'anche di là non si i io-
sellava, il che non erasi fallo da Gallie-
no. Alili pretesero ulti ibuirc ipieslo 2."
VER
recinto a'tempi di Carlo Magno, ovvero
di Pipino, altri di Berengario 1, altri du
pò ili ODO e fìn'anco dopo il 1200. Ciò
avvenne dal chiamarsi borghi e conside-
rato fuor di città quanto rimaneva fuori
del I ." e più vecchio recinto. Teodorico
restaurò pure il foro e più basiliche. iSel
535 l'imperatore grecoGiuslinianoi mos-
seguerra a'goti per cacciarli d'Italia, on-
de Roma fu occupala da Belisario, cosi
Ravenna ed i luoghi forti della Venezia,
dopo aver imprigionato il re Vitige nel
540. A questi successe lldebaldo ch'era
comandante del presidio di Verona, mol-
to valoroso nelTarmi, e nipote dei re de'
visigoti; ma egli vedendosi depresso nel-
le forze, offrì a Belisario di riconoscerlo
re d'Italia, il che rifiutò quell'eroe |)er
non mancar di fede al suo signore. Mo-
rì ucciso nel 54 1 e gli successe Erarico,
ma poco dopo i goti proclamarono To-
tila comandante di Treviso e nipote del
defunto re. I capitani di Giustiniano I,
deliberarono in Ravenna doversi prima
espugnar Verona, e farvi prigione il pre-
sidio goto, indi marciar contro Tolila.
Condussero l'annata Coslanziano e Ales-
sandro, e si posero a campo nell'aperta
pianura 8 miglia dalia città. Dimorava
in luogo prossimo a Verona Marciano,
principal soggetto in queste parti, nemi-
coa'goti e alfezionatoairimperatore. Que-
sti condenaroguadagnò una porta di Ve-
rona per introdurvi di notte i greci, e A r-
tabaze armeno con 100 scelti soldati vi
penetrò ammazzando le guardie, e spe-
di u chiamar 1' armata. I goti credendo
presa la città dal nemico, fuggirono dal-
l'opposta parie per altra porla; ma gl'i 111-
periuli invece ili sollecitar la marcia si ai
restarono alcun tempo in distanza di 5
uiìglia, per dissensione nata tra'capi in-
torno al dividersi le ricchezze della cit-
tà. V^enuto però il giorno, scoprendo i
goti dal prossimo colle di s. Pietro, do-
ve s'eran raccolti, il poco numero de'gie-
ci ch'eran dentro , e (pianto ancor fosse
distante l'c&ercilo,corseiu ucllu ciltà, ricu-
VER
IraiiLlo per la slessa poi la, die dagt'iin*
|itrriiili per la poca pratica e pel poco nu-
lueio tic era stata occupata bene, i>è chiu-
sa; e leroceiueoie assalirono Artabazecol
suo tlrappello. Si posero questi in brava
«iifesa, laicliè giunse frjiltanlo T armala,
lua trovò serrale le porte. Riconobbesi
in questa occasione perfellaiuente qual di-
sposizioiieil 'animo produca ne'popoli l'a-
ver interesse e parte in un dominio, o il
non averla; e si cominciò a vedere il nuo-
vo edello della servitù, tanto contrario
all' universal costunie delle prische età:
poiché se tal Cciso avveniva alcun secolo
prima, non v'è dubbio che i veronesi, en-
trala dentro una truppa di romani lor
confratelli e concittadmi , non avessero
Subito preso l'anui in sussidio loro, e non
avessero almeno serrale le porle dietro
«'goti usciti, e apertane una all'esercito
inqieriale, quando giunse alle mura. Ma
cambiato il ci vii sistema, e trattandosi
d'esser meramente soggetti o a'goli o a'
greci, accadde allora in Verona l'islessis-
swno veduto dal Malici alla sua età, in
altre città similmeole sorprese; cioè che
nel contrasto e nella pugna Ira ledue par-
ti i cittadini restarono spettatori indilFe-
renti, Abbandonati però i pochi inaperia-
h, e dagli abitanti , che non si mossero,
e dall'esercito, che vedute chiuse le porte
e i goti in armi, prese partito di ritirar-
si, perciò o rimasero uccisi, o precipito-
samente si geltarouo dalle mura. Questo
fallo die' modo a Totila d'ingrossar l'e-
sercito, e gli fu principio di ujolti pro-
speri avvenimenti, talché Giustiniano I
fu costretto a rimandar Belisario in Ita-
lia con poche forze. Nel qual teropoi fran-
chi occupatori della Gallia, cogliendo
r opportunità del guerreggiarsi aspra-
mente li-a' goti e greci nelle parti inte-
riori, calarono in Italia, regnando su di
essi Teodiberto, ed occuparono l'Alpi Co-
lie, la Liguria e una gran parte della Ve-
nezia. Mandato poi Narsele in luogo di
Belisario a comandate in Italia, entrato
in essa coll'esercilo dalla parte della Dal-
VOL. XGIV.
VER 273
cnazia, mandò a chiedere il passo a'fraii-
chi, che io alcuni luoghi forti della Ve-
nezia lenevao presidio; ma negato da
questi, condusse l'armata lungo l'Adria-
tico, tenendosi pe'greci i luoghi adiaceu-
ti al mare, superando ladinicollàde'mot-
ti fiumi con raccolta di barche per far
ponti; il che creduto da Totila impossi-
bile, non si era data cura, che di preclu-
dere la consueta via, con mandar Tela,
il miglior de'suoi capitani, col fior più
scelto delle sue truppe a Verona tenuta
sempre da'goti. Ed avea Tela con fosse
e altri lavori talmente impedito il paese
dintorno al Po, che per questo ancora
fu necessario a Narsele d'appigliarsi al
consiglio di condursi a Ravenna per le
spiaggie. Non molto dopo nel 552 segui
la battaglia, in cui fuiono disfatti i goti
e Totila ucciso: i goti avanzati dal con-
Hilto passarono il Po, e fecero Teia re.
Valeriano, mandalo ^ki Narsele, attaccò
Verona; ma suscitali i franchi, ch'erano
qua e là in presidio per lu Venezia, ab-
bandonò l'impresa. ProcuròTeia di muo-
vere il loro re in suo favore , ma aspi-
rando esso a far l'Italia sua non accon-
sentì. Nel seguente 553 mori Teia valo-
rosamente combattendo nelle parti di Na-
poli, e con lui ebbe termine il regno de'
goti in Italia , partendone i superstiti.
Perì pure il grande esercito di alemanni
e di franchi, condotto da'fratelli Leuta-
ri e Rutilino, per rimettere o sostenere ì
goti: di Rutilino e de'suoi fu fatta strage
orribile presso Capua. Battuto Leutari
ancora, mentre voleva ritirarsi, morì a
Ceneda, o tra Verona e Trento, restan-
do consumato l'I suo esercito dalla peste.
In questo modo a disposizione di Narse-
le e di Giustiniano I restò l'Italia. Vero-
na dopo la caduta de' goti prese 1' armi
per tenersi in libertà, e per difendersi da'
greci. Dopo la morte di Papa Pelagio I,
avvenuta a'2 marzo 56o, seguì conflitto
fra' greci e i veronesi, e restò presa Ve-
rona a'20 luglio, per cui Narsele da Ro-.
tua spedì due messi trionfali a Costaoli-
18
«74 VER
uopoli (Teofane dice nel S5S), colla no-
titìa d'aver prese due fotti ciitù de'goh,
Verona e Brescia; ma quanto a Verona
deve intendersi seguito il conflitto co'cit-
ladini veronesi, dopo essersi mantenuti
un tempo in libertà , onde la loro città
rimase coll'altre in potere de'greci. Con
dotta digressione qui ragiona MalTeì, del*
l'origine della nuova città che più tardi
prese il nome della regione e si chìainò
Fenezia, per opera degli abitanti d' A-
quileia, di Padova, di Verona, e dell'al-
tre città della T^enezìa più esposte a'bar-
bari, fuggenti il loro furore e per conser-
varsi italiaiki liberi, onde elessero pel pro-
prio governo magistrali col nome roma-
no di tribuni; non fu mai sotto dominio
alcuno , e restò sempre libera (lino al
1797). Asilo furon le lagune e isole ve-
nete alla più scelta gente di nobilissima
provincia , che per sottrarsi al dominio
de'barbari, e per mantenersi romana, vi
ti trasferii colle sue famiglie, e con qunu-
to possedeva di piìi prezioso, per cui M«f-
féi proclamò la repubblica veneta, unica
discendenza della romana. A tale effet-
to, con eruditissimo e grave ragionamen-
to, egli volle correggere l'errore grande
e comune, di creder Roma passata dopo
gl'imperatori a stalo regio, ed a monar-
chia, mentre Cesare venne trucidato per
sospetto che ci pensasse. Augusto, che ve-
ramente stabilì il principato e mutò la
forma di governo, non ricevè dal senato
e dal popolo uè podestà regia, wh ditta-
toria. I nomi trasmessi a successori di
principe e imperatore, erano d'antico uso
nella repubblica: coli." si disse il i.° se-
natore o i principali cittadini, col 2." il
supremo comandante d'armata, signifi-
cando pure duce o prefetto. Nome ù'ani-
tninistrazione fu solito di dare Augusto
al suo principato, cioè alla parte delle pro-
vincia prese in sua cura, rimanendo l'al-
tra in quella del popolo e del senato. Ta-
le amministrazione non l'assunse in per*
petuo, ma peno anni, promettendo de-
porla prima se gli fosse riuscito di ridur-
VER
re a quiete e sicurezza le provincìe rite-
nute. Spirati i IO anni, gli si andò pro-
rogando la podestà o per decennio o quin-
quennio, finché visse. Questo fu il nuovo
sistema reso necessario dalla condizione
de'tempi, ma che lasciò come prima il
fondo dell' autorità nel popolo e nel se-
nato. Le Provincie poi conquistate, si dis-
sero soltanto ridotte in podestà del po-
polo romano. Anche il gius della mone-
ta restò diviso, in quelle di metallo, ch'e-
rano di maggior numero,segnando$i l'au-
torità del senato. A questo era slata Ira-
sportala in gran parte l'aulorità de' co-
mizi e del popolo; alla qual mutazione
seguì pure il determinar la guerra, che
pure spettava al popolo, e l'invio de'pre-
sidi nelle proviucie; trasferendosi così l'es-
senza del governo da moltitudine inde-
teratinata a niulliludine scelta, per esse-
re il senato la parte più degna del popo-
lo. TuUavollu sempre continuò il nome
e la distinzione delle tribù, ossia una cer-
ta cura del beneplacito popolare. Fu ri-
levante novità dì gran conseguenza,quan-
do le legioni e i soldati preloiiani comin-
ciarono ad elegger gl'ioipcratori; il che
non fu altro, che un ripigliarsi la parie
del popolo militante quel supremo aibi-
trio «Iella repubblica, ch'e>a prima slato
di tutto il popolo. Ma tali abusive ele-
zioni ebbero sempre bisogno della con-
ferma del senato, il quale gli conferiva
facoltà di far confederazioni, d'adunare
il senato, di dilatar il pomerio della cit-
tà , e di far quanto reputasse giovevole
alla repubblica. Continuarono sempre
gl'imperatori ad esser capi della repub-
blica, e suoi perpetui generali, non mai
signori; nulla a ciò pregiudicando quelli
che si arrogarono tirannica e assoluta po-
destà. Con nome di repubblica romana
continuarono a chiamarla gli scrittori del
V e VI secolo, dicendosi che gl'impera-
tori la reggevano e governavano. Si ve-
de nelle monete d'Onorio e di Valenti
niano 111, continuata la solennità de'voli
dcceunali^indicanle la coufermatione del-
VER
la decenne podestà. Ampliazione d'auto-
rità riceverono gl'imperatori dal farsi cou-
terire più magistrature e dignità, cumu>
landò in loro la tribunizia, la pontifìcia,
talvolta la censoria, spesso la consolare,
con che ben mostravano di non aver
punto la regia. Sedevano anch'essi iu tri-
bunale, come gli altri giudici. Corona e
diadema (u introdotto come ornamento.
Non pochi imperatori presero un colle-
ga non parente, il che ripugna alla mo-
narchia, in tal modo essendo incomunica-
bile. Essi non cercarono mai moglie nel-
le case de' re, ma nelle famiglie cittadi-
ne, alle quali diedero altresì le fìgiie e so-
relle. Teodorico all'incontro, qual red'I-
talia, tutti i suoi parentadi contrasse con
altri re. La cassa degl'imperatori fu sem-
pre diversa da quella della repubblica :
que'sta si disse erario pubblico, quella fi-
sco privalo. Il senato conservò sempre la
«uà maestà, e quando gl'imperatori tra-
viarono, li condannò, dichiarò nemici del-
la patria, cassò gli atti. Le legazioni e l'i-
itanze s'indirizzavano al senato e agl'im-
peratori. Quando questi furonoacclama-
ti tali dall'esercito, diversi di loro scris-
sero al senato ritenere il reggimento se
gli fosse piaciuto, convalidando la dignità
imperatoria. A'consoli, dal senato, e non
dagl'imperatori, furono seni predate l'in-
segne, cioè i fasci e il bastone d' avorio.
Cassiodoì o e altri contemporanei, benché
Teodorico non risiedè in Uoma, questa
■ chiamarono reggia di libertà, signora del-
le co«e, padrona dell'impero, così l'Ita-
lia. Né Odoacre, né Teodorico non vol-
lero chiamarsi imperatori, mentre il 2°
con più. di ragione poteva esserlo: ma po-
tendo Teodorico in virtù di sue ampie
ed estese conquiste gioire d'autorità di-
spotica e assoluta, non volle a$sun)ere un
grado il quale giuridicamente altro non
era che un magistrato, e lasciava per na-
tura in repubblica l'Italia e Uoma. Riluce
da tutto questo perfettamente, quanto sia
falsa la volgar opinione, che Costantino
1 trasportasse l'impero ruiuauoaCostau-
VER ayi;
tiaopoli: l'impero non era in arbitrio di
Costantino l,nè consisteva nella sua per-
sona , né era possessione sua o dei suo
sangue, consisteva nella repubblica, ed
era gius del popolo e del senato, di cui
egli era generale e rappresentante. Sede
naturale e unica nella repubblica roma-
na fu sempre Roma, uè altra esser po-
teva. Gl'imperatori non ebbero residen-
za determinata e fìssa, perché conveniva
loro secondo il debito dcH'uinzio tratte-
nersi dove l'occorrenza delle guerre più
richiedesse. Che però Costantino istìnias-
se poter più facilmente far argine alle ua-
zioui orientali, dimorando sul Bosforo
Tracio, e ingrandisse per questo e nobi-
litasse Bisanzio, qual virtù potè mai ciò
avere per privar Roma del proprio, iu-
sito e iuseparabil diritto? Potè per que-
sto Costantinopoli esser mai altro che una
colonia di Roma, come lo confessa Pia
Ione? E non ebbe essa per grazia di con-
seguire il gius italico, e che le fosse rin-
novato da Valentiniano Ili imperatore
d'Occidente, benché già da tanto tempo
uno degl'imperatori fosse solito far quivi
dimora. Com'era mai possibile di tra-
sportare la repubblica romana e la giu-
ri»dizione sua senza trasportarRoma? Già
Camdlo, incendiata e rovinata Roma da'
gallisenoni, mostrò non potersi la repub-
blica trasferir a Vej , come si pretende-
va, né esser ciò lecito neppur col traspor-
to di tutto il popolo e di tutti i magi-
strati. Or da tuttocìò che segue? Segue,
che quando da straniere nazioni fu fìnai*
mente debellata l' Italia, distrutta la re-
pubblica, soggiogata Roma, l'impero ro-
mano perì, s'annullò, s'estinse: allora co-
minciò essa a lasciar l'epoca di sua fon-
dazione, e a valersi della ciistiana. Col-
la sola presa di Roma fu troncato il ca-
po all'impero romano, come disse s. Gi-
rolamo, e senza capo non c'è più vita.
L'impero romano non continuò e non re-
stò vivo in Costantinopoli, perchè il si-
gnor d'Oriente non fu imperatore ro-
mano, se uon fìucliè da Roma fu elei-
r,
276 VER
lo o approvato, e che riconobbe il sena-
to romano per fonte dell'esser suo. Ces*
salo lutto questo, cambiata lingua, luo-
go, governo e costumi, diventò quel di
Costantinopoli regno greco; formato ben-
sì con Provincie già soggette a Roma, ma
il cui imperatore non essendo più capo
del popolo romano, e non più mantenen-
do la libertà e il dominio all' Italia e a
Roma, imperatore romano non poteva
mai pretendersi senza una ridicola ripu-
gnanza di termini. Vero è bensì, eli' es-
sendo lor continualo assai tempo il do-
minio di Roma, continuarono i Papi a
trattarli da capi della repubblica e come
imperatori romani; non però perchè fos-
sero, ma per eccilarli a mostrarsi tali,
per averne difesa contro i longobardi.
Queste verità, che forse a taluno liusci*
ranno nuove, furono oltimamenle cono-
sciute ne'tempi antichi, da'nominati dal
dottissimo Malfei. Dissero i romani a Nar-
sete: più utile è servire a'goti, che a'gre-
ci, essendo quello de' secondi giogo più
gravoso. Perciò, come imperatore roma-
no potevo dirsi il greco e prelenderc d'a-
ver ragione sull'Italia, e di farla serva,
quando il vero imperatore romano libe-
ra all'incontro l'avrebbe costituita, e do-
minante sull'altre genti? Da tutto questo
risulta, che per l'originaria libertà di Ve-
nezia se ne deduca; poiché negli ultimi
respiri e convulsioni che patì la repub-
blica da Valentiniauo III ad Augustolo,
e tanto più se dopo la morte di questo,
gente fu in Italia che sapesse raccoglier-
ei in sito per natura e per industria da
ogni aggressione sicuro, e quivi fondar
governo, stabilir leggi, vincolar società;
società e governo nati liberi interamente
e giuridicamente; non potendo esser sta-
ti gravati di soggezione all'impero roma-
no, non più esislcnte, e non al greco, ch'e-
ra dominio straniero, e non avea però in
Italia altro diritto, che quello potesse na-
scer dall'armi, per via di conquista. Così
l'antica e nativa libertà romana poterono
mantenere i vcucti^nel luogo da loro scello
VER
a sicuro ricovero, che poi divenne tanto
potente e tanto glorioso, ciocia repubbli*
cadi Venezia, chegiunse persino a signo-
reggiar l'Adriatico e altri mari. — Distrut-
ti o cacciati i goti, amministrò e resse l'I-
talia per l'imperatore grecoNarsetea mo-
do di provincia, e non senza accumular
gran ricchezze. Morto Giustiniano I nel
565, trovarono i lamenti degl' italiani e
le loro accuse tanta considerazione pres-
so Giustino II, che richiamò Narsete, il
quale oltraggiato dall'imperatrice SoOa,
per vendetta invitò dalla Scandinavia i
Longobardi, che vagavano in varie par-
ti di Germania, a invadere e occupar l'I-
talia, e per più eccitarli, come col vino
avea fatto Àrunte co'galli, mandò loro va-
rie specie di frutti e altri prodotti italia-
ni. Giustino II nel 5-68 successore a Nar-
sete mandò in Italia Longino col titolo
d' esarca e residenza a Ravenna. Dalla
dominazione de'greci all'occupazione de'
longobardi, perde l' Italia ogni vestigio
di repubblica universale e di magistra-
ture cittadine, venendo governala col no-
me di duchi da governatori secondai i, ad
arbitrio quasi in ogni città , e general-
mente inviati dall'esarca, non sempre dal-
l' imperatore, come avverte Mitll'ei; seb-
bene , credesi universalmente che i du-
chi e l'istituzione de'tanti ducati venisse
da'longobardi, i quali tuttociò trovarono
stabilito; solo esser probabile che altra
mutazione non facessero, se non nelle cit-
tà da essi occupate di sostituire un loro
duca al greco. Propriamente duchi in Ita-
lia già sussistevano, e Narsete ne molti-
plicò il numero, onde a lui devesi tal si-
stema , secondo Maflei. Dalla Pannonia,
donata loro da Giustiniano I, scesero i
longobardi in Italia col re Alboino nel-
l'aprile 568, il quale già avea aiutato Niir-
sete contro Tolda, insieme a 20,000 sas-
soni e varie altre genti. E' credibile te-
nessero la solila via dell'Alpi Giulie, per
le quali calarono nella Venezia inferiore,
detta poi Friuli, occupando senza contra-
sto Furo Giulio. Passata la Piave s'im-
VER
padrom tll Vicenza, di Verona, e dell'al-
tre città della Venezia superiore, tranne
Padova, Monselice e Mantova; poscia Mi-
lano e la Liguria piana, più tardi Ticino
della Pavia nel seguente secolo. Alboino
divise la sua residenza tra l'avia e Vero-
na, anzi in questa fermò il suo ordinario
soggiorno, e dove nel SyS o nel 574 nel
palazzo regio lo fece uccidere la moglie
Rosimonda, per vendicar il padre Cuni-
mondo re de'gepidi. Vollero i longobar-
di trucidar la regina e l'omicida lleltni-
clie, saccheggiando il palazzo: ma essi sep*
pero custodirsi nella città, finché il tu-
multo si quietasse, avendo intanto spedi-
to all'esarca Longino, che mandò subito
barcaarniata,collaquale fuggironou Ra-
venna, colla figlia Alsuinda e tutto il te-
soro de'Iongobardi; ma poi incontrarono
tragica e miserabii morte. Cessato di vi-
vere il famoso conquistator d'Italia e fun>
datore del regno de'Iongobardi, fu sepol-
to nella stessa Verona , in monumento
sotto una scala contigua al palazzo; se-
polcro conservatosi chiuso per 200 anni,
dopo i quali fu aperto dal duca Giselber-
to per vederlo, e per trarne la spada e
qualche ornamento. 1 longobardi elesse-
ro re in Pavia Clefo, che per le sue cru-
deltà venne ucciso nel SyS; non gli die-
dero successore, facendo governar la cit-
tà da'propri duchi. Durò l'interregno io
anni, e nel 584 ^^ proclamato re Aula-
ri figlio del defunto, e d'allora in poi Au-
turi fece di Verona l'ordinaria sua resi-
denza, sebbene in seguito per lo più fu
sede regia Pavia (^^.). In Verona Anta-
ri celebrò con gran solennità le nozze con
Teodolinda diBaviera, intervenendovi fra
gli altri duchi Agilulfo, che poi il succes-
se. Inoltre in Verona abitavano i con-
giunti regi, poiché vi fu ucciso Ansai co-
gnato del re. Childeberto II re de'fran-
chi gli mosse guerra e prese alcuni ca-
stelli nel Trentino e nel Veronese. Nel
589 Verona e gran parte d'Italia fu tra-
vagliata dall'inondazioni : la maggior e-
scrcscenza dell'Adige avvenne a' 17 ollo-
V E R 277
bre, e ne restò rovinato un pezzo delle
mura. Due mesi dopo un incendio furio-
so distrusse gran parte di Verona. Dive-
nuto nel 591 re Agilulfo, guerreggiò con
più duchi, fra'quali Zangrulfo duca de'
veronesi, che non meno degli altri ne ri-
mase vinto e ucciso. Poco dopo la città
fu grandemente afflitta da contagioso
morbo. Indi Agilulfo soggiogò alcune cit-
tà della terraferma della Venezia, che e-
ransi mantenute col presidio greco, fra le
quali Padova, che fece barbaramente bru-
ciare e distruggere, onde gli abitanti si
trasferirono parte a Ravenna, e parte a
Rialto, ad Olivolo e ad altre isolette che
andavano formando la città di Venezia.
Fu Agilulfoili.°re longobardo che a per-
suasione di Teodolinda abbracciò la re-
ligione cattolica, ed è credibile che col
suo esempio il simil facesse la maggior
parte de'suui. Il re Rotari si rese celebre
per le sue leggi, pel i ." di sua nazione, co-
minciando con esse il corpo delle longo-
barde; espugnò Oderzo e l'atterrò, mo-
rendo nel 652 o nel principio del 653.
I longobardi furono fierissìmi, supersti-
ziosi, crudeli nemici du'cattolici; divenu-
ti italiani e cattolici si ammansirono, fab-
bricando e dotando chiese e monasteri.
Sotto di loro si andarono perdendo i ve»
stigi delle famiglie romane, e poco a po-
co dell'antiche discendenze si smarrì o-
gni traccia; il che nacque dall'esser man-
cati i nomi gentilizi, poi detti cognomi,
pe'quali si mantenevano quasi per tradi-
zione le notizie. Svanì dunque in Italia
l'uso de'cognomi, e forse unicamente in
Venezia, come di soli italiani anticamen-
te composta^ e senza mescolamento e di
pochissimo commercio co'barbari, qual-
che traccia di gentilizi nomi non mancò
mai del tutto. Verso il XII secolo, affer-
ma MalFei, in più parti d'Italia si ripre-
se l'uso antico de'cognomi, e l'uso si an-
dò ditfondendoe regna tutta via, solamen-
te in Italia sussìstendo i nomi gentilizi al-
la romana. Maffei impugna l'asserzione,
lipeluta da più scriltori , che agli stra-
278
VER
nieri Jebbasi altribuire tuttooib che in
Italia di buono o di reo si è poi fatto. Co*
n>e pure confuta l'attribuire l'esser no*
stro, quasi per progenitori debbansi ibar*
bari da noi riconoscere; e che da essi di-
scendano la maggior parte degl' italiani
de' nostri giorni, mostrandone la falsità,
poiché il numero de'barbari che propria-
mente in Italia allignarono, fu assai mi-
nore di quanto erroneamente si crede.
Costoro non vennero in numero che a«
Tesse proporzione co'milioni di persone
the abitavano l'Italia da un capo all'al-
tro; uè per questo è da far meraviglia che
ne occupassero e poi ne ritenessero sì
gran parte. 1 longobardi col poco loro nu-
mero si seppero difendere da tutti i loro
•vicini coli' armi. Non fu però da' longo-
bardi ripopolata l'Italia di nuovo, che an-
si in grandissima parte non occuparono
giammai. Nei nomi barbari bastano tal-
volta per far fede della discendenza, per-
chè gl'italiani ancora alcune volte gli as-
sunsero, o per parentela o per compia-
cere agli stranieri. L'Italia non cambiò
religione, linguaggio e vesti: all'incontro
i barbari col tempo si uniformarono al-
la religione e agli usi nostri. Da' longo-
bardi fu portato in Italia il (."seme de'
feudi giurisdizionali. L'altra specie di feu-
di, che consìste in fondi dati dal princi-
pe, o vincolati a lui con certe condizioni,
ebbe origine da'romani. li patrimonio de'
re longobardi formavasi colla metà delle
rendite godute da'duchi. Regnando Cu-
niberto si ribellò Ansfrit, che dopo usur-
pato il ducato del Friuli, tentò di tarsi
re, ma preso in Verona , fu accecato e
mandato in esilio. In tempo del re Liut-
prando, sotto i! quale giunse al più alto
punto la grandezza e la forza de' longo-
bardi, fiorì in Verona Teodelapio di san-
ta vita e dotato di spirilo profetico. Il
re Astolfo deliberato di ridurre tutta l'I-
talia di mezzo indominiosuo, $'impadro-
nì di Ravenna e dell'esarcato, minaccian-
do anche Roma. Papa Stefano II detto
Ili invocò l'aiuto de' franchi, onde calò
VER
in Italia il re Pipino il Piccolo, contro i
longobardi, e riportando vittoria sforzò
Astolfo a promettere di non molestar piìi
la 8. Sede, e di restituire Ravenna e le cit-
tà che ne dipendevano ; di che poi non
tenendo fede, e invece assediando Roma,
tornò Pipino e l'obbligò ad eseguire il
promesso, e fu allora consolidato il do-
minio temporaledella Chiesa romana sul-
l'esarcato, sull'Emilia, sulla Pentapoli e
sulle città state de'greci. E" singolare, os-
serva Maflei, che non mancarono scrit-
tori, come Giannone, che per esser legit-
timo l'operato da Pipino, chiamato do-
nazione, dovea esser fatta non da Pipi-
no, ma da Costantino I, perchè di questi
erano que*paesi;dov'è mirabile che di Co-
stantino I fossero anche a tempo di Pi[)i-
no, e niente meno il non avvertire che
invalida e ridicola sarebbe stata tal do-
nazione, se fosse venuta da Costantino I,
il quale, come imperatore romano, nien-
te a vea di suOj fuorché il patrimonio pri-
vato; e privati patrimoni furono quelli in
fatti ch'egli donò, cioè terreni e fondi. Il
Muratori errò nel dichiarare l'indole del-
la donazione o restituzione di Pipino, uno
de'fondaraenti della Sovranità tempora-
le clePapi(P^.), e parte importantissima
del diritto pubblico europeo nel medio
evo, attribuendo a're franchi l'alta signo-
ria del principato della s. Sede. I Papi
riceverono intero e assoluto il dominio,
nou soggetto, né allora né poi, a niun le-
game di feudale dipendenza verso la mo-
narchia francese. Imperocché, dice Maf-
feì, non si trova menzione alcuna in mo-
numento di veruna sorte che Pipino fa-
cesse la donazione con restrizione e riser-
va di sovranità, come si é poi specidato
modernamente; e ben Pipino a vea rice-
vuto assai maggior beueficioda'Papi. Pi-
pino non chiede altro in contraccambio,
che preghiere per l'anima sua, e il titolo
di Patrizio di Roma (K), cioè difenso-
re de'roniani. E' quindi falsa l'opinione
di certi scrittori, nel pretendere di soste-
nute, che Pipino cedesse il solo utile do-
VER
minio. Mot lo Astolfo senza prole, gli suc-
cesse non senza contralto Desiderio col
favoie del Papa Stefano II detto HI nel
7 56, al quale promise rendere alcune cil-
là dal predecessore trattenute; ma poco
durò la sua gratitudine e buona fede, a-
spirando a ricuperare il perduto, minac-
ciando d'attaccar Roma. Papa Adriano
I si preparò alla difesa e ricorse al re de'
franchi Carlo Magno , successo a Pipino
suo padre, invitandolo a venir in Italia
per liberarla d.d dominio longobardo, e
far acquisto di sì bel regno. Carlo Ma-
gno per pili vittorie e conquiste già po-
tentissimo, venne tosto nel 778 con nu-
meroso esercito, irato ancora con Desi-
derio per aver accolta la vedova e i figli
del fratello Carlomauno aspiranti alla me*
tà del suo regno. Si oppose Desiderio al-
l'imboccatura de'monti, ma per confusio-
ne e timor panico nato nella sua armala,
abbandonò con precipitosa fuga lutto il
paese a'nemicì, e alla difesa di due sole
piazze si ridusse; Pavia , dove andò egli
a rinchiudersi, e Verona ch'era fortissi-
ma sopra tutte le città de* longobardi, e
nella quale si ricovrò il suo figlio Adel-
chi o Adalgiso già dichiarato re e asso-
ciato dal padre al regno fin dal 3.° anno
dacché regnava, e non pare nel 767: ven-
nero con lui la vedova e i due figli di Cur-
lomanno,con Auctario personaggio fran-
co, che gli avea accompagnati, quasi per
celebrarvi, egli ultimo re de*loiigobardi,i
funerali del regno de'longobardi,coraee-
ravisi recalo ili." quasi a portarvi la fon*
dazione di esso in trionfo. I duchi torna-
rono alle loro città, e umiliandosi al Pa-
pa, cercarono d'assicurarsi col suo favo-
re; ma Carlo Magno cinse Pavia di stret-
to assedio, e passò in esso tutto l'inver-
no, al. fin del quale vedendo l'impresa ti-
rare in lungo, si portò rapidamente, seb-
ben con molta comitiva, a Roma per la
solennità di Pas([ua, dove fu ricevuto co
me in trionfo. Pochi giorni vi si tratten-
ne, e tornò a Pavia per consumar l'im-
presa: prima d'altro però sentendo che
VER 279
Verona pure ancor ti teneva, prese seco
un grosso distaccamento di gente scelta,
e venne ad attaccarla. Ma poche longo-
barde milizie in essa essendo, e non aven-
do voluto gli abitanti prender l'armi per
conservare un dominio nel quale essi niu-
na parte avevano, fu forza che Auctario
abbandonasseognidifesa,eco'fìglidiCar-
lomanno si ritneltesse nelle sue mani. A-
delchi fuggì per acqua, e se n'andò a Co-
stantinopoli; né lasciò poi di ritornare, e
di far invano qualche tentativo. Cadde
quasi negli stessi giorni Pavia, avendo for-
se l'espugna/ione dell'una di queste cit-
tà tolto l'animo a chi difendeva l'altra:
rimasovi Desiderio prigione, fu condotto
in Francia, ove il rimanente de'suoi gior-
ni privatamente condusse; vi fu anche cout
lui condotto Paolo Diaconoscrittore del-
l'istoria de' longobardi. Variano quanto
al tempo gl'istorici, ma pel documenta
pubblicato dal MafFei, nell'aprile 77.4 né
Pavia né Verona erano slate prese. Seb-
bene comunemente si voglia il fine del
regno longobardo nel 778, con piò cer-
tezza si deve riconoscere nel 774- 'u tal
(nodo di questo regno rimasero signori i
franchi; e Carlo Magno ampiamente cod-
fermò alla Chiesa romana ed a' Papi le
restituzioni e donazioni fatte da suo pa-
dre Pipino; non mai, come inventarono
maligni scrittori, furono i Papi feudata-
ri di Francia, e niun legame di feudale
dipendenza ebbero con nessuna menar*
chia, la loro originando dalla spontane.i
devozione e riconoscenza de'popoli, ve-
nerandoli difensori dell'Italia, dal giogo
de'greci e de'Iongobardi, e veri loro pa-
dri e solleciti protettori. De'molti duchi,
sotto i quali fu in sì lungo tempo Vero-
na, 3 soli ne conobbe l'esimio patrio sto-
rico: Zangrulfo già nominato, ne' tempi
de'primi re; Giselberto ne'terapi dell'ul-
timo, che fu quello che aprì il sepolcro
d'Alboino, come dissi; e Lupone di tem-
po incerto, che fece in Verona una pia
fabbrica. Che sotto i longobardi si battes-
se moneta in Veroaa non « da dubitara
28o 'VER
per più ragioni, e chiara è la prova che
trovasiin quella di Treviso, nel documen-
to della quale si nomina Lopulo mone-
tarlo di Verona, e per occasione de'con-
fìni si ricorda la pubblica zecca. Fu in
questo tempo che passò al tratto marit-
timo della Venezia, esente dal giogo de'
longobardi, e consistente in isole da Gra*
do a Capo d'Argine, l'antico nome di P^C'
nezia. In più scrittori, come que' dell'i-
sole, e specialmente della città , per di-
stinguerli dalla provincia terrestre, ven-
gono chiamati /^e«e;/«.Tuttavol la si tro-
vano detti f^enefici anche quelli della
provincia. Il INlafiei non progredì la sto-
ria di Verona, oltre i tempi della venu»
la in Italia di Carlo Magno, per due tnot
tivi: l'uno, che pe'susseguenti secoli 1' i-
storia di Verona e di altre città fu pure
in qualche modo già lavorala; dove quel-
la degli antichi tempi può dirsi che an-
cora non si avesse: l'altro, ohe dovendo-
si d'ora innanzi pescare per lo più nelle
carte pecore, ed essendo queste o inedile
o mal pubblicate, sarebbe stalo necessa-
rio aggiungere alla Verona illustrata un
gran tomo di documenti, il che non era
dell'assunto e sistema degli editori. Ora
dunque a me non rimane, che con ge-
nerici ed isfuggevoli cenni proseguire e
giungere a'nostri giorni; e quanto a'gran-
di avvenimenti, riguardanti pure Vero-
na , ponno supplire i tanti relativi arti-
coli, anco pe' discorsi.
Di venuto Carlo Magno padrone del re-
gno longobardo, prese il titolo e la coi'o-
na di re d'Italia, e Verona rimase sog-
getta a'Carolingi i 1 1 anni. Indi Carlo Ma-
gnocostiluì re d'Italia il figlio Pipino, dal
Papa Adriano I unto re nel 781 ; e Pi-
pino fissò la residenza reale in Verona,
che perciò divenne la capitale del regno
d'Italia, e rimase tale anche ne'tempi po-
steriori. WeirSoo Papa 8. Leone III rin-
novò l'impero romano d'Occidente e ne
proclamò imperatore Carlo Magno. Di
Pipino e di sua n)ortc parlai superior-
mente, di quanto fece in Verona e del
VER
supposto suo sepolcro. Gli successero
gl'imperatori Carolingi, anco nella signo-
ria di Verona, sotto i quali visse felice-
mente. Morto l'imperatore e re d'Italia
Carlo III il Grosso nell'BSB, con lui
firn la discendenza di Carlo Magno di re-
gnare in Italia, ed allora Verona si sot-
trasse dalla dominazione de'franchi e ri-
pigliò il suo governo sulla foggia di re-
pubblica, composta dell'intera provincia.
Nello slesso 888 Berengario I figlio di E-
berardo duca del Friuli fu coronato re
d'Italia in Pavia, ed in essa stabili la sua
residenza: indi nell'BqS sottomise Vero-
na colla provincia al suo dominio, vi sta-
bilì la sua corte, ed innalzò a propria si-
curezza il castello di s. Pietro, al presen-
te Castel Vecchio. Tuttavolta contento
del giuramento di fedeltà, lasciò a'vero-
nesi pieno arbitrio ili governarsi colle
proprie leggi, Lodovico III figlio di Do-
8òne re d'Arles e di Provenza, fu uno de'
competitori di Berengario I al trono d'I-
talia, e dopo la vittoria riportata sopra
quest'ultimo, neir8gg si fece coronare re
e nel gei imperatore. Ma Beretìgario I,
che la fama avea pubblicato morto, sor-
prese nel CjOT. il suo avversario a Vero-
na, ove faceva la sua residenza ; e dopo
avergli rimproverato la tradita fede, di
non rientrare in Italia, gli fece cavar gli
occhi nel 904. In processo di tempo pe-
rò gli restituì la libertà, e lo lasciò tor-
nare in Provenza. Berengario I ristabi-
lito nella signoria d'Italia e di Verona,
nel gì 6 divenne imperatore, coronatoda
Giovanni X Papa, tenendo per lo più in
Verona la sede. Riportò alcuni vantaggi
sugl'infedeli arabi e ungari, che aveatio
usurpato i suoi stati. I suoi sudditi sem-
bravano felici; ma i grandi, gelosi della
sua nuova autorità, gli suscitarono. altro
competitore in Rodolfo II re della Bor-
gogna Transj<n'anii, il quale nel g?. t in-
vase 1' Italia. Berengario I gliene dispu-
tò da prode il possesso, ottenne anzi so-
pra di lui una grande vittoria a Firenzuo-
la o'ig loglio ()'ì3; mu quando appunto
VER
resercilo ili Rodolfo li era già in piena
rotta, il conte Bonifazio suo cognato, gli
comlusse un polente rinforzo, col quale
piombò sui vìnciioi'i, li sconfisse alla sua
volta, poscia Io privò del regno, e costrin-
se Herengario 1 u tipiiitiiein Verona, cli'e-
ragli soltanto rest<ita. Qua fu egli iniìe-
guiio dalla rabbia de' suoi nemici e da'
soldati di Lotlovico ili, i (piali lo prese-
ro nella chiesa di s. l'ietto di Castello, e
l'assassinarono nel marzo g •24, pei' ni ez-
zo dì rianiberto, di cui tenuto egli avea
il figlio al s. fonte, ed al quale avea per-
donato la slessa congiura di cui restò vit-
tima, poiché eragli stala rivelata il gior-
no prima dell'esecuzione. Nel secolo pas-
salo sopra un'arca antica di pietra posta
fuori di delta chiesa, fu scritto giacervi
sepolto Berengario I.ConvieneJVlaireiche
quell'imperatore fu ucciso in Verona, ina
non si ricava da Liulprando il luogo del-
la morte, né dei sepolcro. Solo disse quel-
l'istorico, che una pietra posta avanti al-
la porta di certa chiesa riteneva le mac-
chie del suo sangue, onde scrisse poi il
Sigonio, come non potè tal sasso lavarsi
mai; però convien dire sia poi riuscito di
trovar miglior acqua, mentre a'iempi di
Matfei non più si vedeva tal meraviglia.
Allora il governo di Verona passò in ma-
no di Milone capitano della milizia del
principe trucidato, che la ressefìnchè tor-
nò Rodolfo Il nella penisola. Uodolfo II
restato re d'Italia senza conipelilore, an-
ch'egli si conienlò del giuramento de' ve-
ronesi di fedeltà, lasciandoli governarsi
colle proprie leggi; il che permise pure il
successore Ugo d'Arles nel 926, il quale
si associò al regno il figlio Lotario. Que-
sti avvertì Berengario II marchese d' I-
■vrea e nato in Verona da Gisela fìszlia di
Berengario l,di fuggire, perchè suo pa-
dre avea ordinato d'accecarlo. Recatosi
in Geimania presso Ottone l il Grande,
da di là incominciò nel g^3 a sollevar
gl'italiani contro Ugo. Indi A madeo gen-
tiluomo lombai-do, scorse sotto mentite
spoglie le corli di lutti i feudatari, prò-
VER 28t
mise loro i soccorsi di Berengario 11, e
ispirò loro la risoluzione di scuotere l'in-
«opporlabile giogo. Ainadeo ardì pure di
presenlarsial re, indagando ledisposizio-
ni de'suoi cortigiani: ritornò poi in Ger-
mania e animò Berengario II all'impre-
.sa. Questi nel C)^5 entrò in Italia pel Tren-
tino, ed il suddetto Milone conte tli Ve-
rona si dichiarò per lui, facendo allret-
tanlo (|uasi tulli i prelati d'Italia. Invita-
to Berengario II a recarsi in Milano, vi
fu accolto con entusiasmo da una dieta
<li grandi feudatari d'Italia. Disperando
Ugo di potersi difendere, olFrì di rinun-
ziare la corona in favore di suo figlio Lo-
tario, che meritato non avea com'egli l'o-
dio del popolo. Tale proposizione fu ac-
cettata nel 947» G parve che per alcun
tempo Lotario regnasse; ma la vera au-
torità era in Berengario II, finché nelgSo
morì Lotario non senza sospetto di vele-
no. Berengario II ricevè il giuramento di
fedeltà de' veronesi, cui lasciò l'antico reg-
gimento, e si fece coronare a'i5 dicem-
bre dell'istesso anno con Adalberto suo
figlio. A questi die'in isposa Adelaide ve-
dova di Lotario, che poi perseguilò;on-
de la regina si pose sotto la protezione
d'Ottone I re di Germania, per cui si
trasse addosso un nemico più formidabi-
le del vinto. Ottone 1 entrò in Italia nel
95 1, penetrò senza resistenza sino a Pa«
via, capitale di Berengario II, e vi sposò
la regina Adelaide. Nondimeno fu costret-
to nel 9^2 tornare in Germania, seguito
da Berengario II, che fidando nella ma-
gnanimità del suo vincitore, andò a chie-
dergli amistà e la restituzione di sua co-
rona con quelle condizioni che gli fosse
piaciuto imporgli. In falli Ottone I rese
l'Italia a Berengario II, ma come feudo
dipendente da Germania, e riservò per
se Verona e la sua provincia, che erigen-
dola in marchesato indipendente, si dis-
se/«t Marca di Verona, perchè l'ingres-
so gli schiudeva di tale regione. Così Ve-
rona, dopo aver partecipalo alle calami-
tà che accompagnarono l'impero de' re
a8a VER.
d'Italia, in un tuibolentissirao perìodo
che travagliò Tltalia tutta misern mente,
passò nel dominio degl'imperatori tede-
schi, anche per esser poco dopo sotten-
trati nel possesso dei regno italico, però
continuando Verona a reggersi colie sue
leggi. Imperocché, volendo Berengario
]l punire i feiul.itari, eh' eransi dichia-
rati contro di lui, provocò di bel nuovo
la collera d'Ottone I. Il figlio di questi
Ludolfo conquistò nel g^G quasi tutta
la Lombardia, e spogliato avrebbe Be-
rengario Il di tutti isuoi slati, se la mor-
te non avesse troncato nel gSy il corso
de' suoi prosperi successi. Quattro anni
dopo. Ottone I entrò in Lombardia, e
Berengario II,privod'esercito,corse a rac-
chiudersi nella fortezza inespugnabile di
«. Leo, poi del ducato d' Urbino. Asse-
tliafovi per lungo tempo da' tedeschi, fi-
lialmente la fame lo costrinse ad arren-
dersi nel 964- f " mandato con sua mo-
glie Willa nelle prigioni di Bamberga,
dove morì nel 966. Suo figlio Adalber-
to continuò per qualche tempo ancora a
inquietar» tedeschi, finché venne costret-
to a riparare alla corte di Costantinopo-
li. Già Ottone I nel 962 era stato coro-
nato imperatore da Papa Giovanni XII,
questi trasferendo cosi l'impero ne're di
Germania stabilmente. Sotto di lui Ve-
rona respirò alquanto, poiché vi costituì
una nuova maniera di governo, con re-
star però sotto l'imperatore ed a lui sot-
toposta; bensì principiò allora in Vero-
na un consiglio composto d'8o cittadini,
a cui apparteneva l'amministrazione ci-
vile e. criminale della città e della pro-
vincia; ed un altro consiglio di 88 per-
sone intitolate sapienti alla guerra. Di-
ce il Castellano, che Ottone I proclamò
la sua indipendenza, in un a quella del
territorio, erigendolo in marchesato. In
seguito Verona si governò a comune, re-
stando 1' alta signoria negl'imperatori.
L'imperatore Ottone II, figlio del prece-
dente, tenne una dieta nel 983 in Vero-
na, di principi italiani e tedeschi, nella
VER
quale autorizzò il Duello (^.), per ter-
minar le liti colla spada. Si riformaro-
no e si sancirono nella dieta alcune co-
stituzioni, che aggiunte poi furono al co-
dice Longobardo , col titolo di Decreti
de' Comizi P'eronesi. Dalla nipote d'Ot-
tone I, Luitgarda, nacque Brunone det-
to di patria vengiano e sassone , il cui
padre fu Ottone marchese di Verona, che
soleva risiedere in essa. Dice MafFei, non
sarebbe però improbabile, sebben sasso*
ne di nazione, fosse nato in Verona. Il cro-
nografo d' Hildesheini scrive che Ottone
Marcam/^eronensemsen>abat,q\ìaìMar'
ca Veronese fu poi delta anche Trevigia-
na ossia di Treviso (F.). Ottone si vol-
le ancora duca di Franconia e duca di
Carintia.Quantoa Brunone, nel 996 me-
ritò d'esser creato Papa col nome di Gre-
gorio F, è le sue virtù gii procacciaro-
no r altro di Gregorio il Minore. Nel
I o5o Papa S.Leone IX, reduce dalia Ger-
mania, si recò in Verona e vi celebrò le m
feste del s. Natale, e quindi passò in Ve- ,^|
nezia a venerar il glorioso corpo di s.
Marco, ciò che altri ritardano al io53.
In Verona si recò pure Papa Pasquale
II neli 106, proveniente da Parma, per
passare in Germania, ma avvisato ivi che
Enrico V imperatore pareva poco dispo-
sto rinunziare all'enorme abuso dell'in-
vestiture ecclesiastiche, giudicò miglior
partito il recarsi per la Savoia in Fran«
eia. Non pare esalto il riferito dal iVo-
vaes.che tale determinazione prese il Pa-
pa pel tumulto insorto in Verona, dal
quale conobbe che i tedeschi gli tende-
vano insidie per sostenere le conJannate
investiture, cioè per lo meno gii enricia-
ni , giacché non lo trovo confermato in
altri storici. Nel 1117 terribile terremoto
conquassò tutta l'Italia, e di Verona si
[ìQ^cujus vi magna Harenam, sìve Am-
phitlieatrumambientis porticus exterio-
ris, quam Alam vacante pars magno
cum fragore ad solimi nsqnc prostrala
est. Continuando Verona nella soggezio-
ne imperiale, regnando Federico I soste-
VER
nitore degli antipapi, nemico e pctseeii-
toie (Iella Chiesa e ile! Papa Alessandro
111, iieli 164 Verona con alcuni altri po-
poli (Iella Marca Trevigiana e di Loin-
bardia,si levò dalla sua ubbidienza, e cac-
ciati i suoi commissari si pose in libertà^
governandosi per se stessa, co'podestà e-
letti da lei e per l'ordine de'suoi decurio-
ni. Quindi, oltre i veneziani, i veronesi, i
padovani, i vicentini con tutta la memo-
rala marca si collegarono contro l'impe-
ratore scismatico, non potendo più sop-
portare la tirannìa di lui; il ([uale dopo la
distruzione di Tortona, di Crema, dì Mi-
lano, avea recata tutta la Lombardia in
servitù, spogliando i popoli de'beni loro,
facendo altresì o permettendo vergogna,
oltre alle mogli, alle figlie di esse che sta-
vano ne'moousleri, ed espone vale alle vil-
hiiiie di altri. La lega fu denominata Lom-
barda, e oltre modo si ralForzò, per ope-
ra de'veneziani, cu'popoli diCreuiuna,di
Mdano, di Piacenza, di Brescia, di Ber-
gamo, di Ferrara, acquali aderivano con
gli animi gli altri lombardij coraechè per
allora non si dichiarassero per tema del
fiero persecutore; di che egli avvedutosi,
mentre stava per entrare in battaglia co'
veronesi, fuggì vergognosamente dal cam-
po a sua gran confusione. Quando i po-
poli si videro per decreto pontifìcio sciol-
ti da ogni vincolo di sudiJitanza a Fede-
rico I, fu allora che scossero il suo insop-
portabile giogo, e si strinsero nella lega
Lombarda per concertare di comune ac-
cordo il combatterlo, difendere i propri
diritti, quelli della Chiesa e del Papa, re-
stando solo Pavia in fede all'imperatore.
La lega, di cui parlai in tanti luoghi, va-
lorosamente riuscì nell'impresa, abbattè
l'imperatore e lo costrinse alla famigera-
ta pace di f^enezia {l.). iNella (piale oc-
casione, Alessandro III da tal città si re-
cò in Verona, ed a'26 luglio 1 177 cunsa-
gi'ò l'altare maggiore di s. Maria Anti-
ca, assistilo dai 5 cardinali, presente Er-
manno marchese e signore toliut Mar-
chiae VerorKìisis^ come leggo nella la*
VER a83
pide presso l'Ughelli, col novero delle re-
liquie collocate nell'altare e l'indulgenza
concessa a'visitanti. Nella biografia diPa*
pa Lucio ///e di sopra narrai come da
rdletrineì 1 1 84 si recò a Verona e quan-
to vi fece, celebrandovi quel concilio che
dirò alla sua volta. Ivi si abboccò coll'im-
peratore Federico I sopra gli affari del-
la repubblica cristiana, e di suo concer-
to emanò la bolla per l'estirpazione del-
l'eresie/^c/rtZ'o/e/ir//?/?» dh'ersarum hae-
resum pravi ta(ein,(ìala circa nel novem-
bre I 184, Bull. Rom.y t. 3, p. g, e sul-
l'origine deir/«<7M/5/zio«e('/^jy imperoc-
ché fu trovalo indispensabile porre un e-
nergico freno ad arrestare le varie ere-
sie, che aveano cominciato a diffonder-
si in vari luoghi. Ivi nel mercoledì delle
Ceneri del i 184 creò cardinali Bosone^
Mcliore o Migliore, Cattaneo veronese,
il proprio nipote Bandinellio Paparo-
«/, Diana, Nigelli, Paltinieriy e vuoisi
anche un Raniero detto il Piccolo. Nel
Bull. Roni., t. 3, p. 9 e seg., si leggono
6 bolle di Lucio III Datniìi /^eronae,ì^
i/del I 3 marzo I c84i l'ultima de*23 no-
vembre I i85, che però vuoisi emanata
nel I 1 83 in Velletri o in Anagni: due so-
no pure sottoscritte dai 5 cardiuaii pre-
senti in Verona. A'4 novembre 1 185 il
Papa si condusse insieme all'imperatore
e alla maggior parte de'vescovi nella chie-
sa cattedrale, ove Gerardo arcivescovo di
Ravenna pubblicamente espose lo stato
infelice del nuovo regno Ialino di Geru-
salemme. Lucio III morì in Verona a'a 5
novembre I i85 e fu sepolto nella catte-
drale, al modo giù discorso nel descriver-
la. Senza vacar la sede, iu Verona fu e-
letto Papa nello stesso giorno (altri, co-
me diiò nella serie de'vescovi, ritardano
l'elezione a'7 dicembre, ma sembra er-
roneamente) Urbano III e coronato in s.
Pietro di Castello il 1 ." dicembre, nella
quale cantò messa a' 1 4 api ilei 186. Nel
Sabato della Pentecoste di tale anno vi
creò cardinali iS'/(//[yde'conti di Borbone,
e Gctnclolfo. Il Novaes avverte che alcu-
a84 VER
ni gii escludono dal cardinalato, ma io ne
feci le biografie col Caidella, ed in vece
quello riporta, che Urbano III creò car-
dinali Bobone Romaro,e Folmaro eletto
arcivescovo di Treveri. Il Cardella regi-
stra lo dignità cardinalizia di Bobone con-
ferita da altro Papa; e quanto a Folma'
ro o Formoso, riferisce che il Pagi asse-
lisce nei Breviario storico che lo creò
cardinale nel «abatodella Pentecoste del-
l'ordine de'preti, e nella seguente dome-
nica, che di presente sarebbe quella in
cui cade la festa della ss. Trinità, come
nota il Cardella, lo consagrò il Papa ar-
civescovo di 'yVeve/v, nel qual articolo ne
riparlai, quindi lo fece legato di Sciam-
pagna. LaqualeorJiiiazioneiniuiicò l'im-
peratore Federico I, per avere investito
iiella sede di Treveri Rodolfo. Dall'altro
canto il l'apa in Verona gravemente si
lagnò di sue operazioni e per ritenersi il
patrimonio della gran contessa Matilde
lasciato alla Chiesa romana, ricusandosi
di coronargli il figlio Enrico VI s'egli pri-
ma non deponeva la sua corona. Bensì
concesse a Enrico I! re d'Inghilterra d'in-
coronare re d' Irlcinda un de' suoi llgli.
IN'el Bull. Rotti, t. 3, p. 17 e seg., trovo
1 2 bolle colla Daluni Feronae: la t ," ch'è
l'enciclica all'Episcopato di partecipazio-
ne della sua elezione, porta la data de' 1 2
gennaio o meglio dicembre n 85, l'ulti-
ma quella del 1 ." agosto 1 187. Quattro
bolle sono sottoscritte anche da'cardinali
presenti in Verona fino al numero di 16.
Urbano III dopo aver fatto in Verona
quanto dissi nella sua biografia enei pria»
cipio di quest'articolo, poco dopo ne par-
tì per Venezia , onde nkettere in ordine
l'armata navale che doveva portare soc-
corso a' cristiani d' Asia. Di là passò in
Ferrara, ove morì di pena a' 19 ottobre
dello slesso I 187. Ciò narrano il Novaes
nella Storia d'Urbano IH, e più il Fer-
lone, De" Fiaggi de Papi: ma leggo nel
Morosini, Hisloria di Fetietia, che per
la presa di Gerusalemme falla da Sala-
dino, Urbano III con lettere e invio di
VER
legati, e verbalmente con gran fervore ec-
citò i principi cristiania prender 1* armi
in aiuto di quelli di Terra Santa, ed a
tal elletlo si conduceva a Venezia, quan-
do sorpreso da grave infermità in Fer-
rara terminò insieme colla vita le sue a-
postoliche fatiche. Dipoi avendo i croce-
signati perduto anco Daraiata nella Si-
ria, il Papa Onorio III nel 1222 tenne
congresso in Veroli con l'imperatore Fe-
derico 11, in cui stabilirono la promulga-
zione d'una nuova crociata, ed'invit-ire
tutti i principi cristiani a riunirsi in Ve-
rona, per trattare dell'intero ricupero di
Terra Santa e dellosterminiode'saraceni;
riunione che non ebbe luogo, perchè Fe-
derico Il divenne persecutore della Chie-
sa e de'Papi. Nel 1280 i padovani diven-
nero nemici acerrimi de' veronesi, dopo
over conclusa e giurata co' cittadini di
INIantova e con Azzo Novello marchese
d'Este una forte lega. Conquistarono su-
bito Legnago, preceduti dal Carroccio e
dal loro podestà Stefano Badovaro, ac-
compagnato da molti fuorusciti verone-
si. Passato notabile tempo i padovani si
pacificarono co'veronesi, e Legnago tor-
nò all'antica dotninazìone di questi ulti-
mi. Le tremende civili e sanguinose fa-
zioni de' Guelfi e Ghibellini per lungo
tempo straziarono anche Verona, ove re-
cossi nel f?.3q Federico II gran fautore
de'ghibeliini. Il famoso Eccelino o Ezze-
Imo III da Romano detto il Feroce, di
cui parlai pure a Treviso e Venezia, si
mostrò fin dalla tenera età il più appas-
sionato pel ghibellinisnio. Di questa fd-
zìone essendo i veronesi potenti Monlec-
chi, nel 1225 o nel 1226 introdussero in
Verona Ezzelino III, il quale ne cacciò ^m
il conte nizzardo da s. Bonifacio, capo del |H
p^irtito guelfo (nitri dicono eh' era stato
prima espulso da'Montecchi), che fu scon •
fitto insieme col marchese d'Este in cam-
pale giornata; esebbenegli fosse pòi con-
ceduta pace, 4 onoi dopo in mezzo all'ef-
fusione del sangue civile, venne di nuovo
imprigionato e stretto in catene. Ezzelino
V Eli
III erasi fatto eleggere capitano del po-
polo e podestà, dal senato di Verona in
detta epoca, e da quel momento la repab.
blica veronese non cessò più d'esser sot-
tomessa al suo crudele giogo. Aspettò
nondimeno diversi anni ancora, prima di
farlo interamente provarea uomini gelo-
si di loro indipendenza. Ma Federico II,
di cui era uno pe'più zelnoti servitori e
capitani, l'assisteva apertamente a raffer*
mare un'autorità di cui egli tanto abusò
poi. Gli diede nel 1236 de'soldati per for-
mare in Verona una guarnigione che lo
mettesse in salvo da' moti popolari. Lo
slesso anno avendo l'imperatoresaccheg-
giato Vicenza, ne die' il governo ad Ez-
zelino 111, e questi si fece neh 287 con-
segnar la ricca e potente Padova, che to-
^to iniquamente tiranneggiò per depri-
merla , riducendo al niente le principali
famiglie con depredazioni e assassiniì. in-
tanto ostinati conflitti succedevano tra lui
ed i guelfi veronesi, finché la famosa as-
semblea convocata da fr, Giovanni da
Schio , siccome mosso dal lagrimevole
spettacolo di tanto sangue citladinospar-
so a cagione delle fazioni, nella contrada
di Paquara, lungi da Verona poco meno
d'una lega nella pianura dell'Adige, ove
pressoa 400,000 persone convenneio dal-
la Lombardia e dalla Venezia co'princi-
pali signorie nobili di quelle regioni, par-
ve porre un tern)ine al lutto, e suggel-
lare l'universale concordia collo stabilito
matrimonio di Fiinaldo Estense e di Ade-
laide da Romano nipote d'Ezzelino III.
Ma la stessa ambizione eh' era venula a
curare, corruppe l'animo di fr. Giovan-
ni, ed aspirando egli alla signoria, sotto
apparenza di zelo religioso, riaccese in ca-
po a pochi giorni più terribili le contese,
e la pace fu di assai poca durata. In mez-
zo a queste, Ezzelino III estendeva le sue
conquiste nella Marca Trevigiana, alla re-
pubblica stessa di Treviso; prese i castelli
de' padovani emigrati, altri al marchese
d'Este e al conte di s. Bonifazio; s'impa-
dioui delle città di Feltre e Belluno , e
VER. 28>
da per lutto fece scorrere il sangue a tor-
renti. L'imperatore, di cui avea nel 1 238
sposato una figlia naturale detta Selvag-
gia, l'avea creato vicario imperiale in tut-
ti i paesi situati fra l'Alpi di Trento e il
fiume Ogiio. Tale paese era già quasi tut-
to sottomesso al signor di Romano, ed il
fiore dellan obiltà vi era stato immolato
con rattìnamento di crudeltà. Ora faceva
murare le porle delle prigioni, e le sue
vittime, per gli orrori della fame, mette-
vano grida che difTondevano lo spaven-
to: ora le faceva mettere alla tortura, e
rendeva più terribili i tormenti, non per
trarne rivelazioni, ma per togliere loro la
vita nel modo più doloroso. Spaventevo-
li prigioni erano state costrutte di suo or-
dine , e studiato erasi di rendere il sog-
giorno tenebroso, impuro e pestilenziale.
Uomini, donne e fanciulli ammucchiati
vi erano, e de'fanciulli prima di esservi
chiusi erano stati orbati della vista, o resi
incapaci d'esser uomini mai. La morte di
Federico II, avvenuta neh 25o,liberòEz-
zelino III dall' ultimo freno che potesse
ancor contenerlo. Si considerò allora co-
me sovrano indipendente, e contrassegnò
il regno assoluto, che incominciava pei'
lui, col supplizio di quante vi avevano per-
sone distinte nella Marca Trevigiana. Pa-
reva che risarcirsi volesse de'riguardiche
avea avutolo principioperl'opinione pub-
blica. Fu allora, chepredominandoin Ve-
rona ognor più il suo partito ghibellino,
la città cadde definitivamente in suo po-
tere, e ne venne acclamato assoluto si-
gnore, istituendo quindi un consìglio di
5oo presieduti da un pretore. Invano Fe-
derico e Bonifazio della famiglia Scalige-
ra, che incominciava allora a farsi gran-
de, tentarono d'insorgere contro Ezzelino
III, alla testa dì molti nobili e popolani
di Verona, che tutti senza pietà furono
trascinati a coda di cavallo per la pub-
blica piazza a suon di campane, e quin-
di abbruciati vivi. Non basta. Ezzelino
III, come per insultare alla pazienza del
popolo, lo chiamava tulio iulero ad es-
a86 VER
ieie le&timonio de'suoi furori. Se In ma»
ialtin o r aria infetta delle sue pi igioni
gl'involava alcune 'vittime, ne faceva iiui*
iauieno mutilare i cadaveri sul patibolo.
Qualunque specie di onorifica distinzio-
ne gli era odiosa egualmente, e siccome
non cercava nenuDea pretesto a'suoi fu*
lori, ogni genere di distinzione era puni-
ta col supplizio. Delle guardie vegliava-
no su tutte le frontiere de'suoi stati, e
quando coglievano alcuno che sottiar si
volesse a tal orribile tirannia, gli taglia-
vano sul fatto una gamba, o gli svelle-
vano gli ocelli. Gl'infelici clieerravano in
Italia cos'i mutilali da que'moslri, invo-
cavano su di lui le punizioni del cielo, e
destando indignazione ne' popoli , final-
mente trovarono vendicatori. Papa In-
nocenzo IV, dopo aver nel i253 cano-
nizzato s. Pietro Martire da Verona do-
menicano, colla bolla Magnis^ presso ii
Bull. Rom., t. 3, p. 33o, assegnando la
celebrazione della festa a'zc) aprile; a'9
aprile del seguente 1 254 t^oatiò sentenza
di scomunica contro il crudelissimo li-
ranno Ezzelino III, anche quale eretico,
colla bolla Trucitlentain iinins Jiomìnis
rahì'eniy citalo JSull.,p. 343. Indi il suc-
cessore Alessandro IV confermando l'a-
natema,pubblicò una crociata contro £z-
relinolll, nel marzo i 206 commettendo
a Filippo arcivescovo di Ravenna d' in-
cominciar la predicazione io Venezia. Il
marchese d'Esle, il conte di s. Bonifazio,
la repubblica di Venezia, Bologna, Man-
tova, e soprattutto i numerosi emigrati
di Ezzelino III presero la croce contro di
lui. Ma egli comandava ancora da padro-
ne in Verona,- Vicenza, Padova, Fellre e
Belluno. Treviso ubbidiva a suo fratello
Alberico da Romano, meno feroce ma più
simulatore, fingendo d'aderire al partilo
guelfo. Trento erasi ribellato, nia da uo
altro canto Brescia pareva vicina a rice-
verei! suugiogo. Due putentialleati d'Ez-
relino III, Oberto Pallavicino e Buoso di
Doara, l'assistevano colle proprie foi7i- e
cu'luio cousigli. Tuttavia 1 crociali pro-
V E R
fittando dell'assenza d' Ezzelino III, che
occupato era a Brescia, riuscirono ad im-
padronirsi di Padova a' 19 giugno di del-
lo 1256. Il tiranno a tuie nolizia, ditli-
dando de' padovani che militavano nel
suo esercito in numero di 1 1,000, li fece
tulli chiudere nell'anntealro di Verona.
Di là li mandò a piccoli drappelli in altre
prigioni, e in pochi giorni gl'immolò lut-
ti senza eccezione. La villa e indisciplina
de'crociati impedirono di giovarsi deli."
loro buon successo. Per due anni i teii-
lativi loro fallirono , anzi Ezzelino III
riuscì neh 258 a sottomettere Brescia, ma
gli alienò i due soci Pallavicino e Buo-
so. Vergognandosi questi d'una crimino-
sa alleanza con un tiranno nemico di Dio
e degli uomini, olTriroiio a'crociali di u-
nirsi ad essi; e senza rinunziare al parti-
to ghibellino, strinsero Ti I giugno 12 59
un'alleanza co'guelfi contro il signor di
Verona. Ezzelino 1 1 1 dairallrocanlo,chia-
mato a Milano dal cieco furore de' ghi-
bellini e de'nobili, avea passalo l'Oglio e
l'Adda. Tentò indarno d'impadronirsi di
Monza e di Trezzo; il popolo ed i guelfi
di Milano aveano formato un'armata nu-
merosa per combatterlo. Oberlo Palla-
vicino co 'cremonesi, e il marchese d'Este
Azzo Novello colle truppe di Ferrara e
di Mantova, s'impadronirono del ponte
di Cassano sull'Adda e tagliarono la ri-
tirala ad Ezzelino HI. Questi che non a-
vea alcuna idea religiosa, era però su-
perstiziosissimo. Il nome di Cassano gli
era slato indicato da'suoi astrologhi co-
me funesto: esitò prima d'assalire il pon-
te, che solo gli poteva assicurar la riti-
rata; poi la necessità facendogli superar
la ripugnanza vi condusse isuoi a'i6 sei-
lembre 1 259, ma fu ferito nel piede e co-
stiello di dare indietro. Do|)0 essersi fal-
lo medicare, tentò in un guado passar il
fiume, uia giunto ap[)ena all'altra spon-
da le sue genti cominciarono a sbanditr-
si. Fu assalito in ^pari tempo da tulli i
suoi nemici, sulla strada di Bergamo, «
nuu era circondalo clie da un piccolo iiu-
VER
mero Ji soldati, quando fu ferito nella te-
sta, l'uvescialo da cavallo e fatto prigio-
ne da un uomo di cui avea mutilato il
fratello. 1 capi deiraraiata non permise-
ro ciie si oltraggiasse Ezzelino III : fu
condotto nella tenda di Cuoso, e chiarìia-
ti i medici a curarlo; ma egli ricusò l'as-
sistenza loro, si squarciò le piaghe, e l'i 1."
giorno di sua cattività mori a Soncino,
nel Cremonese, e vi fu sepolto. Avea 62
anni, ed il suo regno di sangue ne durò
34. Già erasi ribellato Legnago, con non
poche ville e castelli, e cacciata la guar-
nigione, ucciso il governatore, avea ac-
clamato il tiiaichese d'Este; ma dopo la
morte del mostro, gli abitanti memori
della loro capitale Verona, deslrainente
espulso il novello signore, tornarono al-
l'ubbidienza veronese, e alle libere istitu-
tioni del suo benigno governo. — Dopo
bi morte dell'odìatoEzzelino III, che avea
fatto tremare la Lombardia e la Venezia
terrestre. Verona e gli altri suoi stati ri-
cuperarono la loro piena libertà; ma Ve-
rona non tardò a soggiacere ad altra do-
minazione assoluta , sebbene più uìite,
quella cioè degli Scaligeri, che per 127
anni la sostennero potente e in rinoman-
ca. JNe fu il primo Mastino I delia Scala
gentiluomo veronese, non mai di fami-
glia originaria di Germania, poiché si ri«
cava da' documenti che i suoi antenati
professavano la legge romana, ed in una
vendita nel territorio di Montorio, fatta
nel ) 187, Arduino de Scala si dice ex
genere romanorumjera della fazione ghi-
bellina, e nel 1 26 1 fu eletto capitano ge-
nerale del popolo di Verona in vita, ti-
tolo corrispondente a quel d'imperatore
in Roma, cioè supremo comandante del-
l'esercito, e col quale egli o coperse o si
fece strada al dominio della patria, signo-
ria che propriamente vuoisi principiata
nel 1262. Tutte le altre repubbliche, li-
berate da'guelfi da una feroce tirannide,
ti erano fatte del loro partito : Mastino I
rendè Verona l'asilo de'ghibellini; ne e-
spulie il conte di s. Bonilazio eon tutti i
VER 287
guein, i quali, d'allora in poi, non furo-
no pili richiamati, e nel 1262 propria-
mente ottenne con un decreto che la ca-
rica sua di podestà sarebbe perpetua, il
partito guelfo avea nondimeno sempre
de'partigiani segreti in Verona: la liber-
tà, oppressa dal novello signore, contava-
ne più ancora. Nel 1 269 lutti coloro che
volevauo impedire alla casa della Scala
di consolidare il suo dominio recente, pre-
sero le armi, e fecero ribellare quasi tut-
te le castella del territorio di Verona. Ma
sebbene la nobiltà pressoché tutta di cit-
tà si possente avesse preso parte nella con-
giura, dopo due anni di guerra, fu di-
scacciata da tutti i luoghi forti, pel va-
lore e abilità di Mastino I, che avea sa-
puto tirare dalia sua tutta la plebaglia.
Egli stesso, benché annoverato tra'nobi-
li, avea .sortito una bassa origine: i suoi
nemici adermavano essere stati i di lui
maggiori mercanti d' olio. In seguito, i
signori della Scala hanno trovato de'ge-
nealogisti che si sono studiali di provare
come la loro nobiltà era senza macchia.
Legnngo noti avea perseverato lungo tem-
po neir ubbidienza e divozione che tri-
butava a Verona ed a'suoi podestà; poi-
ché dal marchese d'Este e dal conte Lo-
dovico ripreso fu costretto a soggettarsi
e a riconoscerli suo malgrado per signo-
ri, fjnché Mastino I con un gran nerbo
di armatisi portòallasua ricupera, ch'eb-
be di fatto dopo un (ìero combattimen-
to. Intanto le viiturìe di Mastino I e la
sua severità verso i vinti aumentarono il
numero e l'accanimento de'suoi nemici.
Disperando di vincerlo, deliberarono di
spacciarsi di lui con un assassinio; 4 cou-
giurali lo trucidarono nel suo palazzo, a'
17 ottobre! 277. Ma suo fratello Alber-
to, allora podestà di Mantova, accorse to-
sto a Verona con una schiera di soldati:
injpedìa'congiurali di giovarsi della mor-
te di Mastino I per abbattere il governo;
presto li fece tutti arrestare coU'aiulo del-
la plebe che il favoriva , e perirono ne'
supplizi. Fece&i dopo, alla sua volta, e-
288 V E K
leggei e dal popolo capitoli getieraleili Ve-
rona. Alberto I della Scala non attese più
che a rairermaiela sua autorità stringen-
do alleanza con tutti ì signori gliibellini
della Lombardia. Die' soccorsi a' Bona-
cossi di Mantova, e a'ghibellini di IMode-
iia e Reggio; ma non fece mai la guerra
per sé, dimodocliè rimangono di lui po-
che ricordanze sloriche. Moi"i nel i3o i,
dopo aver governato la sua patria per aS
anni. Dante fu ricoverato in Verona da
lui o dal suo successore. — Suo figlio pri-
mogenito Bartolomeo I lo succede e re-
gnò due anni e mezzo , senza prender
molta parte nelle rivoluzioni che in quel-
la stessa epoca balzavano da'Ioio seggi i
Visconti, i Correggeschi, ed altri signo-
1 i ghibellini di Lombardia. Morì a'y mar-
zo i3o4 senza legittimi figli. — Alboino
J figlio d'Alberto I e fratello di Barto*
loineo I, al quale successe nel principa-
to di Verona, prese in moglie nel i3o5
una figlia di Giberto di Correggio signo-
re di Parma e uno de' più valenti capi
de'ghibelli ni. Francesco Bonacossi (li Man-
tova era il marito d'un'altra figlia dello
stesso principe; e questi 3 signori uniti
per l'interesse di parte,i parentadi e l'am-
bizione, assalirono di concerto il marche-
se Azzo d'Esle, e fecero varie conquiste
nel Ferrarese. Alla per fine il marchese
d'Este li respinse mediante il soccorso di
Bologna e Firenze. Alboino 1 dipoi, 3 an-
ni prima di sua morte, si prese a collega
il fratello minore Can- Francesco, poi so-
prannominato il Grande e chiamato Cau
Grande I. Era nato nel 1291, ili alta e
imponente statura, di fi&onomia nobile e
dolce, avea le maniere graziose, principe
magnanimo e generoso, segnalandosi pu-
re per eloquenza e valore. I due fratelli
UOD conlenti della nomina del popolo,
che poteva l'una o l'altra volta reclama-
re i suoi diritti, allorché nel i3i i l'im-
peratore Enrico VII calò in Italia, a prez-
zo si fecero da lui creare vicari imperia-
li, dopo di die, quasi insultando a chi li
avca elttlijcuovocall gli auKÌapi, i {jablal*
VER
di e il consiglio, rinuiiziarono all'elezione
di capitani del popolo, pubblicarono l'in-
vestitura dell'imperatore, a cui ed a sé
slessi fecero prestai- giuramento di fedel-
tà. Can Grande I a' 1 5 aprile dello stesso
i3i I tolse Vicenza a' padovani, e v'in-
trodusse un presidio, che dicevasi impe-
riale, ma che dipendeva da lui solo. Al-
boino 1 mori in detto anno a'28 ottobre,
e restò solo nella signorìa di Verona e
nella vicaria imperiale Can Grande I, e-
leggendo a collega, ma di solo nome, Al-
berto 11 figlio del defunto fiulello. Per
l'acquisto di Vicenza nacque una guerra
accanita tra'Scaligeri e la repubblica di
Padova. Questa repubblica erasi fatta del
partih) guelfo, ed avea ottenuto conside-
revoli soccorsi da coloro che difendevano
la causa medesima nel restante dell'Ita-
lia, mentre Can Grande 1, all'opposto, e-
rasi impoverito di gente e di denaro per
fornire soldati e sussidii ad Enrico VII.
Perciò per parecchi anni ebbe pochi lie-
ti successi. Finalmente a' 17 settembre
I 3 I 4, sorprese i padovani già postisi nel
sobborgo di Vicenza che assediavano;
li pose in piena rotta, spezzò i loro stem-
mi, fece prigione tutti i loro capi, e sfor-
tolli a sottoscrivere a'20 ottobre un trai-
lato, col quale rinunziavano a qualun-
que loro pretensione su Vicenza. Nel 1 3 1 5
Can Grande 1 voltò le sue armi contro i
guelfi di Cremona; prese loro Gasalmag-
giore, e li costrinse poco dopo a richia-
mare i ghibellini nella loro città. In mez-
y.o alla pace, i padovani tentarono a' 22
maggio 1 3 1 7 di sorprendere Vicenza; ma
il signor di Verona, ch'era sempre mi-
rabilmente servito da'suoi esploratori, fu
avverlitode'lorolentalivi, ed oveudolias-
saltati all'improvviso, ne fece il maggior
numero prigioni; e coll'aiuto de'prigioni
medesimi s'impadronì diMonselice, la for-
tezza più importante dello slato padova-
no. Dopo un anno di guerra, i padova-
ni non potendo più difendersi, si diedero
a Jacopo di Carrara, alleato di Can Gran-
de I, e cUiamaiouoiu loro ululo Federi-
VER
co il Bello (luca ci' Ausilia. Nello slesso
anno, Cau Grande I, ormai fatto celebre
agli occhi di tutta Italia, fu eletto capila'
no generale della lega de' ghibellini di
Lombardia, in un'assemblea tenuta aSon-
ciuoa'i 6 dicembre! 3i 8; ma il Pa{)a Gio-
vanni XXll lo scomunicò quale eretico
nel 1 320. Can Grande I non avea voluto
dar la pace a' padovani, ne per interces-
sione di Jacopo di Carrara, né per timo-
re del duca d'Austria; e quantunque ac-
cordasse loro alcune tiegue, di cui si va-
leva per volgere le sue armi in altre par-
li della Lombardia, s'impadronì di Mati-
lova e ne procurò il dominio a'Gonzaghi,
non che ridusse finalmente Padova a sot-
tomettersi a'7 settembre i 328.CanGran-
de I essendo caduto pericolosameute in-
fermo, fu per poco credulo morto; ed es-
sendo i nipoti Alberto e Mastino molto
giovani, a'quali spettava il dominio, Fe-
derico della Scala conte di Valpolicella,
separalo dall'ubbidienza di Verona, per
esserne stato in vestito dairin]peralore,co-
minciò a suscitare rumori e colle sue ric-
chezze tentò farsi signore di Verona. A-
vea già guadagnato alcuni capitani in suo
favore, tua riuscì male il suo disegno, per-
chè Can Grande 1 miracolosamente gua-
rì. Già signoreggiava, oltre a Verona e
altri luoghi, in Vicenza, Padova, Fellre
e Cividale, ed a terminar la conquista
della Marca Trevigiana non reslavagli
che soggiogare Treviso: quest'ultima cit-
tà gli fu ceduta per capitolazione a' i8
luglio 1829; ma come diedesi riscaldato
a bever acqua freschissima, mentre en-
trava trionfalmente, s' inlese assalito da
violenti dolori , e fallosi recare alla cat-
tedrale, ivi moiì il 4'° giorno in età di
4( anni, lagrimalo da ludo l'esercilo^dal
quale il cadavere fu portato a Verona.
Con estrema doglia i veronesi 1' accolse-
To, indi gli celebrarono meravigliose e-
Sequie, co' paggi e cavalli coperti di vel-
luto nero, portando stendardi abbas-
sati a terra: anche i famigliari erano
\eslili di nero. Nella i/ora della uoUe il
VOI. iciv.
V E n 289
feretro fu porlalo da 6 capitani in s. Ma-
ria Antica,accompagnalo da'citladini con
lercie accese, e poi fu collocato in un'ar-
ca di marmo, sopra la porta della chie-
sa. Erano 12 anni che portava il titolo di
capitano generale de' ghibellini di Lom-
bardia, ed i veronesi suoi concittadini gli
aveano dato il nome di Grande in un
secolo fecondo di uommi ragguardevoli.
Ad una bravura che non ismeniì giam-
mai, accoppiava le qualità più rare; lér-
mezza di principii, franchezza di discor-
so, fedeltà a'propri impegni. Non solo e-
rasi guadagnato l'amore de'suoi soldati,
eia anco amato da' popoli cui reggeva,
ed impadronivasi prontamente del cuo-
re di coloro che soggiogava coli' armi.
Fra'principi lombardi fu ili.° a proteg-
gere le arti e le scienze. La sua corte, ri-
fugio di Dante, che gli dedicò la 3." par-
te del suo divin poema, il Paradiso, asi-
lo di tulli gli esuli ghibellini , e de' più
eminenti personaggi d'Italia, come Mat-
teo Visconti cacciato da Mdatio dall'emu-
lo Guido della Torre, ed Uguccione del-
la Faggiuola già signor di Pisa e di Lue»
ca; anzi era altresì il comun ricovero de-
gli afllilli e degli oppressi, come de' più
grandi pittori e. scullori,ede'priioari poe-
ti di sua età, Irubadorì o trovatori. Lo
storico di Reggio narra quanto fosse ge-
nerosa e magnanima questa ospitalità.
" Diversi appartamenti, secondo la con-
dizione de' viaggiatori, erano preparati e
venivano assegnali ad ogni ospite nel pa-
lazzo della Scala: ciascuno avea i suoi dp*
mestici, ed una tavola splendidamente
servila; i loro appartamenti erano indi-
cati con simboli e divise allegoriche alle
loro condizioni: la vittoria pe'guerrieii,
la speranza pegli esuli, le muse pe'poeli,
Mercurio per gli artisti, il paradiso pe'
sagli oratori. Durante il pasto, de'sup-
natori, de'bulToni e de'giuocatori di bos-
solo percorrevano gli appartamenti; le sa-
le eranodecoratedi quadri, che rainmeq-
lavaiio le vicende della fortuna, ed il si-
gnore della Scala godeva talvolta di po-
»9
igo VER
ter dar posto alla sua propria mensa ad
alcuni de'più distinti ospiti, Ira'quali so-
pra ogni altro desiderava aver seco quel
sommo senno di Dante. E chi bramato
non l'avrebbe? Beato veramente chi può
godersi tali ospiti ! " Nondimeno , notai
di sopra, il parlar troppo franco di Dan-
te, glie ne aveva diminuito il favore.
Principe assai formidabile e temuto per
innumerevoli vittorie , e pel suo animo
coraggioso e intraprendente, fu veramen-
te per Verona magni^co il suo governo,
sollevando la sua casa ad un altissimo
grado di potenza. Egli dominava, non so-
lamente in quasi tutto il tratto dello sta-
to veneto di terraferma, ma anche in Par-
ma e in Lucca, e in altri luoghi di To-
scana, suonando chiarissima la sua fama
quasi per tutto il mondo, essendo stalo
uno de'più splendidi signori fioriti do-
po l'epoca di Federico 11 in Italia. Sot-
to di lui Verona fu capitale di stato gran-
dissimo, e sede di corte veramente prin-
cipesca. Alcuni monumenti gloriosi, di cui
adornò Verona, attestano ancora oggidì
il suo genio per l'architettura. Le armi
però erano la passione sua favorita, e fu-
rono la gloria del suo regno. Consiglie-
re e luogotenente de'due imperatoti, En-
rico VII e Lodovico IV o Vii Bavaro,
si mostrò superiore all'uno e all'altro, e
sostenne co' suoi talenti e attività l'au-
torità dell'impero cui que'monarchi era-
no incapaci di mantenere. Can Grande I
non lasciando alcun figlio legittimo, i suoi
due nipoti, figli di suo fratello Alboino I,
gli successero congiuntamente senz'alcu-
iiacontraddizione,tanto in Verona, qua Il-
io negli altri dominii dello zio. — A'aS
o 24 luglio I 329 furono pubblicali signo-
ri al capitello di Verona, Mastino 11 del-
la Scala, nato neli3o8, e il suo collega
e fratello Alberto 11, nato nel 1 3o6, con
solenne suono di campane e fuochi per
un giorno continuo. 1 due nuovi signori
erano compresi e nominati neirulliina in-
vsstituin presa in Milano dallo zio da
Lodovico Y il Bavaro^ coq espressa di-
VER
chiarazione , che mancando un di loro
senza figli maschi, l'altro in lutto il prin-
cipato succedesse, non dovendosi divide-
re il dominio Scaligero, ma passare di
primogenito in primogenito. Però Alber-
to II lasciò interamente al fratello Ma-
stino II la somma delle cose , nel resto
seguitandosi le norme de'loro maggiori.
Il loro carattere era assai differente, an-
zi si pretende che Alberto II fosse il pri-
mogenito o fratello maggiore. Egli eia
quieto, pacifico, gioviale; gli piacevano i
letterati, i musici, i cortigiani galanti; de-
licato di complessione, era inetto al pa-
tire faticose imprese. All'incontro Masti-
nuli era beHicoso,adusto, terribile, forte,
disposto a sopportare ogni disagio e fa-
tiche, per cui fu quasi di bisogno per van-
taggio dello slato Scaligero permettergli
che assumesse le redini del governo edel-
la guerra. Mastino li, senz'essere nomi-
nalo capitano generale de' ghibellini di
Lombardia, come lo era sialo suo zio,
fu nondimeno tosto riconosciuto pel più
potente ed abile de'loro capi. Tulli co-
loro che in quella fazione credevansi op-
pressi, ricorrevano al di lui patrocinio; e
Mastino II sapeva bene che tulli i clienti
che acquistava divenuti sarebbero tosto
suoi sudditi: perciò era sempre pronto a
correre in aiuto di chi lo invocava, per
aspirare alla signoria di tutta l'Italia, l
ghibellini usciti di Brescia, furono i pri-
mi neli33o a chiedere la sua assistenza.
Mastino II entrò immantinenle nello sta-
to Bresciano, ed intraprese nel settem-
bre l'assedio della capitale. La venuta ina-
spettata in Italia di Giovanni re di Boe-
mia, figlio del defunto Enrico VII, e la
protezione da lui data a'bresciani, obbli-
garono Mastino II a ritirarsi; ma si destò
in lui un risentimento contro tal re, cui
il monarca non lasciò di accrescere. Fe-
cesi riconoscere per signore da altre cit-
tà vicine, sulle quali il principe di Ve-
rona avea pure disegni. Mastino II, at-
territo di vedersi sorgere dappresso, per
opera di quel re avveuluriere, un polen-
VER
tato rivale che minacciava d'inghioUirlo,
conobbe la necessità, per opporglisi, di ri-
nunziare ad antichi sistemi e ad un an-
tico spirito di partito che non consuona-
vano più colla politica. Propose primo di
unire in lega comune i principi ghibelli-
ni e le repubbliche guelfe alle quali il re
boemo ispirava unaegual gelosia. Una i.""
lega venne fermata a Castelbaldo 1*8 a-
gosto i33i, tra Mastino II, i marchesi
d' Este, i Gonzaga di Mantova ed i Vi-
sconti di Milanov I fiorentini entrarono
in quella lega neh 332, e gli alleati pro-
misero spartirsi tra loro le provincia, che,
per un entusiasmo senza esempio nella
storia, eransi sottomesse al re di Boemia,
in uno a Lucca. Mastino II pel primo di
lutti edellùò tale spartimento. Si procu-
rò da'guelfi l'ingresso in Brescia, a' i4
giugno i332 , abbandonando alla loro
vendetta i ghibellini di quella città, de'
quali fino a quel momento erasi dichia-
ralo protettore. Così Mastino II comin-
ciava a palesare quella falsa e perfida
ambizione, che al pari del valore guer-
riero costituiva il di lui carattere. Giu-
sta il trattato di Castelbaldo, Parma do-
vea spellare a lui , e di fatto se ne im-
possessò a*4 giugno I 335, dopo la ritira-
ta del re Giovanni, che avea rivenduto
a'signori privaWi le città che si erano da-
te a lui volontariamente. Le altre città
che rimanevano doveano toccare agli al-
leali di Mastino II; ma per la sua atti-
vità, per la sua superiorità di forze, e più
di lutto per la mala fede, prevenne mol-
ti de'suoi collegati. Reggio gli fu ceduto
a'3 luglioi 335; ed allorché 8 giorni do-
po la restituì a'Gonzaga, a cui era stata
destinala anticipatamente, il fece a con-
dizione di riservarsi la sovranità feuda-
le , che non eragli slata promessa. Ma-
stino II acquistò pure la città di Lucca,
che non volle restituire io appresso a*
fiorentini. Quella conquista gli die' spe-
ranza di allargare la sua influenza nella
Toscana. Tentò di sorprendere Pisa, e di
far alleanza cod Arezzo, e comiuciò le o*
VER 291
stilità contro ì fiorentini a' 26 febbraio
i336. Essi gì' inviarono Pino della To-
sa, altrettanto d'animo robusto, quanto
disavvenente della persona. Per parere
più alto soleva portare una gran celata
di ferro, che per contrario lo faceva com*
parire più piccolo. Il signor di Verona,
giunto all'apice di sua grandezza e per-
ciò orgoglioso, onde alcuni lo cognomi-
narono Maglio^ argomentando dal cor-
po di Pino lo spirito, contro il rispetto
dovuto alla repubblica di Firenze, fece
attendere quell'oratore finché non ebbe
spacciati tulli gli altri, poi gli diresse que-
ste parole. Uomo dall' elino^ vieni olire!
Ma Pino , rispose: Io verrò a te un al'
tra volta, allorquando ti sia piìi neceS'
sario di parlare con me, che non è a me
oggi di parlar (eco. Ciò detto, montò a
cavallo e se ne tornò a Firenze : la sua
relazione contribuì non poco alla con-
clusione della gran lega che fiaccò la po-
tenza di Mastino II. Questi era allora si-
gnore di 9 città, comprese Ceoeda, Bel-
luno e Feltre, capitali altre volte di al-
trettanti slati sovrani. Ritraeva dalle ga-
belle di esse città una rendita di 700,000
fiorini d'oro all'anno, rendita allora pari
a quella de'più grandi principi della cri-
stianità. Aveva inoltre per alleati i più
potenti princìpi della Lombardia, e Sac-
cone de'Ferlali, il terribile capo de'ghi-
bellini degli A pennini. Ma tutti i men-
tovati vantaggi furono più che bilancia-
ti dall'energia e costanza de'fiorenlini e
veneziani, e da'lalenli di Pietro Rossi di
Parma loro genernle. La repubblica di
Venezia era stata fino allora or media-
trice di pace, or mallevadrice, or sem-
plice osservatrice di quanto accadeva ne*
Carrara e negli Scaligeri, attenta alla pro-
pria difesa, ed a trarre i vantaggi offer-
ti dall'occasione. Ingelosita della formi-
dabile potenza di Mastino II, malconten-
ta delle saline da lui stabilite a Bovolen-
ta, vicino alle lagune venete, vedeva con
dispetto aspirare gli Scaligeri al dominio
di lutt'itaiia ed a minare la veneziana pò-
y.Q2 VER
tenza. Adunque nel i336 i veneziani si
unirono in lega co'fiorentioi, co' marche-
si d'Esle, co'milanesi, con Luchino Vi-
sconti ziod'Azzone signor di Milano, per-
ciò riliratosi dall'alleanza di Mastino II
efaltocapitano de'collegati, contro il me-
desimo signor di Verona. Padova fu sor-
presa a'3 agosto I 337, e Alberto II del-
la Scala che la governava vi fu fatto pri-
gione: venne poi rilasciato da'veneziani
pel trattato de' 18 dicembre 1 338, e mo-
lì dopo il fratello a'i3 settembre i352
senza figli. I più forti castelli de' monti
Euganei furono presi da' collegati I' un
dopo l'altro. Nel i337 Arezzo si die' a'
fiorentini nel marzo, e non molto dopo
Mastino II rimase vincitore presso Man-
tova, ma poscia diflkilmenle potè tener
fronte a'nemici, essendosi a lui ribellate
alcunecittà del suo dominio. Le sue trup-
pe furono rotte a Montagnana a'29 set-
tembre i338, e Mastino li che vedeva
declinar rapidamente la sua fortuna, die'
in tali eccessi di furore che su meri so-
spetti uccise dì sua mano, in mezzo alia
via di Verona, lo zio Bartolomeo II della
^cala vescovo della città, al quale rin)-
proverava d' esser suo nemico e di atten-
tare alla sua vita. Per tale orribile sa-
ciilego assassinio. Papa Benedetto XI 1 lo
punì colla più rigorosa censura della sco-
munica, insieme a' veronesi, secondo l'ab.
Cappelletti. Ma poi Mastino II stesso e
Alboino naturale di Gan Grande I, per
le preghiere de'ciltadini, supplicarono il
Pontefice a mezzo del nunzio loro Gu-
glielmo da Pastrengo giureconsulto in
Avignone, a concedergli Tassolnzione da
quella tremenda pena ecclesiastica, e ne
fu esaudito dopo l'informazione avutane
da Bertrando patriarca d'Aquileia; im-
ponendogli però, col breve riferito da
Carlo Libardi nella sua storia, le seguen-
ti condizioni, riferite eziandio dall'anna-
lista Ptinaldi e dall'Ughelli. » i." Che il
sig.' Mastino e Alboino Scaligeri doves-
sero, nel termine (1*8 giorni dall'assolu-
zione, portarsi dalla porla della cillù del-
V E R
la di s. Felice (altri dicono del Vescovo)
alla cattedrale a piedi senza cappuccio,
ossia a capo scoperto, con una torcia ac-
cesa in mano del peso di libbre 6, pre-
ceduti da altre 100 torcie consimili, in
giorno di domenica e nell'ora del mag-
gior concorso , alla messa cantata nella
medesima, ed ivi ojOfrire le dette torcie in
mano de'canonici, a'quali doveano chie-
der perdono del commesso eccesso. 2.°
Che dovessero offrire alla stessa chiesa
un'immagine d* argento del peso di 3o
marche,eio lampadepure d'argento, cia-
scuna dello stesso peso, coll'olio per man-
tenerle perpetuamente accese; e per fare
quest'oblazione fosse loro accordatoii tem-
po di 6 mesi. 3.° Che istituir dovessero
6 cappellanie nella cattedrale per 6 sa-
cerdoti, i quali ogni giorno celebrassero
in suilragio dell'estinto vescovo, coli' as-
segno di 20 annui fiorini per cadauna.
4.° Che nel dì anniversario della morte
d'esso vescovo dovessero vestire 24 pove-
ri. 5." Che dovessero digiunare lutti i ve-
nerdì dell'anno e le vigilie tutte della B.
Vergine, salvo i casi d'infermità e vec-
chiaia, ne'quali casi dovessero in essi gior-
ni alimentare due poveri. 6.° Finalmen-
te, che inoccasionedileve generali di gen-
ie per le guerre di Terra Santa, doves-
sero spedire 24 armati e.là mantenerli a
proprie spese per guerreggiare contro de-
gl'infedeli,eciòanche dopo la morted'es-
si due principi, dovendo perciò lasciar
obbligo a'Ioro successori nella signoria di
Verona, perchè mantenessero questa gen-
ie. Rimellendo loro per altro tutte quel-
le altre pene, che in virtù de'sagri cano-
ni dovute erano ad essi due principi pel
delitto (la loro commesso". A queste con-
dizioni Mastino II ed Alboino della vSca-
la furono assolti da Gotlifredo vescovo
di Mantova, delegato dal Papa a' 25 set-
tembre i338. Di altro relativo parlerò
nella serie de' vescovi alla sua epoca. In-
oltre Mastino II e Alboino mandarono
nuovamente Guglielmo da Pastrengo, in-
sieme con Azzo da Corregijio e Gugiiel-
J
VER
tuo Aritiiondi, parimente giureconsulti,
in Avignone a Benedetto XII, perchè fos-
se loro approvala e confermata la signo-
ria di Parma (Guglielmo fu nunzio anco
di Cangrande). Intanto Mastino II, non
polendo resistere a'suoi avversari che lo
guerreggiavano, non pensò più che a di-
viderli. Cedendo alla repubblica di Ve-
nezia Treviso, Bassano, Castel Franco,
Castelbaldo e Capo d'Adige, e distrug-
gendo le saline di Bovolenta, rimasero!
veneziani indifferenti sul destino de' fio-
rentini,con trattalo de* 1 8 dicembre i 338.
Vedendosi i fiorentini abbandonati, do-
po lunga guerra, la quale costò loro più
di 25, ODO fiorini d'oro al mese, restan-
do delusi nella speranza d* aver Lucca,
furono costretti a far pace l'i i febbraio
i33q. Con essa Mastino II conservò la
sovranità di Verona, Vicenza, Parma e
Lucca. Intanto la s. Sede continuando a
non riconoscere Lodovico V il Bavaro,
ch'era stato eletto imperatore da una
parte degli elettori dell' impero, in con-
correnza di Federico III il Bello duca
d' Austria, considerando perciò il Papa
Benedetto XII vacante l'impero, la cui
amministrazione per tal causa eragli de-
voluta, e temendo che l'Italia fosse assa-
lita da qualche nemico straniero, anche
per risieder egli in Avignone, costituì al-
cuni vicari feudatari di s. Chiesa con an-
nuo tributo, nominando per Verona, Vi-
cenza, Parma e Lucca, Mastino II e Al-
berto II Scaligeri, col censo annuale di
5,ooo fiorini d'oro; dichiarando il Papa
a' detti vicari della s. Sede, che la loro
rappresentanza durerebbe finché vacasse
l'impero o a lui piacesse. Ui più il Papa
impose agli Scaligeri di ritenere a suo
nome il governo di Verona, e non rico-
noscere alcuno per imperatore, se prima
non fosse stato confermato dalla Chiesa;
perseguitassero gli eretici , pagassero il
detto censo, lo'servlssero in tempo di guer-
ra con 200 cavalieri e 3oo pedoni; resti-
tuissero agli ecclesiastici il tolto di prepo-
tenza, e ne difendessero rimiuuuilù. Con
VER 293
questi patti furono gli Scaligeri ricevuti
nella protezione della s. Sede, sino alla
creazione dell'imperatore legittimo. Ma
la sfortunata guerra sostenuta da Masti-
no Il avea distrutto il suo credito, e sli-
molò chi era geloso di lui ad assalirlo di
nuovo. Azzone e Guido signori di Cor-
reggio e suoi zii materni, fecero ribella-
re Parma e gliela tolsero per sorpresa n*
2 I maggio I 34 1 - Li secondarono Luchi-
no Visconti signor di Milano e Luigi di
Gonzaga i." signor di Mantova; ed i si-
gnori di Carrara si dichiararono pure con-
trari al principe di Verona , onde que-
sti si trovò un'altra volta nel cimento d'u-
na guerra generale. Per diminuir il nu-
mero de' suoi presidii e procacciarsi de-
naro, nello stesso I 341 per 25o,ooo fio-
rini vendè Lucca a'fìorentini, i quali pe-
rò non seppero poi conservarla. Si colle-
gò quindi co'marchesi d'Esle, e co'Pepo-
li dominatori in Bologna. Dipoi neh 345
fece la pace col signor di Milano, mari-
tando a Bernabò Visconti la sua figlia
Beatrice, cui la maestosa statura, e for-
s' anco r orgoglio suo, aveano fatto so-
prannominare/^z regina. Mastino II ri-
dotto alle sovranità di Verona e di Vicen-
za, rinunziò a'progelti ambiziosi che lo
tennero affaccendalo ne'primi tempi del
suo regno. Prese tuttavia alcuna parte
alle turbolenze di Romagna, dove si mise
nel parlilo del legato pontifìcio; ma cer-
cò sopra tutto di ristabilire le arti e I' a-
gricoltura ne' suoi stali, che sforzi spro-
porzionati, rispetto alla loro estensione,
aveano esausti. Moiìa'3 giugno i 35o ov-
vero i35f, lasciando 3 figli, i quali gli
successero congiuntamenle,e 2 figlie,oltre
7 figlie naturali. — Nello stesso giorno
il figlio Con Grande gli successe: gover-
nò dapprima unitamente a'suoi due fra-
telli Cau Signore e Paolo Alboino, e col
consenso d' Alberto suo zio, che morì
l'anno dopo, come dissi; ma il giovane
principe non voleva ammettere divisio-
ne d'autorità. Nato neh 332, avea pre-
so in moglie a' 22 novembre i35o Eli-
194 VER
sabetta figlia del defunto Lodovico V li
Bavaro, ma non se leatTezionò, non a-
vendo avuto da essa figli, ed educò sfac-
ciatamente sotto i suoi occhi de'bastardi,
a'quali pretendeva assicurare la sua suc-
cessione alla signoria. L'estrema giovi-
nezza de' suoi fratelli aveagli conceduto
ritenere per sé tutta l'autorità, fatta da
lui più grave coll'opprimere d' imposte
eccedenti i suoi sudditi; ed avea creduto
di metter in sicuro i tesori da lui accu*
mulati, ponendoli ad interesse nel ban-
co di Venezia, a nome de'suoi 3 figli na-
turali, colla quale repubblica erasi colle-
gatoneli 353. Queste esazioni resero Can
Grande II odioso al popolo. Fregnano,
suo fratello naturale, credette di poter
profittare del malcontento universale per
impadronirsi della sovranità di Verona.
Mentre Can Grande II era andato a Bol-
zano, con suo fratello Can Signore, per
abboccarsi col marchese di Brandeburgo
suo cognato, riuscì a Fregnano, con un
misto d'inganni e d'audacia, d'impadro-
nirsi di Verona nella notte de'i 7 febbraio
l354- I Gonzaga, Azzone di Correggio
ed i Visconti, gelosi della casa della Sca-
la, si unirono per favorire l'usurpazione;
ma Can Grande II , ritornato in tutta
fretta colla sua gente d'arme, ali.° sen-
tore di tale sedizione, trovò alla guardia
d' una delle porte di Verona alcuni de'
suoi partigiani, che l'introdussero nella
città. Diede battaglia a Fregnano in mez-
zo alla via: lo vinse e lo uccise, come fe-
ce anche di Pico della Mirandola, che
Fregnano avea fatto podestà, e ricondus-
se i ribellati all'ubbidienza. Poco tempo
dopos'immischiòin una legafurniata con-
tro i Visconti dalla repubblica di Vene-
zia, e tutti i principi suoi vicini, ed alla
pace vi fu compreso neh 3 55 cogli altri
signori. Indi i veneziani inimicatisi con
Francesco I da Carrara signor di Pado-
va, gli mossero contro il principe di Ve-
rona. L'alleanza veneta parendo a Caq
Grande II atta a consolidare il suo po-
tere, ruppe senza ritegno u lutti i viyi, la
VER
crudeltà, l'avarizia, la crapula. La bel-
lezza e l'alta condizione d'Elisabetta di
Baviera sua moglie, non la salvarono dal
suo disprezzo; i suoi due fratelli erano
di continuo minacciati, e si aspettavano
d' ora in ora cader vittime della di lui
gelosia. Il primo de' due, Can Signore,
credendosi già perduto, incontrò a' 1 4 di-
cembre 1359 Can Grande li, cheattra-
versava Verona a cavallo; in un attimo
gli si avventòconlro, e lo trapassò da par-
te a parte col di lui stocco: altri dissero
che lo fece uccidere da scellerati sicari al-
la sua presenza. Fuggì dopo a Padova, e
Francesco I da Carrara signore di essa,
non solamente l'accolse con onore , ma
lo ricondusse in Verona, alla testa della
sua truppa, e lo fece acclamare signore
a' I 7 dicembre, congiuntamente a suo fra-
tello Paolo Alboino. — Can Signore del-
la Scala, chiamato pure Cansignorio, di-
venuto signor di Verona, volendo rasso-
darsi nella sovranità per via di alleanza,
die' io moglie sua sorella Verde della
Scala al marchese Nicolò li il Zoppo di
Este nel maggio 1 36 1, e rinnovò la lega
Trevigiana contro la casa Visconti. Non-
dimeno, nello stesso anno, fecedi concer-
to co'collegati la pace con Bernabò Vi-
sconti suo cognato. A*5 giugno 1 364 spo-
sò Agnese figlia del duca di Durazzo. In-
tantoCanSignore, vittima, durante il re-
gno precedente, dell'ambizione del fra-
tello suo maggiore, non aveva imparalo
nella sventura a comportarsi colla sua
generosità: escluse il suo più giovane fra-
tello Paolo Alboino da ogni comparteci-
pazione al principato, ch'eragli stato con-
ferito dal popolo. Paolo Alboino trovò
Ira'veronesi un partilo sollecito a far va-
lere i suoi diritti: i loro segreti disegni
rivelati al principe, furono riputati una
cospirazione; Paolo Alboino fu rinchiu-
so a'20 gennaio I 365 nel castello di Pe-
schiera; 8 de' suoi complici vennero de-
capitati, ed un gran numero d'altri fu-
rono cacciati in alcune prigioni, donde
QOQ msqìvoqq se »oq alla iiiorle di Cau
VER
Signore, ilqualecommelleocloun a.'fi'a-
tticidio, baibarainente fece strangolare
iu Peschiera l'infelice Paolo Alboino, an-
che per meglio stabilire la signoria a sé
ed a'fìgli suoi naturali, circa ili 875. Ri-
uunziando poi alla politica de'suoi mag-
giori, d'opporsi all'ingrandiotenlo della
casa Visconti, contrasse stretta alleanza
col cognato Eernabò signor di Milano.
Addormentatosi in seguito sul trono, e
datosi sempre più alle dissolutezze, già
fatali agli altri princìpi di sua casa, nun
fece più nulla degno di menzione Hnoal
i^yS^ in cui sentendo approssimarsi il
termine della sua vita, benché avesse ap-
pena 35 anni, e volendo assicurare lu di
lui successione a'suoi due bastardi Anto*
Ilio e Bartolomeo, fece eleggere il i." ca-
pitano generale di Verona e di Vicenza,
e poi morì a'i 3 ottobre dello stessei 3'j5.
Con lui si eslìnse la discendenza legitti-
ma degli Scaligeri, che aveano governa-
lo peri I 3 anni il principato di Verona. —
Antonio della Scala figlio naturale di Can
Signore èva in età dii5 anni quando gli
successe nel dì seguente alla sua morte,
congiuntamente al suo fratello Barlolo*
meo II. 11 padre li avea messi sotto la
tutela di Nicolò 11 marchese d'Este, di
Galeotto Malalesla e di Francesco 1 da
Carrara. I primi anni del loro regno pas-
sarono paciGcamente, toltone un tentati'
vo the nel 1378 fece contro di essi Ber-
nabò Visconti, il quale per sua moglie
Beatrice, figlia di Mastino II, chiedeva
l'eredità della casa Scaligera, pretenden-
do che non potessero succedere bastardi
in pregiudizio di figli legittimi; ma i fra-
telli della Scala avendo ricevuti soccorsi
da lutti i loro vicini, e quindi otteouti
molti vantaggi sopra i Visconti nello sta-
to di Brescia, leostilità furono sospese con
tregua del settembre 187 8. Frattanto i
due fratelli della Scala essendo giunti al-
l'età di governare da se, il più giovane
Antonio sentì con terrore che il potere
sovrano sarebbe passalo quasi lutto nel-
le mani di suo fratello Bartolomeo II. 11
VER 295
fratricidio non poteva spaventarlo in una
famiglia in cui tale delitto ei'a in qualche
modo divenuto gentilizio, appostò alcu-
ni sicari che assalirono Bartolomeo II nei
momento che entrava, con un sol cotu-'
pagno, in casa d'una donna che amoreg-
giava. Bartolomeo II fu trovato morto la
matlina de'i3 luglio i 38 i, trafitto da 26
coltellate: il di lui compagnone avea rice-
vute 36. Antonio,cIiedominandosolo, vo-
leva allontanare da lui il sospetto dì quel
misfatto, fece pigliare l' innamorata del-
l'ucciso fratello con tutti i di lei parenti,
ed accusandoli d'averlo assassinato, li fece
tulli perire iu mezzo ad orribili tormenti.
Non ostantenessiunosi lasciò ingamiare da
quel novello alto di barbarie; la pubbli>
ca voce accusò Antonio della morte di
suo fratello. Egli intanto si unì in lega co'
friulani e la repubblica veneta, coutro il
cardinal d'Aleu^oa amministratore del
patriarcato d'Aquileia, il quale era ricor-
so a Francesco I da Carrara signor di Pa-
dova. Quest'ultimo ripetè l'accusa di fra-
tricidio contro il signor di Veroua , ed
Antonio s'irritò per tanto oltraggio me-
ritalo. Cercando da per tutto nemici al
Carrarese, gli ruppe guerra neh 385, ri-
gettò ogni sua proposizione, ognisua prò-
ferta di soddisfazione. Battuto alla Bren-
ta a'25 giuguoi386, e presso Caslelbal-
do l'i I marzoi387, ricusò ahcora di far
la pace, e non volle ascollare niuno de'
consigli (Iella sana politica. Francesco I
da Carrara videsi forzato a chiamare ia
suo niuto Gian Galeazzo Visconti signor
di Milano, che osservava attentamente i
due rivali per profittare del loro indebo-
limento: egli avea fallo morire Bernabò
suo zio e suocero, avendone sposata la
figlia Caterina, nata daBeatricedella Sca-
la. Antonio non potè opporre alcuna re-
sistenza al novello aggressore. A' 18 ot-
tobre 1 387 Verona fu data da alcuni tra-
ditori in balìa di Gio. Galeazzo, e Vi-
cenza fu presa dal Carrarese» a cui poi
la tolse il Visconti. Allora Antonio dei-
la Scala fuggì per l'Adige a Venezia, col-
296 VER
la sua famiglia ed i suoi tesori. Non tro-
vandovi i soccorsi ette attendevasi, andò
a domandarne invano a' fìorentini ed al
Papa Urbano VI. Nel ritornare in Ro-
magna, per restituirsi a Venezia, mori
nelle mnnlagne di ForPi a' 3 settembre
i388 avvelenato, e dicesi per opera di
Gio. Galeazzo Visconti, con lui terminan-
do il dominioScaligero in Verona. — La-
sciava un figlio, Can Francesco, e 3 fl-
glie.CanFrancescoriconciliossicon Fran-
cesco II Novello succedutoal padre Fran-
cesco 1 signor di Padova, e ricomparve
vicino a Verona neliSgo. Il suo appros-
simarsi cagionò nella città un moto fata-
le a'suoi partigiani, il Visconti punì i ca-
pi della rivolta, e trovò mezzo di far av-
velenare quel pericoloso competitore, in
Ravenna stessa! — Guglielmo della Sca-
la, bastardo di Can Grande II, aiutalo da'
Carraresi e dalla repubblica di Venezia,
neli4o3 entrò con alquante schiere nel
Veronese, e lo scorse saccheggiando fino
a Legnago, nelle quali terre per alcuni
trattali fu ricevuto, ma poco vi rimase.
Imperocché a'6 settembre fu improvvi-
samente assalito dalle truppe di Ugolino
de' Bianchi, che in Verona si trovava, e
gli lurono tolte; ed in pena della ribel-
lione vennero sac(;heggiate spietatamen-
te quelle terre. Tutta volta Guglielmo del-
ta Scala fu monrtenlaneamente rimesso
in Verona, da Francesco 11 Novello da
Carrara, 1*8 aprile i4o4- morì peraltro
poclji giorni dopo, lasciando più figli. —
A suo tempo accaddero vari notabili av-
venimenli per Verona. GianGaleazzo Vi-
sconti, dopo essersi impadronito di Ve-
rona, e poi di Vicenza tolta a' Carrara,
a (|uesti prese pure Padova e Treviso,
che poi dovette restituire. Ottenne per
denarodall'iwperatore Vencealao il titolo
di duca per se e suoi discendenti nel 1 SqS,
e capo de' ghibellini di Toscana , le re-
pubbliche di Pisa, di Siena, di Perugia,
ed Asisi Sì diedero successivamente a lui
neli3c)9 e neh 400, ed inoltre !.otlomise
Uulugud al suo potere;; com ii;blitudu io-
VER
vèsciala la bilancia politica dMtalia. Tro-
vandosi in Marignano morì di contagio
a'3 settembre 1 40-2. Gli successe il figlio
Gio. Maria Visconti , cadendo la Lom-
bardia nella più orribile anarchia, ed i
guelfi rialzando il capo alteramente: tan-
to lui quanto il fratello Filippo Maria,
siccome minori, restarono sotto la ma-
terna reggenza di Caterina, molte città
sottraendosi dal dominioVisconteo. Fran-
cesco li da Carrara conquistò Verona, e
vi dominò sotto il nome apparente del
suddetto Guglielmo della Scala, che fu
da lui fatto avvelenare. Aspirava pure al
dominio di Vicenza, la quale fu esorla-
ta dalla reggente Caterina a dai-si alla
repubblica di Venezia colici ritorio, il che
i vicentini eseguirono nel i 4o4' Lo slesso
partito adotlaronoalcun'allrecitlà, e per
cessione di detta duchessa i veneziani per-
vennero alla signoria di Delluno, di Fel-
tre e di Cividale. Tulio questo fu seme
di fierissima discordia eguerra tra Fran-
cesco Ile la repubblica veneta. Verona
e Padova furono tosto aggredite du've-
neziani, comandati da Francesco l Gon-
zaga signor di Mantova e da Jacopo del
Verme generali della repùbblica: espulsi
i Carraresi (degli Scaligeri riserbandomi
poi ragionarne per unirà d'argomento),
Verona cadde nelle loro mani a'aS giu-
gno i4o5, salve le persone e le robe, gli
onori e i privilegi della città, dando per
ostaggiGiovanniPellegrini e AntonioMaf-
tei. Padova pure non tardò di cadere nel-
le mani de'veneziani, cessando per sem-
pre la signoria de'Carrara. Stanchi i ve-
ronesi da tanti insopportabili gioghi, e da
tante calami tose traversie,si diedero spon-
tanei alla veneziana signoria, portando a
Venezia in nome del pubblico il vessillo
di Verona, in segno d'intera dedizione,
Paolo Ma(Fei,coine narrai superiurmen*
le. Ma ilcav. Mulinelli negli Annali Ur-
bani di f^'tnezia , in cui a p. 24^ •"'•<'•
conta le solennità (atte in tale città per
la dedizione, non iioininu fra gli aniba-
i»cialuii vetuuesi il Malici; sebbtnc de-
VER VER 2f)7
scriva i segni di soggezione da essi ofTeiii maggio i4o4 ^'^^^ premiere i due fratelli,
al pnbljlìco di Venezia, cioèsigillo del co- e li mandò a Padova solto buona scorta,
mone di Verona, le 3 cliiavi della città, e li fece rincliiudere in prigione. Fallo
la bandiera della nobiltà, quella del pò- ciò, ritornò a Verona, dove a' 25 oiag-
polo, lo scettro quale insegna di dominio gio si fece proclamare a signore della cit-
assolulo sulla città e territorio, il giura- tà. I due fratelli, o che fuggissero dalla
mento di fedeltà e ubbidienza de'verooe- prigione o che venissero liberali, certo è
si alla repubblica veneta; dando il doge che Brunoro fece inutili sforzi per ricu-
agli ambasciatori una dorala insegna di perare la sua città dalle mani de'venezia-
s. Marco, la quale fu ricevuta col grido: ni, che l'avevano tolta al Carrara, di An-
f^iva s. AJarco! Di più l'annalista cita il Ionio non trovandosi più meaioria, l*er-
Verci, Storia della Marca Trivigiana duta dn Brunoro ogni speranza di rimet-
e P'cronrse. La repubblica di Venezia tersi nel dominio, allorquando vide i ve-
assicurò i veronesi, l'uiclila cillà e la sua neziani falli padroni anche del Friuli, si
provincia, con un dolce e savissimo go- ritiròpresso l'imperatore Sigismondo, ac-
verno, dandosi ogni premura a regolar- colto da questi colla maggior ainorevo-
ne nel miglior modo possibile l'^esterio- lezza, Convien dire che Brunoro avesse
re sicurezza e Tmlerna amministrazione, delle grandi qualità d'animo, poiché Si*
D'allora in poi Verona seguì i destini del- gismondo, che fu uno de' piiiicipali so-
la repubblica di f^eiiezia, e nelle sUsse- vrani del suo tempo e per l'avvedutezza
guenti guerre vi tenue precario dominio e pel talento, gli donò tutta la sua grazia
FilippoM.'' Visconti duca di Milano;laon- e lo ammise alta sua più stretta oonfìden-
de i principali avvenimenti di sua storia za, fors'anco senza mire [>oliliclie. In fai»
lidescrissi in quell'articolo. Inquestonon li i maneggi ili Brunoro e([uelli di Mar-
faròche rantmenlarne alcuno de'più da- silio da Carrara anch'egli profugo presso
morosi, ma prima conviene che termini la corte imperiale, avvilupparono! vene-
te notizie degli ultimi Scaligeri, retroce- ziani in una guerra con Sigismondo, per
dendualquanlo nel racconto, sebbene an- esser slato questi assicuralo da'due prin-
che di essi parlai nel citato articolo. — • cipi,essere facilecol suo aiuto cacciare i ve-
Antonio della Scala, figlio di Guglielmo, neziani da Verona e l^adova, nelle quali
visse e mori oscuramente. Antonio don- città tramarono congiure, represse e pu-
que e Brunoro suo fratello, nominali 1 4-'' nite severamente dal senato veneto, il
e 1 5." principi di Verona, finite l'esequie (|uale pubblicò una taglia in favore di chi
ilei genitore, e convocalo il popolo ve- desse nelle sue mani Brunoro e Marsilio
ronese in ()iazza, furono solennemente vivi o morii: quest'ultimo vi cadde, ed
elelli in signori della città, e con gran- ebbe mozzo il capo. A Brunoro la repub-
dissima festa ed allegrezze accompagna- blica offrì annua pensione, ma venne ri-
ti dal popolo plaudente al palazzo. Se cusata. Giacché Sigismondo non potè ri>
non che brevissimo fu lanlo tripudio oiettere lo Scalìgero nella sua signoria in
de' veronesi, poiché avendo il Carrare- Italia, lo fece grande in Germania. Ini."
se posto l'assedio a Vicenza, e volendo luogo con(liplouiade'22 gennaioi4 ' 2 lo
che vi andasse o Brunoro od Antonio dichiarò suo vicario imperiale in Vero-
con una truppa di soldati, essi non sola- na ed in Vicenza, e con questo gli die'uu
mente ricusarono di farlo, ma incomin- rango fra'princi[»i della Germania, e co-
ciarono a trattar segretamente d' unirsi me tale fu sempre con^iderato in quella
alla repubhlica di Venezia, allora dicliia- regione, conte pure anche i suoi succes*
ratasi nemica del Carrara. Per lo che sori. E questa dignità di principe tlel-
qiieslo pi incipc, montalo m isdegiio, -l'i <S l'impero si continuò nella famiglia Scd-
ayS VER
ligeia non solo per lutto quel secoIoXV,
ma nel sussegueule XVI ancora, finché
veramente si e&tinse. Oltre il titolo di
principe di Verona e di Vicenza , diede
l'inìperatore a Brunoro anche una con-
tea in feudo, denominala dei Santo Mon-
te. Quando Sigismondo s'impadronì di
Feltree Belluno ne dichiarò vicario Bru-
noro. Fu anche Brunoro adoperato dal<
l'imperatore in rilevantissimi all'ari, e fra
questi l'onorevole incombenza nel i43l
di stabilir la convenzione e i patti col du-
ca di Milano Filippo M/ Visconti, noa
solamente per preparare la venuta e le co-
ronazioni di lui, ma anco per trattare di
muover guerra alla repubblica di Vene-
zia. A questo oggetto egli lo creò suo pro-
curatore, con pienissime facoltà. Lo Sca*
ligeroaccompagnò poi Sigismondo in Ita-
lia e nel i433a Roma, ove si trattò d'en-
Irare alservigiodi Papa Eugenio IV; ma
pare che Sigismondo uOn vi acconsentisse,
anzi rS ottobre i434 l' impcalore eoa
diploma gli confermò il vicariato di Ve-
rona e di Vicenza , estendendolo al pri-
mogenito de' suoi figli maschi in perpe-
tuo, e in mancanza della linea mascoli'
na di lui, sostituendo i figli di Fregnano
edi Paolo fratelli di Brunoro. Allora (|ue-
sii non avea né moglie, ne figli, onde si
devono considerar favole i contrari rac-
conti di Giuseppe Scaligero; così le ge-
nealogie di Buccellino , di Spenero e di
nitri storici tedeschi che degli Scaligeri
■vollero ragionare. Brunoro morì a Vien-
na senza prole, a'a i novembre dello sles-
so 1434» e fu sepolto nella chiesa degli
agostiniani. Pretesero alcuni ritardare U
morte di Brunoro, poiché quando la re-
pubblica veneta nel i437 prese l'inve-
stitura de' suoi dominii di Terraferma,
cioè delle terre appartenenti all'impero,
Sigismondo eccettuò Verona e Vicenza,
e ciò dicesi per le pretensioni di Bruno-
ro. Suo fratello Nicodemo della Scala,
fu assai lodato dagli storici, e pe'suoi me-
riti neli42i l'avea crealo vescovodiFri-
tinga, onore e dignità di cui si mostrò
V E R
ben degno: ricolmò di benefizi la sua chie-
sa, l'arricchì di sagri e preziosi doni, e di
una di quell'immagini della B. Vergine
credute dipinte da s. Luca, eh' era stata
donata dall'imperatore di Costantinopo-
li a Gian Galeazzo duca di Milano. Si-
gismondo imperatore l'onorò assai, con-
fermando alla sua chiesa i privilegi e i
feudi, ralTermandolo suo consigliere. La
slessa eslitnuzione gli continuò l'impera-
tore Federico IIF, e trattò cou lui gra-
vissimi affari, scrivendone con grandi e-
logi Enea vSilvio Piccjolomini, poi Pio IL
Anche quest'imperatore coufei'mò a lui i
diritti e l'investiture del vescovato di Fri-
singa , morendo in Vienna a'i3 agosto
1443, e sepolto nella delta chiesa degli
agostiniani, di cui co'frateili era stato in-
signe benefattore. L'altro fratello Paolo,
ultimo figlio di Guglielmo della Scala,
propagò la sua stirpe in Germania, si sta-
bilì in Baviera, dove la sua posterità du-
rò un secolo con grandissimo splendore.
Secondo il Buccellino, egli ebbe in moglie
Amalia, figlia diTommaso di Traunbcrg,
dal quale matrimonio nacque Giovanni.
Questi si maritò con Elena di Closea, ed
ebbe 3 figli, cioè Anna, Maddalena e Gio-
vanni giuniore. Quest'ultimo sposò Mar-
gherita di Lainingen, e fu padre di due
figli maschi, cioè di Gio. Cristoforo e Bru-
noro. Giuseppe Scaligero dice, che i due
primi combattendo valorosamente furo-
no uccisi a Ceresole, ed il Crescenzi nel-
la Nobiltà (V Ita li a ^ che furono capitani
famosi della nazione bavara. Du Cristofo-
ro fratello di Bernardo, il quale ebbe per
moglie Elisabetta contessa di Zollen, nac-
que Giovanni Warmondo , di cui si fa
pur menzione dallo Spenero e da altri
scrittori tedeschi; e da questo e da Eli-
sabetta de Thurn sua moglie, uscì alla
luce un'unica figlia nominata Giovanna,
che fu l'erede di tutte le facoltà di quel
ramo Scaligero, da essa portate in casa
primieramente di Sigismondo, conte di
Dielrichstein, e poi per la morte di esso
in seconde nozze in quella di Giorgio Si>
VER
gismondo libero barone di Lamberg. Di
questa disceudetiza e di questi matrimo-
ni lifetitì dal Baccellino si trova pur me*
moria presso Hocheneck nell' Historica
descripliofainiliaruinAiislriacar uni sa-
prà Ànassum. E questo autorevole sto-
rico chiama la detta Giovanna ultimo
rampollo della faniiglìuScaligera de'prin-
cipi di Verona, e però si può ragionevol-
mente asserire, cbe vivente Giovanna fos-
sero morti senza successione i 3 figli diCer-
nardo, cioè Gio. Lodovico, Cristoforo e
Brunoro. Anzi seo)bra che il Buccellino
ponga la morte di Brunoro ultimo Sca-
ligero nel 1 544- Secondo tutti gli autori
tedeschi, la famiglia Scaligera Hniin quel-
le persone che hu accennato; ciò non o-
stante, in quel secolo medesimo insorse-
ro alcuni, come a suo luogo notai, che si
vantavanodiscendere da que'priocipi ve-
ronesi. Tali furono Giulio Cesare Scalige-
ro, Scipione Scaligero e un certo Paolo,
che si faceva chiamare principe della
Scala e marchese di Verona, tulli uo-
mini dotti per altro, diesi resero famosi
con opere stampate. Persino Gio. Batti-
sta della Scala, architetto, si vantava del-
la famosa stirpe Scaligera: neh 63 i eres-
se in Padova l'arco trionfale in onore
d'Alvise Valaresso. Dell'usurpazione del
nome Scaligero tratta pure il Malici. Si
può vedere di Giuseppe Giusto Scalige-
ro, Epislola de vttuslatc et splendore
geiitis Scaligerae, et vita Julii C. Sca-
ligeri j acceduti t J. C, Scaligeri or alio
in lucili Jilioli Àudecli, nec non diver-
soruni testimonia de genie Scaligera et
de J. C. Scalìgero^ Lugduni Bat.jPlau'
Un 1594.
Per la terribile lega di Cambray con-
tro i veneziani, il loro capitano generala
conte di Pitigliano difese Verona e Pe-
schiera. In que'supremi momenti il se<
nato veneto per guadagnare l'animo del-
l'imperatore Massimiliano l,gli fece ce>
dere Verona e Vicenza nel iSog, dicen-
do volerle da lui riconoscere; ma in Vi-
ceuza le truppe imperiali i^ccQ^io^e vi
VER 299
commisero enormi falli, e poi la repub-
blica la ricuperò prima di Verona, ov'e-
rano entrati pure gli spagnuuii. Final-
mente la repubblica riebbe anche Pe-
schiera, e Verona a2^^enaa\o\5i'j,re-
stando nel suo pacìfico dominio, tranne
alcun tempo di guerre in cui il suo ter-
ritorio fu ingombro da'passaggi di trup-
pe straniere. Narra l' Ughelli, che il se-
nato veneto dichiaròF/^eZew f^eronani^
e che il suo oratore al doge e senato, yèn-
ionius Collii viri clarissimi comitioruni
f^eronensium praesidis, duci et senalul
gralias retulcre, vexillumque J^eronae
divi Marci Ducali tempio hoc emblema-
te exornalum : Verona Fidelìs, et eo-
ritm perpetuo lestandam fidem suspen-
derunt. Fra Rivoli e Canale, nel maggio
1701 da' belligeranti per la successione
alla monarchia di Spagna, fu po»lo ili."
campo. Ma i gallo-ispani comandati dal
maresciallo di Catinai e dal principe di
Vauderaont, altro non curarono che di
serrar la via della Ferrara , e l'altie del
destro lato, e di battere e renilere inac-
cessibile la comune e frequentata, eh 'è
presso al fiume sul sinistro, abbandonan-
do a'nemìci le superiori e tutto il paese
di là: i tedeschi però vennero nel Vero-
nese senza contrasto , benché non senza
tlìnìcullà, per la strada allora poco nota
della Valfredda, che di qua da Ala sale
con tortuoso giro di 5 miglia per la co-
fcta d'alti e selvosi monti, e viene a riu-
scir ue'Lessini. Praticabile dalla cavalle-
ria e transitabile da piccola artiglieria fu
resa a foiza d'uomini e di lavori; i car-
riaggi furono disfalli e portati a pezzi,
poi ricommessi. Dall'altodella montagna
la maggior parte dell'armata andò calan-
do al Facto e a Breonio nella sommità
dellii Valpolicella, dove si fermò il prin-
cipe Eugenio di Savoia generalissimo im-
periale alcuni giorni: assicurate di questi
luoghi, presero poi successivauienle le
truppe la strada men disagiata, che da
Peri con salita di due miglia porta pari-
mente suimonli di Breouiu e Faedo. Pe-
3no VER
rò nella narrala guerra romana contro i
ci(iil)ri, non fu Calulo della medesima o-
piiiione , di lasciare cioè in arbitrio de*
nemici il paese di là dal fiume, e lo mu-
nì. A proposito de' cimbri , quando nel
1708 Federico IV re di Daniniarca, ac-
compagnato da sceltissima corte, venne
a passar nell'Italia non pochi mesi, e o-
norò con sua dimora 10 giorni Verona,
riconobbe, come toccai più sopra, che il
linguaggio de'Selte Comuni del Vicenti-
no ha qualche aftìnità col danese. Del col-
legio militare splendidamente fondalo e
aperto dalla repubblica neliySc) in Ve-
rona, parlai nel voi. XCII, p. 661. Esso
poi fu tipo di quelli più fardi stabiliti qua-
li scuole militari in Modena e Pavia.
Verona, perla munificente ospitalità che
usava la splendida repubblica di Vene-
zia, nel passaggio di principi sovrani ne*
propri dominii , più volte fu spettatrice
di tali solenni dimostrazioni, alle quali
congiunse le proprie, allorché fu allieta-
la dalla presenza del Papa Pio VI. Re-
duce questi neh 782 da Vienna, da Ro-
veredo s'incamminò verso Verona saba-
to! I maggio, e giunto al luogo, ov'era il
(ermine degli stati austriaci e la irontiera
de'veneli, il Papa colle maggiori e più si-
gnificanti espressioni di riconoscenza e di
gratitudine, incaricò il conte di Streoi-
berg, che l'avea accompagnato, di rap-
presentare in di lui nome all'impei-atore
Giuse()[)e II quanto rimanesse sensibile
per le tante replicate attenzioni, e gli con-
segnò una corrispondente lettera pel nie-
ilesimo; ringraziando anco il conte per
gl'uicomudi solferti e le diligenti premu-
re. Continuando indi il viaggio, entran-
do nel dominio veneto, si trovò ivi pron-
to un distaccamento di cavalleria a scor-
tare e servire Sua Santità, e li procura-
tori di s. Marco Contaiini, e Manin, poi
nllimn doge, destinali a doverla nuova-
mente accompagnare, come nel preceden-
te passaggio. Alle ore "2 7. pervenne il Som-
mo Pontefice in Verona, ira un allolla-
tu popolu innun)erabilu esultante di te-
VER
ligiosa gioia, il quale l'avea inconlralo an-
che in molla distanza dalla città. Discese
di carrozza al convento de'religiosi do-
menicani di s. Anastasia , ove fu incon-
trato dal conte Mario Savorgnan pode-
stà della città, e da moli' altra nobiltà,
quali lutti furono con dimostrazioni di
paterno affetto accolti da Sua Santità. Si
trovò ivi nello slesso momento ancora il
patrizio veneto d. Abbondio Rezzonico
senatore di Roma, il quale co'più distin-
ti attestati di gradimento fu accolto dal
Santo Padre, il quale senatore, con par-
ticolare attenzione, continuò a seguirlo
nel viaggio fino a Imola. Si presentò al
Papa anche mg. "^ Vincenzo Ranuzzi nun-
zio apostolico di Venezia, che poi ebbe l'o-
nore d'accompagnare il Papa fino a Bo-
logna, insieme a mg.' Garampi nunzio
di Vienna. Asceso il Papa all'appartamen-
to preparatogli dal podestà di Verona con
tutta la magnificenza, nel dello conven-
to, ammise a particolari udienze lutti i
delti personaggi, e al bacio del piede una
quanlitàdicavalieri,di regolari e molli al-
tri. Fra le tante dimostrazioni dì giubilo
mostrate in questa circostanza dalla cit-
tà di Verona, singolare fu quella che si
vide nelle due sere che ivi fece perma-
nenza Sua Santità, essendostatocon som-
ma vaghezza illuminato lutto il Castel s.
IMetro (il Diario di Roma dice che furo-
no illuminale pure le due rive dell'Adi-
ge), a segno che tutta quella riva dell'A-
dige opposta al convento, ove dimorava
il Papa.oltViva agli occhi d'ognuno la ve-
duta d'uno spettacolo de'più belli e bea
intesi, che possa mai idearsi, specialmen-
te per la ripercussione de'gran lumi nel-
l'acqua di detto fiume. Domenica 1 2 n>ag-
gio il Pontefice, servito da una nobile
carrozza a 8 cavalli, e altre pel di lui se-
guilo, preceduto dal crocifero a cavallo,
e scortato e custodito dalle guardie de'
cavalleggieri, seguito da'detli procuratori
<h s. Marco, dal senator di Roma e dal
podestà della città , si portò alla chiesa
caltedrule, lu quuie fu trovata al sommo
I
VER
ricolma di popolo, ricevuto tlal capitolo,
cantandosi l'Ecce Sacerdos Magnux^se-
guitodal suono di armoniosesinfonie. Ivi
celebrò il divin sagrifizio, ed ascoltò an-
co una 2." messa, del suo cappellano se-
greto mg/ Fonzelti ; e prima di uscire
dalla chiesa, con ediHcante religiosità si
fermò innanzi la tomba in cui era rac-
chiusoli cadavere del cardinal Pietro Co-
lonna PanìphilJ, zelantissimo e virtuoso
porporato, morto nel fiore dell'età in Ve-
rona a' 4 dicembre 1780 (donde poi (11
trasportato in Roma nelle tombe de'suoi
antenati), per porgere preghiere al Signo-
re in sniiragio della di lui anima. Passa-
to dipoi nelici biblioteca capitolare , ivi
ammise al bacio del piede tutto il clero
della cattedrale slessa, molti altri eccle-
siastici e regolari, e molla nobiltà, e quin-
di osservò alcuni dei rarissimi codici che
vi si conservano. Asceso poi di nuovo in
carrozza, col medesimo nccouipngnuinen-
to, passò al celebre Anfiteatro denomi-
nalo ['Arena di f'erona, antica ammi-
rabile fabbrica e vestigio della romana
magnificenza, la quale si trovava cosìj>ie-
na di popolo, che somministrava il com-
plesso d' uno spettacolo veramente sor-
prendente e raro; giacché in quel vasto
anfiteatro, per comun sentimento delle
persone più pratiche, fu considerato che
vi fossero adunate più dì sessantamila per-
sone (il Novaes scrisse I 00,000, ed il rac-
contodel Diario di Roma \ì\h di 70,000)
con esserne rimaste addietro molte altre,
per non avervi potuto aver luogo (sono
autorevoli asserzioni di mg.*^ Dini prefet-
to de'ceremonieri pontificii, ch'era vi pre-
sente, ed autore del Diario pieno e di-
stinto del viaggio fatto a Ileana da Pio
V J^ da cui ricavo questa descrizione). A*
scese la Santità Sua un piano dello stes-
so anfiteatro, ornato con tutta magnifi-
cenza e ricchezza, ed ivi dal ricco Irono,
appositamente eretto, soddisfece ni desi-
derio di voto di quell'immenso popolo, a-
dunato non per uno spettacolo profano,
ma per venerare il Vicario di Gesù Cri-
VER 3oi
sto, dando allo slesso con tutto il più sin-
cero e paterno amore l'apostolica bene-
dizione, che hi ricevuta con singolari di-
mostrazioni di commovente divozione, ed
accompagnata da vivissime acclamazio-
ni e voci di liliale giubilo, che muoveva-
no a tenerezza 1' animo di chiunque fu
presente ad un alto tanto singolare. Con-
dottosi indi al celebre museo lapidario,
insigne memoria dell' illustre letterato
marchese Scipione Maffei veronese (del
quale il più bel ritrailo è quello dipinto
da Francesco Lorenzi, e<l inciso da Mar-
co Pitteri), nella sala de'filarmonici, no-
bilmente ornata , ammise al bacio del
piede tutte le dame e l'altra nobiltà di m
ragguardevole città, ed osservate 1' anti-
che memorie, che ivi si conservano, fece
ritorno al convento di s. Domenico, ove
nella sera similmente soddisfece al desi-
derio di molti altri, che ambivano l'ono-
re di poter ossequiare la Santità Sua. Per
la via del Corso si restituì alla sua resi-
denza, dove die' a baciare il piede a' do-
menicani e altri ecclesiastici, e nei pome-
riggio fece altrettanto con diversi distinti
soggetti. Lunedì i3 maggio, disceso Pio
\'l nella chiesa di s. Anastasia, aderente
al convento, la trovò sontuosamente ad-
dobbata, ed ascoltata la messa di mg.
Ponzelti, riprese il suo viaggio verso Pa-
dova, seguendolo sino a Caldiero, luogo
distante una posta da Verona, il rappre-
sentante della città conte IMario Savor-
gnan, il quale fu dalla Santità Sua di nuo-
vo colle più gentili espressioni ringrazia-
to del diligente pensiero ed attenzioni
verso di lui praticale dalla cillà. Quindi
per Vicenza e Padova, pervenne a P^e-
Ajez/<2,sempieaccompagnato da'due pro-
curatori di s. Marco. Veiona quindi con-
tinuò a godere per altri pochi anni di una
pace e di una nazionale prosperità sino
al 1796, in cui divenne bersaglio delle
più amare vicende, per avere fallo ogni
sforzo per conservare la legiitima e ama-
ta sovranità veneziana, ^'arrai le sue vi-
cende, con qualche dillusione, nell' arti-
Sol VER
colo Venezia. E prÌDiamente nel volume
XCIF, da p. 629 a p. 634. Pf' fico a p.
673, che in conseguenza della formida-
bile rivoluzione di Francia^ cosliluitasi
in repubblica, e della decapitazione del
virtuoso re Luigi XVI, il suo fratello con-
te di Provenza, sotto il nome di conte di
Lilla, fu accolto onorevolmente dal doge
e senato veneto nel suo dominio, ad on-
ta delle rimostranzedel ministro della re-
pubblica francese; onde il conte di Lilla
nel maggioirg4 si recò a Verona nella
casa de'conti Oazzola, ricevuto con ogni
distinzione da'veronesi e trattato da loro
con munifica generosità, per cui furono
Applaudili da tutti i buoni d'Europa. Meo-
tie vi soggiorna va, per la morfedellosveo-
lurato nipote Luigi XVIl, l'S giugno il
conte dì Lilla divenne Luigi XVIII, e di-
•versi sovrani accreditarono ì loro mini-
stri presso di lui. Tutto questo mosse l'ai-
Ipnzione del governo tirannico e rivolu-
zionario che gli usurpava il regno, e ciò
mentre esso preparavasi a invadere l'in-
felice Italia. Il direttorio di Parigi per-
tanto ne die* commissione al general Bo-
naparte, che nel marzo 1796 partì per
l'impresa, quando già ili." di tal mese il
medesimo direttorio avea intimato alla
repubblica veneta il pronto allontana-
mento di Luigi XVIII da' suoi stali. La
repubblica pe'moli vi deplorati nel descri-
verne la caduta, e per la forza delle cir-
costanze, ebbe la debolezza di cedere, e
commise al marchese Alessandro Carlot-
ti di Verona, d'invitare Luigi XVIII a
partire. Il re subilo vi accudì, esigendo
prima la cancellazionedi sua (ìjmiglia dal
libro d'oro del patriziato veneto, e la re-
sliluzìotie dell'armatura donata da Enri-
co IV alla repubblica; indi a'2 1 lasciò Ve-
rona. In tanti gravi casi il senato veneto
nominò piovvedilore generale delle pro-
vincie di Terraferma Nicolò Foscarini, il
quale fissò la sua residenza in Verona.
Indi a'3 I maggio fu chiamato da Bona-
porle in Peschiera, da lui occupata, per
tniuacciar Venezia d'impadrouiisene, e
VEtl
d'incendiar nella notte Verona, per aver
dato stanza al conte di Lilla, mostrata-
si tenera di lui, e quasi credutasi per es-
so divenuta la capitale della monarchia
francese. Appena ciò saputo du' verone-
si, molli abitanti lumultuariamenle fug-
girono. Nel seguente giorno tranquilla-
mente il general Masseua entrò in Ve-
rona, benché munita di 3 forti castelli e
di numerosa guarnigione de'fedeli schia-
voni, e poi estese le sue truppe lungo l A*
dige, il che alquanto calmò Bonaparte.
Inoltre raccontai nel nominalo articolo o
voi. XCII,da p. 637 a p. 646, e a p. 672,
come nel i 797 Bonaparte apertamente si
mostrò deciso di voler attaccare la re-
pubblica di Venezia; ma mentre guerreg-
giava l'Austria in Garintia, gliene porse
il pretesto le famose Pasque Feronesì^
cioè l'orrenda carneficina fatta da'vero-
nesi per 5 giorni de'francesi, e con tal no-
me registrata dalla storia perchè comin-
ciala a' 17 aprile la sera della l.* festa di
Pasqua di Risurrezione, o secondo altri
la 2." Stanchi eziandio i veronesi delle
tante sevizie patite, ciò eseguirono quan-
do Bonaparte nel dì seguente 18 aprile
co'famosi preliminari di Leoben cedeva H
all'Austria prima di possederli, e come ^
un branco di pecore, i popoli della nobi-
lissima repubblica di Venezia, che conla-
va XIV secoli di gloriosa esistenza. Idee-
rà e indipendente, impegnandosi di di-
struggerla; e lutto qviesto per indenniz-
zarla del rinunziare r Austria sfavore
della Francia i Paesi Bassi Austriaci, ed
i suoi slati d'Italia che si trovavano sul-
le sponde destre dell'Oglio e del Po, os-
sia il Milanese, non che per restare libe-
ra nell'azione di quanto erosi proposto
di fare. Qui solo dirò, che dopo le rivo-
luzioni, fomento te da'francesia Bergamo,
Brescia e Crema, tentando essi di com-
muovere pure Veiona, devotissima sem-
pre alla signoria veneta, lo sdegno de'po-
polani indispettiti conlro i francesi scop-
piò nella più terribile foggia nel dello 17
oprile, ed esegui sulla guarnigione fiau-
VER
rese un sanguinoso macello, Irannele po-
che reliquie restale ne'caslelli e quelleclie
riuscì al general Ballane! di condurre nel
più forte di essi. I giorni i g, 20,2 i e 22
furono di strage e rovina, né sino al 23
si potè conchiudere un armistizio. Que-
sta memorabile sollevazione, in vario sen-
so lodala e biasimata dagli opposti par-
lili, diede luogo all'eloquenlissima Ora-
zione del conte abbate Pellegrini, che si
fece encomiatore degli angariali e provo-
cati suoi conciltadiui(Veronai 709 in4.°);
ma pur troppo non tardò ad essere fie-
ramente punita. Sopraggiunte a'francesi
forze maggiori, capitanale da Victor, Kil-
maine, Chabrune, Lahoz, compirono l'ec-
cidio della più violenta reazione. I mise-
ri veronesi furono costretti a cedere, ed
oppressi dalla violenza straniera, a paga-
re il fio del loro zelo nazionale: villime
principali essendone i conti Francesco de-
gli Emili, Verità e Malenza, il p. Luigi
Colloredo cappuccino, con altri ancora.
Impadronitisi interamente i francesi di
Verona, con mano ferrea imposero a've-
ronesi le più esorbitanti contribuzioni;
vennero postea saccomanno le pubbliche
istituzioni, e molte privale famiglie, in-
clusivamente alle collezioni di belle arti
e di storia naturale, sì pubbliche e sì par-
ticolari. Fra le quali rapine è da contare
il monte di pietà, ricco di ben 5o milio-
ni (di franchi, secondo il Coppi). Tante
espilazioni e tante ruberie furono lamen-
tale dallo stesso general Augerau, quan-
do rappresentò al general in capo iiona-
parle, non essere ormai più possibile di
estrarre tante cose da una desolata città,
sebbene^fosse la principale delle provin-
ole della signoria di Venezia. A questi
cenni, Sicnza ripetere il riferito ne' citali
luoghi , per le particolarità interessanti
che contiene, trovo opportuno di aggiun-
gere la descrizione dell'insurrezione vero-
nese, di L. A. M., già rammentato, nel
suo articolo Verona ^ presso il t. 6 del-
\ Album di Roma, p. Sg. Il giorno 9 a-
prile 1797 (riconfermo collo storico ab-
VER 3o3
baie Venturi 11 17 aprile 1797 alle ore 21
e mezzo italiane), in cui il cielo era sere-
nissimo, e nulla sembrava presagire una
scena d'orrore e di carneficina, la città a-
vea il più tranquillo aspetto. Vedeansi
soltanto qua e là certe figure straniere,
che co' loro misteriosi aspetti ingerivano
alcuna sinistra impressione ne'pacìfici ve-
ronesi: formaronsi come insensibilmente
de' gruppi in molti quartieri, e voci che
spargevansi di luogo in luogo comincia-
rono a dare qualche agitazione; portava-
no queste voci, che il comandante fran-
cese delle fortezze avea intercettato ogni
comunicazione col di fuori della città; si
seppe poi che il comandante slesso avea
intimato a'magistrali di disarmare all' i-
stante tutte le truppe: queste notizie al-
larmanti si diffusero ben presto e gli as-
sembramenti si resero più numerosi. E-
gli era specialmente nelle vicinanze del-
la chiesa di s. Zenone che manifestavasi
l'elìervescenza degli spiriti. Un gran nu-
mero d'individui ricoperti di cenci erasi
riunito in quel punto, e sembrava atten-
dere un qualche avvenimento, in cui il
loro intervento fosse necessario: passòco-
sì una parte del mattino. Ad un tratto
un uomo correndo precipitosamente si
fece largo in mezzo al popolo per giun-
gereall'adunanza principale, e giunto co-
là esclamò: Amici miei, i francesi hanno
saputo che i nostri podestà hanno chie-
sto il soccorso austriaco.- la nostra cit-
tà va ad esser fulminata. In tale istante
le porte della chiesa si aprirono, e se ne
vide uscire una turba d'individui in va-
rie foggie vestili; lutti portavano a* loro
cappelli delle larghe coccarde turchine e
gialle,e sembrò che fossero diretti da per-
sonaggio rivestito d'insegne della magi-
stratura veneta. Questa turba fece alcun
passo in avanti; il popolo immerso nello
stupore, fece largo innanzi la medesima;
e quegli uomini cominciarono a gridare:
Vi\>a la patria ;e\a folla rispondea:/l/or-
te a* nemici di Venezia. La truppa segui
il suo cammino seguita dalla corrente de]
3o4 VER
popolo; ma ben presto alla voltata d'una
strada sì ferma, e di rango in rango eia-
senno gridò: Un francese. Era un capo
di battaglione della guarnigione,che spin-
to dalla curiosità o dalla necessità di ve-
dere ciò die avveniva, erasi injpruden-
temente e senza scorta inoltralo fin là.
Un colpo di pistola slese morto l'idllzia-
le, e la moltitudine ne precipitò il corpo
nell'Adige. La notizia dell'omicidio com-
messo sopra unode'principati ullizialidcl
presidio si sparse colla rapidità del lam-
po in lutti i quartieri; giunse al castello:
allora 3 colpi di cannone partiti dal for-
te piùelevalo echeggiarono luttuosamen
le nel recinto della città, e si vide sven-
tolare sui merli un nero vessillo : quasi
all'istante si lira a palla sulla misera cit-
tà. Si suona a stormo; furiose bande ir-
rompono dovun(|ue può trovarsi sangue
francese da spargere, e nello spedalesles-
so 3oo feriti sono scannati nel loro letto
di dolore (e questo fu veramente non giu-
stidoabile eccoso). Nulla sarebbe stalo di
più rimarchevole per uno spettatore im-
passibile in queste scene d'orrore, cbe la
8|iecie d' accordo colla quale una turba
senza capo apparente dirigeva le sue o-
pcrazioni: divtdeasi in più masse per an-
dar a sorprendere alcuni posti isolati, i
cui difensori erano all'istante e improv-
visamente messi a morte: molte porte oc-
cupate da'fraucesi essendo state così pre-
.se d'assalto, alcune bande di montanari
invaselo la piazza, e vennero ad aumen-
tare le forze degli ammutinali. Il popolo
parlava già di scagliarsi contro i forti;
quando si vide dal vecchio cartello scen-
dere un ufliziale superiore disarmato, con
un fazzoletto bianco iuvoUo al braccio,
annunciando un parlamentai io. Giunse
lino al palazzo in cui \\ prowediloie con
allri magistrati deliberava sui pericoli
della posizione. In quel momento alcuni
colpi di fucile si fecero sentire a poca ili-
ttanza, ed un usciere annunciò ohe il pa-
lazzo era assniito. La fdla invadeva già-
dulamcnle i vasti cuiriduri, cercando la
VER
sala in culi magistrati tenevano seduta.
Finalmente la portasi aprì violentemen-
te; diversi individui entrarono tumultua*
riacnente; tulli erano armati' di sciabole
e di pistole, e nel numero figuravano di
quelle megere scarmigliale , die si mi-
schiano alle turbolenze popolari di tulle
l'epoche. La truppa si arrestò come in-
timorita al cospetto de' funzionari pub-
blici, ed allora gridò il provveditore: Ve-
ronesi ^ che volete? Vostro divisanttnto è
forse (Voltrag^iare il magistrato siipre-
mo che siede quiin nome della sereni ssi'
ma repubblica ? La folla rispose : Vi\'a
Venezia, vivano i suoi magistrati, mor-
te a' nemici di s. Marco. Allora un uo-
mo di alta statura s'avvicina al luogo più
elevalo in cui sedevano i magistrati e di-
ce. Le signorìe vostre illustrissime non
possono sospettare cheli popolo attenti
a' vostri giorni j nostro scopoc soltanto di
liberare la città dal giogo straniero. Vi
domandiamo di consegnarci il francese
che in questo momento trovasi in mezzo
di voi: non attendiamo che questa gra-
zia per lasciarvideliberare in pace. I pa-
trizi calcolarono le conseguenze terribili
che poteva aver per essi e per la vacil-
lante repubblica un omicidio commesso
colla loro adesione ed in loro presenza
sulla persona d'un uftlziale, incaricato foi':
se d'una missione di pace. Molli di essi
esclamarono: Un parlamentario! E ini-
possibilecilladini.Ritiralevijrispettoal-
le leggi. Ma la moltitudine rispondeva :
Che i traditori soltanto potevano parla-
re di transazionej óiìscuno enumerava i
torli che credeva dover rinfacciare agli
stranieri, e le grida, Morte al francese,
erano sempre predominanti. 11 coraggio-
so giovane francese , rimovendo da se
quelli che lo circondavano, s'inolira ver-
so la moltitudine, e scoprendosi il petto
esclama: Ferite j ma in che vi ho io offe-
so? Il suo atteggiamento , i suoi sguardi
di fuoco imposero a quella turba, ed un
mormorio confuso annunziò che I irre-
sululeuu eruìi inipadiuailu degli animi
i
VER
gli agitatoti più influeuli sembravano in-
clinare a cieoienza. L'uHlziale si rese ac
corto, esser quello il momento propizio
per salvarsi; con una mirabile presenza
eli spirito affrontò le prime file, ed allo-
ra disse: Eccomi inerme in mezzo a voi,
io mi affido alla vostra generosità. Sia-
te voi la scorta del parlamentario. Pro-
nunciando tali parole, salutò i magistra-
ti rimasti attoniti, e traversando le turbe,
die gli facevano largo, sortì seguito dal-
la folla. Al basso della scala erano alcu-
ne compagnie della guardia urbana, che
si sforzavano di dissipare la moltitudine
che si aumentava a torrenti. L'uHìziale
si lanciò in mezzo agl'insorti, ed esclamò:
Cittadini, proteggete la mia vitaj la sal-
vezza della vostra città ne dipende. I cit-
tadini s'affollarono intorno ad esso, e pre-
sero la strada del vecchio castello. La
truppa forsennata, che avea avuto il tem-
po di riflettere, e che vedeva togliersi la
sua preda, alzò de' gridi di rabbia; Fuo-
co sui traditori! disse una voce. Ma già
la scorta era troppo lungi e le palle non
colpirono alcuno. Alcuni istanti dopo il
fragore del cannone annunziò al popolo
il ritorno dell' uflìziale nel castello, e la
riassunzione dell'ostilità. La lotta conti-
nuò per 3 giorni, senza risultati decisivi;
finalmente giunsero soccorsi al presidio
francese, e Verona fu di nuovo abban-
donata al risentimento de'soldati". Frat-
tanto a' 12 maggio dello stesso 1797, in
Venezia abdicò l'ultimo dogeManin,abdi-
carono tutte le pubbliche magistrature,
fu promulgata la democrazia, cessando il
governo aristocratico: a' 16 maggio en-
trarono i francesi nell'inviolata fin allora
Venezia, ed il dramma ferale fu compi-
to I A' 17 ottobre seguì tra la repubblica
francese e l'Austria il famigerato tratta-
lo di Cumpo Formio, che pose ad atto i
preliminari di Leuben, in virtù del quale
i francesi sgombrarono dall'antico domi-
nio venetOj nella parte che dovea occu-
pare r Austria, e specialmente Palma-
ijuovu, Osoppo, Porto-Legnago, ed i ca-
VOL. xciv.
VER 3o?
stelli di Verona, ì quali colla città passa-
rono nel dominio dell'Austria. Nel 1799
i repubblicani francesi nuovamente di-
chiararono guerra all' Austria , ed apri-
rono la campagna d'Italia, con radunare
il general Sclierer a'a i marzo, fra il Min-
cio e l'Adige, circa 45>ooo uomini, oltre
l'ordinare l'occupazione della Toscana e
della Valtellina. Gli austriaci avevano al-
lora sull'Adige un numero di truppe pres-
so che eguale, e il general Kray lecoman-
dava in assenza del general comandante
in capo Melas indisposto. Egli avea col-
locato l'ala destra in un posto fortificato
presso Pastrengo, fra l'Adige e il lago di
Garda, il centra a Verona e ne'circon vi-
cini villaggi, e l'ala sinistra a Bevilacqua
presso Legnago. Scherer poi, allorquan-
do fu pronto all'assalto, divise il suoeser-
cito in due colonne. Di una, ch'era com-
posta delle divisioni di Victor, di Montri-
cbard e di Hatry, die' il comando a Mo-
reau coll'istruzione di fare un falso attac-
co contro Verona e Legnago. Intanto col-
l'altra formata dalle divisioni di Oelmas,
di Grenier e di Serrurier, sotto del quale
combatterono i piemontesi, egli avrebbe
attaccato vigorosamente la destra degli
austriaci presso il lago di Garda. Mosso-
si di fatti nella mattina de'26 marzo per
eseguire il suo disegno, assaltò Pastren-
go, lo prese, e quindi diresse Serrurier a
sinistra sino a Rivoli. Nel centro Moreau
combattè contro Kray con dubbio even-
to a'villaggi di s. Lucia e di s. Massimo,
e ne'dintorni di Verona; ma Kray presso
Leguago respinse e inseguì vigorosamen-
te la divisione di Montrichard, e allora i
francesi retrocedettero anche nel centro.
Considerevole fu la perdita d' ambe le
parli: il general austriaco Dervins fu nel
numero de'morti. Vittorioso Kray sulla
sua sinistra, appena si accorse che i prin-
cipali sfòrzi del nemico erano diretti con-
tro la destra , si recò subito a Verona.
Intanto giunsero le notizie della disf'alta
de' fra noesi a Slokach; per il che doven-
dosi essi ritirare du'Giigioni, la loro |>u-
20
3o6 VER
sizione sull'Adige diveaiva pericolosa.
5clierercredelle perciò presidiarePeschie-
la e ritirarsi al Tarlare. A palliare il mo-
vìmenloretrogrado,a'3o marzo ingiunse
a Sfrrurier di varcar l'Adige presso Pa-
slrengo e Polo , e fare un falso allacco
contro Verona. Cos'i fu dì falli eseguilo,
onde passò senz'oi^lacolo il fìiime su due
ponti; ma uscirono bentosto da Verona
• generali austriaci Froelicb, Chasleller e
Lallermancon 3colonne,eallaccala quel-
la divisione la disfecero interamenle. Al-
cuni squadroni di cavalleria piemonleÀÌ
comandali da Saluzzo, e un reggionento
di dragoni francesi sostennero alla retro-
guardia l'urto degli austriaci, quanto ba-
stò ad una parte della fanteria per ripas-
sare il fìuu)e; ma intanlo Kray avendo
fallo rompere un ponte sul principio del-
l'azione , ed essendosi impadronito del-
l' altro quando incominciava la ritirala,
la maggior parte deila divisione reslò pri-
gioniera. Questo vantaggio animò Kray
« recarsi sull'olFese, ma inlauto nello sles-
so divisamenlo persisteva ancbe Scberer
non ostante la sua precedente ritirata «^ul
Tartaro. In fatti od una ricognizione e-
seguila dagli austriaci a'4 aprile, preve-
dendo di esser quanto prima assalilo,
volle prevenir il nemico, ordinando un
attacco generale per la maltina del 5. E-
gli dilesse .sulla destra le divisioni di Vic-
tor, di Grenier e di Delmas contro il vil-
laggio di s. Giacomo; Moreau con Hatry
e Montricbard sul centro sopra Sonno e
Somaiacanipagna , e inviò berrurier co-
gli avanzi delle sue truppe alla sinistra
di Villiifranca. Intanto gli austriaci si a-
danzarono incontro a' fi ancesi marcian-
do in 3 colonne comandate da Kaim, da
Mercantin e da Zoplf. Piecedeva Hoben-
7ollern con furie vanguardia, e Froelicb
seguiva l'armala con altra colonna di ri-
herva. Incominciata l'azione, Moreau bat-
tè Mercantin, e respinse Zo[)(r fin sollo
Verona; ma nel teun)o stesso Kaiin bat-
tè presso Magnano la divisione di Victor
e di Grenier, rinst-gMl sino all'isola del-
VER
la Scala, e costrinse quella di Delma.s a
piegare verso Due Castelli. Oltenuli que-
sti vantaggi sulla sinistra, Kray prese a se
uua forte colonna , vi unì la riserva , e
marciò obliquamente verso la destra. Con
questo movimento egli respinse ulterior-
mente le truppe della destra francese, bat-
tè la vanguardia di Moreau, scacciò Ser-
rurier cb'erasi avanzalo sino a Villafran-
ca, e così gli austriaci rimasero vittorio-
si su tulli i punii. In quesla battaglia,
cbefu denominata di Verona, e da allridi
Magnano o dell'isola della Scala, gli au-
striaci perdettero 2,000 uomini, ed 1 fran-
cesi circa 5,000. Scberer dopo tale disa-
stro lasciò il general Foissac-La Tour con
10,000 in Mantova, e rilirossi subito sul
Mincio, poco dopo suH'Oglio e finalmen-
te sull'Alida. Kray speilì la sua vanguar-
dia solloMantova e Pescbicra, assicuros-
si uiì passo sul Mincio, e fermossi alcuni
giorni colle principali forze all'isola della
Scala. Progredendo le vittorie degli au-
striaci e de'col legati russi, entrarono in
Milano, in Piemonte e in altre regioni.
Ma nel 1800 Bonaparte riassunto il co-
mando dell'armatad'ltalia, invase il Pie-
monte, riprese Milano. Mentre poi, per
le successive azioni guerrescbe . credeva
Melas la vittoria assicurata, invece Bona-
parte a' 14 gi"gi>o riportò 1' importante
vittoria a Marengo. Continuando i coni-
ballimenli, il general austriaco Bellegar-
de, a' 26 dicembre lasciale competenti
guarnigioni in Mantova, in Pescbiera e
nel vicino Sermione, rilirossi a Verona,
Il general francese Brune, lasciate addie-
tro le truppe sunicienli per osservar Man-
tova e assediar Pescbiera, si avanzò e a
3o dicembre fece una ricognizione su tut-
ta la linea, gettando nel tempo slesso non
pocbe bombe in Verona. Moslraronsi gli
austriaci in molla forza su lutti ì punti,
onde il general francese raddoppiò le sue
precauzioni pel passoggiodell'AdigeaBii'i-
solengo. L'edelluò iii.° gennaio 1801, e
comincialo i francesi il tragitto re>laro-
DO qur«!<i adouili nel vedere cltc non iu
i
VER
conlravano resistenza, meutre si alien*
elevano di trovatla grandissima. Ma ces-
sò bentosto la sorpresa al compai ire d'un
parlameiiliirio austriaco, il quale nnriun-
ziando l'arniistizio concluso da Steyr a'
9.5 dicembre io Germania per 3o gior-
ni, ed estensivo all' Italia, perciò propo-
Deva di sospendere le ostilità. Si venne
quindi alle condizioni, e il general Bru-
ne trattò a tenore delle sue istruzioni^ se-
condo le quali » non poteva desistere daU
l'olFese finché non fosse sidl'Isonzo, e gli
austriaci non cedessero Mantova, Peschie-
ra, la parte di Legnago esistente sulla de-
stra dell'Adige, Ferrara e Ancona". Bel-
legarde giudicò tali palli troppo gravosi,
e chiese alla sua corte ulteriori istruzio-
ni. Intanto lasciale deboli guarnigioni ne'
3 forti di Verona, ed in Legnago, conti-
nuò a retrocedere. Dopo piccoli e insi-
gnificanti combattimenti, egli abbando-
nò r eccellenti posizioni di Caldiero, di
Montebello e della Brenta, e ritirossi ver-
so la Piave. Pdcevuti poi gli schiarimenti
da Vienna, a' 1 4 gennaio i8oo fece an-
nunziare a' francesi bramare arinistizio,
il quale fu sottoscritto a Treviso a' 1 6, ed
in sostanza fu concluso colle seguenli con-
dizioni. >) Si sospendessero leodese, e l'ar-
mata francese occupasse una linea sulla
sinistra della Livenza , e si consegnasse
dagli austriaci Peschiera, Sermioue, i 3
castelli di Verona, Legnago, Ferrara e
Ancona". Intanto nel marzo tu eletto Pa-
pa in Venezia Pio VII, e Verona gli ras-
segnò i suoi omaggi di venerazionea aiez-
zo de'deputati, conti GaspareBevilacqua-
Lazises Alessandro Murari-Brà. Divenu-
to Bonapartei." console, la fortuna delle
sue armi lo mise in grado di dettare le
condizioni di pace coli' Austria e i prin-
cipi di Germania, sottoscritta a Lunevil-
le a'9 febbraio i8o i, in cui per altro si
confermò il possesso de'dominii veneti a
favore dell'Austria, ratificalo a'g marzo
dalla dieta Germunìca. Essendoslato sta-
bilito l'Adige a confine fra l'Austria e la
lepubbltca Cisulpiua colla parte degli sta-
V E R 3o7
li già vendi ceduti all'Austria, Verona
fu tagliata in due parti l'una austriaca,
l'altra franco-italica, perciò divisa in ilue
governi, l' uno austriaco, l'altro franco-
italico, e durò in tale stalo dal 7 aprile
1801 fino al 29 ottobre i8o5, cui tenne
dietro la pace di Presburgo nel dicembre
i8o5, che vado ad accennare. Dappoi-
ché, nuovamente la Francia rolla nuo-
vamente guerra coll'Austria, di venuto già
Bonaparte imperatore de' francesi e re
d'Italia col nome di Napoleone I, il ge-
neral francese Massena con 5a,ooo uo-
mini nel principio d'ottobre 180 5, tentò
di passar l'Adige presso Verona , ma fu
respinto. Nondimeno pervenne a risarci-
re un ponte che gli austriaci avevano in
parte rotto, ed a fortificar la testa sulla
sponda sinistra, rinnovando l'attacco a'
29 ottobre, passando il fiume presso Ve-
rona. Gli austriaci opposero vigorosa re-
sistenza, e quindi retrocedettero alle forti
posizioni di Caldiero. L' arciduca Carlo
schierò quivi le sue truppe in battaglia;
Massena l'altaccò a' 3o, ma fu respinto
e dovè retrocedere sull'Adige, e nel di
seguente Bellegarde comandante l'ala si-
nistra, ottenne segnalali vantaggi a Chia-
vica del Cristo. Tuttavolla l'arciduca fu
costretto a retrocedere, attesa la marcia
di Napoleone I in Baviera. Massena pas-
sò quindi a occupare Vicenza, Padova e
altri luoghi, mentreSaint-Cyr bloccò Ve-
nezia. Indi pel trattalo di Presburgo, de'
26 dicembre i8o5 la parte degli stati ve-
neti che possedeva l'Austria, fu ceduta a
Napoleone I, che T uni al regno Italico,
compreso Verona e f^enczlct, il quale ar-
ticolo va tenuto presente anche per la ces-
sala dominazione austriaca e per la nuo-
va, venendo dichiarata Verona capoluo-
go del dipartimento italico dell' Adige-
Verona celebrò l'avvenimento in nobile
forma.Sponlaneameule raccolta da mol-
li giovani scolari una rilevante somma,
la divise fra'soldati feriti. Nel i 8 1 3 l'im-
peratore d' Austria Francesco I dichiarò
di nuovo la guerra a Napoleone I, il q<ia-
3o8 VER
Je in Italia gli oppose il viceré Eugenio,
che slabiiì il suo quartier generale a U-
dine, indi rinforzato nella fine dell'anno
sull'Adige, dopo aver combattuto nella
sua valle. La posizione di Verona strate-
gica e munita gli avea permesso sostener-
si controle forze superiori austriache, ma
poi i francesi aveano dovuto ritirarvisi.
il viceré passato dall'Adige al Mincio, vi
ritornò nel febbraio 1 8 1 4> riuscendo frat-
tanto a Bellegarde di costringere i ca-
stelli di Verona ad arrendersi, col quale
poi il viceré a' 1 6 aprile concluse l'armi-
stizio di Schiarino-Rizzino, per lo sgom -
bero de' francesi dall'Italia, restando le
truppe italiane ad occupar la parte del
regno Italico non ancora presa da'collega-
ti. Imperocché già caduta la colossale po-
tenza di Napoleone I, che ad ogni mo-
mento scompigliava la carta geografica
d'Europa, e disciolto il suo formidabile
esercito, nel 1 8 1 4 l'Austria ricuperò i do-
roioii veneti, inclusivamente a Verona, ed
insieme il Milanese; e l'imperatore Fran-
cesco 1 nel 1 8 1 5 con tali stati vi formò il
regnoLombardo-Venelo,dichiarando cit-
tà regia Verona, la quale fu poscia resa
ancor più celebre per le discorse meravi-
gliose fortificazioni, in essa e fuori di es-
sa grandiosamente costruite. Nel seguen-
te anno l'imperatore onorò Verona di
sua presenza, e la città tra le dimostra-
zioni di pubblica allegrezza, illuminò in
architettonica maniera la piazza d'Armi,
quella dell'ErbeJo stradone di portaNuo-
va, e neir Anfiteatro, pieno di 5o,ooo
spettatori, distribuì doti a povere donne,
col farvi correre al palio, passatempo che
fjnì colla cuccagna. Restata inVerona l'im-
peratrice Maria Lodovica d'Este, vi ces-
sò di vivere a'y aprile di 28 anni. Alllit-
ta Verona da quest'infortunio ridusse in
forma di tempio apparato a bruno una
sala del palazzo de'marchesi di Canossa,
già albergo dell'imperiai corte; nel mez-
zo giaceva il corpo dell'estinta tra la ce-
lebrazionede'divini udizi ed i suffragi de-
gli accorrenti a'io,i i ei2 aprile. JDopo
VER
di che chiuso il cadavere in una cassa di
piombo venne trasportato a Vienna, e de-
posto nelle tombe imperiali. Benedetta
da mg.' Liruti vescovo di Verona l' im-
periai defunta, una mano d'ussari apri la
pompa funebredella partenza, seguiti da
tutti i parrochi della città, da'domestici
della casa imperiale co'gonfólouì, dal ca-
pitolo e clero della cattedrale, e dalla fa-
miglia del vescovo. Veniva poi il funereo
carro, circondato da 4o gentiluomini, e
seguito dal gran maggiordomo e dalla
gran maggiordoma della defunta, non che
dalle varie magistrature. Chiudeva la de-
corosa comitiva altra mano d'ussari, cui
lungo ta via che dal palazzo Canossa mette
a portaVicenlina,facevano ala i soldati del
presidio, sonando a lutto tutte le campa-
ne. Il cav. Mutinelli, che ciò racconta ne-
gli Annali delle province Fcnele, ag-
giunge parlando del ricuperato dalla
Francia da Francesco I. » Altri libri, al-
tri codici, altri busti ricuperava Verona,
e un'Assunzione di Tiziano, e il Martirio
di s. Giorgio, e la Deposizione di Cristo
di Paolo, e una Vergine, e un s. Paolo,
e un Battista, e un s. Zeno, e un s. Gior-
gio del Mantegna". — L'uomo non è infal-
libile. Nel voi. XXIX, p. 299, sia dalla
mia penna, sia diitle mani del tipografo
compositore, usci nella i.' linea della 2.*
colonna un non che va soppresso, poiché
Francesco I positivamente si recò a'con-
gressidi Troppau, di Verona e di Lubia-
na, come dichiarai altrove; quindi nella
linea 6." quel ma, va convertito in ed. In
Verona dunque nell'ottobre 182 2, secon •
do il concertato di Lubiana, fu celebrato
un congresso generale per raffermare il
principio monarchico, l'alleanza stabilita
ueli8j5 a Vienna, già convalidata nel
congresso d'Aquisgrana, e precipuamen-
te per la questione della rivoluzione del-
la iSpngna (/^.),colà in gran bollore, che
si voleva combattere da Luigi XVIII, co-
me l'Ausilia avea represso quelle di Na-
poli e di Piemonte, e vi brillarono in bel
numero sovrani e celebrità diplomatiche.
VER
Pertanfosi recarono in Verona l'impera-
toie d'Austria Francesco I, l'imperatore
di Russia Alessandro I , il re di Prussia
Federico Guglielmo 111, il re delle due
Sicilie Ferdinando 1, il re di Sardegna
Carlo Felice, il granduca di Toscana Leo-
poldo li , il duca di Modena Francesco
IV, la duchessa di Parma M." Luigia, il
viceré del regno Lombardo-Veneto ar-
ciduca Ranieri; i plenipotenziari delle
grandi potenze, cioè, olire il cardinal Spi-
na inviato da Pio VII (insieme a mg/
Leardi nunzio di Vienna, mg/ Mazio,
mg/ Ostini, questi ultimi poi caidinali),
per I' Austria Melteruich e Lebzeltern,
per la Francia Montmorency e Chateau-
briand (che poi ne scrisse la storia: Con-
grès de f^erone), per l'Inghilterra Wel-
lington e Stralford Carining, per la Prus-
sia HardembergeDernstorf,e per la Rus-
sia Nesseirode, Lieven, Pozzo di B(irgo e
Taliskeff. Il re delle due Sicilie avea se-
co il principe Ruffo, ed il re di Sardegna
il conte della Torre. Il cav. Mulinelli ne*
citati Annali a p. 38o riporta il Pro-
spetto in cui sono descritti i nomi, non
che gli alloggi de' soi'rani, principi, di-
gnitari e di vari altri distinti personag-
gi intervenuti al grande congresso d'Eu-
ropa nella regia città di/erona l'anno
1822. » Nobilmente intanto e magnifi-
camente, or con luminarie, or con rigiri
di carrozze, or coti corse di cavalli, or con
musiche deliziose, ed or con danze ed ar-
meggiamenti nell'Anfiteatro, si festeggia-
va da Verona quella riunione straordina-
ria di tante e tanto illustri persone, in-
defessamente per la bella liuscita di que'
passatempi e in ogni altra cosa adoperan-
dosi il capo del municipio Gio. Battista di
Persico (uomo di bella mente, di animo
generoso e di assai pii«cevoli maniere), af-
finchè maggiormenlesalisseinfama pres-
so gli stranieri la sua Verona, e maggior-
mente avesse a risaltare la sua grandez-
?a : sola ammiratrice ed estiinalrice la
Francia della virtù del Persico, degna-
mente appendeva al suo petto la croce
VER 309
del regio ordine della legione d'oro. Ter-
minata la dieta e con essa le veronesi
feste, ambì l'imperatore d'Austria di mo-
strar egli stesso la più bella gemma del-
la sua corona, Ff«esi!'a,airimperalor del-
la Bussia, seguendolo anche il vecchio re
di Napoli". Narra Coppi, Annali d'Ita-
lia. Le questioni principali messe in di-
scussione in quel congresso (che fruttò a
tutta Verona non lieve ricchezza) furono,
lo sgombramente del Piemonte e del re-
gno delle due Siciliedalle truppe austria-
che; aumento di rigore contro la tratta
de'mori;le lagnanze reciproche fra la Por-
la ottomana e la Russia, e la rivoluzio-
ne greca; l'indipendenza delle colonie spa-
gnuole d'America, e il modo di reprime-
re la pirateria in que'mari: i pericoli del-
la rivoluzione di Spagna relativamente
all'Europa, e specialmente alla Francia.
Si rinnovò da' sovrani d'Austria, Prussia
e Russia, la dichiarazione fatta nel con-
gresso di Lubiana: di non voler prolun-
gare oltre i limiti d'una rigorosa necessi-
tà il loro intervento nelle cose d' Italia.
Così svanirono i vani timori, le ostili in-
terpretazioni, i sinistri presagi, che l' i-
gnoranza e la malafede aveano sparso per
l'Europa, per trarre in errore l'opinione
de' popoli, suir intenzioni sincere e leali
de'monarchi riuniti in Verona. Ilcongres-
so si disciolse nella metà di dicembre. —
L'imperatored'Austria Ferdinando I, do-
po essere stato in Milano unto e corona-
to re del regno Lombardo-Veneto, a'22
settembre 1 838, in compagnia dell'impe-
ratrice Maria Anna, si portò a Verona.
A festeggiar i veronesi convenientemen-
te sì auspicata venula, furono fatte nella
città splendidissime luminarie, e tramu-
tato il teatro Filarmonico in un giardi-
no, vago per fioii, erbe odorifere, e per
una fontana, dalla quale per 3 bocche di
delfini zampillava 1' acqua , occupato il
fondo della scena da una magnifica ten-
da, disposte in quella credenze e deschi
con profusione di rinfreschi, la società
degli Anjìoni f//oforp/ die' all'augusta
3.0 VER
coppia Inquel lealro il trallenimentod'iio
feslino: oÓiì pur loro Verona la riunio-
ne del di lei popolo accolto per una Tom-
bola nell'antico Anfiteatro, e meglio di
5o,ooo furono le persone che ivi si e-
nuinerarono. Il terribile morbo cbolera
penetrò in Verona lai." volta nel i835,
ed in essa e ne'circonvicini paesi serpeg-
giò sino al fine dell'anno. — Nel 1847,
1848, i849gi'a'"de attività militare re-
gnò in Verona, per essere allora sede del
coniandogenerale niilitaredel regnoLom-
bardo-Veiieto, a motivo della rivoluzio-
ne che sollevò pure il regno, ed ivi anco-
ra a'20 marzo si formò la guardia civi-
ca, ma concessa e limitata per soli 4^0
uomini. La città fu posta sul piede di
guerra, fu minacciata di blocco, e nelle
«uè vicinanze seguirono combattimenti,
ed uno sanguinoso presso le sue mura,
vinto dagli austriaci ; da Verona preci-
puamente partendole deliberazioni per re-
primere la ribellione, dalla quale fu la sola
ad andarne esente, siccome presidiala po-
derosamente dagli austriaci, anco allor-
ché Venezia proclamò la repubblica. Ta-
le generale e tremenda conflagrazione eu-
ropea, e massimamente italiana, trae la
sua origine dall'opposizione e dal disprez-
zo dell'autorità, aspirando ad una rivo-
luzione d'ogni principio sociale. Questo
demone fattosi indi pendente e nell'ordine
religioso e nel filosofico, mosse imbaldan-
zito sopra l'indipeudenxa dall'ordine po-
litico. Ma siccome la società non può sus-
sistere senza un governo qualunque, es-
so immaginò un mostruoso sistema po-
litico, in cui l'uomo è ad un tempo sud-
dito che deve ubbidire e padrone che co-
manda, o piuttosto un sistemadove ovun-
que si trovano i sovrani, ed in nessun
luogo sudditi. Quindi gl'istinti rivoluzio-
nari insorsero dall'una all'altra estremi-
la del mondo sociale, e scoppiò la rivol-
ta politica e l'opposizione all'autorità,
coni'eiaìii fatto nell'urcline religioso e fi-
losofico sin dal I yHi). Fiero, ma non sod-
disfatto ancora di queste 3 devastazioni.
VER
il genio delle rivoluzioni guardò a se din-
torno per vedere se rimaneva altra cosa
a distruggere; e vide che fra tante rovi-
ne dell'autorità una ne restava ancora io
piedi sostenuta dal suffragio di tutti ì se-
coli , dalla legislazione di tutti i popoli,
dal buon senso dell'uman genere. Questa
autorità era la derivante dalla proprie'
tà. Ogni proprietà in fatti fa ognuno pa-
drone nel suo domìnio. La rivoluzione
vedendo tale ultimo baluardo dell'ordi-
ne sociale impedire il suo passo, dichia-
rò guerra sterminatrice alla proprietà^
sociale; e da mezzo secolo la combatte
con terribili colpi, nella lusinga che abbat-
tuto questo baluardo.la società non sareb-
be più niente, non rimarrebbe altro che il
trionfo àt\Socialisino[V ,).YiV)\o permise
questo supremo assalto per aprire gli oc-
chi a tanti egoisti, volontariamente ac-
cecati su questa guerra satanica da 3 se-
coli mossa al principio d'autorità. Fio-
che siffatta guerra era diretta contro l'au-
torità della Chiesa , 1' autorità di Gesù
Cristo e l'autorità de' re, i felici proprie-
tari diceano nella beata loro sicurezza: La
Chiesa si difenda, e altrettanto facciano
i re. Ma quando Tidra rivoluzionaria eb-
be posto il piede sulla soglia del loro do-
mìnio, e minacciò colle case ed i campi
la loro sovranità, i proprietari insorsero
pronti a difendere la loro autorità; e di-
versi, anche rivoluzionari, dissero alla ri-
voluzione, yèr'/m//; non mai ci sarà tolto
il campo, non mai la casa; piuttosto soc-
combere che lasciar crollarecolla proprie-
tà l'ultimo baloardo dell'ordine sociale,
il rispetto dovuto alla proprietà. Tanto
e più ampiamente, con robustaeloquen-
za propugnava il facondissimo p. Felix
gesuita nell'ultima quaresima a Nostra
Donna di Parigi, un importante brano
del quale può leggersi a p. 283 del Gior^
naie di Roniaòdi^S^. Appendice: Il di-
sprezzo dell' Autori là. — Frattanto nel-
l'agosto 1811 I iinpetto alla porta di s.
Zeno si vide sorgere in pochi giorni una
2." città di tela, di ampia esleniioue, il
VER
grande accampamento per le manovre
inìlilari, non infrequenti. I padiglioni e-
rano di 3 categorie: i piccoli antichi, per
8 uomini circa; i grandi di figura elilti-
ca , ed i grandissimi in forma circolare,
ognuno per 5o uomini. Siccome i luoghi
d'intorno a Verona, punto principale del
concenlramento veneto , al quale viene
diretta per le manovre di settembre la
maggior parte de'corpi di truppa, erano
pieni zeppi , ancor prima che si fossero
riuniti tutti i corpi disponibili, non rima-
neva altro mezzo per collocare le truppe
die doveano giungere, che l'erezione del-
l'accampamento, da durare fino agli ul-
timi di settembre. A'i4 di questo mese
railfgiò Veruna della sua presenza l'im-
peratore regnante Francesco Giuseppe I,
ed inaugurò il suddetto magnifico ponte
che porta il suo nome, eretto sull'Adige
per coiigiungere la strada ferrata di Ve-
nezia con quella di Mantova e la poste-
riormente attuala dì Milano, onde il di-
rettore superiore delle pubbliche opere
ora defunto cav. Negrelli-Moldelbe, in-
dirizzò al Sire quel discorso che si legge
a p. 858 del Giornale di Roma del 1 85 1 ;
essendo predente anco il regnante duca
di Modena Francesco V , ed il coman-
dante della città e fortezza di Verona
tenente maresciallo conte Lichnowsky.
L'in)peiatore salì quivi a cavallo, e si de-
filò col suo seguito al novello campo di
Marte fuori di porla Muova. Durarono
circa due ore davanti all'imperiale mae-
stà gli esercizi militari, congratulandosi
l'imperatore con ruffizialità dell' esimia
destrezza di que'balttiglioni, dell'incom-
parabile loro disciplina e della verace sua
soddisfazione. Indi alle 3 ore pomeridia-
ne fece il suo ingresso nella città addob-
bata a festa, fra la comune esultanza, il
frastuono di viva e gli universali applau-
si , con che i veronesi manifestarono la
loro divozione al sovrano. Egli era se-
gnilo da'due paiiadii del trono, i propu-
gnacoli invitti della monarchia, 1' ora de-
funto feld-mai escialloRadelzky governa-
VER Sii
lore generale del regno Lombardo-Ve-
neto,^ il bano della Croazia Jellacich ,
mancato a'vivi or ora pur esso. L'impe-
ratore entrò nel palazzo del marchese Ca-
nossa, ch'era ivi sul limitare ad accoglie-
re l'ospite eccelso. Poscia l'imperatore vol-
le graziosamente vigilare nella sua abita-
zione il canuto eroe e feld-maresciallo
Radetzky. Restituitosi al palazzo Canos-
sa, ammise all'udienza le autorità civili
e militari, il clero, il municipio, e le de-
putazioni che vennero da cillà e da pro-
vince diverse a rendei gli omaggio, di-
stinguendo la veneziana pel cordiale rice-
vimento fatto poc'anzi alla persona del
lodato feld-maresciallo. Indi usciva in
carrozza, visitando vari istituti, singolar-
mente il rollegio femminile, l'ospedale
civico, la casa di ricovero, 1' istituto del
benemerito Mazza. Tornato al palazzo
Canossa, furono invitati alla mensa im-
periale lutti i generali, il luogotenente
delle Provincie venete , il vescovo mg.'
Multi, il delegato provinciale d'Udine, e
tutta la famiglia Canossa. Nella sera l'ini*
peraloreusc'i in carrozza a godere lospet-
tacolo della città illuminata, che olIViva
un magico aspelto, vedendosi cifrato con
vaghi artifizi l'anguslo suo nome. Il cor-
so di porla Nuova ardeva in globi di
fuoco, in fiammelle di gas, in cerei dop-
pieri , e sfolgorava una luce incantevole
in un mare di popolo, che sul passaggio
del monarca si esprimeva con enfatici vi-
va. Con isquisito buon gusto erano lu-
meggiali i portoni della Brà, e l'edifizio
della dogana. Tutto il long' Adige, os-
servato da'ponli, era avvivato da innu-
merevoli faci, che si specchiavano nel fiu-
me recale, i castelli scintillanti dalla lon-
tana d'immensa luce, svelavano la scena
degli amenissiini poggi, i quali, anfiteatro
d'incomparabile bellezza, presentavano
a'riguardanti un mondo di prospettive,
che forse niun'altra città della penisola
ne vanta di più seducenti e ammirabili.
iS'ella stessa sera v'ebbe spettacolo d'ope-
ra e ballo al teatro Filarmonico, la sala
3i2 VER VER
jlluinlnafo a giorno e gremila di spellato- Jore del giorno lungo la slrada che met-
ri,ornale essendo le donne splendid;<men- te a Verona. Nel giorno appresso l'im»
te. Le acclamazioni , appena cotnpurve peralorepailì per Mantova, accoropagna-
l'icnperatore, furono vivacissime e conti- to dal leid-marescialloPiadetzky, sulla fer-
nuale. All'inluonar T inno dell'impero rovia di porla Nuova, con separato con*
tutti si alzarono e restarono riverenti in voglio. Reduce poi dalla Lombardia, la
piedi; rialzandosi alla partenza del sirene sera del 29 settembre l'imperatore fu di
accompagnandolo con fragorosi piansi e passaggio per Verona, onde tornareaVe-
dimostrazioni di ovazione. Il giorno i/\ nezia, trovando fuori di porla s. Zeno un
sellembie resterà indelebile né' fasti de' magnifico arco trionfale decoralo di ban-
veronesi, e nella memoria del loro sovra- diere alla sommità, ed illuminalo con e-
no.» Eglino mutuamenle s'intesero. La leganza; luminarie rischiarando Verona.
crescentepiospeiitàdiVerona,caraegen' Ricevuti i pubblici omaggi, dopo la refe-
tile regina delTAdige, è inseparabile dal- zione, si recò fuori di porta Vescovo alla
l'aifelluosa espressione della sua fedeltà", stazione della ferrovia di Venezia , alla
Tanto e meglio pubblicò il /^ogZ/ot^/ F'e- cui volta si diresse. — In conseguenza del*
rona. JVel d'i seguente l'imperatore par- la sovrana risoluzione de' 28 febbraio
lì per /^'e«fzi/2. Quindi fece ritorno in 1857, colla quale l'arciduca Ferdinando
Verona a'i6 dello stesso settembre. Vi- Massimilianofu nominatodairimperalo-
silò i forti e le caserme della città, e nel re fratello a governatore generale del re-
pomeriggio cavalcò al beisagliofeslivo in gno Lombardo- Veneto, cessò d'esistere il
s. Massinjo, fuori di porta s. Zeno, e riu- governo civile e militare residente in Ve-
sci bellissimo. Ivi presso, quand'era pre- rona, dove non rimaserodi autorità cen-
sunlivo erede del trono, combattendo da trali che il comando generale militare, il
semplice volontario nelle file de' valore- deposito delle monture, la direzione dei-
si, e appunto colà ove più atroce ferve- le strade ferrate, e quella delle poste per
va la mischia, diede di sé il 1° saggio sul tutto il Lombardo-Veneto. Al nuovo go-
campo, e d' imperturbabile coraggio. Al vernatole geneiale si assoggettarono tulli
calar della notte seguì una scena mera- i rami dell'amministrazione civile, in uno
vigliosa. Il viale del forte Radetzky, fino alla superiore sorveglianza sulle autori-
alla strada maestra che mette in Verona, tà giudiziarie. Ne'primi di marzo di que-
fu rischiarato improvvisamente, come sl'anno 1859, dall'imperatore d'Austria
per magico incanto, da innumerevoli fuo- furono nominati : il tenente marescial-
chi bengalici. » I razzi che si lanciavano lo Ignazio Teimer, comandaule del 7.°
per tulle le parli vedeansi solcare di su- corpo d' armata (che fu a/lidalo al ba-
bila luce fuggevole l'oscurità degli spazi rone Tommaso Zobel de Giebelsladt-
aerei; le armonie delle musiche bande, le Darstadl), a comandante della città efor-
cantilene de'soldali che in quell'immensa lezza di Verona; il tenente maresciallo e
spianata udivasi l'eco ripetere, olfrivano divisionario di truppe Francesco barone
alla rimembranza de'veronesi ben altro de Gorizzuli, a comandante della fortez-
spettacolo dalla luce ferale e dallo sire- za di Peschiera; ed il generale maggiore
pilo della battaglia che, a prezzo di lan- e brigadiere di truppe Carlo Torri di
to sangue de' vincitori e de'vinli, fu cora- Dornstein, a comandante della fortezza
ballula, oggi è lerz'anno, in quell'ampia di Legnago. E da notare, che ne'sotenni
dislesa. Cessi la Provvidenza il rinnovar- tempi inesplicabili che correvano nel se-
si più mai di sì lagiiinevole esempio ! " guente aprile, le prime capacità militari
Centinaia di torchi a venlo, poi tali a ma- prussiane reputarono validamente assi-
ijodu militari, emula vano quasi lospku- curala la posizione slrolegica dell'Austria
VER
uell'alta Italia; litcoendosi d'iucalcolabì-
le suo vantaggio il quadralo lisullatite
dalle foltezze di Mantova, Veioiia, Pe-
scliieia e Legnago; uotaudu ancora , es-
ser diftìcile di trovare un altro terrenu co-
sì altamente strategico, ludi pubblicò iu
Gazzetta di fenezia de'29 aprile. » Va
manifesto sovrano de' 28 mese coirente,
indirizzato a'[)opoli dell'Austria, annun-
cia la risoluzione dell'imperatore Frun
Cesco Giuseppe 1, di dovere, dupo esau-
i'iti infruttuosamente i mezzi per conser-
var la pace, dar di piglio alle armi per
difendere l'onore ed i diritti dell' Austria
contro laSardegua, sussidiata dallaFrun-
cia. Le truppe imperiali sono già entrate
negli slati sardi. Fiducioso iiell' aiuto di
Dio, l'iniperatore dichiarò di adempiere
a malincuoie a questo primo dovere di
leggente, e contare nella difesa della sua
giusta causa, sulla fedeltà, sull'altacca-
iuento e sulla divozione de'suoi popoli".
La slessa Gazzetta di Fenezia de'3o a-
[ìrile riporta il seguente rescritto sovrauo
dell'imperatore d'Austria, diretto al se-
renissimo fratello arciduca Ferdinando
Massimiliano, da Vienna a' 20 aprile
1859. « Caro signor fratello, Arciduca
F^eidinando Massimiliano, il tranquillo
conlegno , dimostrato dalla popolazione
del mio regno Lombardo-Veneto fram-
mezzo all'agitazione provocata da estere
influenze, l'ubbidienza e lo zelo, con cui
la slessa anche nell' ultimo tempo pre-
stò adempimento alle leggi ed alle dispo-
sizioni del mio governo, e soddisfece a ciò
the dalla forza delle circostanze fui cO'
stretto di esigere da'miei sudditi, mi fan-
nocerlo ch'essa, anche ne'sovrastanti più
gravi avvenimenti, non devierà dalla le-
galità e dall'ordine, e malgrado le mene
e le seduzioni degli agitatori, seiberà in-
concussa la fedeltà dovuta al proprio le-
gittimo sovrano. Questo contegno delle
pi ovincie Lombardo- Venete mi prova in
pari tempo,che Vostra Dilezione ha cor-
risposto con piena mia soddisfazione al
uiaudato da me conferitole, uell'alto che
voi. cxiv.
VER 3i3
in qualità di govei natole generale la pò-
iievaa capo dell'auiministraziouedel pae-
se. Ma, poiché lecircoslanzeattualim'ira-
pongono l'obbligo di attivare misure
sii aordinarie a difesa de' diritti del mìo
trono ed a guarentìgia della quiete e si-
curezza iolerna, e dì concentrare a que-
sto scopo in una sola mano la suprema
autorità civile e militare del regno Lom-
bardo-Veneto , trovo di sollevare beni-
gnamente per ora Vostra Dilezione dal
posto di governatore generale, ch'ella fla
qui ha disimpegnato con tutta abnegazio-
ne e perspicacia, e dì affidare le funzioni
dì governatore generale, per ciò che con-
cerne l'atuoiinìstrazione civile del paese,
ili generale di artiglieria conte France-
sco Gyulai, quale capo del comando ga-
nci ale militare". A '28 aprile l' impera-
tore con suo manifesto da Vienna [F.)
annunziò a' popoli dell'Austria aver dato
ordine alla sua armata di entrare nel re-
gno di Sardegna, onde porre un termine
alle ostilità e mene rivoltose commesse
da quello da una serie d'anni fino a que-
sti ultimi tempi, nuovamente collo scopo
d'impadronirsi del regno Lombardo-Ve-
neto, il cui territorio a tale effetto già in-
vase or sono io anni, senza provocazio-
ni. Tranquillo di sua coscienza, sottomet-
tersi al giudìzio di Dio onnipotente, ed a
quello imparziale de'conlemporaneì e de'
posteri. Con pena veder imminente la
guerra flagellodell'umanilà, comedi tro-
varsi alla vigìlia d'un'epoca, in cui si vuo-
le scagliare la devastazione di quanto sus-
siste non solo dalle sette, ma persino da'
troni. Duce supremo dell'esercito, consi-
derare il combaltimei>to giusto, ed ea-
trarvi con coraggio e fiducia. Sperare ìa
questa pugna non rimaner solo. In fine
parlare come principe della confedera-
zione Gei manica, destando l'alti ui atten-
zione sul pericolo comune. Nel dì se-
guente ac) apiìleil comandante genera-
le del 2." COI pò d'armala conte Gyu-
lai dal quartier generale di Pavia ema-
nò un 01 dine del giorno all'armala ; ed
21
3i4 VER
un proclama alle popolazioni della Lom-
bai'dia e della Veneiia, col quale par-
tecipò loro il concentracuenlo nelle sue
mani de' poteri del governo civile e mi-
litare del regno Lombardo-Veneto, pro-
mettendo tutelare la loro sicurezza. Con
altro proclama poij diretto a'popoli del-
la Sardegna, disse loro, che il pacifi-
co cittadino poteva far assegno, che li-
bertà, onore, leggi e fortune sarebbero
rispettate e protette come cose inviolabi-
li esagi'e;non essere le armi imperiali di-
rette contro i popoli del regno di Sarde-
gna, ma controil partito sovvertitore che
gli opprimeva, debole di numero e poten-
te d'audacia, il quale attenta a'diritti de-
gli altri stati italiani, eda quelli stessidel-
l'Aubtria, mentre sotto il manto specioso
di libertà avrebbe finito per toglierla ad
VER
ognuno, se il Dio degli ese'rcìti imperiali
non fosse anche il Dio della giustizia.
»> Domato che sia il vostro e nostro av-
versario, e ristabilito l'ordine e la pace,
voi, che ora potreste chiamarci nemici,
ci chiamerete tra poco liberatori ed ami-
ci". Pubblicò la Gazzetta di f^enezia il
i." maggio due notificazioni de'ag apri-
le d'ordine del conte Gyulai, con le qua-
li Venezia e Verona furono dichiarate in
istato d'assedio, dal barone di Alemana
per la città e fortezza di Venezia , colle
isole e terre comprese nel suo raggio di
fortificazione, principiando col 3o apri-
le, pel mantenimento dell'ordine e della
tranquillità, e per tutelare la sicurezza
delle persone e delle sostanze degli abi-
tanti.
(Continua nel volume seguente).
FINE DEL VOLUME NOVANTESIMOQUÀRTO.
"-' ( \'
236086
BX 841 .M67
1840
sncR
Moroni , Gae
tano.
1802-1883.
Diz lonario
di erudizione
storico-ecclesiastica
AFK-9455 (awsk)